Corozal in Belize-andata e ritorno

Corozal in Belize .
Il viaggio è lungo e un po’ noioso, dato che il bus parte alle cinque e venti del mattino.  Ci facciamo questa levataccia ripromettendoci di rifarci nelle sei, sette ore di viaggio che ci attendono. L’unico mezzo che andasse direttamente a Chetumal è un bus della Maiab, un servizio di seconda classe, che prevede parecchie fermate e non consente di prenotare i posti. Troviamo da sedere quasi in fondo, proprio vicino alla bocca dell’aria condizionata, che ci avvolge di una ventata gelida . Per fortuna ci eravamo attrezzati, e oltre alla felpa che mi ero messa mi avvolgo anche nella sciarpa e riparo anche il capo, così riesco a sistemarmi e dormicchiare sino a Felipe Carrillo Puerto, la cittadina che segna il passaggio tra l’interno e la costa. Qui il bus si ferma per un poco di tempo, consentendoci di andare in bagno e di comprare qualcosa da mangiare dai piccoli venditori, quasi tutte venditrici in realtà, che si presentano con cesti e vassoi pieni di tortillas condite in modo vario, di panuchos ed altre leccornie locali. E’ una scena caratteristica e i colori e i profumi dei cibi sono invitanti. Anche l’autista si prende qualcosa da mangiare e alla fine risale, fa un rapido controllo che tutti siano a bordo, e riparte. Nello scambio di persone, parecchie sono scese per restare, e altri sono saliti, noi siamo riusciti a spostarci un po’ più avanti, e la seconda parte del viaggio è meno gelida.
A Chetumal chiediamo informazioni, convinti che ci sia un bus che va a Corozal, e ci pare che passare la frontiera sul bus con altri viaggiatori sia meglio, ma non riusciamo a trovarlo, e alla fine accettiamo l’offerta di un tassista, che ci porta sino alla frontiera ed oltre, sino agli uffici del Belize. Tra varie soste e discussioni con i funzionari riusciamo a passare, ci dicono che due notti in Belize sono poche, insistono che il Belize richiede tre o cinque giorni di permanenza, a me sembra una baggianata. Mario risponde tranquillamente che non c’è problema: siamo turisti, fermarci qualche giorno in più non ci disturba! Con calma fornisce tutte le risposte che ritiene opportune, e alla fine arriviamo allo sportello di uscita: timbrano i passaporti, ritirano la Visa, anche se ne avevamo ancora per quasi un mese, e ci chiedono 400 pesos a testa di “tasse” cosa per cui non rilasciano nessuna ricevuta e nessuna prova che abbiamo pagato, mah… Poi siamo verso il Belize, troviamo un tassista che ci accompagna, prima a cambiare qualche soldo, 500 pesos diventano 59 dollari belizeni, che valgono la metà esatta del dollaro americano, e poi facciamo la fila per ottenere il visto d’ingresso in Belize, che ci viene dato. Accettano le mie informazioni sull’albergo, senza ulteriori verifiche e ci mettono un visto che ci permetterebbe  la permanenza in Belize per due mesi, nessuno ci dice che due giorni sono pochi. Il tassista gentilissimo ci accompagna fino all’albergo, e ci lascia un recapito se mai ci servisse per il ritorno.

Il Mirador Hotel è un bell’albergo, la vista è sul mare, sulla baia, di fronte si vede una striscia di alberi. Ci assestiamo e facciamo un giro per Corozal, anche per cercare un ristorante, visto che tra una cosa e l’altra è oramai passata l’ora di pranzo. Dopo vari giri troviamo il ristorante che ci aveva indicato la signorina della reception.
Per fortuna la città è a poche miglia dal Messico e quindi tutti parlano più o meno anche lo spagnolo, così non devo andare a rispolverare il mio inglese.
La cosa che subito ci colpisce della città sono la multiculturalità evidente e spontanea. Una quantità di supermercati e mercatini sono cinesi, per le strade vediamo mescolati a gruppi ragazzi di origne orientale con altri neri, di varie gradazioni di nero, già ci avevano parlato delle varie etnie che si sono ritrovate in Belize, dagli schiavi fuggiti alla schiavitù che qui hanno trovato accoglienza e rifugio, ai maya, agli etiopi, ai cinesi, gli inglesi. Il Belize è stato sino a non molti anni fa colonia britannica, l’indipendenza è del 21 settembre 1981,e le sue monete portano ancora impressa l’effige della regina Elisabetta, ma la sua storia di mescolanza di genti e di rifugio di fuggitivi è antica. Anticamente, dal 1500 avanti Cristo al 900 circa dell’era volgare, vi hanno abitato e prosperato i Maya. Nel 1600 dc gli inglesi cominciarono ad abitarla, e divenne una colonia britannica, chiamata prima British Honduras. Vi approdarono gli “uomini della Baya” e gli schiavi africani in fuga, i cui discendenti sono i creoli, uno dei maggiori gruppi etnici del belize, ad essi si aggiuinsero i Garifuna, una mescolanza di abitanti delle coste caribene e di schiavi africani , seguiti poi dai Maya che fuggivano dalla guerra delle caste nello Yucatan. Anche nella città di Corozal vi sono due piccoli siti maya, con quel poco che è rimasto dalle distruzioni successive, e c’è un tentativo di recuperare la loro cultura e la storia. Decidiamo di andare a vedere il sito di Santa Rita, il nome ovviamente non è quello originario, ma è stato dato dagli archeologi, il nome originario suona qualcosa vicino a chet mal. Il sito ora è costituito da un solo edificio, evidenti segni con collinette e gradoni fanno pensare che scavando e cercando potrebbero trovare altro, ma pare che siano soddisfatti così, un ampio piazzale e in fondo l’edificio. Ci dicono che questo è il posto dove sono nati i mestizi, cioè quella specie di mescolanza tra maya e europei invasori che ha dato origine praticamente alle comunità Messicane e ad alcune zone del Belize. La città era grande, ricca di commerci con le città vicine, le sue propaggini arrivavano in Guatemala ed in Messico, ora questo è quanto rimane, i conquistadores sono famosi per aver usato le pietre degli edifici che c’erano per costruire le proprie abitazioni e monumenti, distruggendo ciò che c’era prima. Ma qui dicevo ci fu il matrimonio tra una principessa maya ed uno spagnolo, che poi rimase con i Maya cercando di aiutarli a difendersi dai suoi connazionali. E dai loro discendenti ebbero origine i “mestizos”.
Ora naturalmente c’è chi vorrebbe sfruttare la cosa a scopo commerciale, rivalutando il sito di santa Rita come luogo per celebrare i matrimoni maya, o cerimonie più o meno maya per chiunque voglia uno scenario ed un ambiente particolare.

Le mie prime note la sera del nostro arrivo danno un poco la misura della impressione che fa questa strana cittadina polverosa, affollata, disordinata: il posto è squallido, un po’ un mortorio, la sera tutto chiuso, fatichiamo a trovare un caffè. Mare e lungomare praticamente deserti, tre ragazzi che giocano con un pallone nei pressi del centro culturale, e poi quasi nessuno, in fondo villette della zona più borghese e qualche mangrovia isolata su una costa un poco sassosa, nemmeno una barca in mare, due all’attracco, vuote e silenziose. A sera di fronte all’albergo, in un prato sul mare con un monumento ad una donna che sta allattando il figlio, compaiono un ragazzo ed una ragazza con grandi zaini, che poi si sistemano evidentemente per passarvi la notte. Il piedistallo della statua ed il muro verso il mare ripara un poco dal vento continuo, e li rivedremo la mattina dopo al sito di Santa Rita, in cui non entrano per non pagare i dieci dollari di ingresso. In cuor mio do loro ragione, dal fondo del piazzale vedono praticamente tutto quel poco che c’è da vedere, e se si fanno un giro largo e vanno nel campo dietro possono cogliere diverse prospettive. Noi abbiamo pagato l’ingresso, decisamente caro in proporzione all’offerta, e siamo saliti sulla piramide, siamo entrati ed usciti dalle varie stanze, ma quello è.

Il sito di Santa Rita, l'edificio di fronte

Il sito di Santa Rita, l’edificio di fronte

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Il centro, la chiesa degli avventisti del 7° giorno e poi la casa comunale e la biblioteca

Il centro, la chiesa degli avventisti del 7° giorno e poi la casa comunale e la biblioteca

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Nel pomeriggio cambiando direzione troviamo un pezzo di lungomare più vivace ed abitato, con giochi per i bambini ed un gruppo di ragazzini che entrano ed escono dall’acqua per ore
In questa zona ci sono persino dei bar, un paio di birrerie e uno che ha anche il caffè e fa da ristorante, ma noi oramai ci siamo organizzati per la cena al baracchino di una ragazza originaria dell’ Honduras che ci fa delle “quesadillas” (grandi tortillas piegate e imbottite con formaggio e verdure) molto buone ed ha disposto un tavolo e panche giusto per noi. L’economia di sussistenza evidentemente è diffusa, e la ragazza è conosciuta perché c’è la fila di persone che vengono a prendere i suoi prodotti, fatti quasi al momento, buoni ed economici. La sua storia è quella di molti sudamericani, che si spostano cercando un posto dove sopravvivere un poco meglio, e le donne sono in prima fila in questo impegno: come mi è capitato spesso di vedere i maschi della famiglia sono molto defilati, e poco impegnati. Il fratello, che abbiamo incontrato il giorno prima cercando un caffè, ci ha mandato da lei, ma compare solo molto dopo, e tutto il suo impegno si conclude in chiacchiere, e il marito che vediamo solamente il secondo giorno, rimane un momento a scambiare due parole, ci dice di essere nativo del posto, mentre lei è dell’Honduras, e poi se ne va per i fatti suoi, lei si da da fare, prepara le cose, intrattiene i clienti, manda una ragazzina, la figlia penso, a fare qualche consegna, non sta mai ferma, è allegra e gentile. Quando le diciamo che il mattino successivo ripartiamo esce dalla sua postazione e ci abbraccia con entusiasmo invitandoci a ritornare. Chissà?

Il rientro si rivela più facile dell’uscita, grazie anche al tassista che abbiamo ricontattato, che ci accompagna tra i meandri della burocrazia di confine, e ci evita le file e gli intoppi, non sono ancora le undici che siamo di nuovo in Messico, con il permesso di soggiorno, la Visa, buono per altri sei mesi.-

Informazioni su ragionandoci

scrittrice, artista, mi piace riflettere sulle cose, scrivo poesie, racconti, ci ragiono e ne scrivo... sono responsabile delle edizioni per l' associazione Stelle Cadenti
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