Dia de muertos, incontri e riflessioni

 

Si avvicina il Dia de Muertos, e già da alcuni giorni si cominciano a vedere gli altari allestiti nei negozi e cominciano le sfilate dei vari gruppi, i gremios che per zona o per gruppo si riuniscono e sfilano con bande e botti. Il tutto nella normalità della vita quotidiana, tra il traffico un poco ostacolato e la gente che passa, fa spese, si riposa al parco e guarda oramai quasi con indifferenza, finché non è il momento del suo gruppo. In questo caso le altre attività vengono trascurate, e ci si dedica a questo evento. La settimana scorsa al mercato mancava la venditrice contadina da cui di solito acquistiamo la maggior parte della frutta e verdura. Piccola, attiva, mi piace anche perché mi da la sensazione di essere parte di un gruppo: si scambiano prodotti e bilancia con la vicina, blocca le uova de patio (quelle prodotte sotto casa, nel patio appunto) da un altra che ne ha un numero limitato ma buone, cerca intorno qualche prodotto che lei personalmente non ha. Comunque, mancava, la vicina di banco mi dice “manca la sua amica oggi” Le chiedo perché, sperando che non si tratti di guai, e lei tranquillamente mi spiega che c’era “un gremio en su casa” e questo spiega tutto.

Un piccolo calo della temperatura, forse sarà questo il frente frio che ci avevano predetto, comporta che sia più facile muoverci, anche la pioggia sembra essersi finalmente allentata, e con il sole e il tepore non opprimente l’atmosfera è più serena, anche se i problemi non mancano.

Quali morti privati e quali dal sociale riusciremo ad incontrare in questo assottigliarsi del velo tra i mondi? Che cosa potremo comunicare a Santiago Maldonado, assassinato a 24 anni per il suo impegno col popolo mapuche? O all’ennesima donna uccisa dal compagno, marito, amante, che non vuole lasciarla ad altri, preferisce annientarla, una cosa sua da aggredire e colpire in ogni modo. Che cosa diremo alle ombre dei migranti morti in mare? Persone sconosciute, bimbi che non cresceranno, insieme alla quotidiana mattanza di palestinesi. Il mio altare dovrà accogliere una folla, per incontrarci un momento ancora, accoglierli almeno ora che sono morti, mentre sono stati respinti in vita. E accanto dovrà accogliere mio fratello, i miei genitori e tutti gli amori e gli affetti che ci hanno lasciato, dovrà accogliere Anissa, conosciuta nei vari incontri sulla Palestina, e Rosi, che da poco ci ha lasciato e che non ho potuto salutare prima, per la distanza e perché la malattia l’aveva da lungo tempo isolata.

Un altare affollato, di affetti e di dolori grandi e piccoli di persone e animali che hanno attraversato la mia vita e che ancora sento venire ad un incontro affettuoso e sereno. Non riesco a dire felice.

Penso al consiglio della sciamana che guidava la cerimonia del fuoco a San Cristobal l’anno scorso: chiamare i nostri morti, invitarli qui significa richiedere a loro uno sforzo, un tornare verso ciò che hanno superato e tralasciare altre cose: loro ci sono vicini, ci vengono incontro, noi dobbiamo accoglierli con gioia e ridere con loro, d’accordo piangerne l’assenza, ma anche accoglierne la venuta con gioia, e senza pressarli troppo, o trattenerli troppo a lungo. Il dia de muertos è una occasione speciale, l’incontro è meno difficile, si assottiglia il velo tra i mondi. In tutte le tradizioni queste notti sono sentite come particolari, in alcuni paesi si lascia la tovaglia apparecchiata, perché i morti possano mettersi a tavola, in altri sono i parenti morti che portano i doni ai bambini. Persino Hallowen è una deformazione consumistica di una tradizione che spinge a vestirsi in modo che le anime morte non ci riconoscano come persone vive e se ne approprino.

E allora,in queste notti, mentre può avvenire l’incontro tra i mondi, accendere una candela, indicare la strada, offrire un pensiero, un oggetto, qualcosa che ha fatto parte della vita delle persone perché esse vengano con gioia, e ritrovino i piccoli piaceri che hanno lasciato.IMG_20161029_194438

Mi piacerebbe che avessimo il coraggio di fare una cerimonia pubblica per accogliere tutti i morti che non sono riusciti ad arrivare sulle nostre coste, per accogliere i piccoli yemeniti, i siriani, i bambini di tutto il mondo morti di guerra, indifferenza, e anche tutti gli adulti, i giovani che lottano per la propria terra, dai palestinesi ai mapuche. Accoglierli ora che sono morti, presenze che accusano la nostra indifferenza, accoglierli, e farli giocare, farli sorridere, nutrirli, perché la loro morte non passi sotto un silenzio di piombo e possa germogliare l’amore per le vite dei sopravvissuti, e l’accoglienza sia incontro, amicizia, scambio.

Informazioni su ragionandoci

scrittrice, artista, mi piace riflettere sulle cose, scrivo poesie, racconti, ci ragiono e ne scrivo... sono responsabile delle edizioni per l' associazione Stelle Cadenti
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