Rivoluzione 3 – forse, ancora, chissà

Ci sono giorni in cui ogni cosa suona distorta, ti svegli con il mal di testa, le orecchie ti ronzano, e dietro i tuoi occhi continuano a scorrere le immagini degli ultimi orrori, dagli schiavi in Libia ai bambini yemeniti, alla strage-pulizia dei Rowiynda, e tu non ti puoi nemmeno sentire tanto differente, per quanto altrove ti trovi, perché persino il tuo governo democratico, ha fatto patti per mantenere in Libia i migranti che cercano di venire in Europa da quella direzione, e si arrangia con menzogne e mezze verità a cercare di velare la tragedia di cui è complice. Hai un bel dirti che dai, però c’è chi resiste, chi è consapevole, chi cerca di costruirlo davvero un mondo migliore, certe mattine non sembra che l’ottimismo della volontà voglia funzionare da stimolo per riprendere il cammino.

Bisogna comunque rimettersi in piedi, fare la doccia, portar fuori le canette, che rischiano di restare bloccate dal tuo malessere. Esco nel patio per stendere gli asciugamani e raccogliere i limoni: il rametto che ho infilato nel vaso accanto a una piantina di basilico presenta due sfacciati fiori rossi, e alcuni fiori arancione del silicote costellano il pavimento insieme alle foglie che qui continuano a cadere: è autunno, ma gli alberi sono quasi tutti verdi di foglie nuove, anche se lasciano andare quelle più vecchie. Il silicote e altri fioriLa siccità dell’estate è finita con le piogge degli ultimi due mesi, e anche il Floripondio che aveva perso molte foglie sta rigettando nuovi rami e ciuffi di foglie verdi. Qualcosa è nato, qualcosa è morto, finito il ciclo vitale, o forse solo qualche ramo che doveva cadere. Sento un battito di ali, secco e leggero, ma insistente, e una coppia di farfalle stranamente rumorose fa un giro intorno alla mia testa, decise a farsi notare, quando finalmente le osservo e le ascolto, sembrano salutare e se ne vanno ancora accoppiate per il loro cielo. Un incontro che ti risveglia, e ti riporta alla bellezza del presente, nonostante tutti gli orrori, e così riprendo a pensare alle mie riflessioni su una rivoluzione necessaria, imprescindibile, irrimandabile, eppure lenta e faticosa. Ripenso agli ultimi articoli che ho letto, Raul Zibeki tra gli altri, e al piano delle donne di Non Una di Meno. Che cosa è necessario ora per proseguire? Perché la stanchezza, il senso di impotenza e di inutilità? E con uno di quei salti che fa il pensiero andando avanti e indietro indifferente del tempo, mi vengono in mente insieme le comuni in cui molti abbiamo riconosciuto il segno di un modo nuovo di vivere, anche se ne abbiamo temuto la mancanza totale di spazi privati, e l’affermazione di Zibechi che uno dei problemi che ci troviamo ad affrontare è lo scioglimento del senso del gruppo e della condivisione, con la creazione artefatta prodotta dal consumismo e dal capitale, di individui tesi a rispondere ai propri bisogni, anche quelli indotti, e ad accettare le stragi e le tragedie, per non veder disturbata la propria quiete… Un eccesso di condivisione contrapposto ad un eccesso di individualismo egoista che rende incapaci di condividere, accogliere, amare. La paura del diverso, che interroga la nostra individualità, che ha bisogno, che pone problemi. Interi paesi si sono schierati contro i pochi migranti che avrebbero dovuto essere ospitati vicino a loro, salvo poi, nel silenzio, riconoscere di essere stati manipolati e mossi da altri… Ma è perché non siamo più capaci di condividere, di essere popolo, che rischiamo di divenire solamente massa di manovra, lamentosi arrabbiati senza progetti e senza futuro. E allora comprendo che il malessere viene anche dall’ essere in qualche modo soli e sole a cercare, pensare, criticare, sperare in un nuovo mondo possibile, e che bisogna ritessere i legami, reincontrarsi in gruppi di affini, ricostruire i cammini, arrabbiarsi e gioire, amare, discutere, appassionarsi, parlare, scambiare idee e progetti.

Il piano di non una di meno, per quanto apparentemente settoriale e centrato su un tema, la lotta alla violenza, ha il pregio di criticare punto per punto, passo passo, parecchie strutture della nostra società. È bello perché riesce a tenersi in quel precario equilibrio di dentro e fuori il sistema che in realtà mette in discussione tutto, anche quando fa proposte concrete, praticabili ora, se si volesse, con leggi, finanziamenti, sostegno ad iniziative già in atto. Perchè quello che rimane è il fatto che questo sistema produce violenza, produce esclusione, nega e censura le differenze, scarica sulle donne e le famiglie, ancora sulle donne, la necessità di cure, l’attenzione al benessere dei più deboli, minori, anziani, malati, l’organizzazione stessa del benessere , avendo quasi del tutto privatizzato i servizi, rendendoli fonte di guadagno per alcuni, invece che fonte di benessere e inclusione anche per le persone più deboli e bisognose. Il piano è bello perché è nato in molti luoghi e in molte strade, ha raccolto confronti scontri e differenze di età, di analisi, di esperienze, e quindi è un piano ricco articolato, sfaccettato.

Mi viene in mente che questo è il modo di non essere sole, in questo tempo, con questi tempi e questi mezzi. Perchè accanto alla coscienza della distanza che ci separa, l’uso accorto dei mezzi di comunicazione ci consente relazioni e collegamenti che attraversano il mondo come arcobaleni di parole che possono costruire ponti dove incontrarsi, punti a cui agganciarsi perché il tuo cammino , anche solitario, non sia isolato, ma un nodo del cammino comune.

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La Madre Terra, ha accettato l’offerta, il grano è germogliato nella grotta con il mandala . I semi sono volati dall’altra parte del mondo, da Bassano in Teverina a San Cristobal de las Casas

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Informazioni su ragionandoci

scrittrice, artista, mi piace riflettere sulle cose, scrivo poesie, racconti, ci ragiono e ne scrivo... sono responsabile delle edizioni per l' associazione Stelle Cadenti
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