Il linguaggio è come una città antica …

Il linguaggio è come una città antica …

Passeggiando nel continente Abya Yala, dal Buen vivir al nosotr@s inclusivo

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione lisangà culture in movimento

Scrive il filosofo linguista Wittgenstein che il linguaggio si potrebbe immaginare “come una città antica, un labirinto di stradine e piazzuole, di case vecchie e nuove di varie epoche, il tutto circondato da una gran quantità di settori moderni con strade rette e regolari e di case moderne”.

Non sono una linguista, tantomeno una filosofa, ma questa immagine mi piace, come mi piace addentrarmi nel mondo dei linguaggi e delle lingue indigene, per conoscere meglio innanzitutto il mondo latinoamericano.

Chi si è avvicinato alle lotte di resistenza antisistemiche e antipatriarcali ha sicuramente assimilato il nome di Abya Yala per indicare il continente sudamericano.

Ecco da dove nasce questo nome.

Il lider aymara Constantino Lima di ritorno in Bolivia dal Primo Consiglio Mondiale dei Popoli Indigeni a Port Alberni (Columbia Britannica/Canada) nell’ottobre del 1975 si ferma in Panama per conoscere da vicino il popolo kuna che nel 1925 si ribella e dichiara la sua indipendenza. Solo nel 1953 il governo di Panamá ha riconosciuto ufficialmente la «Comarca di San Blas» o «Kuna Yala» come riserva dei Kuna, impegnandosi a rispettare il loro governo tradizionale in cambio del rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica.

I Kuna abitano le Isole San Blas, sulla costa caraibica del Darién e arrivano fino al golfo di Uraba, in Colombia.

E’ dai Kuna che Constantino Lima riceve il nome Abya Yala (letteralmente: “terra in piena maturità” oppure “terra di sangue vitale”, “terra in fiore”) che si riferisce anche alla parte continentale colombiana del loro territorio, più vasta prima dell’arrivo dei conquistatori.

Anche se è falsa l’idea che i Kuna con questo nome chiamassero tutto il continente americano: essi potevano riferirsi solo alla parte continentale che abitavano.

Grazie a Constantino Lima il nuovo nome si diffonde rapidamente.

Il 2000 è una data chiave: a Teotihuacán, in Messico, si organizzò il 1º Vertice Indigeno della Abya Yala. (per saperne di più http://www.labottegadelbarbieri.org/abya-yala-storia-e-diffusione-di-un-nome/). Da allora, Abya Yala appare prepotentemente in testi, articoli, incontri, manifesti, case editrici. La coppia di parole, ai più in precedenza sconosciuta, diventa simbolo di una rinascita, una riscoperta di una propria identità, individuale ma soprattutto collettiva. Le parole acquistano un peso diverso, non solo evocano un mondo lontano ma danno un senso ad un presente di lotta, riscatto e costruzione di un futuro che si spera diverso da secoli di oppressione e distruzione.

Ma Abya Yala non è la sola novità nel linguaggio latinoamericano.

A partire dall’ondata dei governi progressisti che irrompono sulla scena geopolitica del continente Abya Yala nella prima decade del secolo attuale, acquista significato ed importanza il termine Buen Vivir: sumak kawsay —in quechua—; suma qamaña —in aymara—; kyme mogen —in mapuche—; ñande reko ó teko kavi —in guaraní—; shiir waras —in ashuar—; laman laka —in miskitu—; lekil kuxlejal —in tzeltal—; ma’alob kuxtal —in maya—. Per citare soltanto alcuni dei termini originali che indicano il vivere bene, il benessere collettivo, che include anche il rapporto con la Terra e che sostituisce il concetto di sviluppo fino ad allora utilizzato in riferimento al cosiddetto Sud del Mondo.

Il concetto del Buen Vivir viene definitivamente istituzionalizzato con le Costituzioni dell’Ecuador (2008) e Bolivia (2009), mentre in El Salvador Sánchez Cerén ne fa lo slogan della propria campagna elettorale prima, poi del suo governo, in Venezuela Hugo Chávez crea la “Cédula del Buen Vivir”, come meccanismo per comprare negli stabilimenti governativi; persino negli accordi di pace tra il governo colombiano di Manuel Santos e le FARC si menziona il Buen Vivir una trentina di volte. Sono solo alcuni esempi, per dimostrare che in ambiti anche più ufficiali, l’espressione Buen Vivir inizia a circolare come una enunciazione politicamente corretta, per esprimere quasi qualsiasi cosa. Un concetto potente, simbolicamente rivoluzionario, ma che purtroppo si perde nella crisi generale dei governi “di sinistra”, che in troppi paesi cedono il passo al ritorno delle destre più conservatrici e reazionarie. Perché? Perché se sicuramente questi governi hanno ridotto la povertà, soprattutto grazie a politiche assistenzialiste, contemporaneamente non sono stati in grado di effettuare dei cambiamenti strutturali, cancellando le secolari disuguaglianze. Anzi, si facilitarono gli investimenti stranieri, si consegnò nelle mani delle multinazionali l’economia, con i megaprogetti nel campo dell’agricoltura e dell’estrattivismo. I prodotti transgenici si sono diffusi, non così le promesse riforme agrarie. Secondo una lucida analisi di Machado e Zibechi, inoltre, si creò una nuova elite, una nuova borghesia – come quella in Venezuela legata al petrolio o quella aymara di El Alto in Bolivia; alcuni si arricchirono rubando, contribuendo al dilagare del fenomeno della corruzione: non interessa se sono stati più o meno corrotti dei governi di destra, il problema è che le aspettative nei confronti di chi è stato eletto con un’impronta popolare, avrebbe dovuto possedere ben altra etica comportamentale. E così si giunge ai meccanismi di repressione nei confronti delle voci, anzi le grida, dei movimenti sociali antisistemici, gli unici, composti da donne, indigeni e afrodiscendenti, capaci di opporsi al modello globalizzante neoliberista, una ragnatela in cui tutti si invischiano.

( vederev Machado, D e Zibechi, R. (2016). Cambiar el mundo desde arriba: los límites del progresismo. México, Bajo Tierra)

Si perde dunque la forza del Buen vivir, basato sul principio che “non si può vivere bene se gli altri vivono male”, sul recupero del rapporto con tutte le forme di vita, sulla risacralizzazione del mondo inteso nel senso più ampio, sulla critica al consumo vorace distruttore di uomo ed ambiente, su un nuovo concetto di civiltà e cultura che parta dall’esperienza comunitaria, su nuovi modelli di relazioni umane ed economiche.

Ed allora?

Ed allora, in questa città antica che è il linguaggio, assaporando il libro di Hugo Blanco, Nosotr@s los indios, scopro in modo quasi casuale – ma sarà poi veramente così? – che le popolazioni indigene di Abya Yala, hanno due modi per indicare nosotr@s, il noi italiano: c’è il noi inclusivo, che quindi “include” chi ascolta, e quello che lo esclude, a partire dalla propria identità comunitaria. Parto alla ricerca, in internet e con testi di amici antropologi e verifico che In tzotzil, jo’otic è il noi inclusivo, jo’oncutik è il noi che esclude; in quechua, ñoqauchis include, ñoqayku esclude; nella lingua aymara, jiwasanaka ci include, nanaka no. Ed ancora, nella lingua tojolabal, il termine lajanotik, letteralmente l@s iguales, si usa per definire la frontiera del nosotr@s. In lingua guaranì ñandé è inclusivo, oré esclude. E potrei cercare in altre lingue indigene, ma il concetto è chiaro: l’organizzazione delle popolazioni indigene è collettiva, profondamente solidale, completamente opposta all’individualismo egoista neoliberale ed occidentale. Il noi esclusivo esprime tutta la potenza del collettivismo alla base della propria società e cultura, rimarcandone le caratteristiche e le distanze da ciò che esiste fuori, all’intorno, magari anonimo e grigio come i sobborghi moderni di molte città, a partire da quella astratta del linguaggio.

Esiste però una possibilità: se chi è ascolta è disposto ad avvicinarsi e comprendere, per assaporare e riconoscere questo spirito di fratellanza e comunità che coinvolge tutti gli esseri della natura, smette di essere straniero ed entra a far parte di un progetto altro, condividendone gli ideali e le azioni. Ed ecco allora il senso del noi inclusivo: bellissimo!!

E noi, vogliamo essere inclus@?

Vedere anche Hugo Blanco, Noi gli indios (2015) Nova Delphi Roma e Pietro Gorza, Habitar el tiempo en San Andrés Larráinzar (2002), Otto Editore Torino

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scrittrice, artista, mi piace riflettere sulle cose, scrivo poesie, racconti, ci ragiono e ne scrivo... sono responsabile delle edizioni per l' associazione Stelle Cadenti
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