25 aprile –

25 aprile…

Finisce che si vanno a ricercare i ricordi , i racconti di famiglia su quegli anni terribili che hanno segnato la mia nascita, e la nascita della Repubblica Italiana.

Racconti che hanno il segno intimo delle storie di famiglia con il senso politico che rimane di sottofondo, con quell’ovvio maturare di giovani uomini e giovani donne dalla educazione apertamente fascista ad una resistenza più o meno segreta, più o meno agita.

La mamma ricordava con una certa ironia il fervore con cui la suora sua insegnante spiegava il significato della divisa delle ragazze: la forza stava nella gonna nera a pieghe, e la purezza nella camicia bianca. La cintura rappresentava il legame tra la forza e la purezza. E la forza dovette tirarla fuori tutta, sposata a 19 anni con quell’ingegnere siciliano a cui il padre aveva cercato di destinare un’altra moglie, si era trovata a vivere la guerra, l’essere sfollati in valle, la nascita dei figli, e prima la battaglia di Russia in cui suo fratello si era infilato con la caparbietà adolescenziale del fervore patrio, per tornare amareggiato e deluso, e pronto per andare in montagna con i partigiani e poi appunto la resistenza, e suo fratello in montagna…

Mio padre veniva da un’altra storia, era figlio di un maestro socialista che però in classe rispettava il programma e insegnava la mistica fascista. Le intemperanze di questo strano piccolo uomo rendevano la vita impossibile alla moglie, il cui negozio era spesso colpito da rappresaglie fasciste. Sia mio padre che suo fratello fecero entrambi parte delle associazioni fasciste giovanili, mio padre si levò il distintivo vedendosi tradito dal fascismo, tutto cambiava di prospettiva e si cominciavano ad avvertire le crepe delle educazione ricevuta, tanto più che la posizione altalenante del padre rendeva ancora più difficile scegliere come muoversi e come agire, a chi ribellarsi prima, al padre o al fascismo? Non ci volle molto per scegliere di ribellarsi ad entrambi e fare la propria strada tra fede e impegno verso le persone.

La guerra aveva condotto al nord anche l’altro fratello, che però continuava con le frequentazioni fasciste, sentendosi anche un poco costretto dalla sua posizione di giovane avvocato.. Non credo che fosse un fervente patriota, ma era un buon funzionario, con il vantaggio che il metro e mezzo appena sfiorato rendeva meno facile la sua chiamata alle armi. Mio padre non correva rischi, perché era sotto il metro e cinquanta, lui diceva un metro e quarantanove e mezzo, quel mezzo centimetro che gli evitò il servizio militare, cui si aggiunse il suo lavoro di ingegnere in una fabbrica di metalli non ferrosi, con tanto di dichiarazione che era necessario alla produzione bellica.

Lo zio divenne podestà a Brescia, mentre mio padre, sfollato con la famiglia in Valtrompia, si staccava definitivamente dal fascismo, e si concentrava sul lavoro e la solidarietà sociale. Mia madre poneva la sua abilità al servizio della famiglia, allevando polli e conigli, così che ai suoi bambini non mancassero uova e carne fresca, mentre nulla veniva buttato: imparò a conciare le pelli per garantirci calde pellicce di pelo di coniglio nei freddi inverni della guerra. Il lavoro era duro, due bambini da crescere e poi la terza, io, in arrivo in piena guerra partigiana. Suo fratello era tornato dal fronte russo con i piedi congelati in parte e con il cuore stretto, le sue illusioni, il suo fervore adolescenziale sconfitti dalla tragedia delle guarra, dalla scoperta del tradimento e del dolore, da quell’attraversamento a piedi per centinaia di chilometri, con il gruppo a lui affidato che andava avanti anche a calci, per non lasciarsi morire nel gelo. Le isbe della Russia, l’accoglienza delle persone semplici, l’aiuto, cibo caldo, notti al riparo avevano sciolto pregiudizi e mostrato ben altra realtà da quella di cui si era imbevuto. Presto, non appena le sue condizioni generali lo permisero, riprese la strada della montagna, quella delle gite domenicali di pochi anni prima, e si era ritrovato con un gruppo di partigiani. Sua sorella e il cognato divennero il legame con il mondo fuori, fonte di rifornimenti, cibo e vestiti, e informazioni.. La Nilde , la padrona di casa che aveva accolto gli sfollati, aveva paura delle sue visite notturne, quell’uomo alto, severo, poco confidente che veniva a chiedere sostegno per sé e i suoi era inquietante, ma nessuno lo denunciò, e nemmeno vennero negati gli aiuti. Spesso la domenica papà e mamma ripresero le camminate in montagna, si erano conosciuti grazie alla val d’Inzino, e quindi la risalivano con piacere, per portare aiuti e notizie ai partigiani che si trovavano lassù. Io dico sempre che ho partecipato alla lotta partigiana, per quelle camminate in montagna, mentre ero al sicuro nella pancia di mia madre, che afforntò il rischio finché le sue condizioni evidenti con la gravidanza avanzata sconsigliarono che lei proseguisse. Mio padre continuò da solo, correndo qualche rischio in più di incappare in qualche pattuglia tedesca. A volte sfiorando la sorte per pochi minuti.

Intanto suo fratello aveva trovato il suo modo di collocarsi, apparentemente fedele al partito, ma data la sua posizione spesso veniva informato in anticipo di qualche retata, o di qualcuno che veniva ricercato o era stato individuato. In quei casi la sua fede religiosa era molto utile, si andava a confessare da un certo frate, che sapeva come far arrivare le segnalazioni a chi poteva proteggersi o fuggire in tempo… Ognuno vivendo la sua vita normale, costruivano insieme quella coscienza della solidarietà, del sostegno che andava dato a chi era in pericolo, a chi aveva bisogno, aspettavano insieme ognuno a suo modo di incontrare il mondo nuovo che doveva nascere da quei giorni duri, da quelle fatiche, da quella consapevolezza nuova di essere sì parte di un paese, che però andava ricostruito nel suo tessuto sociale, nei suoi ideali, nelle sue speranze…

Credo che quel che siamo oggi abbia profondamente a che fare con tante storie di vita normale che segnarono le coscienze e permisero una costruzione di una nuova speranza, di un diverso modo di vivere, della capacità di coniugare la risposta alle necessità della vita con lo slancio ideale per nuovi cammini possibili. Non credo che la ricostruzione, gli anni duri del dopoguerra fossero soltanto un fatto di lavoro e impegno pratico, credo che fosse anche la scoperta di differenze e vicinanze, di fede e di senso di identità, che riusciva ad andare oltre le diverse asppartenenze politiche che si andavano delineando in una continuità , per alcuni versi una frattura, per riuscire a tenere insieme di pezzi che si erano differenziati e sedimentati con la fine della guerra.

A volte ci dimentichiamo la nostra storia, le nostre storie, però credo che queste ci hanno portato all’oggi, e penso che dovremmo riprendere i fili di allora, per non addormentarci su un presente triste e che ci viene descritto come ineluttabile. Pensate come doveva sembrare difficile il futuro a quei giovani che dovevano lottare per il necessario, ma che riuscivano a farlo tenendo salda la consapevolezza di essere parte di un mondo più grande, che poteva ricostruirsi solamente con la solidarietà e l’aiuto reciproco.

Ora cercano di raccontarci che la via è una sola, e non ci sono alternative, ma quei giovani che respinsero, innanzi tutto in cuor loro, la violenza e il fascismo stanno ancora lì a dimostrare che non ostante errori, mediazioni, fiducia mal riposta, è stato possibile costruire qualcosa di differente, e quindi sta a noi decidere che vite vogliamo vivere, che scala di valori vogliamo riconoscere come importante, per riuscire ad onorare la resistenza dei nostri padri e viverla ogni giorno anche ora.

L’unica foto che son riuscita a recuperare della Val d’Inzino

Informazioni su ragionandoci

scrittrice, artista, mi piace riflettere sulle cose, scrivo poesie, racconti, ci ragiono e ne scrivo... sono responsabile delle edizioni per l' associazione Stelle Cadenti
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