Taxi collettivo e politica

Mentre in Italia imperversa il dopo elezioni, qui in Messico la campagna elettorale è al suo culmine.

Succede così che persino un percorso in taxi, un collettivo, da Tulum a Valladolid, divenga l’occasione per ascoltare un lungpo dibattito. Il tassista è iscritto al sindacato e in qualche modo attivista. Volendo partire a pieno carico, quattro persone più il conducente, decide di accogliere un passeggero che si ferma prima, contratta un prezzo ragionevole per questo, e quindi si parte.

La strada scorre abbastanza diritta, il distributore appena fuori Tulum è una tappa fissa. Mentre entra la benzina, il volo di una zanzara mi convince che è meglio mettersi il repellente, e lo passo anche a Mario, che è seduto dietro. Io spesso sfrutto il fatto dell’età, e dell’essere donna per farmi lasciare il posto davanti, che mi permette di seguire meglio la strada ed è più comodo per la mia schiena. In realtà non c’è rischio di malesseri, perchè la strada è praticamente diritta, al massimo un paio di svolte, quando si cambia di direzione, a Cobà, e poi a Chemas per entrare nella statale che viene da Cancun, e ogni attraversamento di villaggio è segnato dalla presenza di topes, specie di cunette spesso molto alte, prima e dopo l’attraversamento pedonale, per cui le macchine rallentano moltissimo, se non vogliono essere danneggiate.

Questo autista mi sembra un po’ sportivo, spiega che spera di portarsi avanti il più possibile prima del temporale che il cielo segnato da nuvole nere sta preannunciando. Racconta che ha sperimentato queste piogge torrenziali, che riducono la visibilità quasi a zero, e rendono necessario procedere a passo d’uomo.

Dopo questo avviso, parte a ruota libera facendo una specie di analisi della situazione con lamenti e critiche su tutto: le difficoltà, le spese che aumentano, dieci e più anni per ottenere la propria licenza, le regole che divengono più restrittive per la circolazione dei taxi e che potrebbero creargli problemi, ma lui è pronto a combattere per il proprio diritto a lavorare, d’altronde ci sono altri che hanno macchine molto più vecchie e scassate della sua che guidano tranquillamente e trasportano persone, certo non fanno viaggi di un centinaio di chilometri tre o quattro volte al giorno! E poi il comportamento della polizia, e la gente ignorante che non capisce i problemi, “io glielo dico, criticate i maestri che manifestano, ma che ne sapete voi della riforma della scuola, o del progetto per il commercio? Loro hanno letto e compreso i rischi, protestano anche per noi, per voi che non capite e subite quel che viene!”

È evidente che partecipa attivamente all’attività del sindacato, e accanto alle critiche ha anche un atteggiamento costruttivo sperando nel cambiamento che AMLO sembra promettere. “Sapete che vuol dire PRI? Partito rivolizionario istituzionale! E che vuol dire?, la rivoluzione è contro le istituzioni!” Accenna anche alla situazione dei popoli indigeni, e del Chapas, e a questo punto l’ultimo passeggero arrivato interloquisce e spiega un po’ di cose sulla presenza della guardia zapatista in alcune zone, dove per entrare nel loro territorio vieni fermato e ti è chiesta una piccola tassa, dieci pesos, dicono, io direi che è una cifra simbolica, giusto per far presente che stai entrando in un territorio con altre regole. Il ragazzo spiega che lì non c’è intervento dello stato, loro si occupano di tutto, dalla cura delle strade, alla salute e alla scuola, e la loro presenza è rassicurante: loro si preoccupano che non ti succeda niente, la zona è presidiata, per il bene di tutti.

Descrive poi la vita degli artigiani in Chapas, che lavorano la pelle in modo da renderla eccezionalmente morbida e maneggevole, e creano molti oggetti con essa, ma poi, dice, svendono il loro lavoro, lo regalano praticamente, perchè se vai sulla quantità sembra che il commerciante che te li compra ti dia molti soldi, “ma sono pochissimi per pezzi tutti lavorati a mano con cura artigianale, non gli danno quasi niente! “

Ogni tanto mi capita di incontrare gruppi di ragazze o di giovani che venendo dal Chiapas vendono al parco i loro prodotti, vestiti, camicette ricamate, scialli, e persino coperte. Ho comprato qualcosa da loro, e parlando con una ragazza ricordavo di aver visto cose simili un poco più economiche a San Cristobal.. e lei mi aveva risposto che se volevo pagarle a quel prezzo, dovevo andare io là.. Per venire sin qui hanno le spese di viaggio, e l’albergo per i giorni che si fermano, e sopravvivere fuori casa… e hanno ragione! In effetti sono comunque prezzi molto economici per oggetti graziosi, fatti con cura, e preferisco certo comprarli da loro piuttosto che dai negozianti per turisti che oramai stanno fiorendo anche qui a Valladolid.

Il viaggio continua, e continuano le riflessioni e le informazioni su quel che succede ora in Messico, sul petrolio venduto agli USA, sul muro, sulla repressione, sulla corruzione di poliziotti e pubblici ufficiali, a ruota libera. Intanto comincia a piovere, e l’attenzione dell’autista è sulla strada e la visibilità, il temporale e l’ora dell’imbrunire col buio che avanza velocemente fanno pensare di essere oramai a notte fonda.

Quando scende il nostro amico del Chapas, dopo Chemas, la pioggia si è oramai ridotta ad una pioggerellina più facilmente controllabile, che ci accompagnerà con alterni momenti sino all’arrivo. L’ultima sorpresa del tassiststa sindacalista è l’aumento del prezzo della corsa, che spiega, è dovuto al rincaro della benzina, la prendiamo per buona, ma credo che il prossimo viaggio a Tulum lo organizzeremo per poter anche tornare con i mezzi pubblici.IMG_20180307_103829

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25 aprile- Nessuno innocente

25 aprile, nessuno innocente

Guardo da lontano, in questo angolo di Messico, le manifestazioni per il 25 aprile, ho seguito le polemiche precedenti, e non mi sorprende, anche se mi dispiace, che a Milano sfilino con il Pd le bandiere di Israele. Solita sceneggiata, soliti battibecchi con la polizia a proteggere i sionisti. La diretta della manifestazione scorre tra slogan e bandiere, con un cordone di polizia a proteggere gli indesiderati dalla presunta violenza degli altri. A un certo punto un signore anziano, non vecchissimo no, non ha fatto il partigiano, non è stato in montagna, ma sfila con tutta la sua convinzione con la camicia rossa e il fazzoletto al collo: un compagno pensi, uno dei pochi che ancora ci sono.. e poi quello, che sta nel suo gruppo del pd, disciplina di partito, anche quando si sta sgretolando, eccolo gridare verso i palestinesi che sfilano in altro gruppo, con altri compagni: “farete la fine dei topi, morirete tutti, fanno bene ad ammazzarvi, devono uccidervi tutti!”

Una frase del genere in bocca ad un “compagno” mi apre una ferita: come si può condividere speranze e amore per la libertà insieme a questa ossessione per la repressione e la pulizia etnica del diverso? Che cosa sa questo signore della Palestina e della sua storia che lo autorizza ad augurarle la distruzione e la morte? Che cosa sa questo signore della vita e della morte’ perchè può con tanta superficiale veemenza augurarla ad altri? Prima ancora della vicenda palestinese, gravissima, vi è uno sbaglio nella umanità, come possiamo sentirci umani mentre auguriamo morte e distruzione ad un popolo? Come si può sfilare per la libertà e insieme usare simili parole verso un altro popolo che lotta per la propria libertà?

È vero che la propaganda israeliana, amplificata e sostenuta da “sinistra per Israele” e altri gruppi simili, è riuscita a fare breccia in molte coscienze, e personaggi che dovrebbero essere informati non si peritano di ripetere le peggiori menzogne e di passarle come verità, ma c’è stato un tempo in cui la coscienza critica dei compagni era vigile, e la solidarietà ai popoli in lotta era una costante. Ora no, possiamo usare le parole più violente, avvallare uccisioni e occupazione perchè a priori Israele ha ragione, e chi disturba la nostra ottusa quiete pretendendo di esistere deve semplicemente morire. Questa volta erano i palestinesi, altre volte sono i migranti che possono pure crepare, purchè non vengano a disturbare.

Io mi chiedo guardando da lontano quali errori sono stati fatti, quale argine abbiamo lasciato crollare, pretendendo che fosse oramai inutile, per ritrovarci a questo punto.

Quante volte abbiamo fatto silenzio? Quante parole non sono state dette, per quieto vivere, per non discutere sempre, per la nostra voglia di comodità e tranquillità, e quante sono state dette distrattamente, senza pesare il significato di quel che dicevamo, o lasciavamo dire, per permetterci di sfogare la nostra piccola rabbia, per ritrarci dalla fatica del confronto collettivo e coltivare il nostro orticello personale?

Ecco questo è il risultato, questo è l’abisso in cui si trova l’ Italia, mi sento quasi disperata, senza nessuna voglia di tornare a condividere questa voragine. Però no, non posso tacere e lasciare che tutto crolli, l’ Italia è davvero nei guai, come metà del mondo, ma siamo tante e tanti che abbiamo capito e non siamo disposte e disposti a lasciare che le cose seguano la loro china, è difficile, ci aggrappiamo a parole come antifascismo, ma dobbiamo riempirle di significato, dobbiamo recuperare solidarietà e condivisione. Dobbiamo recuperare empatia verso l’altra, l’altro, non solo quando una tragedia le travolge, ma nel quotidiano, nella vita di ogni giorno, sorvegliando persino il nostro sentire per evitare di precipitare in qualche trappola nascosta.

resistenza

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PER LA SALVEZZA DEL MACHI CELESTINO

Al governo del Cile,

Siamo artisti italiani che da sempre seguono con interesse e solidarietà le vicende del Cile, avendo sviluppato relazioni e amicizie dai tempi in cui gli esuli cileni cominciarono a venire in Italia. Seguiamo anche la situazione attuale e abbiamo avuto modo di conoscere e approfondire alcuni aspetti della vita del popolo Mapuche, in particolare l’importanza della o del Machi nella vita stessa del gruppo. Oggi siamo profondamente preoccupati per la vicenda del Machi Celestino, non entreremo ora in discussioni sulla sua condanna o altro, ma si tratta della sua stessa vita, messa a rischio da 102 giorni di sciopero della fame. La richiesta del Machi Celestino Cordova non è impossibile da ricevere: egli chiede solamente che gli venga dato un permesso di 48 ore, per recarsi al suo rewe, spazio sacro, e farvi le cerimonie di risanamento e di recupero della stabilità necessarie a lui e al suo popolo.

Ogni paese prevede possibilità di dare permessi ai detenuti, e in particolare se si tratta di richieste basate sulla propria spiritualità e tradizione.

Ci sconcerta, e ci indigna il fatto che non si sia ancora provveduto a rispondere a questa semplice richiesta, e questo ci fa temere che le leggi in vigore in Cile non abbiano ancora dismesso l’impronta lasciata da Pinochet nella vostra giurisprudenza.

Possiamo chiedere un gesto di pace, di comprensione, un passo verso la costruzione di un incontro con le popolazioni native? Non vorremmo assistere alla tragedia che si preannuncia inevitabile se non viene presa una immediata decisione di apertura e non si permette questa funzione subito.

CHIDIEAMO AL GOVERNO DEL CILE DI ASSUMERSI LA RESPONSABILITÀ DI UN PASSO DI COMPRENSIONE ED APERTURA, CHIEDIAMO CHE IL MACHI CELESTINO POSSA RAGGIUNGERE SUBITO. ORA IL SUO REWE, e che possa tornare dopo 48 ore presso l’ospedale interculturale per ricevere le cure necessarie ad un pieno recupero della sua salute.

Certi della volontà di pace di questo governo, attendiamo con ansia una risposta positiva urgentissima.

In fede

Mario Palmieri, artista, presedente dell’associazione Stelle Cadenti, Artisti per la pace,

e Nicoletta Crocella, responsabile editoria per l’associazioneMachi Celestino

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Non parto per nessuna guerra!

Ho atteso un po’ per postare questo messaggio a Tumblr, pensavo che dopo che si era sgonfiata  la storia delle responsabilità russe nella morte di due spie in Inghilterra, che ha dovuto ritirare le sue accuse, fosse quasi superfluo prendere posizione, ma la campagna contro la Russia continua ed ho visto post di insospettabili che assimilano Putin addirittura ad Hitler. Vorrei proprio che usassimo un po’ più di discernimento nel berci le notizie, di recente è uscito un elenco di fake che hanno circolato su Iran e Russia, e magari anche io ho firmato con Amnesty su notizie inventate o fuorvianti. Ma proprio per questo cerco di prestare la massima attenzione a quello che condivido e che diffondo, perchè sappiamo che la prima forma di guerra è quella delle notizie. Su una balla ripetuta in ogni dove, quella delle armi di distruzione di massa, dei gas, eccetera, è stato invaso l’Iraq e distrutto come paese, e questo è solo uno degli esempi. Per quanto riguarda la Russia, quello che io oggi posso rimproverare a Putin è di aver abbandonato i curdi di Afrin alla Turchia, non certo il suo sostegno alla Siria e il fatto che abbia impedito che diventasse un altro Iraq e che si spianasse la strada alla aggressione dell’ Iran. Ora viene nuovamente accusato di esserzi infiltrato nei computer della intelligence addirittura da Angela Merkel, e questa è una nuova mossa della guerra… e non intendo partire per questa guerra, e per nessun’altra.

Lettera a Tumblr:

Ho iniziato quasi per caso a tenere un blog sulla vostra piattaforma, poi ho pensato che poteva essere utile ribloggare imiei post dell mio blog storico www.ragionandoci.wordpress.com, e ultimamente ho anche avviato un blog in cui raccogliere tutto l’archivio sparso delle edizioni Stelle Cadenti. Mi pareva una buona cosa.

Il 24 marzo ho ricevuto questa mail:

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che dire, sono rimasta molto perplessa, per la notizia e il tono con cui viene data! E non posso rispondere direttamente alla mail, quindi lo faccio da qui:

Allora, caro Tumblr, a me questa cosa suona molto come censura, non comprendo il motivo, se non acquiscenza con la campagna di demonizzazione della Russia, per cui abbiate eliminato ben 84 accounts perchè sarebbero collegati ad una agenzia che sarebbe collegata alla intelligence russa. Scusate la domanda: ma voi siete per caso collegati alla agenzia di intelligence USA? Avete avuto la compiacenza di segnalarmi che ho rebloggato una cosa da uno di questi siti, e che siete così gentili da rispettare le mie idee non cancellando il mio post… Mi comunicate anche che io non sono in difficoltà per questa mia condivisione, bontà vostra. Ecco forse dovrei dirvi che siete voi in difficoltà con me, non io con voi. Ho sospeso per ora tutti i post sui miei blog presso di voi, e sto valutando seriamente di ritirare i miei dati dalla vostra piattaforma, non mi piace essere complice della censura e disinformazione organizzata con cui tutte le convinzioni delle persone vengono orientate, e quindi penso di trasferire altrove la mia attività. Diffondere e condividere testi, notizie e libri è il motivo per cui scrivo e tengo i miei blog, ma se devo essere ostaggio di obiettivi che non condivido, no grazie, me ne vado! Non mi faccio arruolare per nessuna guerra. Mi auguro di essermi sbagliata, e che possiate fornirmi elementi per smentire questa mia convinzione, ma temo proprio di non potermi fidare della vostra correttezza e trasparenza!

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TORNIAMO AD ESSERE UMANI

Continuo a condividere notizie sempre più difficili da maneggiare senza rabbia e ira, e trovo che il numero di compagne e compagni che si indigna con me è sempre ristretto a quella cerchia di persone che siamo sempre state impegnate sulla Palestina. Sì un comunicato qui o là e poi silenzio tombale.
Comincio a pensare che dobbiamo rifare tutto il percorso che abbiamo fatto per lasciarci ridurre così, dobbiamo tornare indietro, parafrasando Vittoio Arrigoni, dobbiamo tornare a essere umani: abbiamo permesso che quello che succede in Palestina, la violenza della occupazione diventasse così normale che intanto il tutto è arrivato nelle nostre strade.
Se guardo i fatti di Genova, la TAV e la repressione dei dissenzienti, la dissoluzione di ogni diritto, sia sul lavoro che per la vita sociale(siamo al decoro urbano, non alla condivisione!), l’indifferenza istituzionale sui 150 e passa morti sul lavoro nei primi tre mesi di quest’anno mi sembra di riconoscere lo stesso andamento della “sicurezza” e dell'”ordine ” che viene applicato in Palestina, molto più evidente e puntuale se consideriamo il trattamento dei migranti.
Mentre Israele fa affari sulla solidarietà a Gaza allo stremo e uccide a casaccio, giusto per ribadire che può fare tutto, i nostri compagni e compagne si preoccupano di come sarà il governo, e delle tante battaglie anche degnissime che si tengono sul territorio italiano.
Intanto gli ulivi millenari sono tagliati qui come in Palestina, il parere e la vita delle persone vale meno del diritto del padrone di gestire il lavoro nel modo più produttivo ed economico possibile, trlasciando sistemi di sicurezza e diritto delle persone a una vita degna. Puoi essere licenziata perchè “rubi” dalla spazzatura un giocattolo rotto, o perchè il tuo bambino malato impone dei tempi che non sono quelli dell’azienda, in pratica, a una vita, una famiglia non hai diritto, prima il lavoro. E ti danno sei in condotta se critichi l’alternanza scuola lavoro: zitto e obbedisci! Intanto in America Latina, in vari modi i popoli nativi, quelli che da sempre sono stati lì, e che la colonizzazione ha stremato e decimato, ancora oggi sono maltrattati, misconosciuti, lasciati ai margini, con una richiesta di integrarsi agli standard occidentali, ignorando abiti e tradizioni, e sopprattutto i diritti sulla propria terra, esproprioata da miniere e latifondi, e la comparsa di soldati israeliani in Cile e Argentina diventa minaccioso seme di altri espropri ed occupazioni…
Cito a memoria le prime cose che mi vengono in mente e che vedo collegate: sono convinta che se non si allarga una scia di condivisione delle lotte palestinesi, se non si costringe con la forza del BDS e delle nostre proteste pressanti e universali, a cambiare di segno e riconoscere i diritti delle persone e dei popoli, ciò che avviene in Palestina giustifica e comprende ogni altra repressione e delitto. Basta ricordare come Israele si è allargato sulla Siria, affiancandosi ai terroristi per combattere il governo legittimo, o come si tenta di demonizzare l’Iran, e ora anche la Russia, per avere mano libera su tutto il medio oriente. Non a caso proprio in questi giorni, con la mattanza dei dimostranti per il ritorno alla terra in corso, l’Arabia Saudita si è dichiarata a favore di Israele: se ancora non avete capito che il problema non è l’Islam, ma Israele e la sua ansia di potere e dominio, se avete ancora problemi a condannare lo stato di Israele riferendovi all’olocausto, forse dovreste rendervi conto che molti sopravvissuti all’olocausto dissentono e si sentono offesi e indignati dal comportamento di Israele!
TORNIAMO A ESSERE UMANI: FACCIAMO SCELTE DI VITA, SCEGLIAMO LE PERSONE, IL DIRITTO ALLA VITA, ALLA TERRA E ALLA LIBERTÀ PERSONALE, TORNIAMO A SOSTENERE IL DIRITTO DEI PALESTINESI, PERCHÈ DA ESSO DIPENDE ANCHE IL DIRITTO E LA LIBERTÀ DI TUTTE E TUTTI NOI.
Da boicottare
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adesione all’appello alle autorità cilene perchè il Machi Celestino Cordova torni al suo rewe per 48 ore

http://ecomapuche.com/index.php/2018/03/31/alle-autorita-cilene-machi-celestino-cordova-al-suo-rewe-per-48-ore/

La persecuzione e il disconoscimento dei diritti dei popoli originari ha raggiunto in Cile livelli davvero impensabili. Il popolo mapuche vive una condizione continua di devastazione ed espropriazione delle proprie terre e il disconoscimento di alcun valore per le proprie tradizioni e convinzioni. Le donne e gli uomini più saggi, le Machi ed i Machi, sono presi particolarmente di mira in quanto custodi della tradizione  autorità morali del proprio popolo. Il Machi Celestino, condannato con un processo molto equivoco, chiede da tempo il permesso, previsto dalle leggi carcerarie per le autorità spirituali, di tornare per 48 ore al suo rewe, ma nemmeno lo sciopero della fame, oramai protratto e che sta affettando gravemente la sua salute hanno smosso le autorità carcerarie, dato che si tende a non riconoscere valore alle manifestazioni della spiritualità mapuche.

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Alle autorità cilene: MACHI CELESTINO CORDOVA AL SUO REWE* PER 48 ORE

Noi, sottoscritte associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani,

in particolare quelli del popolo-nazione mapuche e di tutti i popoli indigeni del mondo,

esprimiamo profonda preoccupazione per le condizioni di salute del

machi Celestino Cerafín Córdova Tránsito

(31 anni, membro della Comunità “Chicahual Córdova” di Yeupeko, comune di Padre Las Casas, IX regione dell’Araucanía, Repubblica del Cile), detenuto presso il Centro de Cumplimiento Penitenciario (Penitenziario, lett. “centro di scontamento delle pene”, CCP) di Temuco dal gennaio 2013. Il machi (autorità spirituale tradizionale mapuche) fu condannato a 18 anni di reclusione per “incendio con esito letale” (Codice penale della Repubblica cilena, art.474.1), perpetrato il 4 gennaio 2013 nel comune di Vilcún, che spense la vita di Werner Luchsinger Lemp e Vivian Mackay González (Tribunale di giudizio orale penale di Temuco, causa ordinaria, RIT 220-2013, RUC 1300014341-8, sentenza del 28 febbraio 2014, rettificata con risoluzione del 3 marzo dello stesso anno).

Dal 13 gennaio di quest’anno 2018, il machi Celestino sta portando avanti uno sciopero della fame con l’obiettivo di ottenere un permesso d’uscita dal carcere per 48 ore per poter tornare al proprio rewe* (area verde incontaminata utilizzata come spazio spirituale e cerimoniale, simbolo insieme territoriale e sacro) allo scopo di rinnovare, secondo la cosmologia (cosmovisión) mapuche, le proprie energie spirituali e psicofisiche, tramite il contatto e il rinnovato legame con la Ñuke Mapu (Madre Terra).

Si tratta di rispettare concretamente:

  • il diritto alla libera professione della propria religione, in conformità alla Dichiarazione universale dei diritti umani (art.18) e, più specificamente, alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (art.12.1); diritto garantito anche ai/alle detenuti/-e dalle Regole minime per il trattamento delle persone detenute delle Nazioni Unite (artt. 6.2 e 42*) e dai Principî e Buone Prassi per la protezione delle persone private della libertà nelle Americhe della CIDH (principio XV “Libertà di coscienza e religione”); e

  • il diritto al più alto livello possibile di salute fisica e mentale, in conformità al Patto internazionale per i diritti economici, sociali e culturali (art.12.1) e, con più specifico riferimento al diritto di ricorrere alla propria medicina tradizionale, alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (art.24).

In questa sede non esamineremo, di tale sentenza di condanna, la fondatezza, né l’equità e l’imparzialità, e neppure la proporzionalità rispetto al reato contestato al machi. Senza dilungarci sul processo, che riteniamo basato su standard probatorî degni dell’Inquisizione spagnola, sottolineiamo la natura insidiosa delle considerazioni espresse dalla Corte suprema di Santiago nel paragrafo ventiseiesimo della sentenza di respingimento (12 maggio 2014) del ricorso per cause di nullità presentato contro la sentenza di primo grado.

Nel caso presente, la Corte suprema pare sì aver letto il rapporto antropologico allegato al ricorso, ma senza comprenderlo autenticamente. La detenzione è di per sé sofferenza, ma (come le scienze antropologiche e sociologiche hanno ormai indiscutibilmente comprovato) alle persone indigene causa danni psicologici e fisici più gravi che alle persone avvezze allo stile di vita “occidentale”; e un/una machi, in virtù della sensibilità particolare ereditata dai/dalle antenati/-e e amplificata attraverso una vita di rigorosa disciplina, risente di tali condizioni con gravità incomparabile. I danni non si limitano al/alla machi detenuto/-a, bensì investono la sua comunità, con l’interruzione d’una serie di funzioni spirituali e sociali fondamentali (fra cui la guarigione) – come se un’intera comunità cadesse inferma o mutilata.

Ricordiamo che la norma dettata dall’articolo 10, comma primo, della Convenzione 169 dell’OIL (alla quale la stessa sentenza fa inevitabile riferimento) non costituisce trattamento di speciale favore rivolto a persone appartenenti ai popoli indigeni, quasi fosse un privilegio destinato ad esseri de sublime bontà, superiori all’“uomo medio” citato nella sentenza; trattasi invece di una delle “azioni positive” finalizzate a porre riparo alle molteplici forme di discriminazione che colpiscono i popoli indigeni, a livello sia individuale che collettivo. Le considerazioni espresse dalla Corte suprema, simulando un rispetto puramente formale, sono in contrasto con le stesse fondamenta concettuali della Convenzione 169.

Esortiamo pertanto la Gendarmería e tutte le competenti autorità dello Stato a

concedere immediatamente al machi Celestino Cerafin Córdova Tránsito,

così come a tutti/-e i/le machi detenuti/-e,

ora e in tutte le occasioni di necessità,

la richiesta uscita dal carcere per 48 ore

per poter tornare al proprio rewe e recuperarvi la salute psicofisica.

Ringraziando dell’attenzione e confidando in un risultato positivo, porgiamo

Distinti saluti,

Prime adesioni:

EcoMapuche, Associazione italiana d’amicizia col popolo mapuche – Italia

Comisión europea para los derechos humanos y los Pueblos ancestrales (Commissione europea per i diritti umani e i popoli ancestrali, CEDHPA) “Harald Edelstam” – Göteborg, Svezia

Colectivo Trawun Barcelona (Collettivo “Assemblea” [in lingua mapudungun] B.) – Barcellona, Spagna

Trawunche Madrid (“Assemblea” [in lingua mapudungun] M.) – Madrid, Spagna

COMABE Comité de Solidaridad con el Pueblo Mapuche (Comitato di solidarietà col popolo mapuche) – Belgio

Coordinación de Apoyo al Pueblo Mapuche (Coordinamento di sostegno al popolo mapuche) – Madrid, Spagna

Colectivo NGChile – Ginevra, Svizzera

Red Mapuche Suiza (Rete Mapuche Svizzera) – Svizzera

Comisión de Apoyo a los Pueblos Originarios de Chile (Commissione di sostegno ai popoli originarî del Cile) – Ginevra, Svizzera

Defensoría Internacional por el Derecho de los Pueblos (Difesa giuridica internazionale per il diritto dei popoli) – Ginevra, Svizzera

ALMA REBELDE, Associazione di Solidarietà fra i Popoli – Italia

Elena Urrutia, Attivista Internazionale per i Diritti dei Popoli Indigeni, Germania

Per aderire scrivete a ecomapuche@gmail.com

*

* L’art.42 fa riferimento unicamente a «servizî [funzioni religiose] organizzati all’interno dello stabilimento [penale]» e al possesso di «libri di preghiera e di educazione religiosa», cioè soprattutto alle religioni monoteistiche tradizionali: tuttavia, un’interpretazione estensiva è evidentemente consentita, poiché la questione essenziale è garantire la libera professione di tutte le religioni senza discriminazione.

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Buona Pasqua di sangue

Vi fate gli auguri, aprite l’uovo di Pasqua,

sorridete, fate festa, e su tutto si allarga

il lago di sangue dei palestinesi uccisi a Gaza e in Cisgiordania

La marcia del ritorno, la giornata della terra

mani alzate e volti sorridenti, e i cecchini appostati

Celebrare la vita, la terra, il diritto a esserci

mentre ogni movimento è seguito

per individuare l’obiettivo

Aprite il vostro uovo felici,

svelate l’oggetto sotto le carte colorate

e improvviso un drone semina gas

Sangue innocente a bagnare la terra

Sangue innocente a nutrire l’amore

mentre la morte feroce

attraversa i campi del ritorno

Un assedio infame e assassino

circonda la voglia di vita

ogni movimento è una provocazione

la bandiera che sventola contro il muro

le mani alzate, i corpi schierati

una bimba felice che corre verso

la forza della vita,

la spernza che ci sarà un domani

La terra assorbe il sangue dei suoi figli

si nutre di esso e dona

nuova forza, nuova decisione

Sino a che il mondo non vorrà vedere

lo scempio di vite innocenti

le ferite, la prigione e insieme

stringendo mille mani

avanzeremo tutte e tutti

verso i fratelli rinchiusi

Cadranno infine le barriere ,

degli articoli menzogneri faremo carta straccia,

per un fuoco purificatore, a cancellare la vergonga.

Buona Pasqua di Resurrezione, buon cammino

che il sangue lavi via il velo della indifferenza acquiescente

e vediate infine lo strazio che potete fermare

chiamando da ogni dove il diritto e l’amore

 

artista palestinese ucciso

Mohamed Abu Omar, aveva scolpito0 nella sabbia della spiaggia di Gaza le parole “sto ritornando” è uno dei palestinesi uccisi da Israele

 

 

 

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