Il linguaggio è come una città antica …

Il linguaggio è come una città antica …

Passeggiando nel continente Abya Yala, dal Buen vivir al nosotr@s inclusivo

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione lisangà culture in movimento

Scrive il filosofo linguista Wittgenstein che il linguaggio si potrebbe immaginare “come una città antica, un labirinto di stradine e piazzuole, di case vecchie e nuove di varie epoche, il tutto circondato da una gran quantità di settori moderni con strade rette e regolari e di case moderne”.

Non sono una linguista, tantomeno una filosofa, ma questa immagine mi piace, come mi piace addentrarmi nel mondo dei linguaggi e delle lingue indigene, per conoscere meglio innanzitutto il mondo latinoamericano.

Chi si è avvicinato alle lotte di resistenza antisistemiche e antipatriarcali ha sicuramente assimilato il nome di Abya Yala per indicare il continente sudamericano.

Ecco da dove nasce questo nome.

Il lider aymara Constantino Lima di ritorno in Bolivia dal Primo Consiglio Mondiale dei Popoli Indigeni a Port Alberni (Columbia Britannica/Canada) nell’ottobre del 1975 si ferma in Panama per conoscere da vicino il popolo kuna che nel 1925 si ribella e dichiara la sua indipendenza. Solo nel 1953 il governo di Panamá ha riconosciuto ufficialmente la «Comarca di San Blas» o «Kuna Yala» come riserva dei Kuna, impegnandosi a rispettare il loro governo tradizionale in cambio del rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica.

I Kuna abitano le Isole San Blas, sulla costa caraibica del Darién e arrivano fino al golfo di Uraba, in Colombia.

E’ dai Kuna che Constantino Lima riceve il nome Abya Yala (letteralmente: “terra in piena maturità” oppure “terra di sangue vitale”, “terra in fiore”) che si riferisce anche alla parte continentale colombiana del loro territorio, più vasta prima dell’arrivo dei conquistatori.

Anche se è falsa l’idea che i Kuna con questo nome chiamassero tutto il continente americano: essi potevano riferirsi solo alla parte continentale che abitavano.

Grazie a Constantino Lima il nuovo nome si diffonde rapidamente.

Il 2000 è una data chiave: a Teotihuacán, in Messico, si organizzò il 1º Vertice Indigeno della Abya Yala. (per saperne di più http://www.labottegadelbarbieri.org/abya-yala-storia-e-diffusione-di-un-nome/). Da allora, Abya Yala appare prepotentemente in testi, articoli, incontri, manifesti, case editrici. La coppia di parole, ai più in precedenza sconosciuta, diventa simbolo di una rinascita, una riscoperta di una propria identità, individuale ma soprattutto collettiva. Le parole acquistano un peso diverso, non solo evocano un mondo lontano ma danno un senso ad un presente di lotta, riscatto e costruzione di un futuro che si spera diverso da secoli di oppressione e distruzione.

Ma Abya Yala non è la sola novità nel linguaggio latinoamericano.

A partire dall’ondata dei governi progressisti che irrompono sulla scena geopolitica del continente Abya Yala nella prima decade del secolo attuale, acquista significato ed importanza il termine Buen Vivir: sumak kawsay —in quechua—; suma qamaña —in aymara—; kyme mogen —in mapuche—; ñande reko ó teko kavi —in guaraní—; shiir waras —in ashuar—; laman laka —in miskitu—; lekil kuxlejal —in tzeltal—; ma’alob kuxtal —in maya—. Per citare soltanto alcuni dei termini originali che indicano il vivere bene, il benessere collettivo, che include anche il rapporto con la Terra e che sostituisce il concetto di sviluppo fino ad allora utilizzato in riferimento al cosiddetto Sud del Mondo.

Il concetto del Buen Vivir viene definitivamente istituzionalizzato con le Costituzioni dell’Ecuador (2008) e Bolivia (2009), mentre in El Salvador Sánchez Cerén ne fa lo slogan della propria campagna elettorale prima, poi del suo governo, in Venezuela Hugo Chávez crea la “Cédula del Buen Vivir”, come meccanismo per comprare negli stabilimenti governativi; persino negli accordi di pace tra il governo colombiano di Manuel Santos e le FARC si menziona il Buen Vivir una trentina di volte. Sono solo alcuni esempi, per dimostrare che in ambiti anche più ufficiali, l’espressione Buen Vivir inizia a circolare come una enunciazione politicamente corretta, per esprimere quasi qualsiasi cosa. Un concetto potente, simbolicamente rivoluzionario, ma che purtroppo si perde nella crisi generale dei governi “di sinistra”, che in troppi paesi cedono il passo al ritorno delle destre più conservatrici e reazionarie. Perché? Perché se sicuramente questi governi hanno ridotto la povertà, soprattutto grazie a politiche assistenzialiste, contemporaneamente non sono stati in grado di effettuare dei cambiamenti strutturali, cancellando le secolari disuguaglianze. Anzi, si facilitarono gli investimenti stranieri, si consegnò nelle mani delle multinazionali l’economia, con i megaprogetti nel campo dell’agricoltura e dell’estrattivismo. I prodotti transgenici si sono diffusi, non così le promesse riforme agrarie. Secondo una lucida analisi di Machado e Zibechi, inoltre, si creò una nuova elite, una nuova borghesia – come quella in Venezuela legata al petrolio o quella aymara di El Alto in Bolivia; alcuni si arricchirono rubando, contribuendo al dilagare del fenomeno della corruzione: non interessa se sono stati più o meno corrotti dei governi di destra, il problema è che le aspettative nei confronti di chi è stato eletto con un’impronta popolare, avrebbe dovuto possedere ben altra etica comportamentale. E così si giunge ai meccanismi di repressione nei confronti delle voci, anzi le grida, dei movimenti sociali antisistemici, gli unici, composti da donne, indigeni e afrodiscendenti, capaci di opporsi al modello globalizzante neoliberista, una ragnatela in cui tutti si invischiano.

( vederev Machado, D e Zibechi, R. (2016). Cambiar el mundo desde arriba: los límites del progresismo. México, Bajo Tierra)

Si perde dunque la forza del Buen vivir, basato sul principio che “non si può vivere bene se gli altri vivono male”, sul recupero del rapporto con tutte le forme di vita, sulla risacralizzazione del mondo inteso nel senso più ampio, sulla critica al consumo vorace distruttore di uomo ed ambiente, su un nuovo concetto di civiltà e cultura che parta dall’esperienza comunitaria, su nuovi modelli di relazioni umane ed economiche.

Ed allora?

Ed allora, in questa città antica che è il linguaggio, assaporando il libro di Hugo Blanco, Nosotr@s los indios, scopro in modo quasi casuale – ma sarà poi veramente così? – che le popolazioni indigene di Abya Yala, hanno due modi per indicare nosotr@s, il noi italiano: c’è il noi inclusivo, che quindi “include” chi ascolta, e quello che lo esclude, a partire dalla propria identità comunitaria. Parto alla ricerca, in internet e con testi di amici antropologi e verifico che In tzotzil, jo’otic è il noi inclusivo, jo’oncutik è il noi che esclude; in quechua, ñoqauchis include, ñoqayku esclude; nella lingua aymara, jiwasanaka ci include, nanaka no. Ed ancora, nella lingua tojolabal, il termine lajanotik, letteralmente l@s iguales, si usa per definire la frontiera del nosotr@s. In lingua guaranì ñandé è inclusivo, oré esclude. E potrei cercare in altre lingue indigene, ma il concetto è chiaro: l’organizzazione delle popolazioni indigene è collettiva, profondamente solidale, completamente opposta all’individualismo egoista neoliberale ed occidentale. Il noi esclusivo esprime tutta la potenza del collettivismo alla base della propria società e cultura, rimarcandone le caratteristiche e le distanze da ciò che esiste fuori, all’intorno, magari anonimo e grigio come i sobborghi moderni di molte città, a partire da quella astratta del linguaggio.

Esiste però una possibilità: se chi è ascolta è disposto ad avvicinarsi e comprendere, per assaporare e riconoscere questo spirito di fratellanza e comunità che coinvolge tutti gli esseri della natura, smette di essere straniero ed entra a far parte di un progetto altro, condividendone gli ideali e le azioni. Ed ecco allora il senso del noi inclusivo: bellissimo!!

E noi, vogliamo essere inclus@?

Vedere anche Hugo Blanco, Noi gli indios (2015) Nova Delphi Roma e Pietro Gorza, Habitar el tiempo en San Andrés Larráinzar (2002), Otto Editore Torino

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Luna piena 18 maggio – È stato il vento

Madre Terra, installazione ed opere di Grazia Marino (i dipinti) e Nicoletta Crocella, il mandala

Eccoci a questa luna piena così importante, e difficile! Sto ascoltando il video dei acquafortis, e sento le cose che suggerisce: imbrigliare le nostre emozioni ed andare avanti ad un passo costante anche se sembra che tutto vada male… Ecco, vi consiglio di vedervi il video, e di riflettere su quello che vi riguarda rispetto a quello: questo il link: https://youtu.be/zvyxnDIKmbg
Metto come immagine di copertina questa foto della installazione di omaggio alla madre terra che facemmo con Grazia Marino, che ha dipinto le due grandi tele, mentre io ho fatto il mandala che si è sviluppato nella grotta. Il mandala si è modificato nei giorni della esposizione, abbiamo imparato che alcune cose non erano adatte, e andavano lasciate andare, mentre altre si sono sviluppate ed hanno germogliato. Quelle spighe di grano a segnare l’est, germogliate dentro la grotta, nel profondo umido e ombroso, sono il segno della evoluzione che dobbiamo saper cogliere ed accettare: alcune cose sono semplicemente un poco muffite e le ho dovute togliere, mentre il grano è entrato in contatto con la grotta ed ha germogliato, così come hanno fatto altri rametti di succulente, messi per definire gli spazi, che anche loro hanno tirato fuori radici e pallide foglie nuove. Queste piccole piante germogliate, il grano che a qualcuna ha ricordato il grano del periodo pasquale che si fa germogliare ad indicare la primavera, la rinascita, e le piantine resistenti e tenaci si sono distribuite tra noi, e qualche seme è arrivato fino al segundo encuentro de Mujeres Medicina, e creare un legame tra mondi e storie.

Io sono in un periodo di pressione e riflessione, vorrei finire quanto sto scrivendo sulle mie esperienze in relazione al Ritual feminino e alle esperienze che sto facendo qui in Messico, e penso che il brano che segue si possa inserire con il nostro lavoro e la nostra riflessione con la Luna Piena.

È STATO IL VENTO
E succede che il flusso del discorso si blocchi e mi trovi in difficoltà a proseguire il racconto, a metterci dentro tutte le cose che ho imparato anche in relazione alla mia vita, a sistemare tutti i tasselli di questo incontro meraviglioso che ha portato nuovo significato e nuova energia. A volte mi rifugio in un gioco di tessere da abbinare per lasciar correre il pensiero e cercare il bandolo della matassa, anche ora ( Osservo che la meditazione non è solamente quella definita, ma ci sono varie occasioni di usare azioni pratiche ripetitive, classico è sbucciare i piselli, oppure un altro lavoro pratico ripetitivo per consentire alla mente di mettersi un poco da parte e far emergere altri messaggi ). Mi è venuto in mente tutta la situazione di Riace e di Mimmo Lucano, che a Riace aveva creato un modello di accoglienza facendo rinascere il paese e mettendo in moto energie e capacità per accogliere e far rivivere il borgo. Ecco lui spiegava tutto questo grande lavoro dicendo che “è stato il vento” che fece approdare sulla spiaggia di Riace una barca di migranti, e da lì nacque la necessità e la volontà di accogliere e con l’accoglienza fare rinascere il paese, ripopolare le strade, riparire molte botteghe, creare anche una specie di turismo diffuso di tutti quelli che a Riace continuano ad andare per conoscere l’esperienza e trarne indicazioni e insegnamento. È stato il vento è diventato un mantra, il nome di una associazione per sostenere Riace, il nome del manifesto creato da molti artisti ed altro ancora, perché questa frase non solo racconta il vento che ha condotto quella barca ad arenarsi su quella spiaggia, ma racconta anche dei suggerimenti, dei pensieri delle idee che il vento ha fatto nascere e crescere. A me torna immediatamente il legame tra le storie, i mondi ciò che avviene ciò che dobbiamo fare: il vento ha trasportato l’idea, ha fatto conoscere il progetto ma anche ha sollecitato la reazione di chi non vuole un clima costruttivo e vitale, ma vuole solamente repressione e paura. Il vento ha portato la notizia, la sottolineatura dell’importanza, e quindi ha prodotto sia il consenso e la vicinanza che la reazione. Mi viene da pensare che quando parliamo di risonanza morfica, di idee che passano sulle ali del vento, di energie che si aggregano e si intrecciano, dovremmo tener presente anche la reazione che questo può provocare, i freni che vengono messi. E noi donne lo stiamo costatando anche ora: il cammino che abbiamo fatto, il riconoscere il nostro corpo, la nostra realtà, i nostri diritti, la marea verde in Argentina, le istanze delle donne indigene e campesine, che sottolineano di venire da un’altra storia, altro senso della vita, il riconoscimento della identità di genere e del diritto a sentirsi se stesse, se stessi, senza definizioni esterne di sesso o identità, tutto questo che è un enorme passo avanti, riceve immedatamente la reazione e il contrasto con un vertiginoso precipitare che non à nemmeno solo all’indietro, ma anche dentro una definizione di donna e di uomo che diviene così parziale ed obsoleta da apparire inverosimile, ma potrei citare fior di presidenti e di politici e pubblicisti che si ritirano in questo altrove in cui la verità rivelata contrasta violentemente con la realtà che però si pretende di piegare ad un credo cui non credono nemmeno quelli che lo prclamano, almeno non per sé. E seguendo il collegamento che il pensiero suggerisce come non tornare a parlare di Palestina e di Israele? Quella fede che gli israeliani non hanno, permette loro di dire facendo un triplo salto mortale, che la terra che pretendono è stata loro donata da Dio, e sventolano la Bibbia per dimostrare il loro diritto di popolo, il popolo di Sion… chiunque non sia assolutamente ottuso e disinformato, sa benissimo che tutto questo è falso e ignobile, e che serve supportare la bugia con altre menzogne, come quello di appropriarsi dell’ Olocausto e fare la parte delle vittime di ogni reazione, perché vittime in primis di quei fatti terribili. E su questo si può giocare molto, facendo sì che il mondo assuma su di sé la colpa per quello sterminio e attribuisca ad Israele un diritto acriticamente concesso in cui lo stermino dei Palestinesi è un fatto accidentale ed incontrollabile…
Queste riflessioni sono un poco il legame tra la mia storia, il mio impegno sociale e politico e tutto il discorso sulle energie, sul milionesimo circolo, sul bisogno di uno sguardo diverso che parte da noi senza farci ne protagoniste egoiste ne serve del sistema. Quel bisogno di amore, di amare se stesse che permette di muoversi nel mondo con empatia verso ciò che avviene e insieme di non esserne travolte, perché tu hai la tua ancora alla madre terra, e ti puoi impegnare, cercare di cambiare ma senza perderti in questo cammino.
Lasciar andare alcune cose che stai perdendo come offerta all’universo intorno ed ancora per sostenerti e puntare invece a un benessere e ben vivere che ti fa accogliere ciò che viene.
A livello generale, lasciar andare quello che è stato il rinnovamento che abbiamo conquistato dal 68 in poi, ma non per retrocedere affidandoci alle destre reazionarie, ai paladini della famiglia con un padre padrone che amministra e dirigie,ma per andare oltre, accostandoci con rispetto e voglia di sostenere e proteggere ad esempio ai ragazzini del friday for future, senza metterci sopra le nostre infrastrutture, perché è il loro momento di sollevare il loro problema, e il nostro di sostenere stare accanto senza invadere ma anche senza paternalismi.
Senza paternalismi, senza patriarcato, rifiutando il patriarcato e tutto il sistema che lo sostiene e che ci confina dentro cammini decisi al di fuori di noi. Questa coscienza dell’imposizione di un altro punto di vista, di un credo etarogeneo, viene vissuata fortemente anche nei circoli del ritual feminino, perché c’è una traccia che si è depositata sulla cultura originaria e che ha mescolato le carte, così ora insieme alle antiche divinità legate alla natura, agli eventi, circolano tra noi anche angeli, arcangeli e santi.
Ti capita che la tua scelta razionale di agnosticismo crei un segnale automatico di allarme a sentirti dire che la santa x o il santo Y hanno un ruolo nella tua ricerca, nel tuo cammino, ma poi ti dai la risposta che ovviamente io non invoco idoli o santi per quel che sono nella credenza delle varie religioni, ma il simbolo universale che ad essi sottende, quell’archetipo che prende corpo in ogni cultura ed in ogni realtà. Allora posso studiarmi il libro di Shinoda Bolen, La diosa de cada mujer, la dea di ogni donna, che naviga tra le dee dell’antica Grecia per spiegare le varie attitudini e tendenze di ognuna di noi, riferendosi alle dee come archetipo che ci può aiutare a comprendere. E può succedere che io provi una antipatia fortissima, una distanza infastidita nei confronti di Hestia, la dea del focolare, concentrata su se stessa e sull’interno della sua casa, ordinata e creativa, conclusa in sé, sola, per poi rendermi conto che mi rimanda anche alcuni aspetti della mia vita, il bisogno di isolarsi,di chiudersi, di indipendenza nell’accudire me stessa… E quindi accetti anche un pezzettino di Hestia, e questo magari ti aiuta a vivere diversamente anche le faccende domestiche, il tentativo di tenere casa in ordine e cibo in tavola senza soccombere sotto le pratiche dei lavori quotidiani, ma vivendole come parte della tua vita, come momento di assunzione del tuo essere in te e per te. E poi continui a sentirti magari più attratta dalla forza tranquilla e includente di Artemisia, che ti fa vivere il tuo bisogno di occuparsi degli altri, delle altre come un altro momento importante della tua vita, in cui ancora una volta non ti fai sommergere dal male che incontri, dal dolore, dal bisogno dell’altra, dell’altro, ma impari a vivere con empatia senza perderti nel dolore altrui, ma ascoltando fino in fondo e lasciando parlare la tua mente inconscia, che fa collegamenti. Immagina, ipotizza crea nuove possibilità, individua differenti cammini.
Così ho scritto ad una amica con gravi problemi di saluite, questo il brano iniziale,: “sto rimuginando su alcune cose che riguardano te e la tua malattia ed il mio lavoro con il ritual feminino, con i vari aspetti delle energie che sto facendo qui in Messico mi suggerisce che ci sono alcune cose, analizzando quello che dici e la mia risposta, che forse ti potrebbero essere utili.
Ho imparato ad ascoltare le intuizioni che vengono dal mio intimo, quella saggezza intuitiva ed antica che va oltre noi e che ci abita quando riusciamo ad ascoltare, quindi prendi quel che ti dico come un contributo alla tua analisi su di te, e alla tua attitudine di lotta, ovviamente, come sempre, prendi quel che ti serve, ti risuona, e butta quel che non pensi ti sia utile, dopo aver ascoltato tutto con il cuore, con la parte emotiva, non con il cervello
.”…
Questo di mettersi in relazione con la vita, con le necessità e le fragilità nostre e di chi ci sta intorno è uno dei passi che ritengo più significativi di questa esperienza.
Io sono arrivata qui, ed ho ancora molto da scrivere, ma credo che questo contributo, ascoltando i miei collegamenti, il vagare della mente da un fatto all’altro, possa essere utile per riflettere su di noi, sul nostro modo di relazionarci al mondo.
Per questa luna piena, impegnativa, faticosa che ci mette alla prova e ci invita a comprendere prima che sciegliere che cosa c’è da tenere e cosa lasciar andare, insieme o da sole, accendete una candela, o un piccolo fuoco, e lasciate andare i vostri pensieri e le vostre emozioni ascoltando ciò che risuona, ciò che vi richiama altro, ciò che potete costruire, i suggerimenti che vengono dalla vostra saggezza profonda e cercate di liberare la vostra mente dalle sovrastrutture e dagli schemi di vita che vi conducono per uscire libere e forti a incontrare i nuovi giorni ed il vostro cammino.

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Ridiamoci una mossa!

Gli ultimi fatti di cronaca in questi giorni sono riusciti a buttarci addosso una impressione generale di impotenza, di depressione, di incapacità di smuovere le cose. E bisogna partire da questo, dalla depressione, dall’ orroere che provoca l gruppo di ragazzini che aggredisce un anziano sino a renderlo impotente e ucciderlo, il tutto “per divertirsi” e ancora più orrore fa il paese che sapeva e che ha lasciato correre, in un ritrarsi dalla propria responsabilità, dall’essere parte… “Mio figlio ha sbagliato, ma capitelo, qui ci sono solo bar…” “ Mio figlio è stato incastrato” fa eco il padre di uno dei violentatori di Viterbo, I ragazzi che hanno violentato una donna nell’ascensore della metropolitana sono addirittura applauditi dai parenti, e velocemente scarcerati perché non ostante le loro stesse dichiarazioni, i giudici pensano che lei non ha reagito abbastanza, e allora…

Il panorama in cui ci muoviamo è desolante, ancor più a livello internazionale, con i cecchini lodati per il loro lavoro di morte, le visioni panoramiche sui bombardamenti a Gaza, lo Yemen, Haiti, e potrei continuare, tra femminicidi negati e popoli nativi repressi ad oltranza.

Che dobbiamo fare? Metterci a piangere? Ritirarci nel nostro aureo isolamento, incavolarci, metterci a sparare? Certo ci vuole una bella energia per reagire, ma è di questa che abbiamo bisogno, perché tutto lo spazio che lasciamo alle tragedie, all’orrore è spazio che rubiamo a noi stesse, a noi stessi, che rubiamo alle differenti possibilità di vita, alla nascita del mondo migliore, a quel ben vivere che cerchiamo e che dovrebbe essere qui adesso, nella nostra quotidianità. Una volta preso atto del disastro che ci circonda, l’unico mezzo che abbiamo è cambiare lo sguardo, rimuovere l’orrore, creare incontro e conciliazione, creare momenti di bellezza e di luce, proprio perché il buio sta diventando fitto. E più è buio, più la nostra luce, per quanto piccola, può divenire un richiamo, un punto di riferimento. La signora che lamenta ci sono solo bar ha individuato un problema, ma non ha pensato a nessuna soluzione perché è rimasta dentro il sistema, dentro la lamentela per quel che non c’è, per quello che non viene fatto. Bene, cambiare le cose vuol dire anche fare, magari una bella festa della solidarietà dove ci si diverta e si incontrino le differenze, e collaborino. Una serie di proiezioni, una ripulita e rivivificazione dell’ambiente, poesia, arte, un murale da fare tutti insieme… I giovani hanno bisogno di vita, di proposte, di progetti, di gioco, e se li lasciamo soli con i messaggi di arroganza, di isolamento, di superiorità che ricevono ogni giorno vediamo dove possono arrivare!

Divertirsi a fare del male, sia esso torturare un animale indifeso, fare i bulli con i più piccoli e più in difficoltà, dichiarasi superiori a un negro, un immigrato, una donna, una zingara, a me sembra il rifugio di chi non ha niente per sé, e quindi si aggrappa all’essere superiore a qualcun altro per sentirsi qualcuno.

E allora dobbiamo lavorare a largo raggio, restituire una dignità, uno sguardo affettuoso anche all’ubriacone per strada, alla signora anziana che è sconcertata da come va il mondo e non trova di meglio che rimproverare un ragazzino nero, una donna straniera, non fosse mai che porta il velo! È in questo ambito che sguazzano i dettami della marmaglia fascista, e fanno presa su chi non ha nulla e non ricorda neppure più che cosa sia la dignità, così può urlare oscenità contro qualcuno, protetto dalla polizia che è forte con i deboli ma disponibile a proteggere gli urlatori infami. E allora basta! Cabiamo proprio quadro!Basta polizie, esrciti e chiusure! Basta accettare come inevitabile tutto quel che succede! Ma qualunque azione facciamo, cerchiamo di farla gioiosamente, felicemente, ricomiciamo a fare battute, a fare poesia, a sognare un mondo diverso anche nei momenti più oscuri, e usiamo tutti gli strumenti che abbiamo, le canzoni, l’arte, la poesia la danza o il tamburo: suonare al ritmo del cuore della madre terra ci coinvolge e ci avvolge, danzare la nabka è un modo per uscire fuori dalla tragedia, vittime e martiri, ma no siamo persone, che cantano, giocano, danzano, che amano e si inventano le nozze con i fichi secchi, i pranzi fatti di incontri, di parole, di lavoro condiviso, con le erbe del campo e le uova di un pollaio vero, con le galline che razzolano felicemente! Fatto di grano nativo e di mani in pasta, di amore che fa lievitare la pasta e crea il pane sacro delle tavole antiche, e i tavoli ce li inventiamo, per stare vicini, insieme, chi porta il velo e chi si mette il grembiule, chi semina e chi raccoglie, chi racconta storie e chi condivide il pane. E chi sa cantare, o non sa ma ci prova, e chi sa ballare, o non sa ma ci prova, girotondi di bambini e chiacchiere dietro un bicchiere (vino, acqua, succhi o tisane tutto per bere insieme!). Se comiciamo a fare esperienza di momenti insieme semplici ed allegri, se cominciamo a fare insieme la pulizia di un parco, del greto di un fiume, se cominciamo a raccontare storie, a scambiarci storie , vedremo che anche la nostra vita cambierà, il nostro umore, la nostra speranza. Il cambiamento è qui, nelle nostre mani, nella nostra volontà, nel dilatare il tempo, inventarsi lavori di scambio e comprensione, smettere di correre per tutto il giorno, di affannarsi.

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LUNA PIENA DI APRILE, LA LUNA DI PASQUA

LUNA PIENA DI APRILE, LA LUNA DI PASQUA, 19 APRILE NEGLI ULTIMI MOMENTI DELLA BIALNCIA

In equilibrio su una foglia con in mano la corda che regge due ciotole, una bilancia un poco azzurra e nebulosa in attesa della luce

Vi invito a guardarvi il video https://youtu.be/dzZZEMClmBg che da una serie di spunti molto interessanti.
L’immagine di Grazia Marino, ripresa dalla serie usata per i Tarocchi, mi sembra rappresenti bene questo momento ancora di confusione e incertezza, prima che la luce arrivi.
Copio qui l’inizio del pezzo su questa Luna Piena di Camminare nel sole:
“L’ultima luna piena ha avuto luogo il 21 ° di marzo 2019 ed era a 00 ° 09′ del segno, con questo ora accade a 29 ° 06′ . La precedente ha segnato un periodo cruciale che ora si completa con questa luna piena.
La precedente, con il suo tempismo e l’enfasi sullo 0 ° critico, ha segnato l’impulso a qualcosa di nuovo che doveva emergere dalla crisi, mentre questo, è la fine dell’inizio.
 Questa Luna Piena in Bilancia è l’ultimo dolore del parto prima che la nascita della nostra espressione individuale si liberi. Una liberazione che è astrologicamente simbolizzata dalla partecipazione del pianeta Urano alla Luna Piena.”https://camminanelsole.com/luna-piena-in-bilancia-19-aprile-2019-lultimo-faticoso-miglio/
Sì guardatevi anche questo sito! I suoi suggeriemnti e consigli sono utili, e ne abbiamo da pensare se vogliamo superare felicemente questo ultimo chilometro di fatica e dolore! Dolore di lasciar andare ciò che non serve più, dolore di riconoscere le ferite, e decidere di curarle e guarirle, perché poi viene il sole del nuovo mattino, e tutto potrà cambiare in meglio e darci nuova energia, nuovi progetti, nuova speranza.
Di questo abbiamo bisogno ora, guardare in faccia il dolore, il fuoco che brucia i templi della cristianità, dell’ Islam e della Madre Terra! Siamo avvolti da eventi devastanti, siamo travolti dalla indifferenza dei potenti, dal dolore delle persone e dalla nostra sensazione di impotenza. Poi vengono fuori un gruppo di ragazzini che cominciano a dire che non gli sta bene, che così non va, che loro un futuro lo vogliono, e quindi hanno deciso di prenderselo nonostante i grandi, gli adulti, non intendano ascoltare. Ecco io spero che questo ultimo miglio di fatica e dolore, che ci obbliga a resistere, a lasciar andare ciò che non possiamo o dobbiamo portare con noi, finisca per noi e per il mondo. Questo fuoco che esplode su Notre Dame, sulla moschea di al Aqsa, sulla riserva della biosfera, calcinando 300 ettari di mangrovie, è il segno violento e rabbioso della distruzione che attraversa il pianeta, è un richiamo pressante a lasciar perdere le quisquiglie, le idiozie che ci frenano e darsi una mossa. Se due giorni prima della Luna Piena siamo bloccate, due giorni dopo avremo una spinta incontrollata ad agire: dobbiamo usare questi giorni di blocco per preparare l’azione e non esserne travolte. Abbiamo un lavoro da fare, condividere, lavorare insieme, recuperare arte e bellezza, perché ciò che viene ferito non è solo una chiesa, una moschea, un bosco, è la vita, la bellezza, la capacità umana di amare ed onorare Dio, l’Universo, la Madre Terra, di onorare e rispettare la vita.
Qualche mese fa si è laureata Gaia con una tesi in architettura che ragiona sulla integrazione nelle città attraverso il cibo (e spero mi scuserà se la cito senza riuscire ad aprire il suo testo, che mi risulta bloccato): Gaia ha fatto una tesi sulla integrazione davanti al cibo, lo scambiarsi di sapori e saperi è sempre stato un modo felice per incontrarci, e allora occupiamo piazze, strade, cortili con una tavolata cui tutti contribuiscono per la loro parte, senza chiedere una lira, ma il tempo, l’abilità di cucinare, la presenza, e chi non sa cucinare può occuparsi della logistica, predisporre i tavoli, sedie o panche per tutti, spazi per i bambini, per chi ha difficoltà o differenti capacità, e magari cominciamo a praticare una economia alternativa, senza usa e getta che vanno a inquinare gli oceani, invitiamo a portarsi da casa il bicchiere e le posate, a godere dei prodotti locali, freschi, saporiti buoni. A tavola ci si incontra, si parla si scambiano idee, si fanno battute e si stemperano rigidità. All’inizio magari saremo in poche persone, ma l’allegria, la comunicazione, i profumi sono un grande richiamo.
Questa idea in un momento in cui c’è chi lavora sulla disintegrazione e la separazione tra le persone, sul sospetto e la diffidenza, quando non sulla aperta aggressione ai diversi, agli stranieri, ai rom mi sembra importante per cambiare direzione. Le notizie di cronaca si focalizzano sulle aggressioni, sul dolore, ed è un lavoro immane quello di riaprire le menti ed i cuori, far circolare le idee di vita delle persone normali, che se vedono uno in difficoltà danno una mano, che condividono cibo e saperi. Ho presente le vecchie signore mie vicine di casa, sedute come sempre fuori la porta, che salutavano la ragazza marocchina incinta, si informavano sul decorso della gravidanza, le davano consigli. Ho visto una signora invitare la giovane straniera a farsi avanti e chiedere la precedenza dovuta alle donne incinte e che veniva ignorata dagli altri in attesa nell’ambulatorio del medico. Piccole cose che sono segno di empatia, e che rischiano anche esse di essere spente dalla narrazione razzista che cerca di prendere il sopravvento. E io ritorno alla magia della parola: le parole contano, quello che si dice, che si mette in evidenza, che si porta in primo piano è quello che ha più probabilità di essere creduto ed agito, dobbiamo lasciar perdere i ma, i distinguo, ed invece puntare sugli aspetti positivi, sull’incontro, sull’ascolto. Abbiamo molto da imaparare le une dalle altre, gli uni dagli altri, abbiamo bisogno di intrecciare forza e dolcezza, accoglienza e cura delle persone e dell’ambiente, abbiamo bisogno di ritrovare la forza del quotidiano felice, di non lasciar passare pensieri ed azioni di odio e di incomprensione, Abbiamo bisogno di speranza, quella che ci fa credere che un mondo diverso è possibile, e che TINA è un nome di ragazza, e non una condanna (There Is No Alternative, non ci sono alternative) e che possiamo dimostrare noi ogni giorno che invece sì, un mondo diverso lo stiamo già costruendo, recuperando vecchi saperi e nuove tecnologie pulite, imparando a sciegliere e interrogando anche la scienza perché lavori per un futuro differente, interrogando i tecnici perché smettano di occuparsi di tecnologie di morte, ma comincino ad occuparsi delle possibilità di vita. È vero che individualmente dobbiamo cambiare stili di vita, distinguere tra il necessario ed utile ed il superfluo energivoro e sprecone, dobbiamo smettere con l’usa e getta e con la plastica in ogni buco, ma abbiamo anche bisogno che vengano trovate soluzioni migliori e più pulite per le tante cose che sono diventate parte delle nostre necessità. Da parte nostra rivediamo e sfrondiamo le necessità inutili in realtà, sfrondiamo le abitudini malate, riprendiamo ad amare e godere della natura, a fare passeggiate a piedi invece di usare la macchina per ogni cosa, riprendiamo a leggere libri, a godere di una poesia, di un bel testo, di un’opera. Riprendiamo a curare il cibo cucinando cibi sani e semplici, possibilmente prodotti vicino a noi. Ricordiamo che tutte le multimazionali producono cibo malato, e che ancora oggi l’80% del cibo nel mondo è prodotto da piccoli agricoltori locali, su superfici sempre più risicate, mentre le multinazionali rubano e sprecano acqua, tagliano alberi inquinano con i pesticidi e ci forniscono prodotti standardizzati che abituano l’occhio e la mente a riconoscere come cibo quello etichettato e confezionato, indipendentemente dalla sua pulizia e bontà.
Allora accogliamo questa luna Piena e il dolore che porta con sé in quest’ultimo miglio di fatica impegnandoci al massimo per vivere e condividere con le persone vicine, senza cedere sui principi, ma lasciando stare le ripicche e i distignuo in negativo. Accendiamo la nostra piccola luce, perché il mondo cambi, prepariamoci al cambiamento già ora, adesso, lasciando andare, guardando in faccia le ferite e il dolore per curarlo e guarirlo invece che lasciare che continui ad intossicare la nostra mente e il nostro cuore. Accettiamo che dobbiamo attraversare il buio per arrivare alla luce del nuovo mattino. Buona Luna piena amiche mie, e buon risveglio dopo la fatica e il dolore. La primavera fiorisce, gli alberi ricresceranno, la Moschea è salva e Notre Dame verrà ricostruita, tra l’altro si à salvata proprio la parte antica autentica, mentre ciò che era stato ricostruito è andato nuovamente perso. Anche in noi, in ognuno di noi c’è un nucleo di forza, di detrminazione, di speranza e di gioia, che il fuoco distrugga il dolore la sfiducia, la rabbia, e torni a brillare la luce!

La Luna piena, dietro lo schermo di foglie scure, ma lei è lì, e brilla per noi
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La Justicia del Corazón: sabiduría tseltal-maya sobre la vida buena

La giustizia secondo gli indigeni tseltal-maya, di Lola Cubells

I popoli originari di Abya Yala hanno sempre reclamato il rispetto del proprio diritto idigeno. Questo altro modo di esercitare la giustizia ci avvicina alle specifiche filosofie, sparite per la clonizzazione del sapere, però urgenti per la crisi si civiltà che stiamo vivendo

Una riunione per gli impegni comunitari a Chìi'ch (Chiapas)- Le scelte vengono fatte sempre in gruppo, si discute, si parla, c'è un centro, un cerchio di candele accese, intorno al quale ci si riunisce e si formulano progetti, si assumono incarichi, si prendono decisioni.


Reunión de cargos comunitarios en Ch’i’ch (Chiapas) Lola Cubells

Lola Cubells Doctora en Filosofía del Derecho
publicado 2018-10-09 10:00:00

AVETE SENTITO?

È il suono del vostro mondo che sta crollando

e del nostro che sta risorgendo

Sub comandante Marcos

Il tsetlal è una delle dodici lingue maya parlate nello stato del Chiapas (Messico). È quella che ha il maggior numero di persone che la parlano in questo territorio, seguita dal tsotsil, e la terza lingua del paese. Gli e le tseltales si riferiscono alla propria lingua come bats’il kìop- vera parola. – Allo stesso modo nominano se stesse e stessi come bat’sil winik/antsetik – uomini e donne veri. Bats’il – vero, vera- non si intende da una propsettiva di unicità, ma che nomina il “proprio autoctono” in quanto differente dalla cultura bianca egemonica.

Lenkersdorf –esperto lingüista tojolabal- diceva che “le lingue sono manifestazioni delle culture corrispondenti che ci offrono la chiave che apre le porta per poter entrare in case sino ad ora chiuse, o semplicemente ignorate, per non dire disprezzate” Ci permettono di svelare altre filosofie disprezzate dalla modernità capitalista/coloniale e dall’eurocentrismo che hanno incastrato le filosofie in un unico modello di razionalità, disconoscendo la pluralità delle forme di vedere, sentire, nominare o pensare la vita.

La oralità è una delle principali caratteristiche dei sistemi normativi dei popoli originari di Abya Yala. La possibilità di normare la vita e di esercitare la giustizia, seguendo la propria saggezza, (second i propri saperi) è una delle richieste poste dai popoli originari dentro la domanda “madre” di autonomia. L’autogoverno, sviluppato in gradi differenti secondo i contesti, consiste nelle elezioni di autorità secondo i propri procedimenti sino al controllo del territorio, passando per la costruzione di progetti di salute o educazione autonomi.

La disputa per il diritto a dire “diritto” attacca il cuore dello stato moderno liberale. Interorga il monismo giuridico che dice che la produzione e applicazione del diritto è esclusivo monopolio statale. È molto comune nelle comunità indigene sentire che ci si riferisce alle loro norme come “usi e costumi” E allo stesso modo gran parte delle leggi internazionali e nazionali si riferiscono al diritto indigeno con questo concetto che continua a permeare una nozione “tradizionalista” delle culture originarie. Come se queste non avessero capacità di innovazione, ricreazione e riappropriazione. Nessuna cultura è immobile, tutte sono dinamiche. Anche quelle indigene. Parlare di usi e costumi o di diritto consuetudinario, come se il diritto indigeno si basasse solo su pratiche ripetute da tempo immemorabile, riduce la innovazione della saggezza giuridica dei popoli originari. Nella cornice della “campagna continentale per i 500 anni della reistenza indigena , Campesina, negra e popolare nella dichiarazione di Xelajú (1991) i popoli originari annunciarono: “noi non lo chiamiamo diritto consuetudinario indigeno come lo segnalano i colonizzatori, noi andiamo a recuperare quello che è nostro e pertanto lo chiamiamo: diritto indigeno”

La capacità La possibilità di normare la vita e di esercitare la giustizia, seguendo secondo i propri saperi è una delle richieste poste dai popoli originari dentro la domanda “madre” di autonomia

La justicia tseltal en la Selva-Norte de Chiapas

Nella zona Selva Norte del Chiapas si è realizzato un lavoro di recupero delle proprie forme di impartire la giustizia. Dal 1996 e come strumento per contrastare la guerra di bassa intensità sviluppata dal governo contro il territorio zapatista, si è recuperato un incarico comunitario – un servizio gratuito, non remunerato e rotativo – chiamato jMeltsa’anwanej- che risolve i conflitti o i problemi. Queste persone che agiscono in gruppo, mai da sole, assomigliano ben poco ai giudici di stile occidentale; non sono professionisti della legge, e non hanno studi universitari. Sono campesinos e campesinas, indigeni per cui il diritto è parte inerente della propria forma di vita e organizzazione sociale.

Per la cultura indigena tseltal, la esistenza di un problema o di un conflitto – wocolil – nella comunità rappresenta un disordine, una perdita di armonia – jun pajal o’tanil/ soltanto cuore- che è necessario ristabilire attraverso una riconciliazione – suhtesel o’tanil/el ritorno del cuore. Questo significa che quando qualcuno commette un danno contro un ‘altra persona è perché il suo cuore se ne è andato – ed ha cheb o’ tanil/due cuori . Il dialogo e la risoluzione pacifica del problema, senza aggressioni, implica che si è ottenuto che il cuore della persona che ha avuto un comportamento negativo verso un’altra, e perciò ha rotto l’armonia della comunità, torni al suo posto e quindi che torni ad esservi un solo cuore -jun pajal o’tanil- In questo modo si restaura l’armonia nel territorio, che è il modo di vivere in pace – slamalil k’inal/ tranquillità nell’ambiente- L’armonia non solo è un sentimento individuale, ma anche collettivo, con il resto degli esseri viventi, la madre terra, il cosmo

Questa forma molto differente di giustizia è molto simile con altre forme di giustizia che sono frutto della resistenza dei popoli originari, ed anche conseguenza delle strategie di colonizzazione che, in alcuni casi, permisero un certo grado di autonomia che ha permesso la sopravvivenza di proprie forme di normare e giudicare. Le più visibili sono le Giunte di Buon Governo Zapatiste, in Chiapas e la Polizia comunitaria a Guerrero, però appartengono alla maggioranza dei popoli originari di Abya Yala. Tutte hanno in comune la nomina di persone della comunità che, a rotazione, si fanno carico di aiutare nella risoluzione dei conflitti, come mediatori, incaricati di ricucire i cuori rotti. Le sanzioni di solito non comprendono la privazione della libertà(eccetto in casi molto gravi) e si basano nella riparazione del danno o in lavori a favore della comunità. Immergerci in questi sistemi giuridici ci permette di comprendere che le loro radici filosofiche vibrano in modo differente di intendere, e normare, sentire, pensare la buona vita. La ricercatrice tseltal Mª Patricia Pérez parla della importanza del cuore – o’ tan nella cultura tseltal. Molto oltre essere un organo fisologico, “diviene una forma di essere e stare nella società e nell’universo, cioè si trasforma in valori, rituali, sogni, speranza, azioni sentimenti, pensieri, parole, memoria, linguaggio, riflessione, spiritualità in un stalel (forma di essere-stare-fare-sentire) individuale e collettivo.

Non abbiamo smesso di imporre la universalità a concetti che sono prodotti culturali contestuali come i diritti umani o lo sviluppo

Possiamo dira che la amonia-jun pajal oìtanil- è la forma tseltal di intendere la interdipendenza e interrelazione tra gli esseri umani, uomini e donne, la madre terra, gli esseri superiori e il cosmo. E quindi la guida della giustizia tseltal. Per questo quando qualcuno danneggia un’altra persona non sta solo facendo un danno individuale, ma anche, come se si trattasse di onde concentriche, disequilibria tutto il sistema, non solol a comunità, ma anche quanto la circonda, perché “tutto ha un cuore”. Le montagne hanno un cuore, l’acqua ha un cuore, la grotta ha un cuore. La vita piena è la armonia cosmica -degli esseri superiori-comunitaria- familiare, intergeneri-individuale.

Las “epistemologías de buen vivir”

Non siamo di fornte a un concetto economicista, ma al contrario un modo di intendere la vita che interroga le separazioni dicotomiche “natura e cultura” “individuo e comunità” e “produzione e riproduzione della vita”, così come il feticismo del progresso lineare base del pensiero moderno coloniale che ha permesso la espansione illimitata del capitalismo. Il “buen vivir”, o detto meglio i “buenos viveres” non sono teorie astratte perché provengono da pratiche di resistenze comunitarie rifiutate dal pensiero moderno/coloniale, incluse le scienze sociali e i centri universitari del nord globalizzato. Sono al centro dei principlali dibattiti che sollecitano l’umanità a frenare il deterioramento ambientale, sociale, politico economico, e per tanto civile. Ana Esther Ceceña, dell’ Osservatorio Latinoamericano di Geopolitica, si riferisce a questo pensiero pratico come “epistemologia del buen vivir”: Il semplice tentativo di pensare diversamente, di mantenere immaginari utopici e di ricreare le memorie in una situazione omogeneizzatrice e autoritaria come quella che tenta il capitalismo è già una ribellione decolonizzatrice.

Non abbiamo smesso di imporre la “universalità” a concetti che sono prodotti culturali contestuali come “i diritti umani” o lo “sviluppo”. Soffriamo la “sindrome dell’ Occidente”, -come la definva il filosofo catalano-indù Raimon Pnikkar,- la tendenza storica dell’occidente a universalizzare il suo sguardo sul mondo, caratteristica del suo potere coplonialke ma anche del suo proprio mito.

Il dialogo interculturale richiede di lasciar perdere gli occhiali con cui guardiamo il mondo, e chiederci anche se dobbiamo guardare, o meglio imparare ad ascoltare. Ciechi di colonialismo continuiamo a sognare di inventare altri mondi, quando la resistenza delle culture originarie a la loro filosofia -sp’ijil jol o’tanil/ saggezza del cuore, hanno costruito altri modi di intendere la vita molto necessari per la crisi di civilizzazione in cui ci troviamo.

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Descolonizar la vida: 25 años aprendiendo del EZLN

Carlos Soledad 10 enero 2019 che cita Heriberto Guerrero

Propongo di seguito la mia traduzione di un articolo apparso in gennaio su Desinformemos, sempre sul tema di “decolonizzare” la vita

Benchè la modernità sia stata originata dalle centinaia di persone libere e creative dell’Età Media europea, divenne definita realmente nel 1942. In questo momento l’Europa si configurò come “l’altro” e da allora ha imposto violentemente il suo progetto civilizzatore sopra il resto delle alterità. Così l’ Occidente si collocò in cima alle relazioni di potere mediante un processo di razionalizzazione, eliminando al suo passaggio tutto quello che era “non europeo”. L’ultima versione di questo progetto moderno, la globalizzazione neoliberale, ha portato il pianeta al rischio di collasso. Assistiamo ad una autentica crisi di civiltà, le cui guerre, rifugiati e crisi climatiche sono l’elemento più drammatico.

Di fronte a questi fatti si impone la necessità di un progetto alternativo, benchè più di cinque secoli di imposizione occidentale sopra il resto dei progetti di mondo abbia generato un sistema di pensiero unico, duro da rosicchiare e difficile da distruggere. Non mi riferisco solo ai gruppi marginali neonazi. E nemmeno unicamente al sistema di credenze dei partiti politici ultras in Europa, como ora Vox in Spagna, o la idee promosse dal governo di Trump o di Bolsonaro. Mi riferisco in generale al pensiero moderno, che rinforza le distinte gerachie di potere: razziale, di genere, epistemica e linguistica, ecc.

In molti luoghi del mondo assistiamo anche al fenomeno del razzismo contro persone fuori del modello “occidentale eurobianco”, cioè negri, e negre, indios e indias, cinesi, ecc., in difesa degli ideali e dei valori della estrema destra. Si danno anche incarichi di potere a partiti politici e movimenti sociali neofascisti. É che, come segnalava Franz Fanon, “ con il fine di giustificare la conquista di un gran numero di popoli e territori, gli aggressori europei fecero tutto il possibile perché i conquistati credessero nella loro supposta inferiorità razziale, di modo che la oppressione si interiorizzasse e si perpetuasse. In questo senso il sitema scolare, una domanda “progressista”, è stato una chiave per riprodurre la colonizzazione del potere, utilizzando la “educazione” da un punto esclusivamente eurocentrico con l’obiettivo di perpetuare la colonialità del sapere.”

“Per i partiti politici e i movimenti di sinistra è molto difficile uscire dalla camicia di forza del pensiero moderno. Il razzismo per esempio, rende più complessi gli impegni emancipatori, così come lo fa il machismo e il classismo. Per questo un pensiero decolonizzatore rimarca la intersettorialità delle lotte. Non è possibile uscire dalla civilizzazione moderna, se ci concentriamo solo su una relazione di potere. Davanti alla attuale crsi di civiltà, è impossibile scommettere su alternative sistemiche se continuiamo a pensare dentro il segno del sistema capitalista, coloniale e patriarcale.”

“Però allora da dove cominciamo se gli stessi soggetti che desideriamo cambiare il mondo siamo colonizzati e colonizzate sino nel nostro intimo? Come risanare la terra ed i popoli che sono stati gravemente feriti? Come uscire dalla trappola dello sviluppo ecocida? Come evitare di riprodurre sistemi di oppressione? Come ci decolonizziamo?”

ZAPATISMO Y PENSAMIENTO DECOLONIAL

In questa direzione stanno lavorando i pensatori decoloniali da differenti contesti e ponendo accenti differenti. Vi sono le proposte del femminismo decolonizzato di Oyèrónke Oyewùmí e di Yuderkys Espinoza, il femminismo indigeno di Maria Lugones, la lotta delle donne migranti di Ursula Santa Cruz, la critica al razzismo e la intersezione delle lotte di Ramon Grousfoguel, la decolonizzazione del sapere di Bonaventura de Sousa, così come il progetto della transmodernità di Enrique Dussel, solo per nominarne alcune. Tutte queste dal mio punto di vista hanno l’obiettivo ultimo di decolonizzare la vita. Però sarebbe più ragionevole smetterla di progettare soluzioni dal nostro punto di vista ed ascoltare quelli che hanno più esperienza di resistenza e di costruzione di “un mondo che contenga molti mondi”. Sì, mi riferisco ai popoli indigeni del mondo, però specialmente mi riferisco alle ed agli zapatisti.

Lo scorso primo gennaio sono stati 35 anni di esistenza dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). 10 anni in clandestinità e 25 anni di vita pubblica del movimento sociale e politico più avanzato del pianeta, secondo pensatrici come Naomo Klein, Noam Chomsky o Immanuel Wallerstein. Quel giorno le e gli indigeni messicani si alzarono in armi contro il governo e contro il neliberismo. Si nascosero il viso per essere visti e scossero il mondo con la loro proposta: “Tutto per tutti, e per noi nulla!” Il loro arrivo rappresentò una nuova alba per la sinistra globale, completamente inebetita tra la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda.

Da allora, lo zapatismo è stato parte di un processo molto più ampio che riguarda la construzione di un modello alternativo davanti alla crisi di civiltà attuale; di un progetto culturalmente critico con la modernità occidentale capitalista, colonialista e patriarcale. L’EZLN , collegato ad esempio con il Consiglio Nazionale Indigeno, fa parte dei movimenti sociali e politici che Guillermo Bonfil Batalla denomina “messico profondo”. Lo zapatismo , anche per il mondo, la lotta per la vita e la diversità, controcorrente alla egemonia globalizzante.

Anche se il movimento zapatista ha sempre detto che non sono un avanguardia, – si tratta che ciascuno nel suo luogo nel mondo, costruisca “un altro mondo possibile”- è certo che i loro messaggi siano caricati di pedagogia liberatoria, per chi vuole ascoltare. Per esempio il suo portavoce, comandante Marcos, raccontava che “ il vecchio Antonio diceva che la libertà aveva a che vedere anche con l’ascolto, la parola e il modo di guardare. Che la libertà era che non avessimmo paura dello sguardo e della parola dell’altro, del diverso. Ma anche che non avessimo paura ad essere guardati ed ascoltati dagli altri. (…) Che la libertà non si trovava in qualche luogo specifico, ma che bisognava farla, costruirla collettivamente. Che soprattutto non si poteva costruire sopra la paura dell’altro, che benchè differente, è come noi””

L’ arrivo del EZLN ha rappresentato un nuovo mattino, una nuova alba per la sinistra globale completamente bloccata dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda

Questo testo del Sup può servirci da referenza. Si tratta soprattutto di impegnarci collettivamente nelle nostre comunità. Implica sbarazzarci del razzismo, del machismo, del classismo e tante altre oppressoni. E si tratta anche di non generare nuove oppressioni nel processo, così come di non mettere la nostra particolare oppressione davanti alle altre. Cioè non possiamo prescindere dagli uomini nella lotta femminista, dei bianchi antirazzisti, dalle classi medie. E nemmeno possiamo metterci al di sopra degli anziani o delle bambine. Consiste nel decolonizzarci tutte e fare pressione perché quelli “de arriba”, i “bianchi”, “gli uomini”, comincino a rinunciare ai loro privilegi.

Questo non vuol dire una lettura ingenua delle trasformazioni sociali. Capisco perfettamente che il lupo non dormirà mai con la pecora. E che ci sono persone così colonizzate che non riusciremo mai a recuperarle. Di fatto è molto possibile che esistano sempre queste relazioni di potere e che prima di risanare la Terra, l’umanità sparisca. Ciò che propongo è lavorare per ampliare un movimento di movimenti, dal basso, e che si costruiscano le condizioni perché la maggioranza delle persone al mondo viva con dignità.

Da qui possiamo comimnciare, certo il sistema coloniale ha fatto molto bene il suo lavoro e sarà difficile che i “moderni”, la sinistra “progressisa” ed i suoi intellettuali siano disposti a decolonizzare il proprio sapere. Come dice la nostra compagna Lola Cubells “ciechi di colonialismo proseguiamo sognando di inventare altri mondi, quando la resistenza delle culture originarie, e le loro filosofie – sp’ijil jol o’tanil/sabiduría del corazón ( saggezza del cuore) hanno costruito un’altra maniera di comprendere la vita molto necessarie per la crisi di civiltà in cui ci troviamo” Viva L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale! Viva i popoli indigeni del mondo!

*ASAMBLEA DE SOLIDARIDAD CON MÉXICO (PAÍS VALENCIÀ)

Este material se comparte con autorización de El Salto (https://www.elsaltodiario.com/el-rumor-de-las-multitudes/descolonizar-la-vida-25-anos-aprendiendo-del-ezln)

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Imparare a lasciar andare e mantenere quello che davvbero serve per avere un mondo nuovo, un mondo che contenga altri mondi… questa immagine del Serpente Piumato mi sembra pertinente.
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Decolonizzare il pensiero

La scritta su un muretto: descolonizate, sottraiti al pensiero colonizzato,  in bianco e nero, su uno sfondo di case coloratissime piene di disegni.
Descolonizate, liberati dalla colonizzaaione

Il mondo sta crollando, il clima è impazzito, siccità fuori tempo e fuori tempo improvvise tempeste di vento e neve. Riuscirà questa neve di aprile a salvaredalla siccità mezza Italia? Non si sa, anche perché nessuno ha preso sul serio il problema e si è chiesto come affrontare questo momento.

Stanchi delle difficoltà quotidiane, invochiamo più sviluppo fiduciosi che produrrà più posti di lavoro, che il benessere è qui vicino ed a portata di tutti.

Siamo così ciecamente dentro il sistema che non possiamo immaginare altri mondi, altri modi di vivere. Critichiamo Greta ed i ragazzini che manifestano per il clima perché non sono “politici” non hanno coscienza di classe, qualcuno arriva a dire che la lotta dei palestinesi è una lotta di retroguardia, senza coscienza di internazionalismo e classe… Una lotta per la propria terra, per dei confini, quando la lotta dovrebbe essere per l’abbattimento dei confini…

Io qui mi fermo e mi rendo conto che non andremo da nessuna parte, se restiamo dentro categorie che non rispondono più alla complessità delle problematiche, avendo sempre una verità nostra da insegnare, paesi e pensieri da “civilizzare”.

Succede lo stesso in qualche modo qui in Messico, dove AMLO (Andres Manuel Lopez Obrador) l’attuale presidente, che è stato eletto in reazione al degrado politico e sociale che attanagliava il paese, guarda agli indigeni e alle loro richieste come a gruppi da promuovere, portare avanti, verso lo sviluppo che produce ricchezza, dice lui. La domanda anche qui è ricchezza per chi? E a che scopo? Abbiano già sperimentato la ricchezza prodotta dal progresso, che altera l’ambiente e lentamente lo uccide, e non mi riferisco solo alle grandi opere, ai grandi progetti, ma anche ai progetti regionali. Alcune persone qui ad esempio usano con tranquillità l’olio di palma, che è ecologico, prodotto localmente, ma i campesinos del Chapas raccontano un altra storia: l’assurdità di importare la palma da olio africana promettendo buoni profitti dalla sua coltivazione sta uccidendo la biodiversità della zona, e sta provocando gravi problemi per il consumo eccessivo di acqua che richiedono queste piante, provenineti da un altra terra, da un altro ambiente.

Ma già, al momento era una buona opportunità di lavoro, un affare.

Ora non hai più l’acqua disponibile per le coltivazioni del cibo dedicato al consumo locale, ma ecco siamo così ciechi da scegliere l’affare, e non valutarne le conseguenze se non quando queste ci esplodono in faccia.

In Italia credo che citare l’ILVA di Taranto sia emblematico: lo sviluppo, i posti di lavoro promessi hanno ucciso i lavori tradizionali, impossibile continuare a pensare al rapporto con il mare e la terra, tutto inquinato, si lavora e si muore, e ancora non si trova il modo, e la volontà per ripulire la zona ricreare un equilibrio tra ambiente e lavoro che sembra ucciso per sempre.

Adesso in Italia si guarda con speranza all’accordo con la Cina, ci vogliono strade per trasportare le merci cinesi, ci sarà un nuovo flusso, nuovo sviluppo economico, e si irride alla osservazione che il mondo sta derrotando e che non è con lo sviluppo continuo e senza limite che ci salveremo.

Collegare la decrescita alla disoccupazione, alla perdita di posti di lavoro è un modo opaco e cieco di guardare alla complessità dei problemi. Abbiamo frane, inondazioni e siccità, ci crollano i ponti con le persone sopra, si producono terremoti con l’insipienza delle esplosioni e del fraking, l’ Ilva a Taranto continua a inquinare ed a produrre tumori, ma per noi ci vuole più sviluppo, più della stessa robaccia che abbiamo avuto sino ad ora, invocando come unica differenza una redistribuzione dei benefici e del lavoro.

Non abbiamo gli strumenti per pensare- immaginare un modo differente di vivere, uno sviluppo della vita e delle relazioni che non abbia come unico riferimento la economia di mercato, la organizzazione sociale che conosciamo. È urgente cambiare la forma del pensiero, i modelli di riferimento, per inserire le nostre più che giuste battaglie in un organico lavoro di decolonizzazione del pensiero e di ricerca delle interrelazioni e di mondi nuovi. Di seguito propongo alcuni articoli che mi sembrano molto utili per allargare un poco lo sguardo e la riflessione.

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Luna Piena 21 Marzo

LUNA PIENA E EQUINOZIO DI PRIMAVERA 21 marzo

Un momento particolare, una luna bellissima e potente, che va di pari passo con l’arrivo della primavera, è importante comprendere e capire i messaggi che questo momenti ci invia, e mi sembra opportuno che noi ci ascoltiamo il messaggio al link https://youtu.be/9qZyY0iTjHI che ci fornisce una serie di riflessioni e di stimoli. É bene occuparci anche delle cose materiali, del nostro benessere pratico, e inseguire con determinazione il nostro sogno.

Questa Luna ci guida verso gli stimoli di un nuovo inizio, la primavera che nasce oggi, e anche verso le difficoltà ed i contrasti che questo momento e questo tema ci suggeriscono. Ho voluto ritagliare questa immagine da un quadro di Grazia Marino perchè segna un inizio un po’ combattuto , e spero Grazia mi perdonerà per aver maltrattato la sua opera. Già, sboccia la primavera, e uragani, e siccità, e caldo, e gelo: siamo dentro un calderone impazzito in cui il clima manifesta con tutta la sua forza la necessità e l’urgenza di un cambiamento.

Una osservazione che circola è che non è tanto la madre terra che dobbiamo salvare, quanto la vita umana ed animale come la conosciamo: la Terra vive, e sopravvive a tutto, non altrettanto gli esseri viventi, che hanno bisogno di condizioni generali favorevoli alla vita. Che il clima sia impazzito, che le temperature aumentino in luoghi inaspettati e che in altri sia arrivata una coltre di gelo pare che non preoccupi i nostri governanti, per fortuna, grazie all’impegno di una ragazzina e dei tanti giovani che hanno raccolto il suo stimolo il clima interessa eccome alle nuove generazioni, e dovrebbe interessare anche noi adulti, grandi, anziani, che invece di brontolare e assestarci con le piccole comodità che ci offre questo mondo moribondo, dovremmo affiancare il grido dei ragazzi e delle ragazze e proteggerli, loro sono le nuove generazioni, loro sono quelli che pagheranno se non fermiamo questa follia umana generale. Ecco io credo che il progetto su cui concentrarci dovrebbe essere quello di dare un fermo deciso a tutto ciò che sta rovinando il pianeta e lo rende invivibile, fare le cose giuste ogni giorno, nel nostro piccolo, collaborare a ripulire i fiumi, a piantare alberi, non stravolgere l’ambiente che viviamo inserendovi specie che non sono autoctone, lasciando perdere la plastica e soprattutto l’usa e getta che sta inquinando il mondo. Persino le cannucce stanno diventando un problema, una volta, quando ero piccola, erano piccoli steli di paglia vuoti al centro, e una volta usate si potevano buttare o usare per altro, poi con la plastica è venuta la sterilità mortifera, disgiunta dalla vita e tutto ciò che usiamo è sterile, ripulito, inquinante ed assassino. Stiamo distruggendo il mare e un mucchio di specie animali sono in via di estinzione, sta a noi fermare il degrado, in tutti i modi, con le nostre azioni quotidiane ed anche con le richieste al governo ed alla politica. La piccola Greta ha detto ai potenti che non stava venendo a chiedere di essere ascoltata “non lo avete fatto prima e non lo farete neppure adesso, ma sono venuta a dirvi che il cambiamento è qua, che vi piaccia o no” cito a memoria, del senso sono sicura, ma io credo che i potenti debbano essere forzati ad ascoltare, a lavorare in positivo, debbano essere sbugiardati e fermati, perché non possiamo lasciare questa lotta solamente nelle mani delle ragazzine e dei ragazzini, e nemmeno solo in quelle dei popoli nativi, che dappertutto stanno affrontando la repressione e la spoliazione mentre cercano di contrastare l’estrattivismo e la devastazione dei territori per il profitto. Ci siamo anche noi, e siamo tante e tanti. Greta e altre ed altri con lei sono riusciti a smuovere milioni di ragazze e ragazzi nel mondo, sta a noi agire perché il nostro sogno di una terra vivibile amorosa, accogliente, fiorita, felice venga alla luce sopra le macerie di un consumismo becero e sciocco. Su tutto dobbiamo stendere un’onda di amore che ci consenta di contrastare le piccinerie, le carognerie che vengono avanti per tentare di fermare l’onda ed impedire che possa travolgere questo mondo sprecone e rapinoso e lavare le nostre sporcizie.

E allora cominciamo da noi, dalle persone vicine ad avvolgerle con il nostro amore, a lasciar perdere le critiche distruttive, comiciamo ad aiutarci, a metterci insieme, a fare sogni collettivi che possano avvolgere il mondo per ripartire.

Le donne zapatiste che sono quest’anno molto in tensione, hanno consegnato una piccola luce a tutte, lo scorso anno, chiedendo ad ognuna di impegnarsi nel suo luogo per far nascere un mondo che possa contenere molti mondi. Raccogliamo anche noi la piccola luce, e nutriamola, facciamola splendere nelle nostre vite e nei luoghi in cui stiamo, non permettiamo che venga spenta o oscurata. Con semplicità, in questa luna equinozio che segna il nuovo inizio apriamoci all’amore, cominciamo a mandare il nostro amore alle persone che hanno compiuto gli anni a cavallo di questa Luna , Alice da pochi giorni, Renata domani, e a tutte le persone ed i nuovi nati di questi giorni preziosi. Cominciamo a ricordare, con amore e tenerezza chi ci ha lasciato, ed a curare chi soffre e sta male, ricordiamo che il corpo segnala ciò che il cuore non può esprimere, e che l’onda di amore può sostenere i nostri passi e guidarci fuori dalla bufera.

Vi invito anche a leggere il post di Maria G. Di Rienzo, che sempre offre stimoli e riflessioni preziose: https://lunanuvola.wordpress.com/2019/03/20/tutte-le-primavere-a-venire/

E vi invio la mia onda d’amore che attraversi il mondo e gli oceani e giunga con il colibrì a portare nuove enrgeie e pensieri positivi

Che in ogni cuore

rinasca un colibrì riempiendo di amore e pace il fuoco

(centro) della casa

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Storia di donne in 3650 milioni di onde


Al di là dell’8 marzo

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento

Almeno 50.000 donne sono state assassinate nel 2017 dal proprio compagno o famigliare, in prevalenza uomini, per il solo fatto di essere donna, secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite. L’Organizzazione Mondiale della Salute calcola che ogni anno si praticano 25 milioni di aborti insicuri; 200 milioni di donne e bambine sono vittime della mutilazione genitale secondo l’Unicef. L’Organizzazione Mondiale del Lavoro ci ricorda che nel 2014 90 milioni di dollari sono stati il triste guadagno della tratta con il fine di sfruttamento sessuale. Ecco alcune delle cifre impietose riportate dal “Atlas de las mujeres en el mundo, las luchas históricas y los desafíos actuales del feminismo” (Clave Intelectual, 2018), atlante delle donne nel mondo, le lotte storiche e le sfide attuali del femminismo. Un testo che spazia dall’Argentina al Kurdistan, dalle beghine del XII secolo alle donne iraniane del 2018. Secondo Lourdes Lucía e Ana Useros, la direttrice e la coordinatrice dell’opera:”in tutti i campi della società, le norme comunemente accettate sono un giogo patriarcale che sottomette, discrimina ed umilia questa metà della popolazione mondiale”.

Nelle nostre società, il 74,7% dei presidenti o membri dei consigli di amministrazione più importanti sono uomini, nel 2018 le donne furono soltanto il 21% del totale dei partecipanti al Foro Economico di Davos; gli stipendi delle donne sono mediamente meno pagati degli uomini, un 24% in meno a parità di lavoro, e prevalgono nei lavori più umili. Riflettendo su questa storia al femminile, scopriamo che scrivere nell’atlante sulle resistenze che genera il femminismo ne è una logica conseguenza.

Non solo: siccome il libro ci racconta la situazione di 3650 milioni di donne, più della metà della popolazione mondiale, è inevitabile che prima ancora di giungere alle librerie, il libro era già stato surclassato e superato da nuove forme di resistenze dell’altra metà del cielo: un esempio il muro umano di 620 km in India formato da milioni di donne, dopo che due di loro avevano sfidato la proibizione secolare di entrare in un tempio nello stato di Kerala. Questa iniziativa, come le oceaniche mobilitazioni in Argentina, l’organizzazione delle donne in Kurdistan o lo sciopero femminista in Spagna del 2018, ci aiutano a disegnare la mappa della sororidad global, la “sorellanza globale”.

Il capitolo “Sororidad, un pacto entre mujeres” (sorellanza, un patto tra donne), scritto dalla filosofa argentina María Luisa Femenías, ci introduce questo concetto, che richiama la “fraternità” della Rivoluzione francese, declinandolo al femminile.

Per Femenías, anche se i termini fraternità e sorellanza sono logicamente e linguisticamente corretti, non lo sono nel loro uso politico, pubblico e sociale; la sorellanza si riferisce ad un patto non necessariamente esplicito, basato sulla fiducia reciproca, rispetto mutuo e la valorizzazione positiva dell’altra, rifiutando categoricamente la dipendenza emotiva, economica o di classe da una figura maschile a cui si deve richiedere un riconoscimento della propria identità. La sorellanza, infine, ci introduce ad una società senza gerarchie, in cui è possibile un cambiamento relazionale tra i generi, tendente ad una trasformazione sociale, radicale e profonda.

Successivamente, nel capitolo “La generación ni una menos” (la generazione di Non una di meno), di María Florencia Alcaraz e Agustina Paz Frontera si parla della nuova ondata femminista. Quella creata appunto dal movimento Non una di meno, che ha sconvolto la agenda politica tradizionale con le proprie rivendicazioni e la propria presenza. Si afferma che questa è la quarta “onda”: la prima viene identificata con le lotte contro le disuguaglianze, culminando nelle lotte per il diritto al voto; la seconda è quella dello slogan “il personale è politico”, in cui il sistema patriarcale viene individuato nella sua componente di oppressore delle donne; la terza, a partire dagli anni 80 del secolo scorso, riesce invece ad allargare il femminismo come soggetto politico, facendo nascere nuove prospettive e richieste. Se siamo nella quarta “onda” non lo sappiamo, dice ancora Ana Useros, che ritiene di star ancora “surfando” nella prima onda. Ma una cosa è certa: a partire dalla terza o quarta onda, o dalla propria o forse da nessuna, milioni di donne hanno dimostrato in tutto il mondo la capacità di organizzarsi di fronte ad un sistema patriarcale che cerca tutti i modi per contenere l’ondata , o le ondate femministe e mantenere soggiogata la donna.

E sono state le donne che hanno segnalato la misoginia di Bolsonaro in Brasile o di Trump negli Stati Uniti, come sono state le donne che hanno denunciato il pericolo dell’estrema destra in Polonia o in Andalusia, come sono ancora le donne in prima fila, pagando di persona Bertha Caceres, contro il vorace modello estrattivo neoliberale.

Ecco la sfida della lotta femminista: essere globale e non solo riconducibile alle importanti iniziative dell’8 marzo.

https://www.elsaltodiario.com/huelga-feminista/historia-mujeres-3650-millones-olas-8m-feminismos

Copertina di  El Atlas da las mujeres nel mundo
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Diamoci una mossa!

Non lasciarti tentare dai campioni dell'infelicità, dalla mutria cretina, dalla serietà ignorante. Sii allegro. T'insegneranno a non splendere, e tu splendi invece - Pier Paolo Pasolini

E va bene, diamoci una mossa!

Abbiamo visto tutto, quasi trecentomila persone in piazza a Milano e non so quante a Roma insieme alla comunità africana che aveva indetto questa manifestazione. E naturalmente i capofila a Milano assolutamente impresentabili. Cosa confermata dalle prime azioni e dalle prime dichiarazioni del sionista Zingaretti, in buona compagnia dentro il PD di cui ora è segretario.

Parecchi compagni duri e puri si sono incazzati per l’acquiescenza usata nei confronti della compagnia piddina alla manifestazione, l’impressione che ho avuto io è che la gente, salvo i pochi amici, se ne è proprio fregata di loro, ha fatto la sua manifestazione, finalmente, per poter gridare forte la propria resistenza contro il razzismo.

Finalmente, avevamo bisogno di uscire in pubblico, di sventolare i nostri cartelli sotto il naso del potere, di ridere, cantare, ballare per una buona causa invece che rintanarci rancorosi a vedere il male che alberga nel mondo.

A me sembra evidente che non è certo il pd che può raccogliere il legato di queste persone, potrà forse fare qualche piccola finta, proporre qualche aggiustamento di facciata, ma non ha le energie, la voglia, la forza di stare dalla parte del popolo. Sta altrove, cerca di infilarsi di nuovo nella stanza dei bottoni, forte del fatto che gli ultimi arrivati tra poco strapperanno anche i bottoni, e quindi il malcontento e la rabbia crescono. L’errore del PD è quello di non avere in realtà una idea di Italia alternativa decisamente a quella che ci viene propinata, solo magari appena più soft, più gentile, ma legge e ordine e aiutiamoli a casa loro ci stanno benissimo con i piddini.

E noi che facciamo? Cerchiamo un lider alternativo? Aspettiamo il verbo che non viene?Candidiamo Alex Zanotelli, Mimmo Lucano o Gino Strada? E continuiamo a lasciar fare nei vari gruppetti i giochetti politici, la gestione delle assemblee dal più “bravo”, lasciamo occupare un’altra volta i tavoli da qualcuno che parla bene e stiamo a vedere quel che succede?

Bene è ora di cambiare registro, ma di brutto. Le persone hanno dimostrato di voler partecipare, parlare, esprimersi? allora riuniamoci in incontri informali, magari a gruppi non oceanici in cui sia possibile a tutti prendere la parola, tiriamo fuori dalle parole di tutti due o tre cose precise e condivise, o magari aggreghiamoci proprio con due o tre punti precisi irrinunciabili, e su questo possiamo anche discutere dei giorni. Provo a fare un elenco, con le cose che vengono in mente a me, :

fuori dalla Nato,

Palestina libera,

corridoi preferenziali per tutti i migranti portati via dalla Libia,

pensione ad una età ragionevole, non quando sei alla canna del gas,

economia di prossimità,

sostegno alla piccola agricoltura,

alle piccole imprese artigianali,

salario minimo che permetta una vita degna,

abolizione di tutti i contratti di sfruttamento per un solo contratto o a tempo determinato o indeterminato, e divieto di differenze di salario tra italiani e stranieri

no grandi opere ma intervento su tutto il territorio,

valorizzazione della scuola, dell’arte e della cultura.

Rispetto per i diritti dei popoli nativi in ogni parte del mondo e rispetto per l’autodeterminazione dei popoli, non interferire con Siria, Iran, Venezuela e altri, nessuna complicità alla guerra in Yemen,

progetti di riconversione di tutte le fabbriche di armi,

ecologia reale e interventi per ridurre le emissioni in modo drastico.

Non sono tantissime cose, ma richiedono un lungo lavoro di riflessione e di elaborazione perché vengano assimilate nella vita: discutiamo osserviamo ridiscutiamo, aggiustiamo il tiro, e su queste si possono innestare tutte le azioni locali e di piccoli gruppi. Cominciamo a ridere, a proporre un panorama positivo, a fare incontri di lettura sotto un albero, a proporre e produrre canzoni che dicano qualcosa, ce n’è già nel mondo, e anche i nostri artisti se sostenuti e incoraggiati possono essere più creativi.

E per sostenuti intendo non solo economicamente, ma con l’interesse e l’empatia, e poi necessariamente cominciamo a ragionare di una economia alternativa, di una cultura di popolo, della ricchezza sepolta nella nostra storia e nelle nostre realtà. Cominciamo a ragionare, a parlare, a spargere poesie per l’aria e per il mondo, a creare bellezza, empatia, incontro, e facciamolo senza metterci un cappello, ma chiaramente per riprenderci, parlare, ragionare su un mondo diverso poissibile, sul ben vivere.

Nessuno deve nascondersi e tutti devono essere parte, partecipare, ma anche le azioni improvvise, i flash mob, piccoli gruppi che colorano una piazza, che testimoniamo una presenza popsitiva, felice, allegra, senza concessioni.

Cominciamo intanto a diffondere quello che c’è, che viene fatto già, ad ascoltare i venti che agitano tante piccole comunità e a dare risalto alle cose positive, ai tentativi, alle discussioni, senza paura, ed anche senza cominciare a spargere le nostre verità come le uniche, ma ascoltando, costruendo insieme un passo alla volta, diffondendo intorno un po’ la nostra piccola luce, perché incontri le altre e si aggreghi in un grande falò ricco e creativo, capace di bruciare le scorie e far maturare l’essenza di un mondo migliore.

So benissimo che non è per niente facile, e riconosco che la degna rabbia può muovere le nostre azioni, ma è necessario imparare a gestirla in positivo, senza farsi sopraffare. In questo credo che abbiamo molto da imparare dai palestinesi della Grande marcia del ritorno, che sotto il tiro dei cecchini continuano a manifestare, a fare persino danze e parkkour, o dagli zapatisti che stanno costruendo nei loro territori un mondo diverso e parlano al mondo pur rischiando la continua repressione. Giusto pensando a loro mi viene da dire che nessun governo progressista che non sia disposto a tagliare di brutto con il capitalismo, le multinazionali, l’estrattivismo, l’idea di progresso fine a se stesso potrà produrre dei cambiamenti reali e positivi che guardino al futuro.

Siamo in un momento di svolta, il futuro può essere un baratro, o una piccola luce che indica il cammino e ci fa uscire dalla disperazione in cui siamo precipitati e ci apre altre visioni.

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L’acqua e la parola. Il Messico e i suoi molti nomi occulti.

Riprendo dal sito di Desinformemos quasi per completo il discorso della linguista ed attivista mixe sullla parola, la lingua e i suoi significati, con una traduzione a senso cui credo ci sia poco da aggiungere. Questo articolo penso rimandi ad altri discorsi sul senso ed il potere della parola, e su come togliere le parole sia un modo per togliere il respiro, togliere identità e vita ai popoli.

Yasnaya Aguilar al congeresso mentre fa il suo discorso in lingua ayuujk

Lo storico discorso di Yásnaya Aguilar al Congresso.

Il 2019 è stato scelto comne Anno internazionale delle lingue indigene. Istituzioni governative, accademiche e la società civile stanno progettando diverse attività. Una di queste ha avuto luogo al congresso con l’intervento della linguista e attivista mixe Yásnaya Aguilar. Per la prima volta dalla tribuna di San Lazaro fu pronunciato un discorso in lingua ayuujk, un discorso sulle lingue e i motivi per cui vivono o muoiono. E molto al di là del momento storico questo discorso svela con incisività ferite storiche, ingiustizie, spoliazione e discriminazione che si nascondono sotto il nome di Messico.

Al link il video del discorso http://nofm-radio.com/politica/historico-discurso-de-yasnaya-aguilar-en-el-congreso/ e qui la traduzione:

Nëwemp. Il luogo dell’acqua. Mixe.
Giajmïï. Sopra l’acqua. Chinateco.
Nangi ndá. La terra in mezzo all’acqua. Mazateco.
Kuríhi. Dentro l’acqua. Chichimeco.
Nu koyo. Pueblo umido. Mixteco.

Questo era il nome che posero a questa città. E poi a questo stato , lo stato messicano:

México. ¿Che cosa si nasconde dentro le acque di Nëwemp?

Voglio parlare di alcune idee e cercherò di rispondere alla domanda “Perchè stanno morendo le lingue? Attualmente si parlano approssimativamente 6 mila lingue nel mondo. Dal catalogo delle lingue minacciaae della università di Hawaii, Stati Uniti, si riporta che circa ogni tre mesi muore una lingua nel mondo. Da sua parte l’UNESCO informa che in 100 anni saranno estinte almeno la metà delle lingue del pianeta.

Nella storia non era mai successo questo, mai erano morte tante lingue. Perchè succede ora che le lingue stanno morendo? Da circa 300 anni il mondo cominciò a dividersi e stabilire frontiere interne: venne diviso e senza permessi non era possibile viaggiare verso altri luoghi. La Terra si trovò divisa in circa 200 paesi, ognuno con un governo,con una bandiera a cui si rende onore, con un modo di pensare che si privilegia e, per costruire questa omogeneità interna una sola lingua a cui si assegnò il valore di stato. Le lingue differenti furono discriminate e combattute.

Da duecento anni si stabilì lo stato che ora si chiama Messico. Dopo 300 anni dalla conquista degli Spagnoli, nel 1862, il 65% della popolazione parlava una lingua indigena. Lo spagnolo era minoritario quindi.

Attualmente coloro che parlano una lingua indigena siamo il 6,5%, lo spagnolo è la lingua che è divenuta dominante. Due secoli fa il náhuatl, il maya, il mayo, il tepehua, il tepehuano, il mixe e tutte le lingue indigene erano maggioritarie, però sono state minorizzate.

Come sono riusciti a renderle minoritarie? O per caso abbiamo deciso noi così, di abbandonare le nostre lingue? Non è stato così. Si è trattato di un processo promosso dalle politiche del governo e si tolse loro il valore in favore di una lingua unica, lo spagnolo. Per ottenere la sparizione delle nostre lingue i nostri antenati ricevettero colpi, rimproveri e discriminazione per il fatto di parlare la loro lingua materna.

“La tua lingua non vale”, gli dissero ripetutamente“per essere cittadino messicano devi parlare la lingua nazionale, lo spagnolo. Smetti di usare la tua lingua”insistettero . Gli sforzi realizzati dallo stato furono ardui, per stabilire una castellanizzazione forzata con lìobiettivo di sradicare le nostre lingue, soprattutto dal sistena scolastico.

È stato il Messico che ci ha levato le nostre lingue, l’acqua del suo nome ci cancella e ci silenzia. Anche quando han cambiato le leggi, queste continuano ad essere discriminate dentro il sistema educativo, di salute e della giustizia. Le nostre lingue non muoiono, vengono uccise.

Le nostre lingue le uccidono anche quando non rispettano i nostri territori, cuando li vendono o danno in concessione, quando assassinano chi le difende.

Come possiamo sviluppare le nostre lingue quando uccidono che le parla, o lo zittiscono, o lo fanno sparire?

¿Come possono fiorire le nostre parole in un territorio di cui veniamo spogliati?

Nella mia comunità, Ayutla Mixe, en Oaxaca, non abbiamo l’acqua. Quasi 2 anni fa gruppi armati ci privarono della sorgente da cui ci rifornivamo e fino ad ora continua l’ingiustiziaanche dopo che abbiamo denunciato e dimostrato la nostra ragione. Benchè la legge dica che l’acqua è un diritto umano, essa non arriva alle nostre case, e questo danneggia in particolare i bambini e gli anziani.

È la terra, è l’acqua, gli alberi che nutrono l’esistenza delle nostre lingue. Di fronte ad un attacco costante al nostro territorio come si rivitalizzerà la nostra lingua?

Le nostre lingue non muoiono, le uccidono. Lo Stato Messicano le ha cancellate, Il pensiero unico, la cultura unica, lo stato unico, con l’acqua del suo nome, le cancella.

Publicado originalmente en NoFM

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SOLIDARIETÀ ALLE DONNE ZAPATISTE, E A TUTTI GLI ZAPATISTI

Ringrazio Maria Teresa Messidoro per aver trasmesso questo appello , qui sotto condivido la mail invitandovi ad aderire entro il 7 febbraio.

Il Messico sta vivendo un momento di trasformazione molto forte, e di contrasto alla deriva in cui era precipitato prima di queste elezioni. Il presidente si sente investito dalle attese ed ha scelto la via del decisionismo e dello spazzare via tutto ciò che lo ostacola, con tutti i rischi che questo comporta.

Dal Chiapas, dalle Mujeres de una red de resistencia y rebeldia en San Cristobal, Chiapas. Mujeres adherents a la Sexta (Le donne di una rete di resistenza e ribellione, di San Cristobal, e le donne aderenti alla Sesta Dichiarazione Zapatista, 2005)  ci giunge la richiesta di solidarietà specificamente alle donne zapatiste, per rispondere all’ondata di denigrazione mediatica in corso in Messico nei confronti delle comunità zapatiste, i cui territori sono gravemente minacciati dai progetti sicuramente neoliberali del “nuovo” presidente Obrador.

Secondo Gustavo Esteva,  un attivista sociale messicano che si autodefinisce intellettuale pubblico de professionalizzato, la situazione in Chiapas è critica, l’attacco del nuovo governo nei confronti degli zapatisti è pesante e la minaccia per la loro autonomia è reale. Una petizione di solidarietà ed appoggio è stata firmata da organizzazioni messicane, personalità latinoamericane e non.

Se è chiaro che la solidarietà e l’appoggio dovrebbe essere dunque indirizzato a tutta l’esperienza autonoma zapatista (come afferma qualcuno comprendendo bipedi e quadrupedi ..) questa richiesta vuole essere un abbraccio affettuoso di “sorellanza” a seguito dell’incontro delle donne in lotta svoltosi in Chiapas lo scorso marzo.

L’appello, che alleghiamo, si rivolge a tutte le donne del mondo che lottano, alle nonne, madri, sorelle giovani e bambine, a chi vuole possedere un cuore di donna, e proviene dalle donne, messicane o di altri paesi, che l’8 marzo 2018 hanno partecipato in Chiapas al Primer Encuentro Internacional, Político, Artístico, Deportivo y Cultural De Mujeres Que Luchan”.

Le scriventi ci dicono che “ciascuna di noi si impegna a lottare, ciascuna a partire dal proprio luogo di origine o dal luogo che ci abbraccia, a partire dalle nostre diverse culture e professioni, affinchè nessuna donna al mondo, qualunque sia il suo colore, la sua altezza, la sua origine, si senta sola o abbia paura. Ci impegniamo con quella luce che molte di voi hanno condiviso nel nostro incontro, con quella luce che siete voi per noi. Noi donne continuiamo a preservare questa lucina per poter essere, camminare e lottare insieme. Noi oggi non possiamo permettere che i cattivi governi esproprino i territori che sono le nostre radici, la nostra linfa vitale, il nostro cammino verso ciò che sogniamo. E vogliamo denunciare l’utilizzo delle pratiche di resistenza dei popoli per folklorizzare le culture ancestrali, giustificare le iniziative di morte e di malaessere che porta avanti il sistema capitalista patriarcale.

Vi diciamo anche che di fronte alla situazione di guerra che stiamo vivendo, come donne vogliamo vivere, e siccome per noi vivere è lottare, decidiamo lottare ciascuna secondo le proprie modalità, nel proprio luogo e secondo i propri tempi.

E’ arrivata l’ora di dire ai cattivi governi, di ieri e di oggi, di diversi luoghi del mondo, che ripudiamo , dalle molteplici geografie a cui apparteniamo, le pratiche di concessione, estrazione e usufrutto della nostra Madre Terra. Il fracking, i gasdotti, gli oleodotti, le centrali idroelettriche, le monocolture agroindustriali e le infrastrutture utili per uno sviluppo turistic, solo avvantaggiano i grandi proietti industriali, a costo della distruzione delle popolazioni indigene e non indigene.

Di fronte all’interesse di chi vuole avere sempre più soldi e soldi, noi lotteremo per la vita delle persone e degli essere viventi che popolano il nostro territorio. Noi donne conosciamo il valore della vita e per questo costruiamo per la vita. Vogliamo infine dire a tutte voi che sì noi donne, con il nostro cuore collettivo, riusciamo a fare in modo che le nostre compagne , amiche e sorelle zapatiste, non siano sole, come non devono sentirsi soli i loro figli e figlie, le loro famiglie e i popoli interi”

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2005/06/30/sesta-dichiarazione-della-selva-lacandona/

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/01/09/carta-de-solidaridad-con-el-ezln-de-la-coordinadora-metropolitana-anticapitalista-colectivos-e-individuos/

Aderite ENTRO il 7 febbraio indicando nome, cognome, città e organizzazione.

Si può aderire come singole o come gruppo femminile dell’organizzazione di appartenenza.

Mujeresresistencia@gmail.com


Donne zapatiste, foto tratta dal manifesto di presentazione della candidatura di Marichuy
solidarietà alle donne zapatiste!
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