Buon compleanno Franca!

Cara Franca, questa lettera ti arriverà attraverso l’universo. Da quando ci hai lasciato ho tentato di scrivere su di te, senza riuscire a districare quel che volevo dire. Una donna che ha osato vivere la sua vita, mettersi in gioco, che ha attraversato amori e delusioni senza mai chiudersi, riconoscendo le sue fragilità e quasi facendosene forza, aperta e disponibile, con le persone intorno e con quelli che venivano da altri mondi.

Il lavoro con i bambini in difficoltà, le famiglie di quei bambini che han trovato in te un sostegno anche quando il sistema prevedeva solo trattamenti tecnici senza cuore. Le rabbie, le delusioni, la insistenza nel cambiare il contesto. E noi che cercavamo il nostro modo di stare al mondo. Lasciare la casa e non lasciare gli affetti, e le tue case sempre rifugio per altre e altri, di passaggio o stanziali che non schiodavano, e tu a barcamenarti tra disponibilità e necessità. Tuo figlio che cresceva e tu che temevi di non essere abbastanza brava, di non rispondere abbastanza alle sue necessità. Un bambino sereno e la scoperta che il tuo benessere era necessario anche per lui.. Ti dirò una cosa, qui tra noi, possiamo essere orgogliose di come sono venuti su i nostri figli, degli uomini che sono diventati, oh, io sono orgogliosa anche di mia figlia, ma quella è un’altra storia. Ma vedere l’uomo che è diventato tuo figlio dovrebbe farti vibrare di gioia anche dall’altra parte dell’universo, perchè credo che sia uno splendido uomo normale, dolce e solido, capace di empatia, e certo la tua parte almeno a permettergli di essere quello che è l’hai fatta.

E “La Luna nel pozzo”, le riunioni, sempre a casa tua, i tentativi, le urgenze, le necessità, i bisogni, le nostre fragilità, la incomprensione dei limiti che il sistema metteva alle nostre volontà di salvare il mondo.. e poi cambi casa, e poi la Bosnia, le persone da accompagnare e le morti, le ferite, e resistere col cuore spezzato perchè qualcuno ha bisogno, e poi silenzio, allontanrsi, ma poco, perchè c’è sempre qualcosa da fare, da seguire… per un po’ siamo state anche vicine di casa, anni di scambi e di intrecci di percorsi, di impegno, di distanze e di vicinanze. Mario nella mia vita, e le lezioni sui tarocchi, e poi noi che cambiamo città e paese, e grazie ai telefoni che permettono scambi costanti, e io che torno, e mi appoggio da te, per seguire mia madre e poi tanti impegni, i migranti, le persone fragili, la valle, la radio, la casa in città. “prendo le distanze, ma domani presidio davanti al tribunale, e poi le donne, le vicine, le ragazzine che hai visto crescere e continui a sostenere, e poi tu che vieni a Bassano a trovarci e lo scambio diviene tra storie e impegni diversi, e cani e gatti e vita, bambini. Occuparsi anche di sè, ma senza chiudere.. e poi tua sorella, tua madre, le donne della tua famiglia, e poi ci incontriamo in sospeso tra i mondi progetti, progetti rimandati, c’è sempre altro da fare, incontri tra donne, incontri tra noi, un viaggio in Messico che non riuscirai a fare..

Questa estate, ero decisa a vederti, avrei trovato il modo di venire io, ma tu no, hai voluto metterti alla prova, viaggiare, vedere che cosa riuscivi ancora a fare, da sola, senza aver paura, anche di chiedere aiuto nei momenti di smarrimento.. E poi insieme a Tarquinia, il museo etrusco, e poi a Bomarzo, quella foto con la valle del Tevere sullo sfondo, e poi guardare le rondini che volano, felici di vederle svolazzare nel vicolo tra i palazzi antichi, sembravano a loro agio, e visto che stanno sparendo, ci era sembrato un bel segnale.

Nella foto indossi la mia maglietta, quella con la scritta “only good vibres” anche questo era un augurio, solo energie positive, solo vibrazioni positive. Il compleanno di Mario, insieme da Cinzia, e poi sei ripartita, troppo presto ti ha detto Miriam, ma il bilancio sembrava molto positivo. e sei partita con altri progetti, altri viaggi già pensati, e la promessa, appena fossi stata bene, di raggiungerci per una lunga vacanza qui in Messico

E tutto si è fermato, te ne sei andata così, ho pensato che eri venuta a salutarci, mille volte dicendomi che ti piaceva come ero vestita, come ero diventata, niente di che, ma approvavi, hai trovato un bel modo di porti… ed ho pianto il tuo ultimo viaggio, forse non dovrei, dovrei esser felice che non hai più vincoli, non hai paure, che sei andata oltre il dolore ed i problemi e sei libera.

Ma mi manchi, mi manca non poterti sentire, chiedere il tuo parere, sapere come stai, quei fili attraverso i mondi che ci tenevano vicine “e come sta l’omo?” che chiedevi quando non gli parlavi direttamente, e poi no dove sei quando mi parli ora? Il colibrì viene quasi tutte le mattine sull’albero di silicote, ma da alcuni giorni c’è un altro uccellino che viene con un cinguettio sommesso, sembra che voglia attirare la mia attenzione, aspetta che lo saluti, che cerchi il suo piccoolo corpo tra i rami, e dopo un po’ riparte, ma torna spesso e ti saluto attraverso di lui, che porta il messaggio e ritorna.

E allora buon compleanno Franca ovunque tu sia nell’universo!

Sopra la valle del Tevere

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San Valentino

festa dell’amore, amore ,amicizia, amore tra i popoli…

E allora apriamo una finestra d’amore

che lasci passare l’aria, il sole, la vita

Apriamo i porti, apriamo i cammini

accogliamo gli incontri stringiamo le mani

e costruiamo insieme oggi e ogni giorno

un cammino d’amore d’amicizia, di incontri

apriamo i cuori, e le braccia piantiamo alberi, seminiamo

nuovi cammini fioriti

perché il passo sia lieve, e il riposo sereno.

Amore, amichevole amore

che accompagni e sostenga,

che conduca oltre la voglia di possesso.

Ti guarderò andare

amore mio, se il tuo cammino

conduce oltre, e sosterrò la tua strada.

Tu, io molti a stringere mani,

a sfidare monti scoscesi e mari in burrasca

ad aprire sentieri, raccogliere, amare

e infine giungere alla vetta felice

dell’incontro possibile dove le differenze

germogliano nuove piante

intrecciando speranze di un mondo nuovo

C’è sulla strada un cuore.

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LUNA PIENA DI FEBBRAIO – LUNA DI NEVE

LUNA PIENA DI FEBBRAIO- LUNA DI NEVE 8/9 febbraio

una splendida luna, grande e bella illumina il nostro cielo notturno. La Luna nel segno del Leone, segno del Sole:

Luna e sole si incontrano nel cielo…

C’è una energia forte positiva in questa luna, che ci connette con il passato recente, i progetti fatti i mesi scorsi, per farci raccogliere ciò che abbiamo seminato e proiettarci avanti, consapevoli, concrete, attive.

Gli eventi di questo tempo, alcuni violenti e terribili, altri portatori di speranze e nuovi progetti ci portano a pensare azioni ed iniziative che ci facciano proseguire nell’unirci, nell’amarci e nel lasciar andare rassegnazione e paura. È il momento di organizzarci, di cominciare seriamente a pensare di uscire allo scoperto, di collegarci con la luce che ogni giorno di più allontana il buio della notte, con la luce della Luna piena, discreta, leggera, ma piena di forza, e capace di muovere le maree e influenzare le nostre vite, il nostro sonno e la nostra veglia. C’è stato un grande incontro di donne in Chiapas, quasi 4 mila donne da tutto il mondo, e potete vedere i due post precedenti su questo blog dove ho tradotto e condiviso il racconto di Pola Ferrari. Uno dei tanti report degli incontri che ho letto, mi è sembrato completo, e capace di sollecitare riflessioni ed impegno. (Grazie a Maria Teresa che me l’ha passato)

Nel momento in cui riceviamo tanti stimoli ad unirci, a lavorare insieme a molti livelli. Mentre Nicoletta Dosio accetta la prigione per rivendicare la sua coerenza con una lotta sacrosanta che va avanti da tanti anni, mentre altre compagni e compagni No Tav, ma anche No mous, sono perseguitati e vedono ristretta la loro libertà con limitazioni che riguardano i peggiori terroristi, noi ci ritroviamo a rivivere le stesse storie di prima in altro modo. De Andrè cantava “lottavano così come si gioca i cuccioli del maggio,… loro avevano il tempo anche per la galera” Ora non sono tanto i cuccioli, quanto gli anziani, e le anziane a lottare in modo meditato, deciso, anche allegro e determinato e sconvolgono i territori del potere. Mentre consideriamo i progressi della libertà femminile, ci risuona il monito delle denne zapatiste: “Pero nos siguen asesinando” e ci accompagna il loro invito ad unirci, ad organizzarci e fare iniziative forti e visibili già per il prossimo otto marzo, ripendendoci questa data dalle celebrazioni ufficiali vuote di senso, dai riti capitalisti che tutto ingoiano per farne la nostra giornata di focalizzazione e lotta. Continuano ad ammazzarci, “in tutte le geografie” in tutte le latitudini, con le scuse più becere e il potere più infame, ed è ora di dire davvero Non una di meno! Vogliamo restare vive! Ni una mas nell’elenco delle donne uccise. Il canto di Latesis ci accompagna gridando che “Il patriarcato è il giudice delle nostre vite” e noi siamo vittime di una repressione quotidiana che neanche si vede, perché è talmente introiettata da essere parte di noi, della critica alle altre donne, a come vestivano, a dove si trovavano, a quanto erano disobbedienti. E poi i fatti e le tragedie smantellano queste critiche. Mentre Toscani, il fotografo venduto ai Benetton, si permette di consigliare di abbandonare trucco e tacchi alti per evitare di essere stuprate, proprio in quei giorni compare la notizia di una donna di novanta anni, sì, novanta, stuprata ed uccisa! Non c’è protezione, non c’è età, non c’è latitudine che ci possa proteggere. Dobbiamo unirci, lasciar stare le meschine querelle, le differenze invalidanti, le lotte intestine: impariamo ad ascoltare, ad ascoltarci, a non giudicare, ma sommare forme e storie di lotta perché solo un abbraccio grande come il mondo che ci unisce e sostiene può cominciare a smantellare questo castello di violenza, e permetterci di costruire quel mondo nuovo in cui tutte speriamo di vivere, essere noi stesse, con le nostre differenze espresse con amore, con gioia, con la necessità di incontrarci e quella di stare sole, di fare i nostri gruppi e di ascoltare il silenzio. La luna piena ci aiuta, a fare il punto, a raccolgiere le energie, ad avvoglerci in questa onda d’amore che possa lentamente ma con determinazione disperdere l’odio, la prepotenza, l’arroganza del patriarcato e del capitale.

Le donne zapatiste ci annunciano che nei loro territori non c’è stata in questo anno nessuna donna uccisa, nessuna desaparecida, e che stanno affrontando i pochi casi di prepotenza e maltrattamento che si sono verificati. Loro stanno svuotando il loro mondo dalla violenza, il che vuol dire che si può, che si possono creare mondi di libertà, di amicizia, di solidarietà ed espanderli sino a coprire tutto il mondo. Abbracciamoci con amore

Di seguito alcuni spunti di riflessione da “Cammina nel sole” al solito potete approfondire andando sul sito, e poi i link ai blog.

“Ci sono molti livelli in questa luna piena, quindi ti incoraggio a vibrare con quello che senti.(…)

La luna piena di febbraio cade l’8 o il 9 del mese, a seconda del fuso orario. Riposa nel segno del Leone e la sua energia  tende il fuoco che vive nei nostri cuori.

(…)

Quando il Leone ha spazio per la Luna Piena, è come un raggio di luce che brilla su tutto ciò che è oscuro e pesante nelle nostre vite.

Il Leone è un segno di fuoco che ci ricorda di connetterci con tutto ciò che ci illumina. Ci ricorda di connetterci con il nostro fuoco interiore, con il nostro Sole interiore, e ci ricorda che la vita è per sperimentare piuttosto che controllare.

Cosa dà fuoco alla tua anima?

 Quali sono i fan della tua fiamma interiore?

 Cosa ti porta un senso di scopo mentre ti muovi attraverso le esperienze della vita?

Queste sono alcune delle domande che la luna piena di febbraio ci pone.

 Vuole che ci mettiamo in contatto con queste domande in modo da poter lavorare per eliminare tutto ciò che  ci separa dal sentirci presenti e in pace con le nostre vite.

C’è qualcosa di rafforzante, motivante e riparatore anche in questa Luna Piena, non solo perché rientra nel segno del Leone, ma anche perché forma un armonioso allineamento con il pianeta della motivazione, Marte.

Marte sarà come un oratore motivazionale al nostro fianco, sostenendoci mentre affrontiamo qualsiasi sfida o progetto durante questo periodo.

L’energia di Marte ci aiuterà a spingere oltre ogni paura che ci trattiene o che mantiene piccola la nostra luce interiore.

Se ci sono paure a cui ti sei aggrappato, se ci sono cose che preferiresti non guardare, o dolori che si sono sentiti troppo pesanti da trasportare, lascia un po ‘di spazio affinché questa Luna Piena ti trattenga.

(…)

Se c’è qualcosa che avresti voluto fare, qualcosa che avresti voluto provare, qualcosa che avresti voluto dire, questa Luna Piena ti darà la dose di autostima e fiducia in te stessa di cui hai bisogno.

La sua energia è lì per noi da usare, ma è reale solo se agiamo su di essa, se la lasciamo entrare, se gli permettiamo di guidarci.

… questa è sicuramente una di quelle lune piene in cui puoi impostare l’intenzione di superare una paura o una barriera per sfondare dall’altra parte.”

Come al solito vi invito ad andare sul sito per tutti gli approfondimenti e gli stimoli che può offrire. Approfitto di questa nota, presa dal sito di astronomia, ;

“Il 2020 è un anno bisestile, il che significa che febbraio ha un giorno in più per noi. Questo giorno speciale, il 29 febbraio, ci dà il codice numerologico  8, un numero che rappresenta l’equilibrio, l’abbondanza e il potenziale infinito dell’anima.” per inviare un augurio particolare a Gaia che si sposa con Anagh proprio il 29 febbraio, circondiamola con tutta una onda d’amore perché questa vita di coppia che iniza possa godere di tutta l’energia positiva illuminante di questi giorni, della primavera che viene.

Ci sono due blog che vi consiglio di seguire:

Lunanuvola’s Blog

Il blog di Maria G. Di Rienzo

lunanuvola.wordpress.com

Spiral Red Earth

spiralredearth.home.blog

Magia della Luna

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Incontro di donne in Chiapas – seconda parte

Seconda parte – Quanta paura alberga nei nostri cuori, nelle nostre storie? Quanta inconsapevole complicità, compenetrazione con il patriarcato abbiamo introiettato che ci impedisce di essere accoglienti e libere? La difficoltà di stare in ascolto del dolore delle altre, di abbracciarle con sincerità e abbandono si scontra con le nostre paure di accettare il male e la prevaricazione che ha attraversato le nostre vite… A volte fare le figlie ribelli, che ignorano regole e patti condivisi, che si tirano fuori e rischiano di irridere e distruggere tutto è un altro grido di aiuto, molto difficile da comprendere ed ascoltare, perché nell’ostentazione di sicurezza, di volontà di esprimersi e violare qualunque richiesta, qualunque cosa, c’è una barriera che poniamo contro il dolore, perché ci fa paura, ci spaventa dover ribaltare le nostre piccole sicurezze, le nostre abitudini ribelli, perché noi siamo arrivate sino lì, e non abbiamo la forza di mettere in discussione la nostra realtà, le nostre abitudini, a rischio di far crollare il castello di menzogne che ci raccontiamo, e ritrovarci inermi e bisognose. Ma le donne che lottano sono sorelle compagne, ci sostengono insieme anche nella nostra debolezza, e possono aiutarci a scacciare la paura

Il racconto di Pola, problemi e commenti

Nello stesso tempo in cui le mujeres que luchan ci ascoltavano attentamente, rabbrividivano per il dolore, ci incoraggiavano ad organizzarci, le donne che non ascoltano facevano le loro feste di risate, balli e circo

Convivevano due mondi e due sensibilità: quello delle mujeres que luchan, e quello delle donne che non ascoltano. In vari momenti i decibel del circo coprivano le testimonianze delle donne che aprivano il loro cuore ed incominciavano a ricostruirsi collettivamente con la forza e l’abbraccio collettivo

Non si può credere, sorella e compagna, che parlano tanto di progresso, della modernità e del grande sviluppo che vi è in quei mondi, e non vi sia chi ha un poco di umanità per commuoversi di queste disgrazie, dolori e disperazioni che si sono dette, ma anche quelle che non sono state nominate.

Come è possibile che una donna con questi dolori, queste pene, debba venire sino a queste montagne del sudest messicano per ricevere il minimo che noi dobbiamo tra donne, che è un abbraccio di appoggio e consolazione

Forse la donna che non ha subito violenza pensa che questo non sia importante, però qualunque donna che abbia un po’ di cuore sa che questo abbraccio, questa consolazione, è un modo per dire, di comunicare che non siamo sole.

Non sei sola, compagna e sorella

Le mujeres que luchan non si stancano di ripetercelo tante volte come sia necessario lo stesso messaggio. Per vedere se ascoltiamo e comprendiamo una parola sincera.

Le donne che non ascoltano distruggono tutto.

Il loro comportamento patriarcale e coloniale le porta a non rispettare nemmeno gli accordi di base dello zapatismo

Su bolle di feste multicolori, coreografie copiate, cori sbiaditi calpestano territori ribelli e degni.

I loro modi patriarcali annullano tutti gli altri sentimenti: non sono capaci di vedere, di ascoltare, di annusare, di abbracciare e sentire insieme.

La loro falsa libertà ed il sentimento di superiorità (?) le portano a non rispettare le regole di base delle mujeres que luchan.

È stato necessario ripetere tre volte nell’altoparlante :

Compagne, non abbiamo bisogno di marijuana. Siamo venute per organizzarci, per vedere come camminiamo come donne. Non abbiamo bisogno di queste cose. Possiamo camminare liberamente, ma questa cosa non la permettiamo. Prenderemo provvedimenti

Il loro agire fu tanto scomposto ed irrispettoso che non solamente fu commentato in cerchio. La rete di resistenza e rebeldia La Caracola ha fatto autocritica pubblica per non aver rispettato gli accordi zapatisti

Il comportamento fu tanto coloniale che non rispettarono le regole, ne gli avvisi fatti per tutte al microfono da coloro che ci ospitavano.

Perchè le donne che non ascoltano si credono forti, si credono libere. Abbiamo tanto introiettato il sistema capitalista coloniale patriarcale che non siamo capaci di rispettare accordi minimi

Questo è il falso piedestallo che abbiamo eretto in nome del femminismo

Come si coniugano le parole della comandanta Amanda circa la costruzione collettiva di territori liberi dove possiamo stare allegre e sicure e procedure colonialiste patriarcali?

Mettere a rischio la creazione collettiva della mujeres que luchan, burlarci dei loro accordi, delle loro leggi… come siamo lontane. Quanto ancora ci manca!

Questo agire da parte di donne che si autopercepiscono come femministe.

Nelle montange del sureste messicano si fanno visibili le conseguenze della mistificazione del movimento, dei trend che vanno, della loro potenza(?). Del mediatico, i flash, le tribune , i protagonismi individuali, la incapacità del collettivo.

Le parole di Amanda risuonano nella mia mente: dopo averci chiesto che cosa abbiamo fatto noi, esse ci danno conto:

Per questo compagna e sorella , il racconto che noi ti portiamo è che tra le nostre compagne in questo anno non c’è stata nessuna assassinata o scomparsa.

Sì abbiamo alcuni casi di violenza contro la donna, e stiamo vedendo di castigare i responsabili, tutti uomini…

Si tenemos algunos casos de violencia contra la mujer, y los estamos viendo de castigar a los responsables, hombres todos ellos…

.Una conversazione con l’autorità di Lucia de La Realidad mi ha permesso di rispecchiarmi:

Mi ha parlato in modo che potessi capirla, con poche parole.

Alla domanda circa l’obiettivo che avevano con questo segondo incontro, dopo una pausa mi disse: “ L’obiettivo è cambiare voi. Noi che stiamo qui già abbiamo fatto. Non abbiamo problemi nella nostra comunità, solo li produce il mal governo. Il nostro maggior problema è il sistema capitalista”

e se non è abbastanza chiaro:

Perchè così possiamo dirvi, in tutti gli idiomi, in ogni luogo, con tutti i tempi:

che non siete sole

che ci mancate

che vi aspettiamo

che non vi dimentichiamo

che abbiamo bisogno di voi

perché siamo donne che lottano

e non ci vendiamo, non ci arrendiamo, non esitiamo

que nos hacen falta.

que las extrañamos.

que no las olvidamos.

que las necesitamos.

porque somos mujeres que luchan.

y nosotras no nos vendemos, no nos rendimos y no claudicamos.

Giorno quattro,cinque, sei sette…

e adesso?

Come rispondere a questa convocazione?

Come dimenticare le lacrime della mujeres que luchan ad ascoltare le denunce?

Come proteggerci tra noi?

Come difenderci tra noi?

Come autoorganizzarci?

Las mujeres que luchan sono state sincere:

E ti diciamo la mera verità, che a voltre litighiamo tra noi, compagna e sorella. Ci scontriamo per sciocchezze, dalle donne che siamo

Forse perdiamo il tempo in queste lotte stupide perché ora siamo vive e al sicuro

Perchè c’è stato un tempo che vivevamo solo la morte

E, in verità, guardando come stanno le cose nei vostri mondi, non offenderti sorella e compagna, vi auguriamo che venga il giorno che possiate discutere o scontrarvi su chi è più carina, più giovane, più intelligente, meglio vestita, ha più fidanzati o fidanzate, o mariti e marite, o perché mettono la stessa roba, o perché i vostri figli sono migliori o peggiori , o per queste cose che succedono.

Perchè quel giorno, compagna e sorella, vuol dire che questo, la vita, non è più un problema.

E allora a volte potremo essere stupide come gli uomini e spettegolare sciocchezze.

O forse no, forse capiremo che vive e libere saranno altri i problemi, altre le discussioni, altre le lotte.

Siamo lontane da quesi giorni,

E allora dobbiamo cominciare in piccolo, in silenzio, fuori dai punti di fuoco, aprendoci all’ascolto profondo, a non temere di riconoscere i nostri errori, a mettere sotto esame i nostri progressi, come movimento, guardando verso il basso, e non verso l’alto.

Creando spazi, per piccoli che ci sembrino di libertà. Spazi di donne, anti patriarcali, anticapitalisti

Spazio dove ci accordiamo di lasciar fuori i nostri abiti tessuti con fili capitalisti di guerra, saccheggio e distruzione. E quando ci venga voglia di andarle a cercare, chiedere l’appoggio delle nostre compagne. Difendendo le nostre terre, le nostre acque, le nostre parole.

Perchè già sappiamo che non siamo sole

Che las mujeres que luchan ci han fatto posto nei loro cuori per accompagnarci.

E che ognuna di noi si è connessa con la nostra dignità, aprendo i nostri cuori per accompagnarci lì dove stiamo, cercando di essere ogni giorno una donna che lotta.

Ragazzine che lottano, che stanno lottandoin Cile,  le accompagno con tutto il mio amore
Ragazze che lottano, in Cile
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Donne, un incontro in Chiapas

Si sono incontrate più di tremila donne in Chiapas nel Segundo encuentro de mujeres que luchan. Donne da tutto il mondo venute sin qui per incontrarsi confrontarsi, ascoltare ed essere ascoltate, per cercare una risposta al quesito su come lottare per restare vive in un mondo dove le donne continuanop a morire per mano troppo spesso dei loro compagni, o di uomini che le conoscono o meno. Uccise perché donne.

Le zapatiste che hanno promosso l’incontro hanno offerto il quadro e la protezione. Ho letto molti report sull’evento, questo che segue è il racconto di Pola Ferrari, che divido in due parti, dato che è molto intenso, ricco di stimoli, e mi piacerebbe che non lasciassimo perdere niente, che tutti ci sollecitassero a quella riflessione, a quella organizzazione che ci viene suggerita e richiesta dalle donne zapatiste:

L’intenzione di questo testo è condividere ciò che ho vissuto nel secondo encuentro de mujeres que luchan. Iniziare un dialogo

Pola

Sembra semplice da dire, però sappiamo che ci sono pochi luoghi al mondo dove possiamo stare contente e al sicuro”

Il territorio zapatista è uno di questi luoghi

Las mujeres que luchan hanno reso possibile una riunione imponente: siamo arrivate da tutte le parti. Insurgentes e miliziane ci hanno ricevuto nel loro territorio, ci hanno accudito, nutrito, ci hanno aperto il cuore, ci han dato le loro parole ma soprattutto il loro ascolto.

L’ascolto profondo che si fa con lo sguardo, con la pelle, con la voce, con l’alimento e il rispetto. L’ascolto profondo che entra nella pelle ed arriva al cuore.

Non si tratta di competere per vedere quale è la lotta migliore, ma di condividere e condividerci

pose in chiaro dall’ inizio la comandanta Amanda

Questo secondo incontro ha una continuità diretta con il primo: in quello le zapatiste mostrarono la loro organizzazione, la loro arte, il loro modi di porsi. In questo ci interrogano:

Vogliamo ascoltarti e guardarti perché abbiamo delle domande:

Come ti sei organizzata?

Che cosa hai fatto?

Che cosa è successo?

E a questo ci hanno invitate: a pensare e pensarci. A dar conto di quello che facciamo. A condividere esperienze. Senza distrazioni, senza punti di fuoco, senza articoli di giornale. Con un unico tema: la violenza contro le donne

Ci hanno invitato a riconoscerci durante tre giorni:

Nel primo aprire il microfono ed il cuore per fare le nostre denunce.

Il secondo per condividere esperienze e proposte

Il terzo gridare di allegria e di forza perché siamo donne che soffrono, ma siamo anche donne che pensano e si organizzano, e, sprattutto, siamo donne che lottano.

Così l’hanno detto.

La risposta è stata potente, foriera di speranza.

Più di tremila donne, alcune con i figli e le figlie. Molte donne con domande cercando di creare una risposta collettiva.

L’esempio zapatista è un turbine che contagia, una voce chiara, senza confusione

Con la loro parola ferma ed onesta ci invitarono all’ascolto perché serve a tutte noi ascoltare ed apprendere.

Hanno chiesto espressamente che abbiamo sempre rispetto

ai differenti pensieri e modi di porsi, che rispettiamo gli altri dolori, l’altra rabbia e le altre degne lotte e ci invitarono ad un dialogo intragenerazioni che molte di noi avevano dimenticato

La focalizzazione, il tema fu uno: la violenza contro le donne. Così e basta

Perchè la guerra è adesso, perché la lotta è per restare vive.

E in poche parole dicono tutto:

Vale y manda el patriarcado, aunque sea mujer la capataza. (Decide e comanda il patriarcato, anche quando il capo è una donna)

Tanto chiaro come era il cielo di Morelia, nei giorni dell’incontro non si stancano di ripetere che capitalismo e patriarcato sono inseparabili, così dicono: vanno uniti con un collante

Il nostro pensiero è che per lottare per i nostri diritti, per esempio il diritto alla vita, non basta che lottiamo contro il machismo, il patriarcato, come volete chiamarlo, dobbiamo lottare anche contro il sistema capitalista

Di seguito rendono esplicito il loro pensiero ed affermano che

il diritto alla vita non ce lo darà il sistema capitalista, per quante leggi e promesse faccia. Il diritto alla vita e tutti i diritti, li dobbiamo conquistare

Sempre e ovunque Todo el tiempo y en todos los lugares.

Ossia per le donne che lottano non vi è riposo

Ci hanno guardato negli occhi e ci hanno detto quello che esse sentono da lì

Che c’è più equità di genere

Che ci sono più diritti

Che abbiamo voce

Che ci sono molti passi avanti nelle lotte femministe

Che ora si prendono in considerazione le donne

Che ci sono molte leggi che ci proteggono

Che è visto bene parlare delle donne e delle loro lotte

Che dicono che ci sono uomini che comprendono le nostre lotte e si dicono femministi

Che stiamo in più spazi

Che ci sono supereroine nei film

Che ora c’è più coscienza del rispetto verso le donne

Dopo ogni affermazione la frase lapidaria

: Pero nos siguen asesinando Però continuano ad assassinarci

Con naturalezza e con parole che possiamo comprendere affermano che nonostante si dica tutto questo Lo vediamo che continua sempre peggio Lo vemos que sigue más peor.

Così è cominciato l’incontro. Con una chiamata alla sincerità, alla discussione franca, a condividere

Con un invito a scendere dalla cresta dell’onda, a sederci per terra

e pensarci insieme.

A liberarci dal pensiero competitivo, dal femminismo accademico, a smettere di guardare allo stato e farlo responsabile della nostra situazione.

A uscire, anche solo per tre giorni, da questa lingua di fuoco che tutto ingoia, semplifica, e brucia.

A riconoscere, con onestà, quali sono i veri avanzamenti della nostra lotta femminista

Una proposta che è una sfida da parte delle donne che lottano con dignità

Día uno – Prima giornata

Gritar nuestros dolores y corajes . Gridare i nostri dolori ed il nostro coraggio

Le parole della inaugurazione pronunciate in tono di dialogo trasmettono forza e autorità.

Diffondono una lucidità che nessun altro collettivo di donne ha pototuo ottenere

Poi l’esercizio delle miliziane.

In pieno sole del mezzogiorno del 27 dicembre circondano il perimetro del campo di futbol

Appare poi una ragazzina zapatista e si mette in mezzo al campo a giocare. Sono le miliziane che mostrando la loro organizzazione la proteggono, si prendono cura di lei, la difendono circondandola facendosi un unico corpo

Armate di forza e dignità. Decise e con disciplina. Le zapatista mostrano la loro potenza, la loro forza ribelle, la loro dignità, il grido reale che ora basta!

Difendono la vita della bambina, il suo corpo territorio. La sua vita

Perchè, come ci avevano detto prima, ci hanno riunito per organizzarci perché

Dobbiamo difenderci.

Autodifenderci come individue e come donne

Appoggiarci tutte

Difenderci tutte

Appoggiarci, difenderci, e dobbiamo comiciare ora

Y más si la mujer es una niñita apenas

La tenemos que proteger y defender con todo lo que tengamos

Y si ya no tenemos nada, pues con palos y piedras

Y si no hay palo ni piedras, pues con nuestro cuerpo

Con uñas y dientes hay que proteger y defender.

E ancor più se la donna è appena una bambina, dobbiamo difenderla e proteggierla con tutto ciò che abbiamo. E se non abbiamo niente, allora con pali e pietre, e se non ci sono bastoni e pietre, allora con i nostri corpi, con le unghie e con i denti c’è da proteggere e difendere

Con il sangue agitato ed il battito delle emozioni

Il corpo caldo e il cuore in fiamme aprono il microfono per le denunce.

Tra di noi donne condividiamo i nostri dolori più profondi, le nostre ferite messe a tacerele nostre umiliazioni mai raccontate, ricordiamo le nostre compagne, madri, sorelle, figlie assassinate, violate, torturate, scomparse, le donne schiave, le migranti, le donne che soffrono.

Il luogo, quasi un luogo sacro, diventa l’ombra che ci protegge e rende possibile la parola

Parole che escono smozzicate, o invece fluenti, con lacrime, con rabbia, con vergogna, tremando.

Molte di noi ci animiamo per la prima volta lì, nella protezione della montagna a raccontare esperienze che non abbiamo mai potuto mettere in parole.

Altre non abbiamo potuto farlo nemmeno lì

In un clima di ascolto profondo, di sentimenti condivisi, di lacrime ed abbracci, la parola zapatista risuona in coro, ci rianima, ci fa sorelle, ci da quel coraggio e dignità che solo le donne che stanno lottando possono far passare.

NO ESTAS SOLA. NON SEI SOLA

Una frase piena di sentimento che ripetuta una e cento volte, gridata in tutti i toni ed accenti, ci da la forza per ricomporci, riaffermarci come donne e constatre che la guerra contro di noi è dichiarata.

Questo ora è uno spazio sicuro, uno spazio di ascolto e lotta, di condivisione, abbracci, di ricercare cammini di appoggio, di lotta, di aiuto e organizzazione.

Ed è tento feroce la violenza scatenata che arriva la notte e ancora vi è una lunga lista di denunce. Continuiamo domani, propongono le donne in lotta. Non abbiamo fretta. E se non finiamo domani, c’è anche il terzo giorno.

Uno dei tanti insegnamenti: non vogliamo mettere un limite alle parole con tempi arbitrari ne cronometri. Staremo qui, ascoltandoci tutto il tempo che sia necessario. Il dolore condiviso sfugge ai limiti del cronometro.

Il caffè caldo e il cibo che nutre ci aiutano a superare i brividi, i cuori agitati, la pelle irta e il freddo che inizia a sgattaiolare tra i nostri vestiti. Corpi che si uniscono in un unico corpo collettivo

Perchè lo sai bene, compagna e sorella, siamo in una guerra. Loro per ucciderci. Noi per vivere, però vivere senza paura, vivere libere infine

SECONDO GIORNO. Le proposte, condividiamo idee ed esperienze

È uno dei momenti in cui le nostre logiche conosciute ci battono. Innumerevoli Tavoli, gruppi e cerchi, con temi specifici, con comportamenti patriarcali e gerarchici in alcuni, spuntano come funghi. L’ascolto collettivo è diventato una tribuna di dibattiti segmentati.Emergono false autorità, microfoni limitati

Ma anche dibattiti sinceri, parole che risuonano in noi. Uno spazio dove convivono molti spazi, a volte senza poter nemmeno ascoltare per la simultaneità di voci, attività parallele e proposte.

Però le mujeres que luchan stavano lì . Insurgentes e miliziane vedendo, accudendoci tutte, attente a tutto.

TERZO GIORNO: Gritarnos de alegría y de fiesta

Un’altra volta ci accolgie lo spazio di ascolto. Oggi ci riceve differente. Vi sono manifestaqzioni di ogni tipo. Colori, canti, ritmi, poesie, gesti diversi. Una vera celebrazione.

Una festa che ci unisce, ci da coraggio, ci rallegra.

Poi la chiusura, con le parole della comandanta Jessica che riassume ciò che è successo:L

Abbiamo ascoltato le parole dei vari tavoli e le proposte, e altre proposte che si fanno

Queste, ed altre proposte che escano, quando ritornerete nelle vostre geografie pensatele e riflettete nei vostri cuori ciò che abbiamo visto ed ascoltato in questi giorni, vediamo di fare in modo che tutte quelle che hanno partecipato, e soprattutto tutte quelle che non hanno potuto venire conoscano queste proposte e queste idee, e ragionino e dicano la loro parola.

Pensiamo che questo sia importante, perchè se non ci ascoltiamo tra noi, come donne non serve che agiamo così, perchè vuole dire che non siamo donne che lottano per tutte le donne, ma solo per la nostra idea, il nostro gruppo, la nostra organizzazione. Sembra facile da dire che pensiamo e riflettiamo sulle proposte, però è impegnativo, costa, perché anche per questo è necessario organizzarsi

Le donne zapatiste, sempre impegnate, in prima persona. l
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I migranti ai nostri confini

Sulle migrazioni ci sarebbe molto da dire e da riflettere, dato che tutte le civiltà del mondo, nessuna esclusa, sono nate da migrazioni, incontri, mescolanze di fedi e di idee. Ora l’Occidente evoluto, quello che fa l’asso pigliatutto sulle risorse e le ricchezze del mondo, intende bloccare le migrazioni, e lo fa con tutti i mezzi peggiori, demandando ad altri il compito di respingere, a costo di ammazzare, torturare, lasciar morire di deserto, di mare, di gelo e di montagne. Due notizie di oggi su facebook e change org mi hanno sollecitato in modo particolare .

La prima è quello che succede ai bambini migranti detenuti separati dai genitori al confine con gli USA: tenuti in gabbie quasi come animali, lasciati senza le necessarie cure, al freddo e con poco cibo, ci sono segnalazioni di alcuni bambini morti, e insieme la denuncia di centinaia di bambini vittime di sfruttamento fisico e violazione sessuale. Le loro vite, le loro storie cadono nella totale indifferenza, mentre i loro abusatori possono usarli con indifferenza e senza alcun rischio di essere puniti. Questi bambini non vengono considerati esseri umani, piccoli con il diritto ad essere protetti e difesi, fanno parte di quella umanità a perdere che sopravvive ai margini nell’indifferenza e nel disprezzo generale.

I diritti dei bambini, purtroppo non riguardano i bambini vittime della violenza USA ai confini, ne tutti gli altri bambini migranti

La seconda viene dall’aggiornamento di una petizione su change org e riguarda i confini della Croazia, la civile Europa che non vuole accollarsi il prodotto delle sue politiche coloniali e di spoliazione, in complicità con gli USA, non fa di meglio:

Faccio mia la domanda: perchè nessun parlamentare, nessuna autorità ascolta il grido e fa propria la richiesta di rispetto e pulizia ai nostri confini? Quello che succede in Croazia, quello che succede in Libia, quello che succede in Grecia è la vergogna dell’Occidente, così come quello che succede ai confini con gli USA, e non venitemi a parlare di diritti umani, di stati che li violano, mentre sostenete queste torture e queste galere! Ho certamente dimenticato altri confini, ma almeno dove vi sono segnalazioni circostanziate e testimonianze dirette vogliamo intervenire e dire basta? Il fatto di demandare ad altri l’esecuzione delle torture non rende i nostri governi meno responsabili!

Questa la testimonianza da lorena fornasir Trieste, Italia

24 gen 2020 — 

Cari sostenitori e sostenitrici, siete tantissimi ad aver firmato la petizione: 67661 dal 27 settembre ad oggi. Il ragazzo torturato in questi mesi è stato curato ed ora sta meglio. Le ulcere si sono chiuse ma l’epitelio resterà danneggiato per sempre. La sua mamma, ha venduto la mucca con cui sosteneva le altre due figlie affinché il figlio possa proseguire il viaggio per entrare in europa, lavorare e mantenere la famiglia nel lontano Pakistan. Non sappiamo se ce la farà. Il “game” si fa sempre più duro e feroce, i morti ormai sono troppi. Ma questa non è più una novità. La vera notizia è che nessuna voce della politica ha speso una sola parola contro queste torture che avvengono nella vicina Croazia. Bruxelles è a me inaccessibile poiché solo la vittima può appellarsi. Adnan è minacciato di morte e finchè non sarà salvo, non denuncerà mai nessuno.  Mi chiedo così come mai nessuno fra i politici, riviste, giornali e TV  risponde a questa mia petizione e a voi 67 mila 661 firmatari. Continuerò a chiedere giustizia per Adnan, simbolo dei tanti ragazzi torturati e seviziati, per Alì morto le conseguenze dei piedi in necrosi a causa di uno spietato respingimento, per Bendisari  Sidahmed morto di confine il primo gennaio 2020 alle 5 del mattino, e infine, per tutti gli altri che sono morti, o sono stati torturati o seviziati


Quarto stato in montagna: siamo noi, siamo tante e tanti, siamo quelle e quelli che accolgono e condividono, dobbiamo alzarci in piedi e pretendere una diversa politica dell'immigrazione
Siamo tante, siamo noi, siamo quelle e quelli che condividono e accolgono! Basta violenza, basta repressione (titolo originale: quarto stato in montagna!)

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PENSARE UN MONDO NUOVO

Le parolacce, noi vecchi e vecchie combattenti e reduci, e le sardine!

Io vengo da una genrazione che ha scoperto le parolacce, i vestiti sdruciti, il modo di muoversi e di sedersi magari per terra come momento di libertà e di ribellione all’ordine costituito, al già dato, ai buongiorno e buonasera e alla maestra non si da del tu. A noi educavano ad essere gentili e sorridenti, riservati : se pensate che la cosa più rivoluzionaria del 68 per molti fu aver dato un bacio in pubblico, restare abbracciati ad una manifestazione o abbracciare tutte e tutti, invece della educata stretta di mano che ci avevano insegnato! Si trattava da una parte di rivendicare la propria presenza anche corporea, e dall’altra di rompere bellamente le scatole al potere costituito da genitori, professori, insegnanti, parroci e vicini di casa. Era un respiro di sollievo, un gridare noi siamo diversi e diverse! E molte contestazioni di donne anche all’interno dei gruppi politici fecero seguito a questa rivendicazione di esserci intere, di poter stare “scomposte”, di poter urlare, saltare, essere sguaiate e parlanti, e non al servizio del gruppo invece che del marito.Chi non ricorda il rifuto o la denuncia di essere ridotte all’angelo del ciclostile? Non fu nemmeno così facile, come sappiamo bene, e nemmeno così coralmente accettato, ma noi venivamo fuori e scalpitavamo urlando al mondo la nostra diversità. La mia generazione ha provato sentimenti di ammirazione, e invidia, per la libertà dei corpi delle ragazzine, libertà che noi cercavamo a fatica, già segnate dal peso di una educazione limitante. Ma fu una breve stagione, la nuova libertà, anche di linguaggio che per noi era rottura degli schemi divenne nel tempo l’uso comune della parola pubblica, e la nostra fame di letture, di analisi, di pensiero che stava dietro ad atteggiamenti provocatori venne scavalcata dall’arrivismo, dalla volontà di esserci e di essere nominati a tutti i costi. E piano piano abbiamo assistito al furto ed alla distorsione di atteggiamenti, parole e modi di sentire, ricondotti con la lentezza tenace del potere che cambia tutto per non cambiare niente, al vuoto ed allo sbracamento furioso degli ultimi anni. Non starò qui a fare una analisi dei vari passi, perché credo che in molti conosciamo quella storia e abbiamo vissuto tutte le fasi, comprese quelle di chi a queste svolte ha aderito, ritrovandosi nella stanza dei bottoni senza alcun senso di rispetto e di ascolto per le istanze che lo avevano condotto a quel punto, ma felice del potere conquistato, e preoccupato piuttosto di essere affidabile per il potere .Per molti di noi accanto al disgusto per la parola pubblica usata con noncuranza come se si fosse al bar sottocasa, c’è stato un certo sconcerto per le richieste delle sardine. Da un po’ andavamo dicendo che era necessartio recuperare il senso del rispetto, dell’amore reciproco, che essere solidali non significa essere “buonisti” e che gli slogan ci avevano stufato e disgustato, ma basta parolacce? E allora noi? È stato sconcertante e difficile, ed io ancora non mi ritrovo nei gruppi impegnati ad essere buoni ed educati, ma devo riconoscere che sono riusciti a smuovere l’apatia e a dare speranza a chi si era oramai rinchiuso nel suo rifiuto solitario, credendo di essere solo. Ecco loro ci hanno ridato la dimostrazione evidente che non siamo sole e soli, c’è un mucchio di gente che condivide cose di base, come il diritto alla vita e all’accoglienza, e che crede che la politica debba tornare ad essere una cosa seria e che si possa recuperare molto cominciando a dire di no alla violenza ed alle aggressioni continue. C’è persino chi si è trovata, non so se per scelta, o per fatalità messa in gioco e messa alla pubblica gogna da chi non si arrende a vivere in un mondo umano, rispettoso e civile.Ogni tanto leggo dei post di compagni che blaterano: perché non fanno questo, o quello? Perchè non manifestano contro la guerra o per il clima, o per il lavoro, e così via! Posso dire che questi post mi disturbano parecchio? Trovo che stiamo ancora giocando alla delega, con un pizzico di invida, per le sardine che riempiono le piazze, per Greta e le altre ragazzine che hanno smosso i giovani che a noi non ci ascoltano, e così via! Ma perché se pensiamo che sia giunto il momento di impegnarsi, di manifestare contro la guerra non lo facciamo? Aspettiamo che siano le sardine a convocarci, per poi scocciarci perché non vogliono le nostre bandiere? Bene, invito io tutte e tutti i pacifisti, più o meno non violenti che sono contrari alla guerra e all’imperialismo a raccogliere e diffondere documentazione, ad organizzare presidi per arrivare ad una grande manifestazione che sia nutrita dei nostri slogan, in cui le sardine che vorranno potranno trovarsi bene accolte ed a proprio agio, anche se noi rivendichiamo le nostre bandiere. Costruiamo un cammino di pace, cominciamo a creare articoli, poesie, libri, documenti in cui si cerchi di costrire una diversa immagine di società, in cui si possa ragionare del tipo di relazioni e di società che vogliamo per affrontare positivamente le sfide del clima, delle migrazioni, della convicenza civile.

E un augurio per l’anno: Lottiamo come le ragazzine! Che non hanno nulla da perdere se non la speranza e il diritto avivere la propria vita!

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Il nostro mondo sta bruciando

As Amazonian women, we coexist with nature. We have a strong relation with our Mother Earth. We are the ones who are closest to the land, because in the forest we are the ones who sow and harvest. And like water, we give life, we give birth. We look after our children and we use medicinal plants for healing. This connection with the land and our territory gives us strength to continue fighting against the oil companies and other extractive industries.”

– Flor Tangoy of the Siona Nation and Nemonte Nenquimo Waorani leader, founding members of our partner organization Ceibo Alliance, in the Ecuadorian Amazon.

www.amazonfrontlines.org

Come donne dell’ Amazzonia, noi coesistiamo con la natura. Noi abbiamo una relazione molto forte con la nostra Madre Terra. Noi siamo quelle che sono connesse alla terra perché nella foresta siamo quelle che seminano e raccolgono. E come l’acqua, noi diamo la vita, noi diamo la nascita. Noi ci occupiamo dei bambini e usiamo le piante medicinali per curarli. Questa connessione con la terra e i nostri territori ci da la forza di continuare a combattere contro le oil companies e le altre industrie estrattive.

Da qui, da questa connessione con la terra dobbiamo ripartire per fare analisi e proposte che ci aiutino a trovare una soluzione ai problemi dell’oggi. Il nostro mondo sta bruciando, e la insipienza degli esseri umani “evoluti” sta dimostrando tutta la sua capacità distruttiva. Dobbiamo uscire da qui, dobbiamo uscire dalla necessità impellente di denaro per sopravvivere: per sopravvivere, per vivere, abbiamo bisogno di cibo, di casa, di aria, di acqua, ma tutto questo è diventato merce. Ed a questo si sono aggiunte tutte le necessità indotte dalla convivenza civile e dalla organizzazione sociale. In realtà chi vi fa fronte comodamente è una esigua minoranza ricca, tutte e tutti gli altri arrancano e lottano quatidianamente per essere all’altezza di richieste impossibili.

In questo clima di bilanci di fine anno vengono fuori notizie di ogni genere che per un attimo alzano un velo sulla nostra inconsapevolezza e ci forniscono alcuni dati: 11 milioni di italiani che non si curano perché non possono permetterselo, in un paese che vanta un servizio sanitario nazionale per tutti i cittadini ed i residenti. Sappiamo bene che i servizi di base sono stati a poco a poco logorati, ridotti, coperti di tichet ed altre forme di ostacoli come le attese inaccettabili per poter fare una analisi, un elettrocardiogramma o ancora qualcosa di più approfondito. Mentre si predica di prevenzione le attese così lunghe fanno dilatare i tempi per una diagnosi corretta, e quindi chi può ricorre alla sanità privata per potersi curare.

Se poi guardiamo ad altri numeri, come i migranti in ingresso, i morti in mare, i prigionieri in libia, le ragazze prostituite sulle nostre strade, ci appaiono i numeri della follia di una vita “civile” capace di uccidere, di sfruttare, di violentare, schiavizzare in una piantagione o in un laboratorio più o meno clandestino. Bisogna che una fabbrica bruci, e chi vi è rinchiuso perché non sfugga allo sfruttamento vi muoia, perché diventiamo per un attimo coscienti del costo umano e sociale del vestito a poco prezzo che compriamo distrattamente, e qualche osservazione più pregnante aggiunge i bambini sfruttati per i tappeti, per i palloni cuciti a mano, per le piantagioni intensive di cacao, e via di seguito. Ci scandalizziamo per il lavoro infantile, ma in una società differente i bambini crescono e gradualmente apprendono e si affiancano agli adulti per tutti i lavori necessari alla sopravvivenza, e la scuola e lo studio sono parte integrante della loro vita insieme alla conoscenza degli alberi, della natura, dei fenomeni atmosferici, del senso della vita e della relazione con gli anziani e con la storia e la cultura del loro popolo.

Si è fatto di tutto per sradicare queste competenze e questi modelli di vita, si sono rapiti i bambini per educarli fuori dalla influenza familiare e tribale, per scoprire con sorpresa che una volta adulti i sopravvissuti alle cure ed al trattamento “civile” tornano finalmente e con gioia alle loro tribù ed ai differenti modelli di vita.

Di fronte al mondo che crolla in molte e molti ci rendiamo conto che il nostro modello di vita è mortifero, per noi e per tutto l’ambiente intorno, ma siamo poco attrezzati per vivere un cambiamento radicale.

Credo che dobbiamo partire da noi, da quello che siamo, che amiamo, dalle cose che sappiamo e quelle che possiamo imparare, confrontandoci con le esperienze diverse senza pretendere di essere noi diverse e diversi. Lasciar andare progressivamente tutte le sovrastrutture, puntare all’essenziale, ad una vita più sobria e più felice. Riprendere ad onorare ed amare la terra, lasciando andare tutti i grandi progetti di progresso che attraversano il mondo e sono una minaccia continua per la vita. Così una esperienza come quella dei No Tav dovrebbe essere studiata e compresa, insieme al rispetto ed alla solidarietà, perché una resistenza così lunga ha richiesto una diversa organizzazione della vita, una ripresa dei legami sociali, della condivisione, della solidarietà. Abbandonare i leader per impegnarsi in un progetto comune in cui tutti divengono attori del movimento e del cambiamento, in cui diventi il quartiere che vorresti, il paese che vorresti, perché intanto che affronti la polizia e la repressione coltivi conoscenza, amore per la tua terra, per le tradizioni, per quella valle che vedi violentata e distrutta. Focolai di questo tipo, ognuno con una sua storia ed una sua ricchezza ce ne sono tanti, in Italia e nel mondo. In ogni caso mi sembra evidente che è la gente organizzata dal basso che ricostruisce legami e storie, inventa soluzioni a progetti difficili e trova vie d’uscita creative e costruttive. In questi luoghi, dal Chiapas alla Val di Susa, dal Donbass alle donne curde, dalla marcia del Ritorno che resiste in una Gaza martoriata, alle mille altre esperienze si verifica che è necessario stare fuori dalla politica ufficiale, dai partiti ufficiali tutti dentro il calderone di organizzare il progresso, dai tentativi di redistribuire questa ricchezza estraendo per il popolo invece che contro il popolo, per trovare nuovi differenti modelli di vita e di speranza, per tessere legami nel mondo che ci consentano di fermare il capitalismo, l’estrattivismo, la violenza e raggiungere un nuovo modello di vita che sia un buon vivere in armonia con piante ed animali, con il Cielo e la Terra, con la Luna ed il Sole.

Dobbiamo recuperare amore e rispetto per la nostra Madre Terra, dobbiamo recuperare la poesia e la cultura come parte della vita, saper di vita e di morte, di cicli delle stagioni e di energia, sapere come si può ottenere un forno solare, un bagno ecologico, un depuratore con le piante. Piantare alberi, piantare semi per il futuro, onorare l’Acqua e la Terra, il Fuoco e l’Aria. Quando la connessione con questi elementi fondanti della natura viene persa, l’acqua sparisce, inaridisce, o travolge e sommerge, il fuoco distrugge e uccide invece di riscaldare e nutrire, la Terra diviene arida polvere senza vita e l’ Aria quel miscuglio di gas ed inquinanti che ci soffoca quotidianamente. Torniamo ad occuparci da vicino ad amare e rispettare la Terra madre , l’Aria che respiriamo e ci da vita, l’Acqua che ci disseta, ci lava, fluisce, il Fuoco che riscalda e purifica. Accettiamone anche la connessione con il nostro esserne parte:

Terra il mio corpo.

Acqua il mio sangue

Aria il mio respiro

Fuoco il mio spirito.

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"NI ARGENTINO NI CHILENO, MAPUCHE",

Meglio ascoltare la voce dei popoli nativi e sentire da loro quello che hanno da dire e che chiedono. Ho tradotto un appello dei popoli mapuche, che vivevano sulla loro terra prima che i colonizzatori si inventassero frontiere e divisioni:

La gente della terra oggi si trova faccia a faccia con gli interessi degli uomini che adorano il metallo soprattutto se sono trasferibili in banche che li faranno guadagnare.

I corsi d’acqua ed i boschi hanno la loro forma di comunicazione, gli uomini della terra uniti a questi suoni vanno creando amore

Benetton in Argentina, le aziende forestali e quelle elettriche con le acque in Cile, tutti insieme vanno rubando le terre ancestrali.

Maurizio Macri gli consegna il Sì, Bachelet l’ amen, e tra tutti e due gli eserciti si fa scorrere il sangue Mapuche

Ne cileno ne argentino, semplicemente esseri umani della terra, uniti nella cosmovisione di un miglior Wallampu (un concetto ampio che contiene tutto il territorio Mapuche,suolo, sottosuolo,l’aria, i fiumi, e tutti i raggruppamenti umani)

Il mapuche ha sofferto disprezzo e discriminazione per quelli che dicono essere garanti della civilizzazione

Il popolo mapuche oggi si solleva, lo si può vedere che difende con impeto, coraggio e allegria l’alba di un nuovo giorno, per recuperare ciò che gli apparteneva.

Le infamie che si stanno commettendo contro i popoli del Wallampu deve essere conosciuto ed ascoltato dai cittadini in ogni luogo.

Solidarietà ed empatia, due sentimenti che devono far saltare in aria i codardi che si rifugiano dietro i gendarmi.

La machi è la saggia donna mapuche che guida le cerimonie, cura e sostiene
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Il clima, San Juan Chamula, gli indios, e noi

Se una cosa giusta non “paga” politicamnente, non è lei ad essere sbagliata, ma la politica!

Oggi assistiamo al trionfo del politicamente scorretto, della ragione del più forte e dell’uso della forza verso i propri popoli…

Scritta due mesi fa, trovo ancora più che valida questa riflessione.

Gli incontri tra odio e repressione rischiano di riportarci all’età della pietra. La convenzione sul clima non ha dato luogo a nessun cambiamento significativo, ed io sono convinta che le multinazionali in realtà già governano il pianeta, o almeno i paesi occidentali sviluppati e quelli sulla buona strada per esserlo. Da qui non può venire fuori niente. Lo sviluppo sostenibile è uno specchietto per le allodole, così le multinazionali si buttano sul “verde” devastando campi interi con piantagioni di .. pannelli solari e pale eoliche, senza alcun rispetto per l’ambiente intorno, per non parlare dell’impatto delle grandi dighe sugli ecosistemi che hanno attraversato, così come prima, e ancora oggi, si buttano sul petrolio. Cambiare tutto per non cambiare niente, è questo quello che impera.

Dove ci sono stati governi progressisti, o dove si è cercato di avere un governo progressista, come in Messico, o persino nella Bolivia di Morales, sono apparsi i reiterati riferimenti alla madre terra, al rispetto per i popoli indigeni, da cui AMLO si è fatto consegnare il bastone del comando, in una grande cerimonia ricca di significati, in cui si è impegnato a tenere in conto i popoli indigeni. Ed Evo ancora di più ha sbandierato il suo rispetto per la Pachamama, il suo essere indio come una bandiera, decidendo lui che cosa è bene e cosa serve ai popoli indigeni che vivono nel territorio da lui governato, nemmeno lui è riuscito a trovare una sintesi felice. In realtà finché si persegue lo sviluppo e l’estrattivismo si cerca solamente di addomesticare gli indigeni, di dar loro alcune risorse di base perché si integrino in questo sistema. Il problema è alla radice, la loro cultura, il modo di vivere il quotidiano, di rapportarsi con le necessità primarie e con l’ambiente ci interroga e ci destabilizza ed è necessario ascoltare e comprendere profondamente la cultura indigena, per riuscire ad individuare, insieme e non sopra, una sintesi, o degli intrecci che non siano distruttivi o colonizzatori.

Ho sperimentato sulla mia pelle come è facile essere ammirati e persino in ascolto a parole ed anche con la volontà, della ricchezza di spunti che i popoli indigeni offrono. Ho solidarizzato, ed ascoltato ciò che veniva fatto e detto, dalle praterie del Nord America dove si sono alzati a Standing Rock per fermare una pipe line decisamente mortifera che metteva a rischio il fiume, ai mapuche, ai maya, ma ho scoperto di essere rimasta incapace di accogliere delle differenze che parlano davvero un altro linguaggio. Ho visitato, con il gruppo con cui mi trovavo, il santuario di San Juan Chamula, in Chiapas, per ritrovarmi dentro una serie di immagini e di riti che ho vissuto molto male. Si sono ribellati dentro di me gli anni di distacco netto dalla chiesa, la ricerca di una spiritualità che abbia a che fare con le forze dell’universo e della natura, senza codici e costrizioni violente. Entravo in un luogo che ha sviluppato un sincretismo tra le credenze millenarie dei maya della zona e la cultura cristiana cattolica. Le pareti tappezzate delle teche dei santi venerati, un profluvio di fiori e di addobbi, che richiedono cura ed attenzione di gruppi che ad essi si dedicano, e una quantità impressionante di candele, famiglie, gruppi, singole persone accoccolate in terra, ognuna con il proprio sistema di candele. Anche noi avevamo la nostra offerta di piccole candele che hanno durato meno di mezz’ora, e che non si potevano abbandonare finché non erano consumate quasi totalmente. Un’eco della raccomandazione ricevuta che i fuochi non si abbandonano mi ha inchiodato lì, a concentrarmi sulle tre piccole candele che avevo acceso finchè queste non si sono consumate. Su degli alti mobili migliaia di bicchieri di vetro con candele che duravano almeno un giorno, e che i proprietari non abbandonavano finché non erano ridotte ad un poco di cera sul fondo. Coloro che curavano la chiesa passavano a raccogliere le candele oramai abbandonate in via di estinzione per fare spazio ai sempre nuovi arrivi. In alcuni gruppi familiari accanto agli adulti c’erano i ragazzini, i più grandi impegnati con i padri e le madri a organizzare le candele, disporle, unirsi alla preghiera, i più piccoli a razzolare intorno, senza fare troppo chiasso. Apprenderò poi che alcuni arrivano con trapunte e coperte perché si dispongono a passare una o più notti sempre presenti, a volte giungono con enormi vasi con candele che possono bruciare per più giorni, anche più di una settimana, e ovviamente i bambini non possono essere abbandonati, e la chiesa rimane aperta per loro anche la notte, così che possano rimanere a sorvegliare le proprie candele, e dormire a turno, io credo. Sorprendentemente per me, solo io ed un’altra persona del gruppo eravamo sconcertate ed infastidite, molte altre hanno apprezzato la fede di queste persone, la loro capacità di mettere insieme le credenze ancestrali e l‘insegnamento cristiano, la disponibilità a dedicare tanto tempo, e con tanta attenzione, alla preghiera e alla presenza lì. Qualcuna ha notato anche come evidentemente la disposizione di gruppi di candele per colore e per grandezza aveva un senso specifico e che le conoscenze in merito venivano passate dai genitori ai ragazzini e ragazzine presenti, così che il senso della loro azione rimanesse. Fuori la chiesa un gruppo di uomini, coperti di pelli di pecora, danzavano e cantavano in un modo che a me ha richiamato la danza dell’orso del carnevale di Bagolino, o forse meglio, i mamutones sardi, e ciò mi ha fatto pensare che ci sono sottili legami che attraversano i mondi.

Mi ci è voluto parecchio tempo per fare pace con questo fatto. Al di là del rifiuto istintivo, mi sentivo quasi in colpa perché io non riuscivo a riconoscere ed integrare anche queste azioni indigene con la mia idea dei popoli indigeni e della loro capacità di relazionarsi con rispetto alla natura e di proteggerla. Ora credo di aver capito che non ha senso, e quasi è una forma di violenza, volersi integrare completamente e acriticamente, mentre invece riconoscere le differenze, le distanze e le vicinanze è un primo passo sulla strada di una reale comunicazione. Non è necessario negare noi stessi per riconoscere l’importanza dell’altra e dell’altro, ha senso se mai cercare le vie di comunicazione, di intesa per cui io posso fare la mia offerta di mezz’ora, ma non posso integrarmi con i riti e le cerimonie che per qualcuno sembrano dare un senso differente alla vita. E comunque io quelle scelte e quel loro senso li posso ripettare ed osservare, ma ciò che devo fare è fare il vuoto di pregiudizi e di attese per accogliere quello che realmente c’è e riconoscerne anche la potenzialità.

Ho imparato che per avvicinarsi davvero bisogna prima riconoscere ed essere coscienti di se stessi, e non avere paura di ascoltare e comprendere.

Invece tutti i tentativi che vedo di comprensione e di integrazione mi sembrano troppo spesso tentativi di disciogliere la realtà differente nella nostra, lasciandosi contaminare da qualche aspetto che rimane marginale se diviene solo corollario al mito dello sviluppo, dell’estrattivismo della crescita infinita.

Le notizie di ogni giorno svelano nuovi luoghi di morte e di sfruttamento, nelle miniere del coltan o in un laboratorio tessile in India, o nelle piantagioni di cacao… e si avverte come il disastro è forte., ma siamo così impregnati del modo di vivere che ci viene raccontato che non riusciamo a trovare una via se non cercando in qualche modo di imitare quello che per i popoli indigeni è cultura e vita quotidiana, senza riuscire a farlo nostro.

Credo che dovremmo lavorare su questo, e cercare la nostra sintesi, i legami e le differenze raccogliere i suggerimenti per ritrovarli a modo nostro, lasciando perdere lo sviluppo o la comodità assassina.

La caracol zapatista, una esperienza che può arricchire i nostri progetti
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12/12 LUNA PIENA IN GEMELLI

L’ultima Luna piena del decennio, avviene all’inizio di un mese con molti eventi astrologici. È un momento di grande svolta, di lasciar andare ed accogliere il nuovo, di celebrare la luce e conservarne una scintilla dentro di noi per i giorni più bui, quelli che ci fanno precipitare nell’angoscia, ma ci fanno anche comprendere molte cose, e con la nuova saggezza acquisita ascoltando la nostra sapienza interiore, la nostra intuizione, risaliamo verso la luce e illuminiamo noi stesse e il mondo intorno. È il momento di riconoscere che alcuni cicli si stanno chiudendo ed altri possono iniziare, è il momento di raccogliere la ricchezza che abbiamo accumulata e spanderla, farne tesoro per condividerla ed andare avanti, verso la luce che viene.

Proprio domani è santa Lucia, la festa della luce celebrata soprattutto nei paesi del nord dove le giornate sono sorprendentemente corte e buie sino a quel solstizio che ci porterà a non vedere il sole. E poi, dopo questa discesa nel profondo, dopo un attimo di sospiro e di attesa, di sospensione, ecco che il ciclo riparte, lentemente le giornate si allungano e la luce viene ad illuminare il nostro cammino.

Tutte le feste di questo periodo sono legate a questi eventi: si celebra il buio illuminando la notte di mille luci, si copre il silenzio di mille canti, ci si riunisce preferibilmente in casa per raccogliere il calore degli affetti, e poi accogliamo il nuovo inizio, il nuovo ciclo, il nuovo decennio che nasce con l’anno e ripartiamo. Intanto il cielo è stato colorato di stelle cadenti d’inverno, e oscurato da una eclisse, tutto questo ci attende in questo magico ultimo scorcio di anno. E possiamo sperare che si capovolgano gli eventi che il ciclo riparta per nuove aperture, nuovi cammini verso una fase di solidarietà, impegno costruttivo, di esperienze di comunità, di relazioni forti e capaci di sostenere i nuovi cammini e di aprire alla vita.

Le ombre sono state svelate, i delitti sono conosciuti, nessuno può dire che non sapeva, e allora apriamo i nostri cuori, stringiamo le nostre mani in un cerchio di amore e di accoglienza, consapevoli che solo questo può aiutarci a costruire un mondo nuovo.

Io sono convinta che il male vada respinto che i delitti vadano denunciati, che persino l’equivoco della ricerca di uno sviluppo in realtà insostenibile ed emarginante vada svelato, perché se vogliamo vivere il nuovo, progettare il nuovo dobbiamo gettare tutto il ciarpame che ci ha ossessionato in questi anni e ricordare che una sola vita vale più di tutte le fabbriche, che non si deve più morire di lavoro, di manifestazione, di repressione, di respingimenti e di fame. La madre terra può accoglierci tutte e tutti e nutrirci, e proteggerci, se noi riusciamo ad essere solidali e protettivi, rispettosi con lei, se accettiamo gli insegnamenti dei popoli nativi che difendono la madre terra a costo della propria vita, e se lo traduciamo in un nostro modo di vivere insieme, in armonia con tutto l’intorno, se passiamo dal conquistare e governare il mondo, ad esserne parte, condividere apprendere insieme agli altri esseri viventi ed alle realtà tutte che abitano questa terra da molto prima che gli esseri umani vi camminassero.

E allora con questa luna chiudiamo i vecchi cicli oramai superati, lasciamo andare l’attaccamento ad una realtà mortifera e cominciamo ad aprirci alla comprensione dal nostro interno verso l’esterno, le altre e gli altri, gli animali, le piante, le pietre, la Luna e le stelle, il sole, l’Universo intero in cui siamo inseriti piccolo sospiro senziente di una realtà infinita.

Allarghiamo il circolo di amore che in cerchi concentrici arrivi sino al cielo, ed al centro della terra, perché noi siamo parte del tutto, siamo presenti consapevoli e solidali, e il nostro abbraccio inzi da noi alle persone vicine.

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Che cosa hanno ottenuto? la violenza sulle cose e quella sulle persone

Le ragazze dell’università UNAM di Città del Messico, una stimata e famosa università, hanno occupato l’aula docenti e le sale ed hanno scritto ovunque il nome delle ragazze violate, e troppo spesso anche desaparecidas. Hanno incollato sui muri, nelle bacheche fogli con le foto dei docenti e funzionari “accosatori”, cioà quelli che offendono le ragazze, chiedono loro un atteggiamento di rispetto e obbedienza consono al loro sesso, e ne aprofittano per pretendere prestazioni di tipo sessuale, ricattandole con il voto, la partecipazione ad un seminario, il nome riconosciuto sotto la loro opera, e via andare! Fenomeni che sono stati più volte denunciati, violenze ripetute non prese in considerazione: tra una ragazzetta un po’ isterica ed uno stimato docente, tu chi prendi in considerazione? E allora le ragazze si sono prese in considerazione, si sono esposte, ed hanno praticamente ribaltato la quiete dell’ università, canti slogan, scritte ovunque, i nomi urlati dei violatori ed i nomi delle donne violate, le ragazze sparite, quelle che si sono suicidate, quelle che sono morte…

Che cosa avete ottenuto? La domanda è stata posta ovviamente dalle tante persone per bene inorridite per le pareti immacolate deturpate dalle tante scritte sui muri, e che non avevano mai mostrato orrore per le violenze ripetute negli anfratti meno esposti della università. Qualche sollecitazione alla guardia interna, qualche ora vedremo, e tutto eguale, passato sotto silenzio, forse per non infangare il nome della università. Si sa che queste cose succedono, e non solo alla UNAM, ma fa parte del sistema, e tutto continua eguale.

Che cosa avete ottenuto? Questa la mia traduzione del post di Laura Ramirez Delgado:

“Ti racconto qualcosa. Una settimana fa ci fu uno scioperero nella UNAM,nella facoltà dove insegno. Lo hanno organizzato ragazze molto giovani. Durante la protesta hanno disegnato tutta la facoltà, hanno segnato tutto, hanno fatto anche dei murales, hanno cambiato l’insegna della sala dei professori in “sala de violadores”, hanno incollato in ogni sala foto di quelli che molestano o violano le alunne. Hanno rotto dei vetri, hanno rotto delle cose. Non abbiamo fatto lezione per molti giorni, quasi si perde il semestre.

Che hanno ottenuto con il loro “vandalismo”? Vennero chiusi i contratti di 11 professori e 19 amministrativi con Denunce in corso, che stavano lì lavorando come se niente fosse
Hanno ottenuto che almeno 30 aggressori non stessero più lì.

Hanno ottenuto anche che cambi il protocollo di attenzione al genere
Sai, nel bagno delle donne della facoltà, vicino alla carta igienica, e a lato del WC c’è un allarme. È perché tu lo possa suonare se ti aggrediscono. I casi erano così tanti che questa è stata la “soluzione” che hanno trovato
Durante i due anni che sono stata lì, è stato suonato 5 volte questo allarme nel mio orario dalla 9 alle11 del mattino. 2 erano violenze. NESSUNO ha fatto niente!
Un mese fa è stata assassinata la sorella di una alunna, aveva 16 anni. La hanno lasciata in un terreno incolto. La avevano sequestrata nella UNAM. Nessuno fece niente
Bene che queste ragazze hanno rotto tutto, bene che hanno preso la facoltà. Bene che si siano fatte ascoltare! Era l’unico modo, perché le persone continuano a credere che non succede niente!
No mia regina, queste ragazze che hanno marciato non ti rappresentano. Esse rappresentano quelle che sono morte, quelle che sono state stuprate, quelle che sono state colpite, quelle che davvero han sofferto la violenza machista.
Il fuoco e le rigacce simbolizzano questa rabbia sapendo che NESSUNO fa qualcosa, è impotenza verso lo stato che non muove un dito. I graffiti si sono tolti con acqua e sapone in poche ore. Loro non ritornano.

Però non preoccuparti, non devi sentirti rappresentata. Che bello che non hai vissuto niente di tutto ciò, bene che non ti sta vicino. Se lo fosse, saresti arrabbiata al vedere come nessuno fa niente, e che è più importante parlare di “violenze” per alcune ragazze che rigano cose e rompono cose che per le donne e le bambine che sono state stuprate, torturate e assassinate. Oggi, vanno a morire 9 donne in condizioni simili.

Se un giorno dovesse succederti qualcosa, io uscirò a segnare il tuo nome sopra la città e a rompere tutto. Anche se non ti rappresento, te lo prometto”
Laura Rodríguez Delgado.

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Boicottaggio a 360 gradi

Le notizie dal mondo sono insieme devastanti sconcertanti spaventose, eppure propongono una speranza che non si spegne con le bombe e gli spari ad altezza d’uomo, tutti resistono, e non si fermano. La repressione è feroce, ma anche la coscienza che è urgente, necessario inevitabile costruire un mondo nuovo, un mondo che contenga molti mondi, come dicono gli zapatisti, un mondo in cui i ragazzi e le ragazze, le donne, gli uomini, le persone di ogni gruppo ed etnia possano sentirsi a casa loro. E lo dici ora, con le persone accecate, i morti, le famiglie distrutte, i Rowinga, i curdi, il Cile,la Bolivia, Haiti, l’Ilva di Taranto e l’uranio impoverito, le terre dei fuochi, l’aria irrespirabile il ghiaccio che si scioglie e le tempeste anomale?

Ebbene sì bisogna parlarne ora, perché è urgente attrezzarci per modificare il panorama del mondo. Mentre i potenti non hanno più remore, non si nascondono, non velano le loro richieste, le piazze strabordano e cominciano a capire che i potenti della terra sono un gruppo eterogeneo ma solidale e compatto:

Adriana Guzman: il colpo di stato in Bolivia è razzista, patriarcale, ecclesiastico e impresariale… Loro sono compatti nell’agire e nel reprimere, e noi dobbiamo svegliarci , e cominciare a progettare e praticare quel mondo nuovo che vogliamo!

Ultimamente continuo a guardare agli indigeni del America latina, ma non solo, come alle persone che sanno ed hanno qualcosa da dire rispetto a come muoversi oggi perchè un mondo diverso sia possibile. In Honduras, dopo una strenua lotta che è stata anche ampiamente repressa, i manifestanti si sono ritirati, consapevolmente prima che il governo cadesse. Hanno imposto il ritiro delle peggiori norme e del fondo monetario internazionale, ma hanno scelto di non far cadere il governo. Perchè mai? Perchè l’esperienza di lotte e vittorie ha dimostrato che non serve a nulla far cadere il governo, ne verrà un altro, con sistemi simili e magari peggiore. La società deve cambiare in modo tale che non sia più possibile fermarla, come hanno insegnato anche gli zapatisti in Chiapas, ma oramai sappiamo che dobbiamo lavorare sui diversi fronti per ottenere dei risultati. Persino la Grande Marcia del Ritorno a Gaza non si ferma, conta i suoi morti e feriti, i giovani invalidati, ma non si ferma. Ed è un circolo che avvolge almeno tre quarti del mondo: in America Latina si denuncia la presenza e l’influenza sionista. E noi stiamo a guardare straniti e frastornati, mentre le navi si inabissano colme di migranti che l’Europa non vuole, le coste franano, Venezia, Matera, il sud, il nord, tutto mescolato in un malestrom di intemperie e morte, cui si aggiungono le stragi delle morti sul lavoro. I giovani si fanno avanti, si fanno su le maniche aiutano a spalare il fango ed a salvare il salvabile, magari lanciano l’idea delle sardine, e tutti abboccano felici di aver qualcosa da dire, da esternare, sottraendosi ad una politica così aliena alla vita che non ci si riconosce.

Bene abbiamo detto, verificato che siamo in tanti, che l’odio urla forte ma non raccoglie tutti i consensi che crede, in fondo è più piacevole amare, unirsi, abbracciarsi, che essere sempre tesi, arrabbiati, urlanti… Con questo abbiamo recuperato alcuni dati che mi sembrano fondamentali:

1: non vogliamo l’odio per strada, non vogliamo razzismi e violenze

2: non chiedeteci di consentire a decreti come quelli cosidetti di sicurezza, la nostra sicurezza è nell’esserci, uscire per strada, incontrarci, parlare, abbracciarci

3: non è vero che non c’è alternativa, se vogliamo, se ci uniamo possiamo costruire una nuova prospettiva

4: il cambio cliamtico è un dato con cui fare i conti e subito, senza rimandi, l’ambiente è la nostra casa, abbiamo il diritto-dovere di salvaguardarlo

5: le multinazionali sono quelle che ci sfruttano maggiormente che oltre a inquinarci e depredare dall’acqua al suolo, devastare, ci rubano il tempo di rilassarci, stare con gli amici, godere della vita. La gente normale ha diritto a qualcosa di ben diverso da lavora, consuma,crepa

Il continuo tentativo di demonizzare il BDS (boicottaggio.disinvestimento,sanzioni) dimostra che queste azioni funzionano, hanno un grande impatto, e quindi si preparano leggi e regolamenti che cercano di bloccarle. Però nessuno può fermare gli studenti di Harward che se ne vanno all’arrivo dell’ambasciatore israeliano, lasciandolo a parlare ai banchi vuoti, e nessuno può pretendere che noi compriamo coca cola, o qualunque dei prodotti attualmente oggetto di boicottaggio. Persino la comunità europea, così tenera con Israele, ha deciso che i prodotti provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania devono dichiararlo in etichetta, il che significa che noi possiamo evitare di comprarli!

Riflettendo su questi fatti mi è venuto in mente che noi, cittadini inermi vittime del potere delle multinazionali, della pubblicità, del grande fratello televisivo e di tutte le stronzate che vengono propagandate e infilate a forza nella nostra testa, noi abbiamo un grande potere: quello di sottrarci dove è possibile, di contestare, e di sciegliere che cosa comprare, che cosa accettare e che cosa rifiutare!

Certo dobbiamo chiarirci un poco le idee, ma intanto possiamo cominciare a focalizzarci sulle scelte possibili, e diminuire l’impatto ambientale della nostra spesa e della nostra vita.

Qualcuno ci verrà a dire che boicottando facendo diminuire i consumi inutili perderemo posti di lavoro, che a pagare sono sempre le persone. Tutto vero, ma se analizziamo i fatti più a fondo ci rendiamo conto che c’è comunque da augurarsi che le grandi fabbriche si ridimensionino, che finisca l’uso della plastica e lo sfruttamento dei fiumi: credo che sia emblematido il disastro di Taranto, che con l’Ilva ha dato una svolta diversa alla propria fisionomia: prima della apertura dell’Ilva e della massiccia assunzione di operai, e con l’inquinamento conseguente, hanno perso il lavoro cinquantamila pescatori, che non potevano più vivere dei doni del mare, non potevano coltivare le cozze, non potevano pescare… intanto iniziavano i morti di insicurezza ed i malati di cancro. Che senso ha produrre inquinamento, rovinare una città e la sua struttura anche produttiva per impiantarci un mostro simile, che poi appena non serve più viene buttato con tutti i danni conseguenti?

Adesso credo che quello che si dovrebbe imporre è che gli operai ancora al lavoro vengano utilizzati per il recupero e la pulizia dell’ambiente, lavoro lungo, faticoso e non privo di rischi che sicuramente avrà dei tempi lunghi, ma con la ripulitura e la bonifica potranno sorgere piccole imprese pulite che consentano una vita più felice.

E noi intanto cominciamo a fare la spesa in modo intelligente: basta visite ai supermercati per distrarsi, meglio riprendere le passeggiate in centro, o all’aria aperta, le feste in piazza, e tutto quello che rende vivibile l’ambiente. E la spesa la facciamo dal contadino, dal gruppo di acquisto, le poche cose oramai così indispensabili nella nostra quotidianità che non riusciamo a trovare o coltivare possiamo acquistarle al mercato, sulle bancherelle o nei negozi di quartiere, che rischiano loro sì di morire per fare spazio a qualche bar fighetto, ad una botique di lusso o ad altre schifezze alla moda! Anche noi tutti abbiamo diritto al lusso, ma bisogna coniugarlo diversamente: ad esempio mangiare bene, in compagnia, cibi sani e ben cucinati è una delle cose che i ricchi si concedono, aggiungendoci codici scomodi di comportamento per sottolineare la loro diversità, ma vuoi mettere una tavola imbandita ad esempio con pasta fatta in casa, sugo di pomodori freschi e basilico, e persino salame del contadino, pollo ruspante o prosciutto tagliato al coltello, formaggio del pastore, insalata e verdure dell’orto, uova del pollaio di fattoria e non della catena di montaggio dello sfruttamento animale, e magari qualche torta rustica con verdure di stagione, e pane fatto in casa? In altri luoghi tortillas, fagioli, elote (pannocchie fresche bollite) e quant’altro si può trovare nella produzione locale. Tutto ciò con amici e vicini intorno alla tavola, bambini che giocano, gente che chiacchiera, ride, canta. Si può fare, se recuperiamo il gusto di vivere la quotidianità non come lavoro da finire in fretta, ma come momento di creatività, di scambio, di manipolazione ed arricchimento reciproco. Impastare il pane insieme, fare torte, il sugo da conservare per l’inverno, marmellate e verdure sott’olio sono tutte cose che erano spontanee sino a non molti anni fa, ogni zona, ogni situazione climatica consigliava i prodotti ed i modi, i pomodori secchi ad esempio erano patrimonio delle regioni più calde, difficile pensarli al nord, mentre far bollire la passata di pomodoro in grandi pentole era normale al nord, e recuperare la frutta che sarebbe andata dispersa in marmellate, o le verdure di troppo per l’inverno era ovvio un po’ ovunque. Recuperare questi saperi, mettere in gioco le competenze è importante perché meno comperiamo prodotti di fabbrica, meno ci riempiamo di conservanti, di chimica controproducente più lasciamo scorrere liberamente la nostra vita. Già ma per fare queste cose, e questo è solo un piccolo esempio, bisogna avere il tempo, lo spazio, la rilassatezza del quotidiano che ci viene tolta ogni giorno, e allora noi boicottiamo il tempo! Il tempo del lavoro retribuito, sempre meno e con meno diritti ed orari più lunghi. Chi perde il lavoro, o non lo regge più, deve diventare il centro delle prospettive del gruppo assumendo appunto il ruolo di gestione e di organizzazione, magari occupandosi di aggiustare, recuperare, rimodellare, rendere nuova vita e nuovo utilizzo agli oggetti, o coltivando un orto, un pezzetto abbandonato. Tutto ciò ovviamente andrebbe pensato per ogni zona, ogni territorio che si riesce a recuperare, ogni sponda di fiume che deve essere sottratta alle costruzioni, in cui piantare alberi, ripristinare gli argini e gli spazi di rispetto per quando il fiume è troppo pieno. Ci sono un mucchio di lavori da fare, sia autoproducendo sia affidandosi ad una progettazione seria e utile, di comune o provincia, a seconda dei bisogni, in cui molti lavoratori potrebbero trovare ricollocamento per ripristinare, riparare, rimettere in sesto, fare la manutenzione. E non solo lavoraotri di base, ma anche geometri ed ingenieri, architetti, che si impegnino nel lavoro di ricerca e di ripristino del territorio. Ci sarebbe spazio, e utilità anche per le università, che invece di ricorrere ai finanziamenti privati e fare ricerche dolorose ed assasine sulle cavie, potrebbero orientare i loro studi verso un nuovo mondo possibile, una nuova relazione tra le persone, dalla filosofia alla tecnica, dalla matematica all’agronomia, c’è lavoro per tutti. E quindi io direi che non c’è da preoccuparsi se cadono le grandi fabbriche, se le multinazionali vengono ridimensionate è tutto un vantaggio per la vita vera, per la stessa sopravvivenza della specie.

E allora ripartimao dal boicottaggio, ma facendo insieme una seria analisi delle nostre abitudini, da quel modello di vita che ci viene imposto e che non necessariamente ci appartiene e ci fa stare bene.

Pranzo in giardino, condividendo amicizia cibo parole risate

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Luna Piena e dintorni

La luna in questi giorni sta crescendo verso la sua pienezza, e per caso mi imbatto in un’altra tradizione qui in Yucatan che ha a che fare con le celebrazioni dei dias de muertos. Prendiamo un taxi al mattino e la radio accesa racconta che in questi giorni, al fine della settimana si celebra qui in Yacatan il saluto alle anime dei morti che ritornano ai loro cieli e potranno farsi di nuovo presenti l’anno prossimo. La festa ha a che fare con il saluto, buon viaggio, vi attendiamo l’anno prossimo, ed ha a che fare con il cibo, e i dolci, per rednere il cammino più agevole ed a noi il distacco meno doloroso. E nel pomeriggio sulla “calzada de los frailes”, il cammino dei frati, che conduce sino al parco de Sisal ed al convento di San Bernardino, incontro una serie di gazebo e banchi, inframmezzati con alcuni altari dedicati ai morti, ognuno propone dolci tradizionali o cibi specifici per questa festa di saluto, ci sono le pannocchie di mais bollite, el pan de espelon, un fagotto con carne che rifiuto, e poi dolci, zucche o papaia candite, spumiglie e varie forme di pasta di mandorle che rappresentano animali o calaveritas. É una festa più tranquilla di altre, anche se non manca il gruppo che suona e che esegue danze tradizionali: salutiamo con dolcezza i nostri morti che se ne vanno, certi che non ci abbandonano, ma che torneranno l’anno prossimo a passare qualche giorno con noi, a condividere le cose buone che hanno amato in vita, a sostenere il nostro cammino. C’è un poco la pena del distacco, ma insieme il sorriso della unione che la morte non ha spezzato, e della certezza di questa vita che continua in altre forme, e puoi osservare con un sorriso la farfalla che ti svolazza davanti al naso, o ascoltare il cinguettio insistente di un uccellino che vuole farsi sentire: sono i messaggeri da quell’altro mondo, i segni, i testimoni che il filo non è spezzato, che tutte e tutti siamo uno. La luna cresce, illumina la notte perfino ochieggiando tra le nuvole, e noi avvertiamo anche la tensione del plenilunio che si prepara. Ascoltando i video di Aquafortis Astrology si scopre che ognuno di questi giorni ha un suo affollarsi di pianeti, di incontri, scontri, amicizie e incomprensioni che possono servire a tirarci fuori dal nostro angolo tranquillo, dallo scontato, dal già dato per estrarre infine dal profondo di noi ciò che deve venire, e poi, con la Luna Piena avvertiremo l’abbraccio di questa luna in toro, di un amore universale, della accoglienza amorevole di madre terra, il segno di terra che incontra questa luna ci fa sentire più intensamente questa relazione e questo amore, più che mai necessario per districarci dai dolori e dalle ferite quotidianamente imposte alla terra ed ai suoi figli e figlie.

Altri aspetti li colgo dal sito di Cammina nel sole, con due articoli, uno di Elisa Sole:

“Sta arrivando la Luna Piena, esattamente martedì 12 Novembre. Questo mese sarà nel segno zodiacale del Toro, opposta al Sole in Scorpione.

Quando la Luna transita nel Toro è un momento dove è utile e necessario ascoltare i nostri bisogni, cosa ci dice il corpo. Il segno del Toro è legato non solo alla madre terra, ma alla fisicità, ai 5 sensi, al sentire, alla sensualità, ai bisogni materiali, alle idee ingegnose. Sarà una Luna Piena dove poter celebrare le nostre nuove consapevolezze. Dentro di te negli ultimi sei mesi qualcosa è cambiato, cosa? In quale area? Durante il plenilunio e nelle due settimane seguenti vedrai e toccherai con mano i risultati della tua ‘trasformazione’. (…) Il suo messaggio è proprio farti riflettere sul lavoro fatto nei mesi scorsi, sulle tue speranze, sogni, le emozioni provate, paure, lacrime, gioia, duro lavoro e desideri. Forse negli ultimi giorni potresti sentirti ‘persa’ nella nebbia. Non capire granché di quello che è successo e che ti  sta accadendo .. uno dei significati della carta La Luna è la sensazione di confusione,  illusione. (…) Nel corso del plenilunio tutto sarà chiaro. Le ombre, specialmente quelle interiori possono svanire. Il consiglio è di avere fiducia nelle opportunità che si stanno per presentare. Tutto sarà svelato e ti sentirai come la donna nella carta, calma , sognante, splendente. Non solo pronta a ricevere, ma a donare e creare .

(…) in primis il messaggio per il plenilunio  è di celebrare l’amore che hai per Te. Stai facendo cose che ami? Ti coccoli? Il transito lunare in Toro parla di piaceri, Venere è il pianeta legato a questo segno. Fatti dei doni, dei regali. Sei preziosa, apprezzati e coltiva la tua bellezza interiore ed esteriore. Un altro consiglio è di eliminare vecchie dinamiche nelle relazioni, elimina rabbia e gelosia.

E sempre da Cammina nel sole, dall’articolo di Giorgia Francolini

“… . Questo potente plenilunio connetterà le potenti e solide energie dell’elemento Terra alla duttilità uraniana, chiedendoci di manifestare con gesti concreti e duraturi i nostri intenti ma solo a patto di rinnovarci senza mezze misure là dove sarà necessario. Perché solo con la trasformazione continua la nostra consapevolezza può così aumentare e salire di livello in modo equo e appagante.”

Questa luna ci offre l’invito ad uscire dalla rabbia, dalla delusione, dalla gelosia, per fare un salto ulteriore, ed inserirci in quel cammino di risveglio e di nuove energie che si sta muovendo nel mondo. È evidente il contrasto tra questo risveglio e la ferocia e la aggressività con cui ogni sollevamento viene represso: dalla grande marcia del ritorno, a Gaza che da più di un anno segna i venerdi della Palestina e sfida con la potenza del diritto e della giustizia i militari armati fino ai denti, pronti a mutilare ed uccidere, ai nuovi sollevamenti in America Latina, Haiti, di cui pochi parlano, ma che finalmente si solleva chiedendo giustizia e l’allontanamento di un governo rapinoso, e il Cile che sta sperimentando una repressione feroce, e l’Honduras, l’ Argentina, e per alcuni versi gli indigeni di tutto il continente. Ecco, invece di fomentare la rabbia tutti questi movimenti si appellano all’amore, alla condivisione, alla fiducia tra le persone che il diritto va riconosciuto ed agito. Io credo che si sta creando un nuovo filo di speranza, di legame tra i popoli e le persone, le diverse espressioni del femminismo, ni una menos, e la forza delle donne indigene che non si riconoscono nel femminismo rivendicativo bianco e neoliberale, d’altronde molte di noi non si sono mai riconosciute in quello che chiamavamo emancipazionismo, certo che ci spettavano riconoscimenti e posti prestigiosi, ma non a patto di confonderci con il mercato corrente, con un capitalismo includente che ci mortificava negando le nostre differenze, che inevitabilmente avrebbe escluso le altre che non ci stavano. Così siamo di nuovo qui, ad imparare dalle altre, dagli altri mondi, che non sono morti sotto centinaia di anni di repressione e di colonialismo, ma hanno saputo resistere, modificarsi, elaborare nuovi concetti, giocare dentro il dato senza rinunciare a se stessi. E allora cominciamo a costruire ora adesso questi nuovi mondi, questo diverso modo di vivere e di consumare, lasciando da parte ogni prodotto intriso di sangue, anche se comodo e di bell’aspetto, e sostenendo ogni forma di boicottaggio, per arrivare a consumare meno, dai piccoli produttori, a richiedere prodotti che non vengano immediatamente ridotti a rifiuti, a cercare lo scambio, la comunità, la relazione tra le persone. Bisogna imparare di nuovo a lasciar da parte gelosie ed egoismi, a depotenziare i conflitti, a non giudicare, a guardare alle differenze come arricchimento e crescita. Persino la rinuncia di Evo Morales, la notizia è di queste ore, fa pensare ad un modo differente di vivere la politica, nell’interesse ed a protezione delle persone, che rischiano il bagno di sangue della repressione, cercando altri modi di comunicare, di difendersi e di crescere quando lo scontro diviene insostenibile e foriero di tragedie. Questo è il dato, c’è sempre un’altra via, bisogna cercarla, inventarsi percorsi nuovi e sconosciuti, aprire nuovi cammini…

Buona luna Piena a tutte e tutti noi, buona esplosione di possiblità, che cancellino la nebbia e facciano nuovamente risplendere il sole.

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La morte è viva!

Tra pochissimo qui si festeggiano i morti, gli antepasados, e con questo già si coglie un fiorire di iniziative, dagli altari in preparazione, ai dolci e calaveras de azucar, alle sfilate dei morti viventi, la morte è viva, è il titolo della sfilata di Oaxaca. In alcuni casi addirittura si parte dal 28 di ottobre.

È inevitabile, almeno per me, misurarsi con la morte, i morti uccisi di tutte le manifestazioni, questo sfidare la morte per chiedere, pretendere la vita, una vita degna. E i morti delle aggressioni, delle guerre inutili, dei respingimenti, della violenza che produce i femminicidi. Stravolgere la vita, usare una morte per aggredire e ferire anche chi sta vicino alla persona uccisa, il gioco osceno del senso di onnipotenza che è insieme incapacità di sentirsi parte di un genere umano, di una terra, di un universo in cui le altre vite sono tutte importanti, come la tua, e persino cogliere un fiore è un atto che richiede rispetto e considerazone.

La visione della relazione intensa tra morte e vita non ha solo il senso di mantenere il contatto con quelli che ci hanno preceduto, che ci hanno lasciato, come si usa dire, ma offre la certezza della comunicazione costante che in questi giorni diviene più viva e più tangibile. Una esplorazione attraverso le tradizioni e gli usi rende evidente che comuque questo tempo dell’anno è stato vissuto come un momento in cui cambiano le maree e i morti possono rendersi presenti ai vivi. I bambini siciliani sino a pochi anni fa ricevevano addirittura i doni dai parenti morti, e quindi la relazione con loro era intrisa di attesa, di magia e dalla sensazione di amore che veniva trasmessa, mentre in altre parti d’Italia si lasciava la tovaglia apparecchiata la sera, perché i morti potessero venire a sedersi ancora una volta intorno al tavolo. La tradizione stessa di visitare i cimiteri di ornare le tombe ha questo significato di riallacciare un colloquio.

Qui in Messico la cosa diviene tangibile, per le strade, in ogni negozio, quasi in ogni casa, si costruisce un altare per i morti, con le foto e soprattutto con gli omaggi di tutto quello che piaceva al defunto, perché tornando si senta accolto da un frutto, un dolce, il liquore o il tabacco preferito, e poi una strada di luce per accompagnarlo sino a noi. I doni che si trovano sull’altare alla fine vengono condivisi e distribuiti, si accentua l’atmosfera di festa e condivisione, ogni giorno dedicato ad un tipo di morti, non dimenticando quelli uccisi, in cui la morte violenta ha tagliato il corso della vita, ed i bimbi innocenti. Ogni giorno una candela in più, un nuovo invito perché nessuno si senta escluso e dimenticato.

Daccordo piangere i morti, ma non dobbiamo affliggerli troppo, dobbiamo anche sorridere, ridere con loro, perché la loro comunicazione con noi non li affligga, ma li faccia stare bene” Questa osservazione, fatta dalla maestra maya che conduceva la cerimonia del fuoco, penso che sia un poco la sintesi di un modo diverso di rapportarsi alla morte, ai morti, come parte della nostra quotidianità, presenze che si possono invocare perché ci accompagnino, quasi che essi possano indicarci una via, una soluzione ai nostri problemi quotidiani.

Questa sensazione della presenza, della continuità del lignaggio che ci lega ai nostri avi l’ho vissuta molto intensamete nell’ultimo incontro cui ho partecipato, a San Cristobal. Incontro di chamanesimo, un incontro di formazione ed approfondimento, e così mi sono trovata a fare i conti con la mia storia personale e con quella dei miei antepasados, mi sono ritrovata a visitare e rivedere la relazione con i nonni, a riscoprire cose che respingevo e che ora posso comprendere e perdonare, e questo mi ha permesso di ritrovare anche le parti positive, quella eredità dai miei antenati che mi fa quella che sono, con passioni, confusioni, incertezze e determinazione, speranze, fiducia che in qualche modo si è costruita sulle qualità e i difetti di chi mi ha preceduto, per permettermi di farne la mia personale sintesi… e poi la relazione con gli altri, l’attenzione agli altri, la dimensione “politica” della vita, l’impegno differente ma presente e vivo in ognuno dei miei. E ti trovi a fare i conti con il dolore, con la violenza che attraversa le nostre vite. Come si sono attrezzate le donne della mia vita, quelle che mi hanno preceduto, per contenere la violenza insita nelle loro esistenze? La storia delle loro vite è così differente e difficile, eppure così vicina, dalla nonna forte che si è sottratta alla famiglia borghese repressiva, che non voleva permetterle di trasformare la sua passione e creatività per la sartoria in un lavoro, e ha dovuto andare dall’altra parte della Sicilia per potersi esprimere, e poi si è lasciata condizionare, ha scelto di farsi condizionare (?) da un marito esigente, arrogante, che cercava di superare il fatto di essere molto piccolo, con una ostentazione di autorità e presenza molto forte. Ma quell’uomo l’aveva affascinata per la sua parlantina sciolta, per le frasi elaborate, il gusto della scrittura e degli svolazzi che l’avevano incantata… e la mia passione per la scrittura non passa forse anche da lì? E l’altra nonna, austera elegante, proveniente da una famiglia che aveva allontanato la sua mamma per un matrimonio fuori casta, ma con tutta la determinazione, la forza di questa madre a sostenere i suoi giorni. Quando aveva dovuto farsi carico anche del marito per una crisi del lavoro, con la sua dignità e la sua forza aveva affrontato il quartere più povero e malfamato, dove aveva potuto, con i pochi soldi a disposizione, aprire una merceria profumeria. Aveva saputo relazionarsi con le donne del quartiere, molte prostitute, che venivno da lei per comprare un profumo, un merletto, stabilendo un rapporto di rispetto reciproco. Altri tempi, altre vite, ma ognuna vissuta con la capacità di comprendere e sostenere, con progetti personali e familiari, all’interno della famiglia. Io credo che da loro non fosse nemmeno messa in ipotesi l’idea che se un matrimonio entrava in crisi si poteva rompere, e forse non lo avevano mai voluto. Ma una cosa che mi è rimasta di questo è il messaggio di mia madre, di fronte alle nostre asprezze ed intemperanze prefemministe: “io ho scelto questo modo di essere, tu farai quello che credi nella tua vita”e questo messaggio è stato un po’ quello che ha tracciato la mia strada: potevo essere diversa, chiedermi che cosa volevo, che cammino intraprendere…

È vero, i morti interpretano la vita, mi sono trovata a rivedere il mio cammino, a rivedere le vite dei miei con nuova comprensione, facendoci pace senza confondermi con loro e questo credo che sia un grande dono.

Ci sono altre morti che accompagnano le nostre vite, dalle streghe di cui parlava Maria Teresa Messidoro nell’articolo precedente, alle donne morte di violenza, repressione, alle palestinesi, alle curde, alle donne che camminano ora per le strade del mondo cercando di ottenere dei cambiamenti e che cadono, come Bertha Caceres e le tante attiviste uccise per tacitarne la voce e spegnerne l’impegno, “pensavano di averci ucciso, non sapevano di aver messo a dimora dei semi,” che sono germogliati in mille piantine che crescono e presto daranno frutti.

E poi le morti amiche, le persone che hanno accompagnato pezzi importanti della tua vita e che ora mancano all’appello, in questi giorni tornano fuori con prepotenza. Come non ricordare e cercare di reincontrare mio fratello Carlo, una presenza che c’è sempre stata nella mia vita, fino a quando la malattia me l’ha progressivamente tolto e fino alla sua morte, quando il dialogo è ripreso, anche con battibecchi fraterni! E sì, perché vicinanze e distanze ci sono sempre state tra noi, e così quando io mi aspettavo che Carlo fosse uno dei miei acocmpagnatori mentre andavo a cercare il mio animale totem, lui mi ha risposto seccamente che la cosa non lo riguardava, che erano affari miei, e che non mi avrebbe accompagnato, e fece bene. Questo era io penso anche un invito a crescere senza di lui, a smettere il ruolo della sorellina che si appoggia al fratello maggiore per prendere la mia strada…

Franca invece è un’altra storia, una quarantina d’anni di amicizia, forse di più, in cui entrambe siamo cresciute, ci siamo allontanate e riavvicinate, in un legame che si andava rinsaldando nella reciproca differenza e negli scambi di esperienze e di impegno, e la sua assenza inattesa, improvvisa forse per non aver voluto leggere i segnali, è ancora troppo vicina, troppo fresca e non credo che questo dia de muertos riuscirà a farmela incontrare, chissà, forse riuscirò a far pace con il fatto che lei non c’è più, riuscirò a dare un senso reale alle parole che ho scritto dicendo che ora è libera e senza vincoli, può volare attraverso i mondi. E spero che abbia voglia di volare fino a me, al mio piccolo esitante altare, al tabellone disegnato due anni fa e che ancora conservo con la citazione di tutte le morti che hanno attraversato questi anni di dolore, di cambiamenti, di ferocia istituzionale, di lotta, di speranze troppo spesso affogate nel sangue, ma subito rinate, con i semi che germoglieranno in un nuovo domani.

Ciò che fa male in questo tempo faticoso, e stona certamente in questo discorso, sono i “morti viventi” quegli zombies che non riescono a comprendere di essere morti davvero, e che vanno cancellati e dimenticati, per svanire finalmente nel nulla e dare spazio a nuove vite, al nuovo inizio che stiamo faticosamente cercando.

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Di lune e di streghe

Stavo rimuginando sul fatto che non mi decido a partire per un nuovo scritto, mettere in parole quello che ho così chiaro in testa non sempre riesce, ed ho bisogno di darmi una spinta… intanto ricevo questo testo da Maria Teresa Messidoro che mi dice “fanne quello che vuoi” ed è la spinta di cui avevo bisogno, ora pubblico il suo testo, a domani il mio. E grazie Maria Teresa!

Di streghe e di principesse, per un 31 ottobre senza Halloween

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento

La luna piena del 13 ottobre, essendo in ariete, è stata definita come la mas hermosa, la più bella, quella in cui i principi divengono lupi e le principesse streghe! Una luna dunque misteriosa che ci invita a riconoscere le nostre parti magiche, quasi animalesche, quelle meno considerate e ad uscire dalla formalità dell’aspetto composto, infiocchettato ed un poco noioso delle belle principesse, per trasformarci in streghe sfrenate, potenti, capaci allora di comprendere al di là del visibile. Contemporaneamente, il lupo che si nasconde dietro ad ogni principe che si rispetti emerge in tutta la sua forza selvaggia, per riconnetterlo con l’aspra natura, per farlo vagare nei boschi e farlo andare incontro alla strega senza timori ed esitazioni. Due forze dirompenti che si incontrano e si arricchiscono insieme.

Ecco in sintesi il concetto di Any Giroldi, nel suo blog in cui si parla di tarocchi, forza della diosa e di sonidos que fortalecen.

E che ci rimanda al concetto di Hina, la dea della luna, venerata nelle Hawai, la dea del dare e ricevere, dell’alba e tramonto

Tranquilli, non sono precipitata in un intimismo che mi allontana dalla realtà e dalle lotte quotidiane che tanto mi coinvolgono e mi sostengono. No, semplicemente questa riflessione sulla luna di ottobre mi ha riportato alla mente un articolo scritto alcuni anni fa da Valentina Portillo su Rebelión, “Una fecha para celebrar” (Una data da celebrare).

In quell’articolo, Valentina (che considero quasi una sorella visto che è salvadoregna, ed io mi sento profondamente legata a El Salvador) ci ricorda che il 31 ottobre, el dia de las brujas (il giorno delle streghe) è una buona data per celebrare la vita, riappropriarci della memoria storica, essere contestatori, riconoscere l’uguaglianza di genere, amare e sognare. Mai e poi mai ci piegheremo al sistema, mai e poi mai ci comporteremo come alienati seguaci del maldito imperio, né del Dio Mercato, né dei centri commerciali, con le loro vetrine stracolme di Harry Potters, Frankestein o la Famiglia Adams, circondati da zucche e scheletri.

No! Il 31 ottobre è una magnifica occasione per ricordare le streghe di tutti i tempi, le eterne incomprese, quelle che divennero voci fuori dal coro in un mondo maschile, quelle che rifiutarono il sistema di pensiero logico ufficiale, teologico, “naturale” e per questo l’unico riconosciuto come legale, cercando una risposta individuale e collettiva alle mille domande dell’universo intero. Troppe volte hanno pagato con la morte, bruciate sul rogo, impiccate, sul patibolo, colpevoli a volte soltanto di sapere calmare il dolore fisico della peste, delle febbri, della peste, della temperatura così alta che quasi ti incendia.

Una data per ricordare certamente anche quegli uomini che in mille parti del mondo provarono, pensarono, studiarono, strapparono segreti alla morte, smontarono visioni cosmologiche e costruirono sistemi ed idee nuove: dall’antica Babilonia alla Grecia, dall’impero romano all’oscuro medioevo, dai saggi indigeni di quel terzo mondo che l’occidente ha depredato e disprezzato agli attuali ultimi resistenti possessori di conoscenze quasi mai considerate tali dalla cultura imperante.

Come ci suggerisce Valentina, il 31 ottobre celebriamo la grande festa dello spirito e a partire dal nostro carattere collettivo unitario contestiamo la cultura dominante, rifiutiamo la sala da ballo, non precipitiamo nella sinfonia matematica artificiale, né la poesia classista accademica, non roviniamo il succo d’arancia con la vodka, tantomeno feriamo l’acqua con il whisky. Intorno ai falò che sapremo realizzare, ritorniamo ai nostri principi, recuperiamo la comunicazione con piante ed animali, riscopriamo la magia dell’essere e del resistere, lievitiamo al di là dell’universo, dialoghiamo con i nostri morti. E soprattutto formiamo una solida catena di braccia, le dita intrecciate come potenti anelli per salutare e far rivivere la persistente lotta delle donne, la conquista eroica delle streghe di ogni tempo che hanno combattuto e combattono per l’uguaglianza di genere: entriamo a forza nella scienza erudita, alziamo la voce e recuperiamo uno spazio nella vita quotidiana.

Facciamo allora rivivere la storia di Alice Kyteler, irlandese, la prima bruja che la storia ci ricordi, donna bella e indipendente a cui mai si perdonò di essere potente e capace di comandare gli uomini: condannata nel 1324, sparì nel nulla; ricordiamo Madre Shipton, Ursula Nato Sontheil, nata deforme da una relazione clandestina, sottoposta a scherzi e burla, recuperò uno straccio di dignità curando e prevedendo il futuro; morirà nel 1561.

Esce dalla storia Juana Iné̀s de la Cruz, a cui il clero machista impose la vita monastica, più adatta alla sua condizione di donna e suora, piuttosto che alla riflessione teologica, esercizio riservato allora soltanto agli uomini; morirà come portinaia del convento in cui era stata relegata, mentre curava le sue sorelle colpite dal colera nell’epidemia che sconvolse il Messico nell’anno 1695.

Recuperiamo anche la chiaroveggente Joan Wytte, che morirà nel 1813 di polmonite, mentre era imprigionata per le accuse sporte contro di lei dai suoi vicini malevoli ed invidiosi della sua fama.

La lista potrebbe continuare, ma non vi annoierò oltre: ognuna di noi può ritrovare nei propri ricordi altri nomi, altre storie, altre battaglie.

Io preferisco terminare con Febe Elisabeth Velásquez, salvadoregna, che nel 1989, quando la guerra che insanguinò El Salvador per più di dieci anni stava per terminare, fu assassinata insieme ad altri sindacalisti per una bomba collocata nel locale di FENASTRAS, il 31 ottobre. Bruciò come una strega, lei che aveva lottato per anni contro le politiche ingiuste, lei che aveva iniziato a lavorare a tredici anni in una delle più grandi fabbriche tessili del suo paese, filiale di una fabbrica più grande dell’impero nordamericano. Lei che avevo conosciuto ed apprezzato per le sue capacità di dialogo con tutti, lei che sapeva ascoltare, per comprendere e poi lottare, con forza e determinazione. Il suo nome appare ora nel muro della memoria, costruito alcuni anni fa a San Salvador, per non dimenticare le migliaia di vittime di una guerra per la libertà ed una diversa giustizia sociale. Sono riuscita a scovarlo, quando ho percorso il muro, è stato emozionante accarezzarlo, quasi come se volessi stringere ancora una volta quelle mani di donna piccola ma non fragile, riservata ma combattiva

Ed allora, in memoria di Febe, Joan, Inés, Ursula, Alice e le molte altre brujas che sono esistite, pronunciamo i loro nomi, ricostruiamone la memoria e continuiamo la loro lotta.

Glielo dobbiamo.

P.S se cercate in internet l’articolo di Valentina Portillo non lo trovate, chissà chi ha voluto “bruciare” e cancellare queste parole irriverenti ….

e grazie a Nicoletta Crocella per lo spunto che mi ha spinto a scrivere questo articolo.

Di streghe e di principesse, per un 31 ottobre senza Halloween

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento

La luna piena del 13 ottobre, essendo in ariete, è stata definita come la mas hermosa, la più bella, quella in cui i principi divengono lupi e le principesse streghe! Una luna dunque misteriosa che ci invita a riconoscere le nostre parti magiche, quasi animalesche, quelle meno considerate e ad uscire dalla formalità dell’aspetto composto, infiocchettato ed un poco noioso delle belle principesse, per trasformarci in streghe sfrenate, potenti, capaci allora di comprendere al di là del visibile. Contemporaneamente, il lupo che si nasconde dietro ad ogni principe che si rispetti emerge in tutta la sua forza selvaggia, per riconnetterlo con l’aspra natura, per farlo vagare nei boschi e farlo andare incontro alla strega senza timori ed esitazioni. Due forze dirompenti che si incontrano e si arricchiscono insieme.

Ecco in sintesi il concetto di Any Giroldi, nel suo blog in cui si parla di tarocchi, forza della diosa e di sonidos que fortalecen.

E che ci rimanda al concetto di Hina, la dea della luna, venerata nelle Hawai, la dea del dare e ricevere, dell’alba e tramonto

Diosa luna, dal post di Any giroldi citato nell'articolo

Tranquilli, non sono precipitata in un intimismo che mi allontana dalla realtà e dalle lotte quotidiane che tanto mi coinvolgono e mi sostengono. No, semplicemente questa riflessione sulla luna di ottobre mi ha riportato alla mente un articolo scritto alcuni anni fa da Valentina Portillo su Rebelión, “Una fecha para celebrar” (Una data da celebrare).

In quell’articolo, Valentina (che considero quasi una sorella visto che è salvadoregna, ed io mi sento profondamente legata a El Salvador) ci ricorda che il 31 ottobre, el dia de las brujas (il giorno delle streghe) è una buona data per celebrare la vita, riappropriarci della memoria storica, essere contestatori, riconoscere l’uguaglianza di genere, amare e sognare. Mai e poi mai ci piegheremo al sistema, mai e poi mai ci comporteremo come alienati seguaci del maldito imperio, né del Dio Mercato, né dei centri commerciali, con le loro vetrine stracolme di Harry Potters, Frankestein o la Famiglia Adams, circondati da zucche e scheletri.

No! Il 31 ottobre è una magnifica occasione per ricordare le streghe di tutti i tempi, le eterne incomprese, quelle che divennero voci fuori dal coro in un mondo maschile, quelle che rifiutarono il sistema di pensiero logico ufficiale, teologico, “naturale” e per questo l’unico riconosciuto come legale, cercando una risposta individuale e collettiva alle mille domande dell’universo intero. Troppe volte hanno pagato con la morte, bruciate sul rogo, impiccate, sul patibolo, colpevoli a volte soltanto di sapere calmare il dolore fisico della peste, delle febbri, della peste, della temperatura così alta che quasi ti incendia.

Una data per ricordare certamente anche quegli uomini che in mille parti del mondo provarono, pensarono, studiarono, strapparono segreti alla morte, smontarono visioni cosmologiche e costruirono sistemi ed idee nuove: dall’antica Babilonia alla Grecia, dall’impero romano all’oscuro medioevo, dai saggi indigeni di quel terzo mondo che l’occidente ha depredato e disprezzato agli attuali ultimi resistenti possessori di conoscenze quasi mai considerate tali dalla cultura imperante.

Come ci suggerisce Valentina, il 31 ottobre celebriamo la grande festa dello spirito e a partire dal nostro carattere collettivo unitario contestiamo la cultura dominante, rifiutiamo la sala da ballo, non precipitiamo nella sinfonia matematica artificiale, né la poesia classista accademica, non roviniamo il succo d’arancia con la vodka, tantomeno feriamo l’acqua con il whisky. Intorno ai falò che sapremo realizzare, ritorniamo ai nostri principi, recuperiamo la comunicazione con piante ed animali, riscopriamo la magia dell’essere e del resistere, lievitiamo al di là dell’universo, dialoghiamo con i nostri morti. E soprattutto formiamo una solida catena di braccia, le dita intrecciate come potenti anelli per salutare e far rivivere la persistente lotta delle donne, la conquista eroica delle streghe di ogni tempo che hanno combattuto e combattono per l’uguaglianza di genere: entriamo a forza nella scienza erudita, alziamo la voce e recuperiamo uno spazio nella vita quotidiana.

Facciamo allora rivivere la storia di Alice Kyteler, irlandese, la prima bruja che la storia ci ricordi, donna bella e indipendente a cui mai si perdonò di essere potente e capace di comandare gli uomini: condannata nel 1324, sparì nel nulla; ricordiamo Madre Shipton, Ursula Nato Sontheil, nata deforme da una relazione clandestina, sottoposta a scherzi e burla, recuperò uno straccio di dignità curando e prevedendo il futuro; morirà nel 1561.

Esce dalla storia Juana Iné̀s de la Cruz, a cui il clero machista impose la vita monastica, più adatta alla sua condizione di donna e suora, piuttosto che alla riflessione teologica, esercizio riservato allora soltanto agli uomini; morirà come portinaia del convento in cui era stata relegata, mentre curava le sue sorelle colpite dal colera nell’epidemia che sconvolse il Messico nell’anno 1695.

Recuperiamo anche la chiaroveggente Joan Wytte, che morirà nel 1813 di polmonite, mentre era imprigionata per le accuse sporte contro di lei dai suoi vicini malevoli ed invidiosi della sua fama.

La lista potrebbe continuare, ma non vi annoierò oltre: ognuna di noi può ritrovare nei propri ricordi altri nomi, altre storie, altre battaglie.

Io preferisco terminare con Febe Elisabeth Velásquez, salvadoregna, che nel 1989, quando la guerra che insanguinò El Salvador per più di dieci anni stava per terminare, fu assassinata insieme ad altri sindacalisti per una bomba collocata nel locale di FENASTRAS, il 31 ottobre. Bruciò come una strega, lei che aveva lottato per anni contro le politiche ingiuste, lei che aveva iniziato a lavorare a tredici anni in una delle più grandi fabbriche tessili del suo paese, filiale di una fabbrica più grande dell’impero nordamericano. Lei che avevo conosciuto ed apprezzato per le sue capacità di dialogo con tutti, lei che sapeva ascoltare, per comprendere e poi lottare, con forza e determinazione. Il suo nome appare ora nel muro della memoria, costruito alcuni anni fa a San Salvador, per non dimenticare le migliaia di vittime di una guerra per la libertà ed una diversa giustizia sociale. Sono riuscita a scovarlo, quando ho percorso il muro, è stato emozionante accarezzarlo, quasi come se volessi stringere ancora una volta quelle mani di donna piccola ma non fragile, riservata ma combattiva

Ed allora, in memoria di Febe, Joan, Inés, Ursula, Alice e le molte altre brujas che sono esistite, pronunciamo i loro nomi, ricostruiamone la memoria e continuiamo la loro lotta.

Glielo dobbiamo.

P.S se cercate in internet l’articolo di Valentina Portillo non lo trovate, chissà chi ha voluto “bruciare” e cancellare queste parole irriverenti ….

e grazie a Nicoletta Crocella per lo spunto che mi ha spinto a scrivere questo articolo.

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Ridere… dopo l’incontro di San Cristobal

Una ragazzina spaventata e decisa si affaccia alla finestra della sua camera. Giù, intorno alla casa, forse anche potrebbero entrare, degli individui pericolosi che impediscono di muoversi e chiedere aiuto. La ragazzina pensa intensamente e decide, si arrampica sul davanzale e silenziosamente, il più silenziosamente possibile, striscia sul palo del pergolato sottostante. Il palo arriva proprio lì sotto la sua finestra, non reggerebbe un adulto, ma lei è abbastanza piccola per affidarsi al legno e scorrere sul pergolato, scendere a terra nel giardino sottostante, muoversi leggera sulla ghiaia sfruttando le ombre della notte ed arrivare in fondo, dove una piccola breccia nel muro di cinta le permette di uscire fuori e poi correre per i campi sino al fossato da attraversare per raggiungere la strada distante e chiedere aiuto.”

Questa fantasia infantile mi è tornata alla mente in tutta la sua vividezza grazie ad una delle attività proposte durante l’incontro di San Cristobal, e mi sono guardata indietro, ai sogni alle attese di allora sino alla persona che sono adesso.

Mi sono trovata ad essere l’abuelita, la nonnina, oggettivamente la più anziana del gruppo dell’incontro, trattata con quel tanto di rispetto e cura affettuosa che la mia età suggeriva, senza però prevaricare la mia voglia di esserci senza limiti e difficoltà, nonostante una tosse insistente che il clima del luogo ha mantenuto…

Incontrare parti di me seppellite sotto l’esperienza dei giorni, la quotidianità faticosa, la ricerca, le cadute e il rialzarsi, e riconoscere alla fine che i miei sogni si sono realizzati, non nel modo splendente e avventuroso che allora immaginavo, ma prendermi cura degli altri, prima nel lavoro e poi nei gruppi e nelle relazioni interpersonali, insieme allo scrivere, al raccontare storie, è stato quello che ho fatto nella mia vita, come sognavo da bambina. Ciò che non comprendevo allora del mio sogno ricorrente di fuga e salvezza, è che davvero avrei dovuto allontarmi, sottrarmi a casa e famiglia, affrontare le ombre della notte, e del mio intimo, per arrivare anche alla mia salvezza.

Questi giorni in cui sono stata accudita e sostenuta mi hanno riportato alla consapevolezza che devo imparare anche a lasciare che gli altri, le altre si prendano cura di me, non devo aver paura del mio bisogno, della mia debolezza, senza ovviamente naufragare in essa, e allora posso riproporre per intero la poesia che scrissi alcuni anni fa e che mi ritorna in mente quando mi misuro con la mia storia, e con ciò che sono diventata.

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MEDITERRANEO…

MEDITERRANEO
Mare di mezzo
Mare tra le terre
legate dal fluire
d’acqua, dallo scorrere
di onde e maree.
Racconti di antichi esodi
naufragi sfiorati
ma un approdo attende
in porti sicuri
a intrecciare storie, a creare altra vita.

CAROLA
C ogliere
A mare
R ispondere
O sare
L ibera
A vventura


Navigare
in un mare lucente
cogliendo persone
a perdere
mi fece
RIBELLE

Osare,

bimbi

giovani donne

ragazzi generosi

credere in un cammino

verso una possibilità

affidarsi al mare

amico e nemico

sperando in un approdo

Abbattere le barriere

accogliere

condividere, scambiare

storie, sogni vita

Restiamo umani

con le parole di Vittorio

ritornare umani

cercando amore

creando amore

accogliendo,

lottando

testimoniando

perchè trionfi la vita

Il mediterraneo, mare che unisce, mare tra le terre
Mediterraneo, mare che unisce, mare tra le terre
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Il linguaggio è come una città antica …

Il linguaggio è come una città antica …

Passeggiando nel continente Abya Yala, dal Buen vivir al nosotr@s inclusivo

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione lisangà culture in movimento

Scrive il filosofo linguista Wittgenstein che il linguaggio si potrebbe immaginare “come una città antica, un labirinto di stradine e piazzuole, di case vecchie e nuove di varie epoche, il tutto circondato da una gran quantità di settori moderni con strade rette e regolari e di case moderne”.

Non sono una linguista, tantomeno una filosofa, ma questa immagine mi piace, come mi piace addentrarmi nel mondo dei linguaggi e delle lingue indigene, per conoscere meglio innanzitutto il mondo latinoamericano.

Chi si è avvicinato alle lotte di resistenza antisistemiche e antipatriarcali ha sicuramente assimilato il nome di Abya Yala per indicare il continente sudamericano.

Ecco da dove nasce questo nome.

Il lider aymara Constantino Lima di ritorno in Bolivia dal Primo Consiglio Mondiale dei Popoli Indigeni a Port Alberni (Columbia Britannica/Canada) nell’ottobre del 1975 si ferma in Panama per conoscere da vicino il popolo kuna che nel 1925 si ribella e dichiara la sua indipendenza. Solo nel 1953 il governo di Panamá ha riconosciuto ufficialmente la «Comarca di San Blas» o «Kuna Yala» come riserva dei Kuna, impegnandosi a rispettare il loro governo tradizionale in cambio del rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica.

I Kuna abitano le Isole San Blas, sulla costa caraibica del Darién e arrivano fino al golfo di Uraba, in Colombia.

E’ dai Kuna che Constantino Lima riceve il nome Abya Yala (letteralmente: “terra in piena maturità” oppure “terra di sangue vitale”, “terra in fiore”) che si riferisce anche alla parte continentale colombiana del loro territorio, più vasta prima dell’arrivo dei conquistatori.

Anche se è falsa l’idea che i Kuna con questo nome chiamassero tutto il continente americano: essi potevano riferirsi solo alla parte continentale che abitavano.

Grazie a Constantino Lima il nuovo nome si diffonde rapidamente.

Il 2000 è una data chiave: a Teotihuacán, in Messico, si organizzò il 1º Vertice Indigeno della Abya Yala. (per saperne di più http://www.labottegadelbarbieri.org/abya-yala-storia-e-diffusione-di-un-nome/). Da allora, Abya Yala appare prepotentemente in testi, articoli, incontri, manifesti, case editrici. La coppia di parole, ai più in precedenza sconosciuta, diventa simbolo di una rinascita, una riscoperta di una propria identità, individuale ma soprattutto collettiva. Le parole acquistano un peso diverso, non solo evocano un mondo lontano ma danno un senso ad un presente di lotta, riscatto e costruzione di un futuro che si spera diverso da secoli di oppressione e distruzione.

Ma Abya Yala non è la sola novità nel linguaggio latinoamericano.

A partire dall’ondata dei governi progressisti che irrompono sulla scena geopolitica del continente Abya Yala nella prima decade del secolo attuale, acquista significato ed importanza il termine Buen Vivir: sumak kawsay —in quechua—; suma qamaña —in aymara—; kyme mogen —in mapuche—; ñande reko ó teko kavi —in guaraní—; shiir waras —in ashuar—; laman laka —in miskitu—; lekil kuxlejal —in tzeltal—; ma’alob kuxtal —in maya—. Per citare soltanto alcuni dei termini originali che indicano il vivere bene, il benessere collettivo, che include anche il rapporto con la Terra e che sostituisce il concetto di sviluppo fino ad allora utilizzato in riferimento al cosiddetto Sud del Mondo.

Il concetto del Buen Vivir viene definitivamente istituzionalizzato con le Costituzioni dell’Ecuador (2008) e Bolivia (2009), mentre in El Salvador Sánchez Cerén ne fa lo slogan della propria campagna elettorale prima, poi del suo governo, in Venezuela Hugo Chávez crea la “Cédula del Buen Vivir”, come meccanismo per comprare negli stabilimenti governativi; persino negli accordi di pace tra il governo colombiano di Manuel Santos e le FARC si menziona il Buen Vivir una trentina di volte. Sono solo alcuni esempi, per dimostrare che in ambiti anche più ufficiali, l’espressione Buen Vivir inizia a circolare come una enunciazione politicamente corretta, per esprimere quasi qualsiasi cosa. Un concetto potente, simbolicamente rivoluzionario, ma che purtroppo si perde nella crisi generale dei governi “di sinistra”, che in troppi paesi cedono il passo al ritorno delle destre più conservatrici e reazionarie. Perché? Perché se sicuramente questi governi hanno ridotto la povertà, soprattutto grazie a politiche assistenzialiste, contemporaneamente non sono stati in grado di effettuare dei cambiamenti strutturali, cancellando le secolari disuguaglianze. Anzi, si facilitarono gli investimenti stranieri, si consegnò nelle mani delle multinazionali l’economia, con i megaprogetti nel campo dell’agricoltura e dell’estrattivismo. I prodotti transgenici si sono diffusi, non così le promesse riforme agrarie. Secondo una lucida analisi di Machado e Zibechi, inoltre, si creò una nuova elite, una nuova borghesia – come quella in Venezuela legata al petrolio o quella aymara di El Alto in Bolivia; alcuni si arricchirono rubando, contribuendo al dilagare del fenomeno della corruzione: non interessa se sono stati più o meno corrotti dei governi di destra, il problema è che le aspettative nei confronti di chi è stato eletto con un’impronta popolare, avrebbe dovuto possedere ben altra etica comportamentale. E così si giunge ai meccanismi di repressione nei confronti delle voci, anzi le grida, dei movimenti sociali antisistemici, gli unici, composti da donne, indigeni e afrodiscendenti, capaci di opporsi al modello globalizzante neoliberista, una ragnatela in cui tutti si invischiano.

( vederev Machado, D e Zibechi, R. (2016). Cambiar el mundo desde arriba: los límites del progresismo. México, Bajo Tierra)

Si perde dunque la forza del Buen vivir, basato sul principio che “non si può vivere bene se gli altri vivono male”, sul recupero del rapporto con tutte le forme di vita, sulla risacralizzazione del mondo inteso nel senso più ampio, sulla critica al consumo vorace distruttore di uomo ed ambiente, su un nuovo concetto di civiltà e cultura che parta dall’esperienza comunitaria, su nuovi modelli di relazioni umane ed economiche.

Ed allora?

Ed allora, in questa città antica che è il linguaggio, assaporando il libro di Hugo Blanco, Nosotr@s los indios, scopro in modo quasi casuale – ma sarà poi veramente così? – che le popolazioni indigene di Abya Yala, hanno due modi per indicare nosotr@s, il noi italiano: c’è il noi inclusivo, che quindi “include” chi ascolta, e quello che lo esclude, a partire dalla propria identità comunitaria. Parto alla ricerca, in internet e con testi di amici antropologi e verifico che In tzotzil, jo’otic è il noi inclusivo, jo’oncutik è il noi che esclude; in quechua, ñoqauchis include, ñoqayku esclude; nella lingua aymara, jiwasanaka ci include, nanaka no. Ed ancora, nella lingua tojolabal, il termine lajanotik, letteralmente l@s iguales, si usa per definire la frontiera del nosotr@s. In lingua guaranì ñandé è inclusivo, oré esclude. E potrei cercare in altre lingue indigene, ma il concetto è chiaro: l’organizzazione delle popolazioni indigene è collettiva, profondamente solidale, completamente opposta all’individualismo egoista neoliberale ed occidentale. Il noi esclusivo esprime tutta la potenza del collettivismo alla base della propria società e cultura, rimarcandone le caratteristiche e le distanze da ciò che esiste fuori, all’intorno, magari anonimo e grigio come i sobborghi moderni di molte città, a partire da quella astratta del linguaggio.

Esiste però una possibilità: se chi è ascolta è disposto ad avvicinarsi e comprendere, per assaporare e riconoscere questo spirito di fratellanza e comunità che coinvolge tutti gli esseri della natura, smette di essere straniero ed entra a far parte di un progetto altro, condividendone gli ideali e le azioni. Ed ecco allora il senso del noi inclusivo: bellissimo!!

E noi, vogliamo essere inclus@?

Vedere anche Hugo Blanco, Noi gli indios (2015) Nova Delphi Roma e Pietro Gorza, Habitar el tiempo en San Andrés Larráinzar (2002), Otto Editore Torino

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Luna piena 18 maggio – È stato il vento

Madre Terra, installazione ed opere di Grazia Marino (i dipinti) e Nicoletta Crocella, il mandala

Eccoci a questa luna piena così importante, e difficile! Sto ascoltando il video dei acquafortis, e sento le cose che suggerisce: imbrigliare le nostre emozioni ed andare avanti ad un passo costante anche se sembra che tutto vada male… Ecco, vi consiglio di vedervi il video, e di riflettere su quello che vi riguarda rispetto a quello: questo il link: https://youtu.be/zvyxnDIKmbg
Metto come immagine di copertina questa foto della installazione di omaggio alla madre terra che facemmo con Grazia Marino, che ha dipinto le due grandi tele, mentre io ho fatto il mandala che si è sviluppato nella grotta. Il mandala si è modificato nei giorni della esposizione, abbiamo imparato che alcune cose non erano adatte, e andavano lasciate andare, mentre altre si sono sviluppate ed hanno germogliato. Quelle spighe di grano a segnare l’est, germogliate dentro la grotta, nel profondo umido e ombroso, sono il segno della evoluzione che dobbiamo saper cogliere ed accettare: alcune cose sono semplicemente un poco muffite e le ho dovute togliere, mentre il grano è entrato in contatto con la grotta ed ha germogliato, così come hanno fatto altri rametti di succulente, messi per definire gli spazi, che anche loro hanno tirato fuori radici e pallide foglie nuove. Queste piccole piante germogliate, il grano che a qualcuna ha ricordato il grano del periodo pasquale che si fa germogliare ad indicare la primavera, la rinascita, e le piantine resistenti e tenaci si sono distribuite tra noi, e qualche seme è arrivato fino al segundo encuentro de Mujeres Medicina, e creare un legame tra mondi e storie.

Io sono in un periodo di pressione e riflessione, vorrei finire quanto sto scrivendo sulle mie esperienze in relazione al Ritual feminino e alle esperienze che sto facendo qui in Messico, e penso che il brano che segue si possa inserire con il nostro lavoro e la nostra riflessione con la Luna Piena.

È STATO IL VENTO
E succede che il flusso del discorso si blocchi e mi trovi in difficoltà a proseguire il racconto, a metterci dentro tutte le cose che ho imparato anche in relazione alla mia vita, a sistemare tutti i tasselli di questo incontro meraviglioso che ha portato nuovo significato e nuova energia. A volte mi rifugio in un gioco di tessere da abbinare per lasciar correre il pensiero e cercare il bandolo della matassa, anche ora ( Osservo che la meditazione non è solamente quella definita, ma ci sono varie occasioni di usare azioni pratiche ripetitive, classico è sbucciare i piselli, oppure un altro lavoro pratico ripetitivo per consentire alla mente di mettersi un poco da parte e far emergere altri messaggi ). Mi è venuto in mente tutta la situazione di Riace e di Mimmo Lucano, che a Riace aveva creato un modello di accoglienza facendo rinascere il paese e mettendo in moto energie e capacità per accogliere e far rivivere il borgo. Ecco lui spiegava tutto questo grande lavoro dicendo che “è stato il vento” che fece approdare sulla spiaggia di Riace una barca di migranti, e da lì nacque la necessità e la volontà di accogliere e con l’accoglienza fare rinascere il paese, ripopolare le strade, riparire molte botteghe, creare anche una specie di turismo diffuso di tutti quelli che a Riace continuano ad andare per conoscere l’esperienza e trarne indicazioni e insegnamento. È stato il vento è diventato un mantra, il nome di una associazione per sostenere Riace, il nome del manifesto creato da molti artisti ed altro ancora, perché questa frase non solo racconta il vento che ha condotto quella barca ad arenarsi su quella spiaggia, ma racconta anche dei suggerimenti, dei pensieri delle idee che il vento ha fatto nascere e crescere. A me torna immediatamente il legame tra le storie, i mondi ciò che avviene ciò che dobbiamo fare: il vento ha trasportato l’idea, ha fatto conoscere il progetto ma anche ha sollecitato la reazione di chi non vuole un clima costruttivo e vitale, ma vuole solamente repressione e paura. Il vento ha portato la notizia, la sottolineatura dell’importanza, e quindi ha prodotto sia il consenso e la vicinanza che la reazione. Mi viene da pensare che quando parliamo di risonanza morfica, di idee che passano sulle ali del vento, di energie che si aggregano e si intrecciano, dovremmo tener presente anche la reazione che questo può provocare, i freni che vengono messi. E noi donne lo stiamo costatando anche ora: il cammino che abbiamo fatto, il riconoscere il nostro corpo, la nostra realtà, i nostri diritti, la marea verde in Argentina, le istanze delle donne indigene e campesine, che sottolineano di venire da un’altra storia, altro senso della vita, il riconoscimento della identità di genere e del diritto a sentirsi se stesse, se stessi, senza definizioni esterne di sesso o identità, tutto questo che è un enorme passo avanti, riceve immedatamente la reazione e il contrasto con un vertiginoso precipitare che non à nemmeno solo all’indietro, ma anche dentro una definizione di donna e di uomo che diviene così parziale ed obsoleta da apparire inverosimile, ma potrei citare fior di presidenti e di politici e pubblicisti che si ritirano in questo altrove in cui la verità rivelata contrasta violentemente con la realtà che però si pretende di piegare ad un credo cui non credono nemmeno quelli che lo prclamano, almeno non per sé. E seguendo il collegamento che il pensiero suggerisce come non tornare a parlare di Palestina e di Israele? Quella fede che gli israeliani non hanno, permette loro di dire facendo un triplo salto mortale, che la terra che pretendono è stata loro donata da Dio, e sventolano la Bibbia per dimostrare il loro diritto di popolo, il popolo di Sion… chiunque non sia assolutamente ottuso e disinformato, sa benissimo che tutto questo è falso e ignobile, e che serve supportare la bugia con altre menzogne, come quello di appropriarsi dell’ Olocausto e fare la parte delle vittime di ogni reazione, perché vittime in primis di quei fatti terribili. E su questo si può giocare molto, facendo sì che il mondo assuma su di sé la colpa per quello sterminio e attribuisca ad Israele un diritto acriticamente concesso in cui lo stermino dei Palestinesi è un fatto accidentale ed incontrollabile…
Queste riflessioni sono un poco il legame tra la mia storia, il mio impegno sociale e politico e tutto il discorso sulle energie, sul milionesimo circolo, sul bisogno di uno sguardo diverso che parte da noi senza farci ne protagoniste egoiste ne serve del sistema. Quel bisogno di amore, di amare se stesse che permette di muoversi nel mondo con empatia verso ciò che avviene e insieme di non esserne travolte, perché tu hai la tua ancora alla madre terra, e ti puoi impegnare, cercare di cambiare ma senza perderti in questo cammino.
Lasciar andare alcune cose che stai perdendo come offerta all’universo intorno ed ancora per sostenerti e puntare invece a un benessere e ben vivere che ti fa accogliere ciò che viene.
A livello generale, lasciar andare quello che è stato il rinnovamento che abbiamo conquistato dal 68 in poi, ma non per retrocedere affidandoci alle destre reazionarie, ai paladini della famiglia con un padre padrone che amministra e dirigie,ma per andare oltre, accostandoci con rispetto e voglia di sostenere e proteggere ad esempio ai ragazzini del friday for future, senza metterci sopra le nostre infrastrutture, perché è il loro momento di sollevare il loro problema, e il nostro di sostenere stare accanto senza invadere ma anche senza paternalismi.
Senza paternalismi, senza patriarcato, rifiutando il patriarcato e tutto il sistema che lo sostiene e che ci confina dentro cammini decisi al di fuori di noi. Questa coscienza dell’imposizione di un altro punto di vista, di un credo etarogeneo, viene vissuata fortemente anche nei circoli del ritual feminino, perché c’è una traccia che si è depositata sulla cultura originaria e che ha mescolato le carte, così ora insieme alle antiche divinità legate alla natura, agli eventi, circolano tra noi anche angeli, arcangeli e santi.
Ti capita che la tua scelta razionale di agnosticismo crei un segnale automatico di allarme a sentirti dire che la santa x o il santo Y hanno un ruolo nella tua ricerca, nel tuo cammino, ma poi ti dai la risposta che ovviamente io non invoco idoli o santi per quel che sono nella credenza delle varie religioni, ma il simbolo universale che ad essi sottende, quell’archetipo che prende corpo in ogni cultura ed in ogni realtà. Allora posso studiarmi il libro di Shinoda Bolen, La diosa de cada mujer, la dea di ogni donna, che naviga tra le dee dell’antica Grecia per spiegare le varie attitudini e tendenze di ognuna di noi, riferendosi alle dee come archetipo che ci può aiutare a comprendere. E può succedere che io provi una antipatia fortissima, una distanza infastidita nei confronti di Hestia, la dea del focolare, concentrata su se stessa e sull’interno della sua casa, ordinata e creativa, conclusa in sé, sola, per poi rendermi conto che mi rimanda anche alcuni aspetti della mia vita, il bisogno di isolarsi,di chiudersi, di indipendenza nell’accudire me stessa… E quindi accetti anche un pezzettino di Hestia, e questo magari ti aiuta a vivere diversamente anche le faccende domestiche, il tentativo di tenere casa in ordine e cibo in tavola senza soccombere sotto le pratiche dei lavori quotidiani, ma vivendole come parte della tua vita, come momento di assunzione del tuo essere in te e per te. E poi continui a sentirti magari più attratta dalla forza tranquilla e includente di Artemisia, che ti fa vivere il tuo bisogno di occuparsi degli altri, delle altre come un altro momento importante della tua vita, in cui ancora una volta non ti fai sommergere dal male che incontri, dal dolore, dal bisogno dell’altra, dell’altro, ma impari a vivere con empatia senza perderti nel dolore altrui, ma ascoltando fino in fondo e lasciando parlare la tua mente inconscia, che fa collegamenti. Immagina, ipotizza crea nuove possibilità, individua differenti cammini.
Così ho scritto ad una amica con gravi problemi di saluite, questo il brano iniziale,: “sto rimuginando su alcune cose che riguardano te e la tua malattia ed il mio lavoro con il ritual feminino, con i vari aspetti delle energie che sto facendo qui in Messico mi suggerisce che ci sono alcune cose, analizzando quello che dici e la mia risposta, che forse ti potrebbero essere utili.
Ho imparato ad ascoltare le intuizioni che vengono dal mio intimo, quella saggezza intuitiva ed antica che va oltre noi e che ci abita quando riusciamo ad ascoltare, quindi prendi quel che ti dico come un contributo alla tua analisi su di te, e alla tua attitudine di lotta, ovviamente, come sempre, prendi quel che ti serve, ti risuona, e butta quel che non pensi ti sia utile, dopo aver ascoltato tutto con il cuore, con la parte emotiva, non con il cervello
.”…
Questo di mettersi in relazione con la vita, con le necessità e le fragilità nostre e di chi ci sta intorno è uno dei passi che ritengo più significativi di questa esperienza.
Io sono arrivata qui, ed ho ancora molto da scrivere, ma credo che questo contributo, ascoltando i miei collegamenti, il vagare della mente da un fatto all’altro, possa essere utile per riflettere su di noi, sul nostro modo di relazionarci al mondo.
Per questa luna piena, impegnativa, faticosa che ci mette alla prova e ci invita a comprendere prima che sciegliere che cosa c’è da tenere e cosa lasciar andare, insieme o da sole, accendete una candela, o un piccolo fuoco, e lasciate andare i vostri pensieri e le vostre emozioni ascoltando ciò che risuona, ciò che vi richiama altro, ciò che potete costruire, i suggerimenti che vengono dalla vostra saggezza profonda e cercate di liberare la vostra mente dalle sovrastrutture e dagli schemi di vita che vi conducono per uscire libere e forti a incontrare i nuovi giorni ed il vostro cammino.

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Ridiamoci una mossa!

Gli ultimi fatti di cronaca in questi giorni sono riusciti a buttarci addosso una impressione generale di impotenza, di depressione, di incapacità di smuovere le cose. E bisogna partire da questo, dalla depressione, dall’ orroere che provoca l gruppo di ragazzini che aggredisce un anziano sino a renderlo impotente e ucciderlo, il tutto “per divertirsi” e ancora più orrore fa il paese che sapeva e che ha lasciato correre, in un ritrarsi dalla propria responsabilità, dall’essere parte… “Mio figlio ha sbagliato, ma capitelo, qui ci sono solo bar…” “ Mio figlio è stato incastrato” fa eco il padre di uno dei violentatori di Viterbo, I ragazzi che hanno violentato una donna nell’ascensore della metropolitana sono addirittura applauditi dai parenti, e velocemente scarcerati perché non ostante le loro stesse dichiarazioni, i giudici pensano che lei non ha reagito abbastanza, e allora…

Il panorama in cui ci muoviamo è desolante, ancor più a livello internazionale, con i cecchini lodati per il loro lavoro di morte, le visioni panoramiche sui bombardamenti a Gaza, lo Yemen, Haiti, e potrei continuare, tra femminicidi negati e popoli nativi repressi ad oltranza.

Che dobbiamo fare? Metterci a piangere? Ritirarci nel nostro aureo isolamento, incavolarci, metterci a sparare? Certo ci vuole una bella energia per reagire, ma è di questa che abbiamo bisogno, perché tutto lo spazio che lasciamo alle tragedie, all’orrore è spazio che rubiamo a noi stesse, a noi stessi, che rubiamo alle differenti possibilità di vita, alla nascita del mondo migliore, a quel ben vivere che cerchiamo e che dovrebbe essere qui adesso, nella nostra quotidianità. Una volta preso atto del disastro che ci circonda, l’unico mezzo che abbiamo è cambiare lo sguardo, rimuovere l’orrore, creare incontro e conciliazione, creare momenti di bellezza e di luce, proprio perché il buio sta diventando fitto. E più è buio, più la nostra luce, per quanto piccola, può divenire un richiamo, un punto di riferimento. La signora che lamenta ci sono solo bar ha individuato un problema, ma non ha pensato a nessuna soluzione perché è rimasta dentro il sistema, dentro la lamentela per quel che non c’è, per quello che non viene fatto. Bene, cambiare le cose vuol dire anche fare, magari una bella festa della solidarietà dove ci si diverta e si incontrino le differenze, e collaborino. Una serie di proiezioni, una ripulita e rivivificazione dell’ambiente, poesia, arte, un murale da fare tutti insieme… I giovani hanno bisogno di vita, di proposte, di progetti, di gioco, e se li lasciamo soli con i messaggi di arroganza, di isolamento, di superiorità che ricevono ogni giorno vediamo dove possono arrivare!

Divertirsi a fare del male, sia esso torturare un animale indifeso, fare i bulli con i più piccoli e più in difficoltà, dichiarasi superiori a un negro, un immigrato, una donna, una zingara, a me sembra il rifugio di chi non ha niente per sé, e quindi si aggrappa all’essere superiore a qualcun altro per sentirsi qualcuno.

E allora dobbiamo lavorare a largo raggio, restituire una dignità, uno sguardo affettuoso anche all’ubriacone per strada, alla signora anziana che è sconcertata da come va il mondo e non trova di meglio che rimproverare un ragazzino nero, una donna straniera, non fosse mai che porta il velo! È in questo ambito che sguazzano i dettami della marmaglia fascista, e fanno presa su chi non ha nulla e non ricorda neppure più che cosa sia la dignità, così può urlare oscenità contro qualcuno, protetto dalla polizia che è forte con i deboli ma disponibile a proteggere gli urlatori infami. E allora basta! Cabiamo proprio quadro!Basta polizie, esrciti e chiusure! Basta accettare come inevitabile tutto quel che succede! Ma qualunque azione facciamo, cerchiamo di farla gioiosamente, felicemente, ricomiciamo a fare battute, a fare poesia, a sognare un mondo diverso anche nei momenti più oscuri, e usiamo tutti gli strumenti che abbiamo, le canzoni, l’arte, la poesia la danza o il tamburo: suonare al ritmo del cuore della madre terra ci coinvolge e ci avvolge, danzare la nabka è un modo per uscire fuori dalla tragedia, vittime e martiri, ma no siamo persone, che cantano, giocano, danzano, che amano e si inventano le nozze con i fichi secchi, i pranzi fatti di incontri, di parole, di lavoro condiviso, con le erbe del campo e le uova di un pollaio vero, con le galline che razzolano felicemente! Fatto di grano nativo e di mani in pasta, di amore che fa lievitare la pasta e crea il pane sacro delle tavole antiche, e i tavoli ce li inventiamo, per stare vicini, insieme, chi porta il velo e chi si mette il grembiule, chi semina e chi raccoglie, chi racconta storie e chi condivide il pane. E chi sa cantare, o non sa ma ci prova, e chi sa ballare, o non sa ma ci prova, girotondi di bambini e chiacchiere dietro un bicchiere (vino, acqua, succhi o tisane tutto per bere insieme!). Se comiciamo a fare esperienza di momenti insieme semplici ed allegri, se cominciamo a fare insieme la pulizia di un parco, del greto di un fiume, se cominciamo a raccontare storie, a scambiarci storie , vedremo che anche la nostra vita cambierà, il nostro umore, la nostra speranza. Il cambiamento è qui, nelle nostre mani, nella nostra volontà, nel dilatare il tempo, inventarsi lavori di scambio e comprensione, smettere di correre per tutto il giorno, di affannarsi.

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LUNA PIENA DI APRILE, LA LUNA DI PASQUA

LUNA PIENA DI APRILE, LA LUNA DI PASQUA, 19 APRILE NEGLI ULTIMI MOMENTI DELLA BIALNCIA

In equilibrio su una foglia con in mano la corda che regge due ciotole, una bilancia un poco azzurra e nebulosa in attesa della luce

Vi invito a guardarvi il video https://youtu.be/dzZZEMClmBg che da una serie di spunti molto interessanti.
L’immagine di Grazia Marino, ripresa dalla serie usata per i Tarocchi, mi sembra rappresenti bene questo momento ancora di confusione e incertezza, prima che la luce arrivi.
Copio qui l’inizio del pezzo su questa Luna Piena di Camminare nel sole:
“L’ultima luna piena ha avuto luogo il 21 ° di marzo 2019 ed era a 00 ° 09′ del segno, con questo ora accade a 29 ° 06′ . La precedente ha segnato un periodo cruciale che ora si completa con questa luna piena.
La precedente, con il suo tempismo e l’enfasi sullo 0 ° critico, ha segnato l’impulso a qualcosa di nuovo che doveva emergere dalla crisi, mentre questo, è la fine dell’inizio.
 Questa Luna Piena in Bilancia è l’ultimo dolore del parto prima che la nascita della nostra espressione individuale si liberi. Una liberazione che è astrologicamente simbolizzata dalla partecipazione del pianeta Urano alla Luna Piena.”https://camminanelsole.com/luna-piena-in-bilancia-19-aprile-2019-lultimo-faticoso-miglio/
Sì guardatevi anche questo sito! I suoi suggeriemnti e consigli sono utili, e ne abbiamo da pensare se vogliamo superare felicemente questo ultimo chilometro di fatica e dolore! Dolore di lasciar andare ciò che non serve più, dolore di riconoscere le ferite, e decidere di curarle e guarirle, perché poi viene il sole del nuovo mattino, e tutto potrà cambiare in meglio e darci nuova energia, nuovi progetti, nuova speranza.
Di questo abbiamo bisogno ora, guardare in faccia il dolore, il fuoco che brucia i templi della cristianità, dell’ Islam e della Madre Terra! Siamo avvolti da eventi devastanti, siamo travolti dalla indifferenza dei potenti, dal dolore delle persone e dalla nostra sensazione di impotenza. Poi vengono fuori un gruppo di ragazzini che cominciano a dire che non gli sta bene, che così non va, che loro un futuro lo vogliono, e quindi hanno deciso di prenderselo nonostante i grandi, gli adulti, non intendano ascoltare. Ecco io spero che questo ultimo miglio di fatica e dolore, che ci obbliga a resistere, a lasciar andare ciò che non possiamo o dobbiamo portare con noi, finisca per noi e per il mondo. Questo fuoco che esplode su Notre Dame, sulla moschea di al Aqsa, sulla riserva della biosfera, calcinando 300 ettari di mangrovie, è il segno violento e rabbioso della distruzione che attraversa il pianeta, è un richiamo pressante a lasciar perdere le quisquiglie, le idiozie che ci frenano e darsi una mossa. Se due giorni prima della Luna Piena siamo bloccate, due giorni dopo avremo una spinta incontrollata ad agire: dobbiamo usare questi giorni di blocco per preparare l’azione e non esserne travolte. Abbiamo un lavoro da fare, condividere, lavorare insieme, recuperare arte e bellezza, perché ciò che viene ferito non è solo una chiesa, una moschea, un bosco, è la vita, la bellezza, la capacità umana di amare ed onorare Dio, l’Universo, la Madre Terra, di onorare e rispettare la vita.
Qualche mese fa si è laureata Gaia con una tesi in architettura che ragiona sulla integrazione nelle città attraverso il cibo (e spero mi scuserà se la cito senza riuscire ad aprire il suo testo, che mi risulta bloccato): Gaia ha fatto una tesi sulla integrazione davanti al cibo, lo scambiarsi di sapori e saperi è sempre stato un modo felice per incontrarci, e allora occupiamo piazze, strade, cortili con una tavolata cui tutti contribuiscono per la loro parte, senza chiedere una lira, ma il tempo, l’abilità di cucinare, la presenza, e chi non sa cucinare può occuparsi della logistica, predisporre i tavoli, sedie o panche per tutti, spazi per i bambini, per chi ha difficoltà o differenti capacità, e magari cominciamo a praticare una economia alternativa, senza usa e getta che vanno a inquinare gli oceani, invitiamo a portarsi da casa il bicchiere e le posate, a godere dei prodotti locali, freschi, saporiti buoni. A tavola ci si incontra, si parla si scambiano idee, si fanno battute e si stemperano rigidità. All’inizio magari saremo in poche persone, ma l’allegria, la comunicazione, i profumi sono un grande richiamo.
Questa idea in un momento in cui c’è chi lavora sulla disintegrazione e la separazione tra le persone, sul sospetto e la diffidenza, quando non sulla aperta aggressione ai diversi, agli stranieri, ai rom mi sembra importante per cambiare direzione. Le notizie di cronaca si focalizzano sulle aggressioni, sul dolore, ed è un lavoro immane quello di riaprire le menti ed i cuori, far circolare le idee di vita delle persone normali, che se vedono uno in difficoltà danno una mano, che condividono cibo e saperi. Ho presente le vecchie signore mie vicine di casa, sedute come sempre fuori la porta, che salutavano la ragazza marocchina incinta, si informavano sul decorso della gravidanza, le davano consigli. Ho visto una signora invitare la giovane straniera a farsi avanti e chiedere la precedenza dovuta alle donne incinte e che veniva ignorata dagli altri in attesa nell’ambulatorio del medico. Piccole cose che sono segno di empatia, e che rischiano anche esse di essere spente dalla narrazione razzista che cerca di prendere il sopravvento. E io ritorno alla magia della parola: le parole contano, quello che si dice, che si mette in evidenza, che si porta in primo piano è quello che ha più probabilità di essere creduto ed agito, dobbiamo lasciar perdere i ma, i distinguo, ed invece puntare sugli aspetti positivi, sull’incontro, sull’ascolto. Abbiamo molto da imaparare le une dalle altre, gli uni dagli altri, abbiamo bisogno di intrecciare forza e dolcezza, accoglienza e cura delle persone e dell’ambiente, abbiamo bisogno di ritrovare la forza del quotidiano felice, di non lasciar passare pensieri ed azioni di odio e di incomprensione, Abbiamo bisogno di speranza, quella che ci fa credere che un mondo diverso è possibile, e che TINA è un nome di ragazza, e non una condanna (There Is No Alternative, non ci sono alternative) e che possiamo dimostrare noi ogni giorno che invece sì, un mondo diverso lo stiamo già costruendo, recuperando vecchi saperi e nuove tecnologie pulite, imparando a sciegliere e interrogando anche la scienza perché lavori per un futuro differente, interrogando i tecnici perché smettano di occuparsi di tecnologie di morte, ma comincino ad occuparsi delle possibilità di vita. È vero che individualmente dobbiamo cambiare stili di vita, distinguere tra il necessario ed utile ed il superfluo energivoro e sprecone, dobbiamo smettere con l’usa e getta e con la plastica in ogni buco, ma abbiamo anche bisogno che vengano trovate soluzioni migliori e più pulite per le tante cose che sono diventate parte delle nostre necessità. Da parte nostra rivediamo e sfrondiamo le necessità inutili in realtà, sfrondiamo le abitudini malate, riprendiamo ad amare e godere della natura, a fare passeggiate a piedi invece di usare la macchina per ogni cosa, riprendiamo a leggere libri, a godere di una poesia, di un bel testo, di un’opera. Riprendiamo a curare il cibo cucinando cibi sani e semplici, possibilmente prodotti vicino a noi. Ricordiamo che tutte le multimazionali producono cibo malato, e che ancora oggi l’80% del cibo nel mondo è prodotto da piccoli agricoltori locali, su superfici sempre più risicate, mentre le multinazionali rubano e sprecano acqua, tagliano alberi inquinano con i pesticidi e ci forniscono prodotti standardizzati che abituano l’occhio e la mente a riconoscere come cibo quello etichettato e confezionato, indipendentemente dalla sua pulizia e bontà.
Allora accogliamo questa luna Piena e il dolore che porta con sé in quest’ultimo miglio di fatica impegnandoci al massimo per vivere e condividere con le persone vicine, senza cedere sui principi, ma lasciando stare le ripicche e i distignuo in negativo. Accendiamo la nostra piccola luce, perché il mondo cambi, prepariamoci al cambiamento già ora, adesso, lasciando andare, guardando in faccia le ferite e il dolore per curarlo e guarirlo invece che lasciare che continui ad intossicare la nostra mente e il nostro cuore. Accettiamo che dobbiamo attraversare il buio per arrivare alla luce del nuovo mattino. Buona Luna piena amiche mie, e buon risveglio dopo la fatica e il dolore. La primavera fiorisce, gli alberi ricresceranno, la Moschea è salva e Notre Dame verrà ricostruita, tra l’altro si à salvata proprio la parte antica autentica, mentre ciò che era stato ricostruito è andato nuovamente perso. Anche in noi, in ognuno di noi c’è un nucleo di forza, di detrminazione, di speranza e di gioia, che il fuoco distrugga il dolore la sfiducia, la rabbia, e torni a brillare la luce!

La Luna piena, dietro lo schermo di foglie scure, ma lei è lì, e brilla per noi
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La Justicia del Corazón: sabiduría tseltal-maya sobre la vida buena

La giustizia secondo gli indigeni tseltal-maya, di Lola Cubells

I popoli originari di Abya Yala hanno sempre reclamato il rispetto del proprio diritto idigeno. Questo altro modo di esercitare la giustizia ci avvicina alle specifiche filosofie, sparite per la clonizzazione del sapere, però urgenti per la crisi si civiltà che stiamo vivendo

Una riunione per gli impegni comunitari a Chìi'ch (Chiapas)- Le scelte vengono fatte sempre in gruppo, si discute, si parla, c'è un centro, un cerchio di candele accese, intorno al quale ci si riunisce e si formulano progetti, si assumono incarichi, si prendono decisioni.


Reunión de cargos comunitarios en Ch’i’ch (Chiapas) Lola Cubells

Lola Cubells Doctora en Filosofía del Derecho
publicado 2018-10-09 10:00:00

AVETE SENTITO?

È il suono del vostro mondo che sta crollando

e del nostro che sta risorgendo

Sub comandante Marcos

Il tsetlal è una delle dodici lingue maya parlate nello stato del Chiapas (Messico). È quella che ha il maggior numero di persone che la parlano in questo territorio, seguita dal tsotsil, e la terza lingua del paese. Gli e le tseltales si riferiscono alla propria lingua come bats’il kìop- vera parola. – Allo stesso modo nominano se stesse e stessi come bat’sil winik/antsetik – uomini e donne veri. Bats’il – vero, vera- non si intende da una propsettiva di unicità, ma che nomina il “proprio autoctono” in quanto differente dalla cultura bianca egemonica.

Lenkersdorf –esperto lingüista tojolabal- diceva che “le lingue sono manifestazioni delle culture corrispondenti che ci offrono la chiave che apre le porta per poter entrare in case sino ad ora chiuse, o semplicemente ignorate, per non dire disprezzate” Ci permettono di svelare altre filosofie disprezzate dalla modernità capitalista/coloniale e dall’eurocentrismo che hanno incastrato le filosofie in un unico modello di razionalità, disconoscendo la pluralità delle forme di vedere, sentire, nominare o pensare la vita.

La oralità è una delle principali caratteristiche dei sistemi normativi dei popoli originari di Abya Yala. La possibilità di normare la vita e di esercitare la giustizia, seguendo la propria saggezza, (second i propri saperi) è una delle richieste poste dai popoli originari dentro la domanda “madre” di autonomia. L’autogoverno, sviluppato in gradi differenti secondo i contesti, consiste nelle elezioni di autorità secondo i propri procedimenti sino al controllo del territorio, passando per la costruzione di progetti di salute o educazione autonomi.

La disputa per il diritto a dire “diritto” attacca il cuore dello stato moderno liberale. Interorga il monismo giuridico che dice che la produzione e applicazione del diritto è esclusivo monopolio statale. È molto comune nelle comunità indigene sentire che ci si riferisce alle loro norme come “usi e costumi” E allo stesso modo gran parte delle leggi internazionali e nazionali si riferiscono al diritto indigeno con questo concetto che continua a permeare una nozione “tradizionalista” delle culture originarie. Come se queste non avessero capacità di innovazione, ricreazione e riappropriazione. Nessuna cultura è immobile, tutte sono dinamiche. Anche quelle indigene. Parlare di usi e costumi o di diritto consuetudinario, come se il diritto indigeno si basasse solo su pratiche ripetute da tempo immemorabile, riduce la innovazione della saggezza giuridica dei popoli originari. Nella cornice della “campagna continentale per i 500 anni della reistenza indigena , Campesina, negra e popolare nella dichiarazione di Xelajú (1991) i popoli originari annunciarono: “noi non lo chiamiamo diritto consuetudinario indigeno come lo segnalano i colonizzatori, noi andiamo a recuperare quello che è nostro e pertanto lo chiamiamo: diritto indigeno”

La capacità La possibilità di normare la vita e di esercitare la giustizia, seguendo secondo i propri saperi è una delle richieste poste dai popoli originari dentro la domanda “madre” di autonomia

La justicia tseltal en la Selva-Norte de Chiapas

Nella zona Selva Norte del Chiapas si è realizzato un lavoro di recupero delle proprie forme di impartire la giustizia. Dal 1996 e come strumento per contrastare la guerra di bassa intensità sviluppata dal governo contro il territorio zapatista, si è recuperato un incarico comunitario – un servizio gratuito, non remunerato e rotativo – chiamato jMeltsa’anwanej- che risolve i conflitti o i problemi. Queste persone che agiscono in gruppo, mai da sole, assomigliano ben poco ai giudici di stile occidentale; non sono professionisti della legge, e non hanno studi universitari. Sono campesinos e campesinas, indigeni per cui il diritto è parte inerente della propria forma di vita e organizzazione sociale.

Per la cultura indigena tseltal, la esistenza di un problema o di un conflitto – wocolil – nella comunità rappresenta un disordine, una perdita di armonia – jun pajal o’tanil/ soltanto cuore- che è necessario ristabilire attraverso una riconciliazione – suhtesel o’tanil/el ritorno del cuore. Questo significa che quando qualcuno commette un danno contro un ‘altra persona è perché il suo cuore se ne è andato – ed ha cheb o’ tanil/due cuori . Il dialogo e la risoluzione pacifica del problema, senza aggressioni, implica che si è ottenuto che il cuore della persona che ha avuto un comportamento negativo verso un’altra, e perciò ha rotto l’armonia della comunità, torni al suo posto e quindi che torni ad esservi un solo cuore -jun pajal o’tanil- In questo modo si restaura l’armonia nel territorio, che è il modo di vivere in pace – slamalil k’inal/ tranquillità nell’ambiente- L’armonia non solo è un sentimento individuale, ma anche collettivo, con il resto degli esseri viventi, la madre terra, il cosmo

Questa forma molto differente di giustizia è molto simile con altre forme di giustizia che sono frutto della resistenza dei popoli originari, ed anche conseguenza delle strategie di colonizzazione che, in alcuni casi, permisero un certo grado di autonomia che ha permesso la sopravvivenza di proprie forme di normare e giudicare. Le più visibili sono le Giunte di Buon Governo Zapatiste, in Chiapas e la Polizia comunitaria a Guerrero, però appartengono alla maggioranza dei popoli originari di Abya Yala. Tutte hanno in comune la nomina di persone della comunità che, a rotazione, si fanno carico di aiutare nella risoluzione dei conflitti, come mediatori, incaricati di ricucire i cuori rotti. Le sanzioni di solito non comprendono la privazione della libertà(eccetto in casi molto gravi) e si basano nella riparazione del danno o in lavori a favore della comunità. Immergerci in questi sistemi giuridici ci permette di comprendere che le loro radici filosofiche vibrano in modo differente di intendere, e normare, sentire, pensare la buona vita. La ricercatrice tseltal Mª Patricia Pérez parla della importanza del cuore – o’ tan nella cultura tseltal. Molto oltre essere un organo fisologico, “diviene una forma di essere e stare nella società e nell’universo, cioè si trasforma in valori, rituali, sogni, speranza, azioni sentimenti, pensieri, parole, memoria, linguaggio, riflessione, spiritualità in un stalel (forma di essere-stare-fare-sentire) individuale e collettivo.

Non abbiamo smesso di imporre la universalità a concetti che sono prodotti culturali contestuali come i diritti umani o lo sviluppo

Possiamo dira che la amonia-jun pajal oìtanil- è la forma tseltal di intendere la interdipendenza e interrelazione tra gli esseri umani, uomini e donne, la madre terra, gli esseri superiori e il cosmo. E quindi la guida della giustizia tseltal. Per questo quando qualcuno danneggia un’altra persona non sta solo facendo un danno individuale, ma anche, come se si trattasse di onde concentriche, disequilibria tutto il sistema, non solol a comunità, ma anche quanto la circonda, perché “tutto ha un cuore”. Le montagne hanno un cuore, l’acqua ha un cuore, la grotta ha un cuore. La vita piena è la armonia cosmica -degli esseri superiori-comunitaria- familiare, intergeneri-individuale.

Las “epistemologías de buen vivir”

Non siamo di fornte a un concetto economicista, ma al contrario un modo di intendere la vita che interroga le separazioni dicotomiche “natura e cultura” “individuo e comunità” e “produzione e riproduzione della vita”, così come il feticismo del progresso lineare base del pensiero moderno coloniale che ha permesso la espansione illimitata del capitalismo. Il “buen vivir”, o detto meglio i “buenos viveres” non sono teorie astratte perché provengono da pratiche di resistenze comunitarie rifiutate dal pensiero moderno/coloniale, incluse le scienze sociali e i centri universitari del nord globalizzato. Sono al centro dei principlali dibattiti che sollecitano l’umanità a frenare il deterioramento ambientale, sociale, politico economico, e per tanto civile. Ana Esther Ceceña, dell’ Osservatorio Latinoamericano di Geopolitica, si riferisce a questo pensiero pratico come “epistemologia del buen vivir”: Il semplice tentativo di pensare diversamente, di mantenere immaginari utopici e di ricreare le memorie in una situazione omogeneizzatrice e autoritaria come quella che tenta il capitalismo è già una ribellione decolonizzatrice.

Non abbiamo smesso di imporre la “universalità” a concetti che sono prodotti culturali contestuali come “i diritti umani” o lo “sviluppo”. Soffriamo la “sindrome dell’ Occidente”, -come la definva il filosofo catalano-indù Raimon Pnikkar,- la tendenza storica dell’occidente a universalizzare il suo sguardo sul mondo, caratteristica del suo potere coplonialke ma anche del suo proprio mito.

Il dialogo interculturale richiede di lasciar perdere gli occhiali con cui guardiamo il mondo, e chiederci anche se dobbiamo guardare, o meglio imparare ad ascoltare. Ciechi di colonialismo continuiamo a sognare di inventare altri mondi, quando la resistenza delle culture originarie a la loro filosofia -sp’ijil jol o’tanil/ saggezza del cuore, hanno costruito altri modi di intendere la vita molto necessari per la crisi di civilizzazione in cui ci troviamo.

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Descolonizar la vida: 25 años aprendiendo del EZLN

Carlos Soledad 10 enero 2019 che cita Heriberto Guerrero

Propongo di seguito la mia traduzione di un articolo apparso in gennaio su Desinformemos, sempre sul tema di “decolonizzare” la vita

Benchè la modernità sia stata originata dalle centinaia di persone libere e creative dell’Età Media europea, divenne definita realmente nel 1942. In questo momento l’Europa si configurò come “l’altro” e da allora ha imposto violentemente il suo progetto civilizzatore sopra il resto delle alterità. Così l’ Occidente si collocò in cima alle relazioni di potere mediante un processo di razionalizzazione, eliminando al suo passaggio tutto quello che era “non europeo”. L’ultima versione di questo progetto moderno, la globalizzazione neoliberale, ha portato il pianeta al rischio di collasso. Assistiamo ad una autentica crisi di civiltà, le cui guerre, rifugiati e crisi climatiche sono l’elemento più drammatico.

Di fronte a questi fatti si impone la necessità di un progetto alternativo, benchè più di cinque secoli di imposizione occidentale sopra il resto dei progetti di mondo abbia generato un sistema di pensiero unico, duro da rosicchiare e difficile da distruggere. Non mi riferisco solo ai gruppi marginali neonazi. E nemmeno unicamente al sistema di credenze dei partiti politici ultras in Europa, como ora Vox in Spagna, o la idee promosse dal governo di Trump o di Bolsonaro. Mi riferisco in generale al pensiero moderno, che rinforza le distinte gerachie di potere: razziale, di genere, epistemica e linguistica, ecc.

In molti luoghi del mondo assistiamo anche al fenomeno del razzismo contro persone fuori del modello “occidentale eurobianco”, cioè negri, e negre, indios e indias, cinesi, ecc., in difesa degli ideali e dei valori della estrema destra. Si danno anche incarichi di potere a partiti politici e movimenti sociali neofascisti. É che, come segnalava Franz Fanon, “ con il fine di giustificare la conquista di un gran numero di popoli e territori, gli aggressori europei fecero tutto il possibile perché i conquistati credessero nella loro supposta inferiorità razziale, di modo che la oppressione si interiorizzasse e si perpetuasse. In questo senso il sitema scolare, una domanda “progressista”, è stato una chiave per riprodurre la colonizzazione del potere, utilizzando la “educazione” da un punto esclusivamente eurocentrico con l’obiettivo di perpetuare la colonialità del sapere.”

“Per i partiti politici e i movimenti di sinistra è molto difficile uscire dalla camicia di forza del pensiero moderno. Il razzismo per esempio, rende più complessi gli impegni emancipatori, così come lo fa il machismo e il classismo. Per questo un pensiero decolonizzatore rimarca la intersettorialità delle lotte. Non è possibile uscire dalla civilizzazione moderna, se ci concentriamo solo su una relazione di potere. Davanti alla attuale crsi di civiltà, è impossibile scommettere su alternative sistemiche se continuiamo a pensare dentro il segno del sistema capitalista, coloniale e patriarcale.”

“Però allora da dove cominciamo se gli stessi soggetti che desideriamo cambiare il mondo siamo colonizzati e colonizzate sino nel nostro intimo? Come risanare la terra ed i popoli che sono stati gravemente feriti? Come uscire dalla trappola dello sviluppo ecocida? Come evitare di riprodurre sistemi di oppressione? Come ci decolonizziamo?”

ZAPATISMO Y PENSAMIENTO DECOLONIAL

In questa direzione stanno lavorando i pensatori decoloniali da differenti contesti e ponendo accenti differenti. Vi sono le proposte del femminismo decolonizzato di Oyèrónke Oyewùmí e di Yuderkys Espinoza, il femminismo indigeno di Maria Lugones, la lotta delle donne migranti di Ursula Santa Cruz, la critica al razzismo e la intersezione delle lotte di Ramon Grousfoguel, la decolonizzazione del sapere di Bonaventura de Sousa, così come il progetto della transmodernità di Enrique Dussel, solo per nominarne alcune. Tutte queste dal mio punto di vista hanno l’obiettivo ultimo di decolonizzare la vita. Però sarebbe più ragionevole smetterla di progettare soluzioni dal nostro punto di vista ed ascoltare quelli che hanno più esperienza di resistenza e di costruzione di “un mondo che contenga molti mondi”. Sì, mi riferisco ai popoli indigeni del mondo, però specialmente mi riferisco alle ed agli zapatisti.

Lo scorso primo gennaio sono stati 35 anni di esistenza dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). 10 anni in clandestinità e 25 anni di vita pubblica del movimento sociale e politico più avanzato del pianeta, secondo pensatrici come Naomo Klein, Noam Chomsky o Immanuel Wallerstein. Quel giorno le e gli indigeni messicani si alzarono in armi contro il governo e contro il neliberismo. Si nascosero il viso per essere visti e scossero il mondo con la loro proposta: “Tutto per tutti, e per noi nulla!” Il loro arrivo rappresentò una nuova alba per la sinistra globale, completamente inebetita tra la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda.

Da allora, lo zapatismo è stato parte di un processo molto più ampio che riguarda la construzione di un modello alternativo davanti alla crisi di civiltà attuale; di un progetto culturalmente critico con la modernità occidentale capitalista, colonialista e patriarcale. L’EZLN , collegato ad esempio con il Consiglio Nazionale Indigeno, fa parte dei movimenti sociali e politici che Guillermo Bonfil Batalla denomina “messico profondo”. Lo zapatismo , anche per il mondo, la lotta per la vita e la diversità, controcorrente alla egemonia globalizzante.

Anche se il movimento zapatista ha sempre detto che non sono un avanguardia, – si tratta che ciascuno nel suo luogo nel mondo, costruisca “un altro mondo possibile”- è certo che i loro messaggi siano caricati di pedagogia liberatoria, per chi vuole ascoltare. Per esempio il suo portavoce, comandante Marcos, raccontava che “ il vecchio Antonio diceva che la libertà aveva a che vedere anche con l’ascolto, la parola e il modo di guardare. Che la libertà era che non avessimmo paura dello sguardo e della parola dell’altro, del diverso. Ma anche che non avessimo paura ad essere guardati ed ascoltati dagli altri. (…) Che la libertà non si trovava in qualche luogo specifico, ma che bisognava farla, costruirla collettivamente. Che soprattutto non si poteva costruire sopra la paura dell’altro, che benchè differente, è come noi””

L’ arrivo del EZLN ha rappresentato un nuovo mattino, una nuova alba per la sinistra globale completamente bloccata dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda

Questo testo del Sup può servirci da referenza. Si tratta soprattutto di impegnarci collettivamente nelle nostre comunità. Implica sbarazzarci del razzismo, del machismo, del classismo e tante altre oppressoni. E si tratta anche di non generare nuove oppressioni nel processo, così come di non mettere la nostra particolare oppressione davanti alle altre. Cioè non possiamo prescindere dagli uomini nella lotta femminista, dei bianchi antirazzisti, dalle classi medie. E nemmeno possiamo metterci al di sopra degli anziani o delle bambine. Consiste nel decolonizzarci tutte e fare pressione perché quelli “de arriba”, i “bianchi”, “gli uomini”, comincino a rinunciare ai loro privilegi.

Questo non vuol dire una lettura ingenua delle trasformazioni sociali. Capisco perfettamente che il lupo non dormirà mai con la pecora. E che ci sono persone così colonizzate che non riusciremo mai a recuperarle. Di fatto è molto possibile che esistano sempre queste relazioni di potere e che prima di risanare la Terra, l’umanità sparisca. Ciò che propongo è lavorare per ampliare un movimento di movimenti, dal basso, e che si costruiscano le condizioni perché la maggioranza delle persone al mondo viva con dignità.

Da qui possiamo comimnciare, certo il sistema coloniale ha fatto molto bene il suo lavoro e sarà difficile che i “moderni”, la sinistra “progressisa” ed i suoi intellettuali siano disposti a decolonizzare il proprio sapere. Come dice la nostra compagna Lola Cubells “ciechi di colonialismo proseguiamo sognando di inventare altri mondi, quando la resistenza delle culture originarie, e le loro filosofie – sp’ijil jol o’tanil/sabiduría del corazón ( saggezza del cuore) hanno costruito un’altra maniera di comprendere la vita molto necessarie per la crisi di civiltà in cui ci troviamo” Viva L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale! Viva i popoli indigeni del mondo!

*ASAMBLEA DE SOLIDARIDAD CON MÉXICO (PAÍS VALENCIÀ)

Este material se comparte con autorización de El Salto (https://www.elsaltodiario.com/el-rumor-de-las-multitudes/descolonizar-la-vida-25-anos-aprendiendo-del-ezln)

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Imparare a lasciar andare e mantenere quello che davvbero serve per avere un mondo nuovo, un mondo che contenga altri mondi… questa immagine del Serpente Piumato mi sembra pertinente.
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Decolonizzare il pensiero

La scritta su un muretto: descolonizate, sottraiti al pensiero colonizzato,  in bianco e nero, su uno sfondo di case coloratissime piene di disegni.
Descolonizate, liberati dalla colonizzaaione

Il mondo sta crollando, il clima è impazzito, siccità fuori tempo e fuori tempo improvvise tempeste di vento e neve. Riuscirà questa neve di aprile a salvaredalla siccità mezza Italia? Non si sa, anche perché nessuno ha preso sul serio il problema e si è chiesto come affrontare questo momento.

Stanchi delle difficoltà quotidiane, invochiamo più sviluppo fiduciosi che produrrà più posti di lavoro, che il benessere è qui vicino ed a portata di tutti.

Siamo così ciecamente dentro il sistema che non possiamo immaginare altri mondi, altri modi di vivere. Critichiamo Greta ed i ragazzini che manifestano per il clima perché non sono “politici” non hanno coscienza di classe, qualcuno arriva a dire che la lotta dei palestinesi è una lotta di retroguardia, senza coscienza di internazionalismo e classe… Una lotta per la propria terra, per dei confini, quando la lotta dovrebbe essere per l’abbattimento dei confini…

Io qui mi fermo e mi rendo conto che non andremo da nessuna parte, se restiamo dentro categorie che non rispondono più alla complessità delle problematiche, avendo sempre una verità nostra da insegnare, paesi e pensieri da “civilizzare”.

Succede lo stesso in qualche modo qui in Messico, dove AMLO (Andres Manuel Lopez Obrador) l’attuale presidente, che è stato eletto in reazione al degrado politico e sociale che attanagliava il paese, guarda agli indigeni e alle loro richieste come a gruppi da promuovere, portare avanti, verso lo sviluppo che produce ricchezza, dice lui. La domanda anche qui è ricchezza per chi? E a che scopo? Abbiano già sperimentato la ricchezza prodotta dal progresso, che altera l’ambiente e lentamente lo uccide, e non mi riferisco solo alle grandi opere, ai grandi progetti, ma anche ai progetti regionali. Alcune persone qui ad esempio usano con tranquillità l’olio di palma, che è ecologico, prodotto localmente, ma i campesinos del Chapas raccontano un altra storia: l’assurdità di importare la palma da olio africana promettendo buoni profitti dalla sua coltivazione sta uccidendo la biodiversità della zona, e sta provocando gravi problemi per il consumo eccessivo di acqua che richiedono queste piante, provenineti da un altra terra, da un altro ambiente.

Ma già, al momento era una buona opportunità di lavoro, un affare.

Ora non hai più l’acqua disponibile per le coltivazioni del cibo dedicato al consumo locale, ma ecco siamo così ciechi da scegliere l’affare, e non valutarne le conseguenze se non quando queste ci esplodono in faccia.

In Italia credo che citare l’ILVA di Taranto sia emblematico: lo sviluppo, i posti di lavoro promessi hanno ucciso i lavori tradizionali, impossibile continuare a pensare al rapporto con il mare e la terra, tutto inquinato, si lavora e si muore, e ancora non si trova il modo, e la volontà per ripulire la zona ricreare un equilibrio tra ambiente e lavoro che sembra ucciso per sempre.

Adesso in Italia si guarda con speranza all’accordo con la Cina, ci vogliono strade per trasportare le merci cinesi, ci sarà un nuovo flusso, nuovo sviluppo economico, e si irride alla osservazione che il mondo sta derrotando e che non è con lo sviluppo continuo e senza limite che ci salveremo.

Collegare la decrescita alla disoccupazione, alla perdita di posti di lavoro è un modo opaco e cieco di guardare alla complessità dei problemi. Abbiamo frane, inondazioni e siccità, ci crollano i ponti con le persone sopra, si producono terremoti con l’insipienza delle esplosioni e del fraking, l’ Ilva a Taranto continua a inquinare ed a produrre tumori, ma per noi ci vuole più sviluppo, più della stessa robaccia che abbiamo avuto sino ad ora, invocando come unica differenza una redistribuzione dei benefici e del lavoro.

Non abbiamo gli strumenti per pensare- immaginare un modo differente di vivere, uno sviluppo della vita e delle relazioni che non abbia come unico riferimento la economia di mercato, la organizzazione sociale che conosciamo. È urgente cambiare la forma del pensiero, i modelli di riferimento, per inserire le nostre più che giuste battaglie in un organico lavoro di decolonizzazione del pensiero e di ricerca delle interrelazioni e di mondi nuovi. Di seguito propongo alcuni articoli che mi sembrano molto utili per allargare un poco lo sguardo e la riflessione.

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Luna Piena 21 Marzo

LUNA PIENA E EQUINOZIO DI PRIMAVERA 21 marzo

Un momento particolare, una luna bellissima e potente, che va di pari passo con l’arrivo della primavera, è importante comprendere e capire i messaggi che questo momenti ci invia, e mi sembra opportuno che noi ci ascoltiamo il messaggio al link https://youtu.be/9qZyY0iTjHI che ci fornisce una serie di riflessioni e di stimoli. É bene occuparci anche delle cose materiali, del nostro benessere pratico, e inseguire con determinazione il nostro sogno.

Questa Luna ci guida verso gli stimoli di un nuovo inizio, la primavera che nasce oggi, e anche verso le difficoltà ed i contrasti che questo momento e questo tema ci suggeriscono. Ho voluto ritagliare questa immagine da un quadro di Grazia Marino perchè segna un inizio un po’ combattuto , e spero Grazia mi perdonerà per aver maltrattato la sua opera. Già, sboccia la primavera, e uragani, e siccità, e caldo, e gelo: siamo dentro un calderone impazzito in cui il clima manifesta con tutta la sua forza la necessità e l’urgenza di un cambiamento.

Una osservazione che circola è che non è tanto la madre terra che dobbiamo salvare, quanto la vita umana ed animale come la conosciamo: la Terra vive, e sopravvive a tutto, non altrettanto gli esseri viventi, che hanno bisogno di condizioni generali favorevoli alla vita. Che il clima sia impazzito, che le temperature aumentino in luoghi inaspettati e che in altri sia arrivata una coltre di gelo pare che non preoccupi i nostri governanti, per fortuna, grazie all’impegno di una ragazzina e dei tanti giovani che hanno raccolto il suo stimolo il clima interessa eccome alle nuove generazioni, e dovrebbe interessare anche noi adulti, grandi, anziani, che invece di brontolare e assestarci con le piccole comodità che ci offre questo mondo moribondo, dovremmo affiancare il grido dei ragazzi e delle ragazze e proteggerli, loro sono le nuove generazioni, loro sono quelli che pagheranno se non fermiamo questa follia umana generale. Ecco io credo che il progetto su cui concentrarci dovrebbe essere quello di dare un fermo deciso a tutto ciò che sta rovinando il pianeta e lo rende invivibile, fare le cose giuste ogni giorno, nel nostro piccolo, collaborare a ripulire i fiumi, a piantare alberi, non stravolgere l’ambiente che viviamo inserendovi specie che non sono autoctone, lasciando perdere la plastica e soprattutto l’usa e getta che sta inquinando il mondo. Persino le cannucce stanno diventando un problema, una volta, quando ero piccola, erano piccoli steli di paglia vuoti al centro, e una volta usate si potevano buttare o usare per altro, poi con la plastica è venuta la sterilità mortifera, disgiunta dalla vita e tutto ciò che usiamo è sterile, ripulito, inquinante ed assassino. Stiamo distruggendo il mare e un mucchio di specie animali sono in via di estinzione, sta a noi fermare il degrado, in tutti i modi, con le nostre azioni quotidiane ed anche con le richieste al governo ed alla politica. La piccola Greta ha detto ai potenti che non stava venendo a chiedere di essere ascoltata “non lo avete fatto prima e non lo farete neppure adesso, ma sono venuta a dirvi che il cambiamento è qua, che vi piaccia o no” cito a memoria, del senso sono sicura, ma io credo che i potenti debbano essere forzati ad ascoltare, a lavorare in positivo, debbano essere sbugiardati e fermati, perché non possiamo lasciare questa lotta solamente nelle mani delle ragazzine e dei ragazzini, e nemmeno solo in quelle dei popoli nativi, che dappertutto stanno affrontando la repressione e la spoliazione mentre cercano di contrastare l’estrattivismo e la devastazione dei territori per il profitto. Ci siamo anche noi, e siamo tante e tanti. Greta e altre ed altri con lei sono riusciti a smuovere milioni di ragazze e ragazzi nel mondo, sta a noi agire perché il nostro sogno di una terra vivibile amorosa, accogliente, fiorita, felice venga alla luce sopra le macerie di un consumismo becero e sciocco. Su tutto dobbiamo stendere un’onda di amore che ci consenta di contrastare le piccinerie, le carognerie che vengono avanti per tentare di fermare l’onda ed impedire che possa travolgere questo mondo sprecone e rapinoso e lavare le nostre sporcizie.

E allora cominciamo da noi, dalle persone vicine ad avvolgerle con il nostro amore, a lasciar perdere le critiche distruttive, comiciamo ad aiutarci, a metterci insieme, a fare sogni collettivi che possano avvolgere il mondo per ripartire.

Le donne zapatiste che sono quest’anno molto in tensione, hanno consegnato una piccola luce a tutte, lo scorso anno, chiedendo ad ognuna di impegnarsi nel suo luogo per far nascere un mondo che possa contenere molti mondi. Raccogliamo anche noi la piccola luce, e nutriamola, facciamola splendere nelle nostre vite e nei luoghi in cui stiamo, non permettiamo che venga spenta o oscurata. Con semplicità, in questa luna equinozio che segna il nuovo inizio apriamoci all’amore, cominciamo a mandare il nostro amore alle persone che hanno compiuto gli anni a cavallo di questa Luna , Alice da pochi giorni, Renata domani, e a tutte le persone ed i nuovi nati di questi giorni preziosi. Cominciamo a ricordare, con amore e tenerezza chi ci ha lasciato, ed a curare chi soffre e sta male, ricordiamo che il corpo segnala ciò che il cuore non può esprimere, e che l’onda di amore può sostenere i nostri passi e guidarci fuori dalla bufera.

Vi invito anche a leggere il post di Maria G. Di Rienzo, che sempre offre stimoli e riflessioni preziose: https://lunanuvola.wordpress.com/2019/03/20/tutte-le-primavere-a-venire/

E vi invio la mia onda d’amore che attraversi il mondo e gli oceani e giunga con il colibrì a portare nuove enrgeie e pensieri positivi

Che in ogni cuore

rinasca un colibrì riempiendo di amore e pace il fuoco

(centro) della casa

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Storia di donne in 3650 milioni di onde


Al di là dell’8 marzo

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento

Almeno 50.000 donne sono state assassinate nel 2017 dal proprio compagno o famigliare, in prevalenza uomini, per il solo fatto di essere donna, secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite. L’Organizzazione Mondiale della Salute calcola che ogni anno si praticano 25 milioni di aborti insicuri; 200 milioni di donne e bambine sono vittime della mutilazione genitale secondo l’Unicef. L’Organizzazione Mondiale del Lavoro ci ricorda che nel 2014 90 milioni di dollari sono stati il triste guadagno della tratta con il fine di sfruttamento sessuale. Ecco alcune delle cifre impietose riportate dal “Atlas de las mujeres en el mundo, las luchas históricas y los desafíos actuales del feminismo” (Clave Intelectual, 2018), atlante delle donne nel mondo, le lotte storiche e le sfide attuali del femminismo. Un testo che spazia dall’Argentina al Kurdistan, dalle beghine del XII secolo alle donne iraniane del 2018. Secondo Lourdes Lucía e Ana Useros, la direttrice e la coordinatrice dell’opera:”in tutti i campi della società, le norme comunemente accettate sono un giogo patriarcale che sottomette, discrimina ed umilia questa metà della popolazione mondiale”.

Nelle nostre società, il 74,7% dei presidenti o membri dei consigli di amministrazione più importanti sono uomini, nel 2018 le donne furono soltanto il 21% del totale dei partecipanti al Foro Economico di Davos; gli stipendi delle donne sono mediamente meno pagati degli uomini, un 24% in meno a parità di lavoro, e prevalgono nei lavori più umili. Riflettendo su questa storia al femminile, scopriamo che scrivere nell’atlante sulle resistenze che genera il femminismo ne è una logica conseguenza.

Non solo: siccome il libro ci racconta la situazione di 3650 milioni di donne, più della metà della popolazione mondiale, è inevitabile che prima ancora di giungere alle librerie, il libro era già stato surclassato e superato da nuove forme di resistenze dell’altra metà del cielo: un esempio il muro umano di 620 km in India formato da milioni di donne, dopo che due di loro avevano sfidato la proibizione secolare di entrare in un tempio nello stato di Kerala. Questa iniziativa, come le oceaniche mobilitazioni in Argentina, l’organizzazione delle donne in Kurdistan o lo sciopero femminista in Spagna del 2018, ci aiutano a disegnare la mappa della sororidad global, la “sorellanza globale”.

Il capitolo “Sororidad, un pacto entre mujeres” (sorellanza, un patto tra donne), scritto dalla filosofa argentina María Luisa Femenías, ci introduce questo concetto, che richiama la “fraternità” della Rivoluzione francese, declinandolo al femminile.

Per Femenías, anche se i termini fraternità e sorellanza sono logicamente e linguisticamente corretti, non lo sono nel loro uso politico, pubblico e sociale; la sorellanza si riferisce ad un patto non necessariamente esplicito, basato sulla fiducia reciproca, rispetto mutuo e la valorizzazione positiva dell’altra, rifiutando categoricamente la dipendenza emotiva, economica o di classe da una figura maschile a cui si deve richiedere un riconoscimento della propria identità. La sorellanza, infine, ci introduce ad una società senza gerarchie, in cui è possibile un cambiamento relazionale tra i generi, tendente ad una trasformazione sociale, radicale e profonda.

Successivamente, nel capitolo “La generación ni una menos” (la generazione di Non una di meno), di María Florencia Alcaraz e Agustina Paz Frontera si parla della nuova ondata femminista. Quella creata appunto dal movimento Non una di meno, che ha sconvolto la agenda politica tradizionale con le proprie rivendicazioni e la propria presenza. Si afferma che questa è la quarta “onda”: la prima viene identificata con le lotte contro le disuguaglianze, culminando nelle lotte per il diritto al voto; la seconda è quella dello slogan “il personale è politico”, in cui il sistema patriarcale viene individuato nella sua componente di oppressore delle donne; la terza, a partire dagli anni 80 del secolo scorso, riesce invece ad allargare il femminismo come soggetto politico, facendo nascere nuove prospettive e richieste. Se siamo nella quarta “onda” non lo sappiamo, dice ancora Ana Useros, che ritiene di star ancora “surfando” nella prima onda. Ma una cosa è certa: a partire dalla terza o quarta onda, o dalla propria o forse da nessuna, milioni di donne hanno dimostrato in tutto il mondo la capacità di organizzarsi di fronte ad un sistema patriarcale che cerca tutti i modi per contenere l’ondata , o le ondate femministe e mantenere soggiogata la donna.

E sono state le donne che hanno segnalato la misoginia di Bolsonaro in Brasile o di Trump negli Stati Uniti, come sono state le donne che hanno denunciato il pericolo dell’estrema destra in Polonia o in Andalusia, come sono ancora le donne in prima fila, pagando di persona Bertha Caceres, contro il vorace modello estrattivo neoliberale.

Ecco la sfida della lotta femminista: essere globale e non solo riconducibile alle importanti iniziative dell’8 marzo.

https://www.elsaltodiario.com/huelga-feminista/historia-mujeres-3650-millones-olas-8m-feminismos

Copertina di  El Atlas da las mujeres nel mundo
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Diamoci una mossa!

Non lasciarti tentare dai campioni dell'infelicità, dalla mutria cretina, dalla serietà ignorante. Sii allegro. T'insegneranno a non splendere, e tu splendi invece - Pier Paolo Pasolini

E va bene, diamoci una mossa!

Abbiamo visto tutto, quasi trecentomila persone in piazza a Milano e non so quante a Roma insieme alla comunità africana che aveva indetto questa manifestazione. E naturalmente i capofila a Milano assolutamente impresentabili. Cosa confermata dalle prime azioni e dalle prime dichiarazioni del sionista Zingaretti, in buona compagnia dentro il PD di cui ora è segretario.

Parecchi compagni duri e puri si sono incazzati per l’acquiescenza usata nei confronti della compagnia piddina alla manifestazione, l’impressione che ho avuto io è che la gente, salvo i pochi amici, se ne è proprio fregata di loro, ha fatto la sua manifestazione, finalmente, per poter gridare forte la propria resistenza contro il razzismo.

Finalmente, avevamo bisogno di uscire in pubblico, di sventolare i nostri cartelli sotto il naso del potere, di ridere, cantare, ballare per una buona causa invece che rintanarci rancorosi a vedere il male che alberga nel mondo.

A me sembra evidente che non è certo il pd che può raccogliere il legato di queste persone, potrà forse fare qualche piccola finta, proporre qualche aggiustamento di facciata, ma non ha le energie, la voglia, la forza di stare dalla parte del popolo. Sta altrove, cerca di infilarsi di nuovo nella stanza dei bottoni, forte del fatto che gli ultimi arrivati tra poco strapperanno anche i bottoni, e quindi il malcontento e la rabbia crescono. L’errore del PD è quello di non avere in realtà una idea di Italia alternativa decisamente a quella che ci viene propinata, solo magari appena più soft, più gentile, ma legge e ordine e aiutiamoli a casa loro ci stanno benissimo con i piddini.

E noi che facciamo? Cerchiamo un lider alternativo? Aspettiamo il verbo che non viene?Candidiamo Alex Zanotelli, Mimmo Lucano o Gino Strada? E continuiamo a lasciar fare nei vari gruppetti i giochetti politici, la gestione delle assemblee dal più “bravo”, lasciamo occupare un’altra volta i tavoli da qualcuno che parla bene e stiamo a vedere quel che succede?

Bene è ora di cambiare registro, ma di brutto. Le persone hanno dimostrato di voler partecipare, parlare, esprimersi? allora riuniamoci in incontri informali, magari a gruppi non oceanici in cui sia possibile a tutti prendere la parola, tiriamo fuori dalle parole di tutti due o tre cose precise e condivise, o magari aggreghiamoci proprio con due o tre punti precisi irrinunciabili, e su questo possiamo anche discutere dei giorni. Provo a fare un elenco, con le cose che vengono in mente a me, :

fuori dalla Nato,

Palestina libera,

corridoi preferenziali per tutti i migranti portati via dalla Libia,

pensione ad una età ragionevole, non quando sei alla canna del gas,

economia di prossimità,

sostegno alla piccola agricoltura,

alle piccole imprese artigianali,

salario minimo che permetta una vita degna,

abolizione di tutti i contratti di sfruttamento per un solo contratto o a tempo determinato o indeterminato, e divieto di differenze di salario tra italiani e stranieri

no grandi opere ma intervento su tutto il territorio,

valorizzazione della scuola, dell’arte e della cultura.

Rispetto per i diritti dei popoli nativi in ogni parte del mondo e rispetto per l’autodeterminazione dei popoli, non interferire con Siria, Iran, Venezuela e altri, nessuna complicità alla guerra in Yemen,

progetti di riconversione di tutte le fabbriche di armi,

ecologia reale e interventi per ridurre le emissioni in modo drastico.

Non sono tantissime cose, ma richiedono un lungo lavoro di riflessione e di elaborazione perché vengano assimilate nella vita: discutiamo osserviamo ridiscutiamo, aggiustiamo il tiro, e su queste si possono innestare tutte le azioni locali e di piccoli gruppi. Cominciamo a ridere, a proporre un panorama positivo, a fare incontri di lettura sotto un albero, a proporre e produrre canzoni che dicano qualcosa, ce n’è già nel mondo, e anche i nostri artisti se sostenuti e incoraggiati possono essere più creativi.

E per sostenuti intendo non solo economicamente, ma con l’interesse e l’empatia, e poi necessariamente cominciamo a ragionare di una economia alternativa, di una cultura di popolo, della ricchezza sepolta nella nostra storia e nelle nostre realtà. Cominciamo a ragionare, a parlare, a spargere poesie per l’aria e per il mondo, a creare bellezza, empatia, incontro, e facciamolo senza metterci un cappello, ma chiaramente per riprenderci, parlare, ragionare su un mondo diverso poissibile, sul ben vivere.

Nessuno deve nascondersi e tutti devono essere parte, partecipare, ma anche le azioni improvvise, i flash mob, piccoli gruppi che colorano una piazza, che testimoniamo una presenza popsitiva, felice, allegra, senza concessioni.

Cominciamo intanto a diffondere quello che c’è, che viene fatto già, ad ascoltare i venti che agitano tante piccole comunità e a dare risalto alle cose positive, ai tentativi, alle discussioni, senza paura, ed anche senza cominciare a spargere le nostre verità come le uniche, ma ascoltando, costruendo insieme un passo alla volta, diffondendo intorno un po’ la nostra piccola luce, perché incontri le altre e si aggreghi in un grande falò ricco e creativo, capace di bruciare le scorie e far maturare l’essenza di un mondo migliore.

So benissimo che non è per niente facile, e riconosco che la degna rabbia può muovere le nostre azioni, ma è necessario imparare a gestirla in positivo, senza farsi sopraffare. In questo credo che abbiamo molto da imparare dai palestinesi della Grande marcia del ritorno, che sotto il tiro dei cecchini continuano a manifestare, a fare persino danze e parkkour, o dagli zapatisti che stanno costruendo nei loro territori un mondo diverso e parlano al mondo pur rischiando la continua repressione. Giusto pensando a loro mi viene da dire che nessun governo progressista che non sia disposto a tagliare di brutto con il capitalismo, le multinazionali, l’estrattivismo, l’idea di progresso fine a se stesso potrà produrre dei cambiamenti reali e positivi che guardino al futuro.

Siamo in un momento di svolta, il futuro può essere un baratro, o una piccola luce che indica il cammino e ci fa uscire dalla disperazione in cui siamo precipitati e ci apre altre visioni.

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L’acqua e la parola. Il Messico e i suoi molti nomi occulti.

Riprendo dal sito di Desinformemos quasi per completo il discorso della linguista ed attivista mixe sullla parola, la lingua e i suoi significati, con una traduzione a senso cui credo ci sia poco da aggiungere. Questo articolo penso rimandi ad altri discorsi sul senso ed il potere della parola, e su come togliere le parole sia un modo per togliere il respiro, togliere identità e vita ai popoli.

Yasnaya Aguilar al congeresso mentre fa il suo discorso in lingua ayuujk

Lo storico discorso di Yásnaya Aguilar al Congresso.

Il 2019 è stato scelto comne Anno internazionale delle lingue indigene. Istituzioni governative, accademiche e la società civile stanno progettando diverse attività. Una di queste ha avuto luogo al congresso con l’intervento della linguista e attivista mixe Yásnaya Aguilar. Per la prima volta dalla tribuna di San Lazaro fu pronunciato un discorso in lingua ayuujk, un discorso sulle lingue e i motivi per cui vivono o muoiono. E molto al di là del momento storico questo discorso svela con incisività ferite storiche, ingiustizie, spoliazione e discriminazione che si nascondono sotto il nome di Messico.

Al link il video del discorso http://nofm-radio.com/politica/historico-discurso-de-yasnaya-aguilar-en-el-congreso/ e qui la traduzione:

Nëwemp. Il luogo dell’acqua. Mixe.
Giajmïï. Sopra l’acqua. Chinateco.
Nangi ndá. La terra in mezzo all’acqua. Mazateco.
Kuríhi. Dentro l’acqua. Chichimeco.
Nu koyo. Pueblo umido. Mixteco.

Questo era il nome che posero a questa città. E poi a questo stato , lo stato messicano:

México. ¿Che cosa si nasconde dentro le acque di Nëwemp?

Voglio parlare di alcune idee e cercherò di rispondere alla domanda “Perchè stanno morendo le lingue? Attualmente si parlano approssimativamente 6 mila lingue nel mondo. Dal catalogo delle lingue minacciaae della università di Hawaii, Stati Uniti, si riporta che circa ogni tre mesi muore una lingua nel mondo. Da sua parte l’UNESCO informa che in 100 anni saranno estinte almeno la metà delle lingue del pianeta.

Nella storia non era mai successo questo, mai erano morte tante lingue. Perchè succede ora che le lingue stanno morendo? Da circa 300 anni il mondo cominciò a dividersi e stabilire frontiere interne: venne diviso e senza permessi non era possibile viaggiare verso altri luoghi. La Terra si trovò divisa in circa 200 paesi, ognuno con un governo,con una bandiera a cui si rende onore, con un modo di pensare che si privilegia e, per costruire questa omogeneità interna una sola lingua a cui si assegnò il valore di stato. Le lingue differenti furono discriminate e combattute.

Da duecento anni si stabilì lo stato che ora si chiama Messico. Dopo 300 anni dalla conquista degli Spagnoli, nel 1862, il 65% della popolazione parlava una lingua indigena. Lo spagnolo era minoritario quindi.

Attualmente coloro che parlano una lingua indigena siamo il 6,5%, lo spagnolo è la lingua che è divenuta dominante. Due secoli fa il náhuatl, il maya, il mayo, il tepehua, il tepehuano, il mixe e tutte le lingue indigene erano maggioritarie, però sono state minorizzate.

Come sono riusciti a renderle minoritarie? O per caso abbiamo deciso noi così, di abbandonare le nostre lingue? Non è stato così. Si è trattato di un processo promosso dalle politiche del governo e si tolse loro il valore in favore di una lingua unica, lo spagnolo. Per ottenere la sparizione delle nostre lingue i nostri antenati ricevettero colpi, rimproveri e discriminazione per il fatto di parlare la loro lingua materna.

“La tua lingua non vale”, gli dissero ripetutamente“per essere cittadino messicano devi parlare la lingua nazionale, lo spagnolo. Smetti di usare la tua lingua”insistettero . Gli sforzi realizzati dallo stato furono ardui, per stabilire una castellanizzazione forzata con lìobiettivo di sradicare le nostre lingue, soprattutto dal sistena scolastico.

È stato il Messico che ci ha levato le nostre lingue, l’acqua del suo nome ci cancella e ci silenzia. Anche quando han cambiato le leggi, queste continuano ad essere discriminate dentro il sistema educativo, di salute e della giustizia. Le nostre lingue non muoiono, vengono uccise.

Le nostre lingue le uccidono anche quando non rispettano i nostri territori, cuando li vendono o danno in concessione, quando assassinano chi le difende.

Come possiamo sviluppare le nostre lingue quando uccidono che le parla, o lo zittiscono, o lo fanno sparire?

¿Come possono fiorire le nostre parole in un territorio di cui veniamo spogliati?

Nella mia comunità, Ayutla Mixe, en Oaxaca, non abbiamo l’acqua. Quasi 2 anni fa gruppi armati ci privarono della sorgente da cui ci rifornivamo e fino ad ora continua l’ingiustiziaanche dopo che abbiamo denunciato e dimostrato la nostra ragione. Benchè la legge dica che l’acqua è un diritto umano, essa non arriva alle nostre case, e questo danneggia in particolare i bambini e gli anziani.

È la terra, è l’acqua, gli alberi che nutrono l’esistenza delle nostre lingue. Di fronte ad un attacco costante al nostro territorio come si rivitalizzerà la nostra lingua?

Le nostre lingue non muoiono, le uccidono. Lo Stato Messicano le ha cancellate, Il pensiero unico, la cultura unica, lo stato unico, con l’acqua del suo nome, le cancella.

Publicado originalmente en NoFM

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SOLIDARIETÀ ALLE DONNE ZAPATISTE, E A TUTTI GLI ZAPATISTI

Ringrazio Maria Teresa Messidoro per aver trasmesso questo appello , qui sotto condivido la mail invitandovi ad aderire entro il 7 febbraio.

Il Messico sta vivendo un momento di trasformazione molto forte, e di contrasto alla deriva in cui era precipitato prima di queste elezioni. Il presidente si sente investito dalle attese ed ha scelto la via del decisionismo e dello spazzare via tutto ciò che lo ostacola, con tutti i rischi che questo comporta.

Dal Chiapas, dalle Mujeres de una red de resistencia y rebeldia en San Cristobal, Chiapas. Mujeres adherents a la Sexta (Le donne di una rete di resistenza e ribellione, di San Cristobal, e le donne aderenti alla Sesta Dichiarazione Zapatista, 2005)  ci giunge la richiesta di solidarietà specificamente alle donne zapatiste, per rispondere all’ondata di denigrazione mediatica in corso in Messico nei confronti delle comunità zapatiste, i cui territori sono gravemente minacciati dai progetti sicuramente neoliberali del “nuovo” presidente Obrador.

Secondo Gustavo Esteva,  un attivista sociale messicano che si autodefinisce intellettuale pubblico de professionalizzato, la situazione in Chiapas è critica, l’attacco del nuovo governo nei confronti degli zapatisti è pesante e la minaccia per la loro autonomia è reale. Una petizione di solidarietà ed appoggio è stata firmata da organizzazioni messicane, personalità latinoamericane e non.

Se è chiaro che la solidarietà e l’appoggio dovrebbe essere dunque indirizzato a tutta l’esperienza autonoma zapatista (come afferma qualcuno comprendendo bipedi e quadrupedi ..) questa richiesta vuole essere un abbraccio affettuoso di “sorellanza” a seguito dell’incontro delle donne in lotta svoltosi in Chiapas lo scorso marzo.

L’appello, che alleghiamo, si rivolge a tutte le donne del mondo che lottano, alle nonne, madri, sorelle giovani e bambine, a chi vuole possedere un cuore di donna, e proviene dalle donne, messicane o di altri paesi, che l’8 marzo 2018 hanno partecipato in Chiapas al Primer Encuentro Internacional, Político, Artístico, Deportivo y Cultural De Mujeres Que Luchan”.

Le scriventi ci dicono che “ciascuna di noi si impegna a lottare, ciascuna a partire dal proprio luogo di origine o dal luogo che ci abbraccia, a partire dalle nostre diverse culture e professioni, affinchè nessuna donna al mondo, qualunque sia il suo colore, la sua altezza, la sua origine, si senta sola o abbia paura. Ci impegniamo con quella luce che molte di voi hanno condiviso nel nostro incontro, con quella luce che siete voi per noi. Noi donne continuiamo a preservare questa lucina per poter essere, camminare e lottare insieme. Noi oggi non possiamo permettere che i cattivi governi esproprino i territori che sono le nostre radici, la nostra linfa vitale, il nostro cammino verso ciò che sogniamo. E vogliamo denunciare l’utilizzo delle pratiche di resistenza dei popoli per folklorizzare le culture ancestrali, giustificare le iniziative di morte e di malaessere che porta avanti il sistema capitalista patriarcale.

Vi diciamo anche che di fronte alla situazione di guerra che stiamo vivendo, come donne vogliamo vivere, e siccome per noi vivere è lottare, decidiamo lottare ciascuna secondo le proprie modalità, nel proprio luogo e secondo i propri tempi.

E’ arrivata l’ora di dire ai cattivi governi, di ieri e di oggi, di diversi luoghi del mondo, che ripudiamo , dalle molteplici geografie a cui apparteniamo, le pratiche di concessione, estrazione e usufrutto della nostra Madre Terra. Il fracking, i gasdotti, gli oleodotti, le centrali idroelettriche, le monocolture agroindustriali e le infrastrutture utili per uno sviluppo turistic, solo avvantaggiano i grandi proietti industriali, a costo della distruzione delle popolazioni indigene e non indigene.

Di fronte all’interesse di chi vuole avere sempre più soldi e soldi, noi lotteremo per la vita delle persone e degli essere viventi che popolano il nostro territorio. Noi donne conosciamo il valore della vita e per questo costruiamo per la vita. Vogliamo infine dire a tutte voi che sì noi donne, con il nostro cuore collettivo, riusciamo a fare in modo che le nostre compagne , amiche e sorelle zapatiste, non siano sole, come non devono sentirsi soli i loro figli e figlie, le loro famiglie e i popoli interi”

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2005/06/30/sesta-dichiarazione-della-selva-lacandona/

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/01/09/carta-de-solidaridad-con-el-ezln-de-la-coordinadora-metropolitana-anticapitalista-colectivos-e-individuos/

Aderite ENTRO il 7 febbraio indicando nome, cognome, città e organizzazione.

Si può aderire come singole o come gruppo femminile dell’organizzazione di appartenenza.

Mujeresresistencia@gmail.com


Donne zapatiste, foto tratta dal manifesto di presentazione della candidatura di Marichuy
solidarietà alle donne zapatiste!
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