Rivoluzione 4: La morte dell’impero e i danni della sua decomposizione.

Fa molto scalpore la decisione di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme e di riconoscere la città come capitale di Israele, disconoscendo così le decisioni dell’ ONU e gli intenti di molte persone, specie degli appartenenti alle tre religioni monoteiste, che tutte considerano Gerusalemme una città sacra e condivisa, che non può essere attribuita al solo stato di Israele. Per carità, gli USA non sono il mondo, e continuano le dichiarazioni e le prese di distanza da varie parti, non solo la Russia, novello impero del male per l’imperialismo Usa, a cui si oppone, ma anche il Canada, persino l’Europa e molti paesi arabi e dell’America Latina…
È forse un pazzo incosciente questo piccolo provocatore a capo di una potenza mondiale guerrafondaia? Forse, ma è anche consapevole della importanza che assumono certe azioni simboliche, e questa è una azione altamente simbolica. D’altronde troppe ne ha fatte in questo breve tempo, dal muro con il Messico, – sbandierato come nuova frontiera mentre già c’è in buona parte, costruito da quella brava persona di Clinton, – al negare le decisioni tardive e poco decise di Obama circa il Dapl, e ora scorre il petrolio e già ci sono sversamenti pesanti a inquinare le acque, mentre i tribunali continuano a dichiararne la illegittimità. Recentemente anche la decisione di ridimensionare, eliminare in pratica, uno dei santuari delle terre native, disconoscendo accordi e patti, per consentire un maggiore sfruttamento.
Sembra una urgenza mortale quella che conduce questo uomo, e il suo governo, non bisogna mai dimenticare che lui è l’immagine, ma c’è tutto un governo che agisce, una sorta di “Muoia Sansone e tutti i filistei” riportata alla situazione attuale: la terra è inquinata, l’impero sta morendo, e allora trasciniamo con noi il mondo intero. Focalizziamo l’attenzione della gente su due o tre fatti eclatanti, su cui agitarsi, testimoniare, dissentire, così che non si senta il puzzo del cadavere in putrefazione e possano continuare a vivere ed espandersi i vermi che esso genera.
Sono convinta che questo grosso ammorbante cadavere, anzi due o tre, l’impero e il capitalismo insieme al patriarcato, sarà molto difficile seppellirli in modo che non facciano più danni. Credo che questo sia il nostro principale problema, perché così come si è messo sembra non si vedano vie di uscita.
In realtà alla fine i cadaveri si seccano, si svuotano, e persino a volte divengono concime e ammendante per nuove piante e nuovi fiori.
Ma il tempo del passaggio è un tempo difficile e oscuro, e l’orizzonte è oscurato dai fumi fetidi che si generano. Tocca farsi spazio lentamente e con determinazione, spazzando il campo e l’aria, e le idee, per far emergere un nuovo possibile mondo solidale, accogliente, meno vorace e sprecone, ma capace di condivisione e incontro.
La rivoluzione delle donne, senza leader o capi che le guidino, ma guidate esse stesse dalla consapevolezza che c’è un diritto a essere rispettate, ascoltate, c’è un diritto a muoversi in sicurezza nel mondo, è iniziata in modo inusuale, e forse le prime attiviste erano inattese e hanno suscitato qualche sorpresa anche in molte di noi, perché non erano dentro schemi e organizzazioni, venivano da un mondo frivolo e consumistico, eppure il fatto è avvenuto, e si è dilatato nello scambio, nell’ascolto, nella condivisione e oramai ha le dimensioni di un fiume in piena che travolge la civiltà occidentale, ma non solo essa, perché si muovono anche le donne povere, le campesine, -bellissima la loro dichiarazione di solidarietà con le attrici: voi che potete, denunciate anche per noi,- e le donne palestinesi, strette tra occupazione e pesantezza del potere maschile, o le indigene e le donne dell’Arabia, le mussulmane che rileggono i libri sacri per discutere della loro interpretazione e della propria oppressione che non da essi proviene.
Poichè l’oppressione e la subalternità delle donne al potere maschile sono alla base della costruzione di tutto il mondo, la famiglia, la patria, la chiesa, tutto si basa su questo assunto, che è dovere delle donne occuparsi di, obbedire, accudire, curare, accettare l’ autorità maschile, sia essa morbida e comprensiva o rigida e opprimente, il ribaltamento di questi parametri comporta la estinzione di una civiltà aggressiva e violenta. Persino le leggi fatte contro la violenza e per la protezione delle donne hanno tutte un sottofondo che le inquadra nella situazione attuale, insieme a tutte le dichiarazioni di rispetto perché sono le nostre madri, le nostre sorelle, mentre l’unica cosa giusta sarebbe rispettarle perché sono esseri umani, con eguali dignità e diritti. E questo vuol dire che tutti gli esseri umani vanno rispettati, donne e uomini, bambine e bambini, anziane e anziani, e qualunque identità si voglia indossare, quel che è certo che tutte le persone vanno rispettate come esseri umani eguali in dignità e diritti: così finiscono le guerre, le occupazioni, le discriminazioni e le violenze.
Certo articolare un nuovo modello di vita è molto difficile, anche perché ci ritroviamo a rincorrere tutti i problemi che provoca la continua erosione dei diritti e decisioni sempre più contro le persone e contro la serenità delle vite. Ma ci sono molti piccoli esempi, e molte azioni individuali o di piccoli gruppi. Niente è però isolato e rinchiuso in sé.Mi sembra di vedere attuarsi le ipotesi di allargamento e di contagio del cambiamento che diviene coscienza e necessità per altri popoli e altri gruppi, in luoghi differenti.
Se come dice Jea Shinoda Bolen, il movimento contro la guerra e il nucleare continuò quando era impensabile perché c’era la convinzione che il cambiamento globale può avvenire quando un numero critico di persone inizia a pensare ed agire in una direzione differente, e ora, pur nel contrasto che molti governi stanno attuando, si arriva a risoluzioni dell’ ONU che cercano di mettere al bando le armi nucleari, questo è un piccolo risultato di una cosicenza che cresce nelle persone, i governi purtroppo sono un’altra cosa… Ma proprio le difficoltà e le restrizioni che i governi impogono fanno sì che si creino flussi di energia e di idee trasversali che connettono posti differenti e originano spunti originali, in cui l’esperienza altrui viene filtrata e mediata dalla differenza di situazione e di cultura dei vari gruppi, ma non credo sia un caso che si colleghino, si sostengano esperienze come quella degli zapatisti in Chiapas e quelle dei No tav, No Dapl, o quelle ora dei no TAP, uno contagia l’altro, uno raccoglie e rielabora esperienze e suggerimenti dell’altro per attuare una azione concreta nel proprio ambiente.
Da una parte osserviamo con emozione e partecipazione l’esperiemnto degli indigeni del Messico, con il tentativo di candidare Marichuy, che ha già smosso e scosso la realtà generale, non hoi mai visto anche negli altriu gruppi tanti inviti a mettersi insieme, a condividere ed ascoltare. Ma intanto germogliano anche in Italia che vive un clima preelettorale stanco e rancoroso, esperimenti di condivisione, di mettersi insieme ed ascoltare, senza capi o padroni. Certo non ci si buttano tutti a peso morto, spesso proprio quelli che hanno esperienza di resistenza al sistema e di militanza, guardano con una certa esitazione e con sospetto aqueste nuove spontanee assemblee, dove tutti parlano di tutto, dove si vuole ragionare davvero di nuovi modi di relazionarsi e di vivere, ma il contagio avviene, poco alla volta lentamente, qualcuno partecipa individualmente, qualcuno fa altro, qualcuno sta a guardare, poi si vedrà, l’importante è che le cose camminino.
Persino usando facebook e i socialnetwork ci ritroviamo combattuti tra boicottare fb, google, quel gigante vorace e idiota che obbediente ha fatto sparire la Palestina dalle proprie mappe e posto Gerusalemme come capitale di Israele, cosa che non è e non può essere, comunque ce la raccontino, e usare questi strumenti per ascoltare voci differenti e scardinare la unica voce leggittimata daimedia ufficiali. Ci troviamo così ad incrociare Comune Info, e Contropiano, e altri in Italia che cercano una informazione differente, con Nena News, e qui in America, desinformemos, Tele Sur, e altri che parlano altre voci, siano essi i portavoce di Standing Rock, o degli indigeni Mapuche e della loro lotta, o ci parlino delle Abuelas de plaza de mayo che ancora lottano per cercare i nipoti rubati.
La nota finale di tutti i post di Desinfoprmemos credo che sia un buon esempio di come si possa stare dentro il sistema di comunicazione, internet, eccetera, e insieme conservare la propria identità e autenticità, aiutando a portare avanti il cambiamento globale:
Este material periodístico es de libre acceso y reproducción. No está financiado por Nestlé ni por Monsanto. Desinformémonos no depende de ellas ni de otras como ellas, pero si de ti. Apoya el periodismo independiente. Es tuyo.
Questo materiale giornalistico è di libero accesso e riproduzione. Non è finanziato da Nestlè o Monsanto. Desinformemos non dipende da loro e da altre come loro, pero si dipende da te. Appoggia il giornalismo indipendente. È tuo.
E cercando un post di Desinformemos per trascrivere questa frase, ne ho trovati molti altri di siti e persone che lavorano per un nuovo modo di comunicare e vivere. Questi sono i nostri giornali, i nostri media, perché ascoltano e riflettono le voci delle persone  e dei   gruppi

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Luna Piena 3 dicembre

LUNA PIENA 3 DICEMBRE

Una luna velata brilla nel cielo circondata dalle nuvole che cercano di coprirla, si avvicina la Luna Piena di dicembre, che sarà il tre, la luna più brillante dell’anno, che contrasta con la sua forza il precipitare dei giorni nel buio più profondo. Il prevalere della notte sul giorno avrà il suo culmine nel solstizio, quando il sole sembra fermarsi e nei luoghi più a nord, sembra persino che per un giorno il sole non ci sia, si ferma sull’orlo della luce e tramonta nuovamente. È il momento del rientrare in sé, dello stare in casa, del fuoco acceso, delle luci artificiali che pretendono di nascondere il buio. La Luna Piena no, non lo nasconde, lo allontana un poco, lo illumina, ricordandoci di cercare la luce dentro di noi, di rientrare nel nostro buio per incontrare la scintilla che vi arde e riprendere il cammino illuminate da noi stesse, cercando di andare avanti, ascoltando i passi che si avvicinano di chi incontriamo, e incrociando sguardi e cammini, con accoglienza e comprensione.

Con questa Luna così splendente all’inizio del mese cominciano le celebrazioni dedicate alla luce, che costellano ogni zona e ogni religione. La vita delle persone è stata sempre connessa e influenzata dagli eventi naturali, la luce e il buio, il giorno e la notte venivano spesso viste come due entità distinte ed in conflitto, il giorno dedicato ai commerci, al lavoro, alla fatica, la notte alla riflessione, all’amore, all’amicizia, al riposo. E questi giorni faticosi e dolorosi, dove si intrecciano fatiche e scontri, respingimenti e dolore sembrano confermare questa frattura. Viene il buio, e vengono i giorni dell’annuncio, della speranza dell’angelo che sveglia i pastori per condurli alla capanna, diventiamo tutti più buoni, forse solo formalmente, ma non possiamo dimenticare che le celebrazioni della Luce e della vita che nasce hanno un senso profondo. Cominciando con la festa dell’ Immacolata l’otto dicembre, per passare al 12 in cui qui in Messico, si sovrappongono le feste per la Virgen de Guadalupe con quelle per Yemaha, la signora delle acque e della vita , al 13 con la festa di Santa Lucia che va a sovrapporsi a riti più antichi e differenti, legati alla adorazione della luce, all’invito alla luce a ritornare. Il solstizio è solo di poco discosto dal Natale, che ne sente ancora l’influenza e corona con le sue luci e i suoi doni la festa della luce, della nascita di un nuovo bambino, di un nuovo anno, di nuova vita.

Una luna importante in cui curarsi di noi, risanare le nostre ferite, incontrarsi al suo chiarore nella notte e nel gelo, accendere fuochi, parlarsi, ascoltarsi, tacere insieme assaporando l’intensità della notte e dell’amore che ci unisce, un legame che attraversa i mondi e porta nuova energia e nuova linfa per le giornate a venire, per i progetti e gli impegni per il nuovo anno, un altro inizio, un’altra occasione di fare un bilancio e andare avanti, cambiando se mai direzione a seconda delle necessità e delle esigenze che emergono.

Trovatevi quindi, troviamoci con l’energia e il pensiero attraverso il mondo, accendiamo dei fuochi, delle candele, piccoli fuochi piccole luci, bianche come la luce che resiste dietro il buio, parliamoci, ascoltiamo canzoni e musiche, ascoltiamo il silenzio che lascia parlare il cuore, la nostra intuizione, la nostra saggezza interiore, per seguire la nostra guida e uscire all’incontro, aprirci alle altre, agli altri con autenticità e fermezza.14907249_1413784258649260_1034244559388081802_n

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Rivoluzione 3 – forse, ancora, chissà

Ci sono giorni in cui ogni cosa suona distorta, ti svegli con il mal di testa, le orecchie ti ronzano, e dietro i tuoi occhi continuano a scorrere le immagini degli ultimi orrori, dagli schiavi in Libia ai bambini yemeniti, alla strage-pulizia dei Rowiynda, e tu non ti puoi nemmeno sentire tanto differente, per quanto altrove ti trovi, perché persino il tuo governo democratico, ha fatto patti per mantenere in Libia i migranti che cercano di venire in Europa da quella direzione, e si arrangia con menzogne e mezze verità a cercare di velare la tragedia di cui è complice. Hai un bel dirti che dai, però c’è chi resiste, chi è consapevole, chi cerca di costruirlo davvero un mondo migliore, certe mattine non sembra che l’ottimismo della volontà voglia funzionare da stimolo per riprendere il cammino.

Bisogna comunque rimettersi in piedi, fare la doccia, portar fuori le canette, che rischiano di restare bloccate dal tuo malessere. Esco nel patio per stendere gli asciugamani e raccogliere i limoni: il rametto che ho infilato nel vaso accanto a una piantina di basilico presenta due sfacciati fiori rossi, e alcuni fiori arancione del silicote costellano il pavimento insieme alle foglie che qui continuano a cadere: è autunno, ma gli alberi sono quasi tutti verdi di foglie nuove, anche se lasciano andare quelle più vecchie. Il silicote e altri fioriLa siccità dell’estate è finita con le piogge degli ultimi due mesi, e anche il Floripondio che aveva perso molte foglie sta rigettando nuovi rami e ciuffi di foglie verdi. Qualcosa è nato, qualcosa è morto, finito il ciclo vitale, o forse solo qualche ramo che doveva cadere. Sento un battito di ali, secco e leggero, ma insistente, e una coppia di farfalle stranamente rumorose fa un giro intorno alla mia testa, decise a farsi notare, quando finalmente le osservo e le ascolto, sembrano salutare e se ne vanno ancora accoppiate per il loro cielo. Un incontro che ti risveglia, e ti riporta alla bellezza del presente, nonostante tutti gli orrori, e così riprendo a pensare alle mie riflessioni su una rivoluzione necessaria, imprescindibile, irrimandabile, eppure lenta e faticosa. Ripenso agli ultimi articoli che ho letto, Raul Zibeki tra gli altri, e al piano delle donne di Non Una di Meno. Che cosa è necessario ora per proseguire? Perché la stanchezza, il senso di impotenza e di inutilità? E con uno di quei salti che fa il pensiero andando avanti e indietro indifferente del tempo, mi vengono in mente insieme le comuni in cui molti abbiamo riconosciuto il segno di un modo nuovo di vivere, anche se ne abbiamo temuto la mancanza totale di spazi privati, e l’affermazione di Zibechi che uno dei problemi che ci troviamo ad affrontare è lo scioglimento del senso del gruppo e della condivisione, con la creazione artefatta prodotta dal consumismo e dal capitale, di individui tesi a rispondere ai propri bisogni, anche quelli indotti, e ad accettare le stragi e le tragedie, per non veder disturbata la propria quiete… Un eccesso di condivisione contrapposto ad un eccesso di individualismo egoista che rende incapaci di condividere, accogliere, amare. La paura del diverso, che interroga la nostra individualità, che ha bisogno, che pone problemi. Interi paesi si sono schierati contro i pochi migranti che avrebbero dovuto essere ospitati vicino a loro, salvo poi, nel silenzio, riconoscere di essere stati manipolati e mossi da altri… Ma è perché non siamo più capaci di condividere, di essere popolo, che rischiamo di divenire solamente massa di manovra, lamentosi arrabbiati senza progetti e senza futuro. E allora comprendo che il malessere viene anche dall’ essere in qualche modo soli e sole a cercare, pensare, criticare, sperare in un nuovo mondo possibile, e che bisogna ritessere i legami, reincontrarsi in gruppi di affini, ricostruire i cammini, arrabbiarsi e gioire, amare, discutere, appassionarsi, parlare, scambiare idee e progetti.

Il piano di non una di meno, per quanto apparentemente settoriale e centrato su un tema, la lotta alla violenza, ha il pregio di criticare punto per punto, passo passo, parecchie strutture della nostra società. È bello perché riesce a tenersi in quel precario equilibrio di dentro e fuori il sistema che in realtà mette in discussione tutto, anche quando fa proposte concrete, praticabili ora, se si volesse, con leggi, finanziamenti, sostegno ad iniziative già in atto. Perchè quello che rimane è il fatto che questo sistema produce violenza, produce esclusione, nega e censura le differenze, scarica sulle donne e le famiglie, ancora sulle donne, la necessità di cure, l’attenzione al benessere dei più deboli, minori, anziani, malati, l’organizzazione stessa del benessere , avendo quasi del tutto privatizzato i servizi, rendendoli fonte di guadagno per alcuni, invece che fonte di benessere e inclusione anche per le persone più deboli e bisognose. Il piano è bello perché è nato in molti luoghi e in molte strade, ha raccolto confronti scontri e differenze di età, di analisi, di esperienze, e quindi è un piano ricco articolato, sfaccettato.

Mi viene in mente che questo è il modo di non essere sole, in questo tempo, con questi tempi e questi mezzi. Perchè accanto alla coscienza della distanza che ci separa, l’uso accorto dei mezzi di comunicazione ci consente relazioni e collegamenti che attraversano il mondo come arcobaleni di parole che possono costruire ponti dove incontrarsi, punti a cui agganciarsi perché il tuo cammino , anche solitario, non sia isolato, ma un nodo del cammino comune.

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La Madre Terra, ha accettato l’offerta, il grano è germogliato nella grotta con il mandala . I semi sono volati dall’altra parte del mondo, da Bassano in Teverina a San Cristobal de las Casas

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Cielo grigio

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All’imbrunire

Cielo grigio all’imbrunire

nuvole nere affrettano il buio

caparbio un aquilone

affronta la furia del vento

e si erge leggero

contro la notte

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Rivoluzione 2

​Io per la verità la speranza in un cambiamento vero nel senso auspicato la sto perdendo, comunque mi piace sperare che sbaglio e ti ringrazio per nutrire la mia speranza nell’errore. Arundati Roy è un’iniezione di vitamina e quindi la prendo volentieri, ma i dati sul campo non aiutano a metabolizzare questi apporti. Cmq grazie. Un abbraccio Patrizia​

 

Riprendo il commento di Patrizia al mio post precedente perché mi sembra importante affrontare questo tema, il malessere che ognuna e ognuno di noi sente dentro questo mondo sconvolto e sconvolgente, dove ogni tentativo di cambiamento sembra sommerso da ostacoli e difficoltà, e noi rimaniamo inerti, inefficaci, a contrastare la violenza che travolge tutti e tutto, e ci sentiamo impotenti. Sono partita proprio da questa sensazione di smarrimento e di ineluttabilità per pensare che non si può continuare così, che non c’è più tempo per dispiacersi e pensare che stiamo combattendo contro i mulini a vento con delle lance spuntate ed un ronzino, mentre di fronte a noi ci sono aerei, e droni, missili e carri armati.

Di fronte a noi c’è il dispiegamento di forze sproporzionato e indifferente. Che c’è di più indifferente di un drone? Tutti i videogiochi che ci hanno abituato a individuare l’obiettivo, a sparare sul bersaglio ci hanno anche neutralizzato dalla sensibilità alla sofferenza dell’altro, dell’altra: è il primo passo per rendere possibile i muri, i respingimenti, le morti in mare, le morti di fame , di freddo, di mancanza di cure.

È il creare il nemico non come persona ma come minaccia alla nostra integrità personale, alla nostra fede o alla nostra cultura: c’è il mostro là fuori, e noi dobbiamo difenderci, dobbiamo distruggerlo.

In questo Israele ha fatto da maestro, ricordo un’opera di Miriam che ben sintetizzava questa attitudine: una scritta col sangue accanto a una kufia mezzo lacera che recita “Israele ha diritto di difendersi”. Israele, stato occupante violento e aggressivo, ha costruito questo immaginario difficile da decostruire, cioè quello di essere lui la vittima, circondata da entità ostili, da terroristi pronti a farsi esplodere uccidendo, e quindi necessitato a difendersi. Israele sta distruggendo se stessa tentando di distruggere i suoi nemici, sta distruggendo l’anima del suo popolo, abituato a vedersi come vittima mentre aggredisce e violenta. bimba con la forchetta

E questo atteggiamento ha fatto scuola: l’occidente che ha rapinato, distrutto colonizzato interi continenti, che continua con la sua opera di corruzione e violenza a mantenere sotto il suo controllo paesi formalmente liberi, ha costruito l’immaginario dell’invasione di fronte alla “orda” dei migranti che vengono a bussare alle sue opulente porte. E intanto costruisce anche al suo interno un immaginario in cui anche gli oppressi sono solidali con gli oppressori per tenere fuori, lontano separato il diverso, attribuendogli la colpa delle sacche di povertà, mancanza di lavoro, benessere… Non è un buon ambiente dove vivere, le nostre prospettive individuali troppo spesso sono di barcamenarci ai margini di questo orrore, tentando di arginare il disastro appunto con una lancia spuntata.

Ma dietro a tutto questo si nasconde il panico di società in dissolvimento che non riescono più a nascondere il proprio malessere e cercano di focalizzare l’attenzione generale su altri, su altro, così da nascondere e ritardare la grave crisi che porta verso il collasso. E da qui dobbiamo partire.

Non credo sia un caso che movimenti lontani fra loro e partiti da situazioni diverse si ritrovino solidali e collegati. Il Chapas degli zapatisti forse fa scuola e solleva una speranza per questo essere dentro chiamandosi fuori, rifuggendo dalla assistenza e dalla organizzazione dello stato per creare dei territori liberati, sempre sotto attacco e sempre resistenti, e la loro consapevolezza di non essere soli, isolati, la loro capacità di coinvolgere aiuta molti altri popoli a sentirsi vicini, a cominciare dalle altre regioni del Messico, dove il Consiglio Nazionale Indigeno sta sconvolgendo addirittura la prospettiva della campagna elettorale, perché ciò che la “vocera” afferma e dice è la verità che si cerca di coprire con le menzogne e l’ordine pubblico…

Intanto non tace l’eco prodotto dagli indigeni Lakota a Standing Rock, e continua la loro difesa della madre terra. Ci siamo trovati a condividere in milioni di persone l’impegno e la lotta contro il dapl, e ora in Italia il TAP sta facendo danni analoghi, e si fatica a trovare il modo di opporsi a questo ed altri mega progetti che sconvolgono il territorio e minacciano la vita degli abitanti della zona.15267516_1244951842209621_8082627560563208330_n

In tutto il mondo c’è una pressione sempre maggiore delle corporazioni, quelle entità sovrannazionali che sono potenti e fameliche, che usano la polizia e i governi per mantenere il controllo dei territori e continuare indisturbati le spoliazioni. Ma in tutta la terra vi sono Donchisciotte che si collegano e comunicano, che resistono e proteggono l’ambiente e il pianeta stesso. E succedono cose inattese, tante lance spuntate, tanti campi di preghiera mistica e non religiosa, tanti gruppi solidali creano quelle strane reti che attraversano il mondo e che resistono.

NON UNA DI MENO, urlano le donne in tutto il mondo, e sono costrette loro stesse a ricordare che non una di meno vuol dire tutte le donne, tutte le storie, le ragazze arrivate cadaveri sulla costa italiana, o le donne Mapuche incarcerate e torturate, le palestinesi, le curde o le afgane. Le donne di ogni colore, di ogni gruppo, di ogni storia e cultura stanno tessendo reti che le collegano e le sostengono, e se qualcuna si distrae, altre la sollecitano, segnalando le difficoltà e le differenze che anche noi incontriamo sul nostro cammino. E mentre urliamo non una di meno, ci accorgiamo che non possiamo prescindere da una analisi distruttiva del patriarcato, insieme al mercato, al capitalismo, all’ottundimento di massa, alla cultura dello sfruttamento e della negazione dell’altro da sé.

Ci sono un mucchio di cose da fare per preparare questa rivoluzione: innanzi tutto cambiare di segno il nostro atteggiamento: va bene benissimo l’indignazione verso tutte le cose che non vanno, va bene la resistenza e la protesta, ma è necessario che assumiamo una attitudine positiva, che mentre ci impegniamo lavoriamo a divertirci, a sorridere e ridere insieme, dobbiamo trovare nuove parole, nuove canzoni che scuotano e sveglino la gente, che raccontino quel mondo possibile che vogliamo costruire. E poi dobbiamo studiare, ognuna e ognuno quello che ci piace e ci interessa, ma appropriarci della tecnologia e della scienza per contrastare la deriva di sfruttamento e per diffondere una diversa cultura e narrazione.

Dobbiamo sconvolgerli, cambiargli le prospettive sotto il naso, non comprare i loro prodotti, riparare ciò che si rompe con una resistenza costante alla obsolescenza programmata, sottrarre aria alle idee e alle affermazioni del capitalismo, perché se dipendiamo da esso, dalle sue priorità e dai suoi miti, saremo i primi e le prime a collassare.Dame la mano

 

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Intermezzo

Passeggiata mattutina con le canette, il traffico a quest’ora non c’è proprio nelle strade che di solito percorriamo, in cambio il sole illumina il cielo e le strade, una mattina perfetta. Passo accanto ad una signora seduta sul bordo del prato con il suo cagnolino accanto. Le chiedo di bloccarlo, perché la Xhut è in calore. Lei mi sorride, poi guarda la mia borsa e mi dice che è uguale alla sua: entrambe abbiamo la borsa del Tianguis alternativo Valladolid, il piccolo mercato del biologico alternativo che resiste ogni mese a presentare i pochi prodotti e produttori, e che un paio di volte all’anno organizza eventi più importanti con incontri sui semi e sulla medicina tradizionale… Tutte e due seguiamo questi eventi! Bueno, ci scambiamo un saluto veloce e un sorriso, ci rincontreremo al prossimo Tianguis. (La parola è il nome maya per definire i mercati popolari e alternativi.)

Momenti semplici di serenità: è importante goderli e raccoglierne le energie per continuare a ragionare sul cambiamento possibile senza lasciarsi travolgere dall’angoscia di tutto ciò che avviene contro il cambiamento.

E oggi è davvero una giornata fortunata: apro il pc, e insieme alle notizie ormai quotidiane di disastri e di violenze, ecco una notizia positiva: un giudice ha dichiarato illegittima la decisione del governo Trump di autorizzare la costruzione dell’oleodotto sul territorio Lakota. Questo il link https://www.theindigenousamericans.com/2017/10/17/victory-standing-rock-sioux-tribe-court-finds-approval-dakota-access-pipeline-violated-law-2/

Eccoli qui, smontati i campi, si temeva che fosse finita l’epoca della resistenza non violenta e della protezione della terra, ma no, non si sono arresi, non si sono rassegnati, e hanno cercato altre vie per mantenere il loro impegno di protettori della terra e delle acque. La sentenza di oggi conferma che non vi è stata valutazione del rischio che comporta il passaggio dell’oleodotto, che la decisione è stata illegittima. Certo, non finisce qui, non si può distrarsi, ma questo fatto ci dimostra come la resilienza, la capacità di cambiare e adeguarsi ai cambiamenti per contrastare il danno, è la strategia migliore. La disperazione, la rabbia, la violenza producono danni e morte. Fermarsi guardarsi intorno, pensare, immaginare vie diverse aiuta a aprire altri cammini e sì, un po’ per volta, un passo alla volta, un pezzetto di territorio alla volta, diciamolo che un altro mondo è davvero possibile!

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Rivoluzione 1

Mi guardo in giro, leggo i vari post, elezioni in Italia, prossime elezioni in Messico e un malessere generale che spinge al rancore, alla rabbia, è sempre colpa degli altri, di chi ha votato x o y, di chi non ha votato, di chi ha candidato questo piuttosto che quello.

Il momento elettorale concentra sul voto tutte le attenzioni e le energie, e le analisi scadono nella conta dei voti, di chi è mancato, di chi ha fallito, della sinistra che svanisce, della destra che c’è e si sente anche troppo.

Da tempo, osservando i fatti di questi ultimi anni, avvertendo come tanti una sensazione di impotenza di fronte al precipitare della situazione internazionale, e nazionale, di fronte al disastro, alla aggressione coordinata ai più deboli, e il sostegno ai più forti, mi sono convinta che non è con il voto che si cambiano le cose. Oh, sento le voci di chi protesta e dice, intanto così vanno su gli altri, gli altri governano… Già, gli altri, altri da chi? Da una pretesa sinistra che non finge neanche più di avere ideali e una direzione etica di sinistra?

Ricordo ancora vecchi compagni, quelli dello zoccolo duro che non c’è più, che mi spiegavano convinti che questo o quel presidente non ha fatto le cose che aveva promesso “perchè gli americani mica glielo permettono, se non si adatta, non andrà mai al potere.” L’obiettivo da tempo non è la rivoluzione, ma “andare al potere” cioè entrare nella stanza dei bottoni, non importa se per farlo dobbiamo essere bravi osservanti delle regole, affidabili a livello internazionale, pronti ad avvallare ogni scempio, ogni guerra, ogni carognata internazionale, facendosi amici di gentaglia della peggiore risma, pronti comunque a buttarla dalla finestra quando al padrone americano non serve più.

Non vedo una via semplice e diretta al cambiamento. Oramai c’è un quadro di sistema che ci ingabbia tutti, un piattone di pasta al glifosfato con sugo di pomodori importati dalla Cina o raccolti dai nuovi schiavi che vivono in baracche a due passi da casa, e la televisione accesa che ci squaderna le notizie con la freddezza di un videogioco: quanti morti oggi nel mare tentando di venire a “invaderci”? Quanti morti a Gaza o in Palestina?, quanti in Siria, in Yemen, o nel Miammar? E quante manifestazioni represse a manganellate, quanti giovani o meno giovani incarcerati ? Il tutto inframezzato dalla pubblicità del nuovissimo telefonino, del nuovo oggetto di cui davvero non potete fare a meno. Questo ovviamente pone ogni tema sullo stesso livello ed è difficile districarsi, mantenere un po’ di senso critico, diffidare di affermazioni non verificate, dai giudizi sommari che orientano il nostro immaginario e le nostre emozioni.

Eppure è da questo contesto che dobbiamo partire, il nostro contesto, che alla terza denuncia di molestie sul lavoro, ad esempio arriva già al fastidio. Superata la linea del giudizio della vittima, si arriva ora a etichettare ogni nuova denuncia come gossip dannoso e controproducente, tutto si dice, salvo prendere atto della gravità della situazione, del peso di una cultura che la giustifica e la accetta.

Ci vuole una rivoluzione radicale dentro ognuna e ognuno di noi, donne e uomini, che riconosca la importanza ineludibile di ogni essere umano, di ogni essere vivente, che riconosca nella condivisione, nello scambio, nel rispetto e nell’ascolto le radici di una nuova convivenza civile.

Si tratta di una rivoluzione culturale molto radicale, ognuno di noi sa quanti compromessi facciamo ogni giorno, tra le convinzioni profonde e le azioni quotidiane, perché la pressione che subiamo per stare dentro questo tipo di vita è così capillare e diffusa che ogni nostra azione dipende da altre cose, dal correre sempre, mai tempo di fare le cose con calma.

Dall’interno questo sistema non è riformabile, va bene, ma che cosa possiamo fare da ora, da subito per far emergere l’altro aspetto della vita, per dare una svolta in positivo alla nostra vita e al mondo?

Bisogna avere il coraggio di criticare tutto, di mettere in discussione tutto, fede, famiglia, società, scienza e medicina, salvando il salvabile, quello che è utile davvero alle persone, non quello che serve a ingrandire i patrimoni di pochi, ed a rovinare il pianeta in cui viviamo, la nostra vita.

Ci sono nel mondo alcune esperienze che si muovono in questa direzione, ed è evidente come il “sistema”le svaluti, le svilisca, le tratti come pericolo e sovversione o come azione folcloristica e fuori dal tempo

Un modo originale di affrontare il tema elettorale, qui in Messico, è quello del Consiglio Nazionale Indigeno che ha candidato come indipendente Marichuj, e porta avanti la sua battaglia tra mille ostacoli e tranelli del sistema organizzato dei partiti: fa paura evidentemente, fa paura questa donna che non cerca nulla per sé, che non ha paura di affermare cose che si sanno ma si ignorano, o si negano addirittura. La osservo con attenzione e simpatia, già il fatto che si sia presentata è una speranza concreta, una sottolineatura di cose importanti fuori dal sistema del potere.

Ogni gruppo ogni situazione deve fare la sua esperienza, ma coordinarsi, conoscersi, conoscere e scambiare esperienze e riflessioni credo che sia un modo per sconvolgere l’ordine costituito, sconvolgere il nostro immaginario collettivo, e ricostruirlo lentamente più felice, più allegro, più lento, più positivo.

Di queste cose vorrei parlare in positivo nei prossimi post, per cercare nelle esperienze già date attraverso il mondo, i mondi, le esperienze concrete che possono indicare nuove vie possibili.

E per concludere eccovi queste affermazioni di Arundati Roy, che non posso che condividere:13566997_579550195557338_276729717815040160_n

La nostra strategia non dovrebbe essere solamente quello di affrontare l’impero, ma di provocargli ferite. Privarlo di ossigeno. Svergognarlo. Deriderlo. Con la nostra arte, la nostra musica, la nostra letteratura, la nostra testardaggine, la nostra gioia, la nostra brillantezza, la nostra inflessibilità nel cambiare rotta, – e la nostra abilità nel raccontare le nostre storie. Storie che sono differenti da quelle che siamo indotti a credere. La rivoluzione delle corporazioni collasserà se rifiutiamo di comprare ciò che ci stanno vendendo, le loro idee, la loro versione della storia, le loro guerre, le loro armi, la loro nozione di inevitabilità. Ricordate questo: noi siamo molti e loro sono pochi. Hanno bisogno di noi più di quanto noi abbiamo bisogno di loto. Un altro mondo non è solamente possibile: ella è in cammino. In un giorno tranquillo, posso sentire il suo respiro” Arundhati Roy

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