LA GUERRA E LA CURA

San Giorgio e il Drago, olio su tela di Mario PalmieriCF 1.0

Ultimamente stanno passando in rete, e persino nei nostri messaggi personali, divisioni sul tema covid, e insulti, persone che lamentano che la discussione ha portato a fratture profonde di amicizie e affetti familiari. Non solo ultimamente, ma mi sembra che adesso si sia arrivati al limite prima delle esplosioni ed il passaggio alle vie di fatto… allora vorrei fermarmi un attimo a riflettere con voi e cercare una via di uscita, di unione e di scambio in cui le differenti posizioni diventino punti di forza per superare insieme questa “contingenza”.

Credo che dobbiamo prendere atto che siamo tutte e tutti in qualche modo fragili ed inermi di fronte al virus, sia che ostentiamo indifferenza e sicurezza, sia che ci sentiamo impegnati in una lotta di titani senza armi adeguate.

Permettetemi una considerazione su quest’ultima frase: già la metafora della guerra, gli eserciti per strada, i droni, i blindati sembrano prefigurare uno scenario di combattimenti, violenza, sangue…

In questi mesi abbiamo letto ed ascoltato di tutto, dall’elenco dei motivi di ulteriore rischio, e guarda caso salvo qualche giovane e forte tutti abbiamo altri dolori, altri acciacchi con cui combattere, oddio, i miei chili di troppo faranno parte di quella obesità che mi viene prospettata come un fattore di rischio?, e la malattia per cui mi sto curando?, e la pressione, e l’età… Il bollettino quotidiano dei morti le immagini delle file di ambulanze e delle bare portate altrove perché non c’è più posto hanno alterato la nostra percezione della realtà e ci hanno messo di fronte a cose cui non volevamo pensare, la fine della vita, la fragilità del nostro corpo fisico, ed hanno anche rimescolato e messo in luce le ombre della nostra mente. Da queste premesse, ognuna ed ognuno ha reagito con gli strumenti e le energie che è riuscito a mettere in campo, per sé e per le persone di cui normalmente si prende cura o con cui ha una stretta relazione. Tutto è passato in seconda linea, le idee, le convinzioni, le passioni gli ideali, perché mia mamma è fragile, e non so che cosa fare, perché ho dei figli che restano chiusi in casa, o dei parenti ed io stessa anziana. Le paure ci agitano certo, anche se spesso ci scambiamo osservazioni rassicuranti e analisi eclatanti che smentiscono tutto e il contrario di tutto. E qualcuno si inalbera e si offende, e questo acutizza e sottolinea le posizioni estreme. Ogni volta che si solleva un dubbio, una osservazione si diviene negazionisti , o complottisti quando si guarda al quadro mondiale. Da una parte e dall’altra ci si ritrova a urlare insulti e scomuniche e non ci si ascolta davvero. I tentativi di buttarla in ridere, più o meno riusciti, ammetto che molti sono squallidi, ma apprezzo il tentativo di sdrammatizzare e non vedo perché una battuta, magari poco carina, debba essere vissuta come una ferita, o una offesa.

Credo che dovremmo prendere atto reciprocamente di alcuni dati di fatto: così stiamo male, ci sentiamo prigioniere ed in balia di ogni vento, o di ogni pensata dal governo che tenta di vuotare il mare con un cucchiaio, dopo aver contribuito a produrre il mare però.

Nella narrazione collettiva siamo passati dal vedere infermieri e medici da eroi ad untori, e naturalmente c’è chi soffia sul fuoco dello scontento e del disagio, tanto poi la signora che sbrocca contro l’ambulanza sarà lei ad essere arrestata e forse a subire un TSO, come molti auspicano, chi ha soffiato sul fuoco se ne sta tranquillo a casa, e se si contagia può pagarsi le cure salatissime del San Raffaele e cavarsela stando a casa. Non ho letto una riga o sentito una osservazione sul malessere che quella signora viveva, che avrà anche espresso male, malissimo il suo pensiero, ma certo non si sentiva bene e al sicuro. Temo che questo tipo di esplosioni aumenteranno, insieme alle richieste concrete di sostegno economico e di timore di perdere tutto. Sono convinta che dovremmo fermarci un momento e pensare, insieme, che cosa può essere utile, che cosa può farci uscire dal senso di impotenza, dallo smarrimento della lotta impari, dalla certezza di subire una ingiustizia epocale grandissima.

Chiaro, in questo momento, con questa situazione ci tocca accettare e seguire le indicazioni di precauzione, ma per favore, non facciamo i poliziotti verso chi non porta la mascherina o la indossa male! Cerchiamo di tutelarci abbastanza da mantenere le distanze senza allontanarci dagli altri, continuiamo ad occuparci delle cose che prima ritenevamo importanti e che sono ancora tutte lì.

Cerchiamo di volgere i limiti in positivo per quanto possibile, prendendoci tempo per fare le cose che ci piacciono, cerchiamo di mettere limiti ed orari ad esempio anche al telelavoro, rivendichiamo la necessità di incontri di lavoro, di politica, di svago, di cultura in cui rispettare le indicazioni sia parte dell’incontro, non un corollario pesante, in cui i ragazzini possano guardarsi in faccia, vedere insegnanti e compagni, scambiarsi parole, strilli affetto… Inventiamoci forme di manifestazione dell’affetto che siano possibili. Se avevamo sia pure a fatica accettato una chiusura abbastanza contenuta nel tempo, un tempo sospeso per prenderci cura, ora che questa sospensione sembra dilatarsi senza vedere un limite, dobbiamo aggirare il virus e vivere non ostante, e cambiare, cambiare il modo di gestire la pandemia ed il modo di gestire le relazioni, dobbiamo ribaltare consapevolmente il mercato e il patriarcato, trovare altre forme di condivisione, di volontariato, di vicinanza dobbiamo cominciare ora, non domani a cambiare il mondo dalla radice. E non mi preoccupo del complotto mondiale, che non sarà così concertato e consapevole come alcuni pensano, ma c’è una base di connivenza verso tutto quello che ci disturba, e lo sappiamo da sempre, non avevamo bisogno del covid per scoprirlo. Ma ci sono anche i popoli, che sono tanti che sono vivi di uomini e donne reali che difendono l’acqua, il cielo e la terra, che si affannano per mettere insieme il pranzo e la cena ed insieme vogliono un mondo migliore in cui la radice sia quella della cura, del creare energie positive, benessere, empatia.

Guardate che molti che in buona fede continuano a portare avanti insulti ed accuse a chi esprime diversi pareri ed opinioni rischiano di essere complici di quel clima di divisione che viene creato ad arte, perché se ce la prendiamo tra noi, se sono il guardiano del mio vicino, non ho tempo per mettere in discussione il potere costituito, niente come una guarra ci porta a compattarci con il governo. Ma noi non siamo in guerra, stiamo affrontando una malattia, e non tutti alla stessa maniera. I rischi oggettivi ci sono, e la necessità di sostenere chi lavora sul versante della salute e della cure c’è più che mai, ma non servono i cartelloni e le ovazioni, che si possono ribaltare alla prima occasione, enfatizzando i difetti, ma una solidarietà di base , che esige un atteggiamento diverso, di reciproca fiducia, di comprensione, di stima. Ed anche di richieste concrete e specifiche: credo che tutti e tutte da qualunque parte ci giriamo abbiamo appurato che è necessario un cambiamento strutturale del sistema sanitario, con una rimessa in moto della medicina di base, che non lasci da solo nessuno e nessuna, ma anche con dei protocolli di cura che siano elastici, linee indicative per aiutare il medico, non per costringerlo quando in scienza e coscienza vede altre necessità. Abbiamo sentito tutti i racconti delle persone lasciate sole, ad aspettare che si aggravino a sufficienza perché ci si prenda cura di loro, non capisco come non sia evidente, e molti medici lo stanno denunciando, che solo se si interviene subito e con le cure adeguate si possono evitare molti aggravamenti e casi mortali. Se il problema è l’intasamento dei centri di emergenza, perché non lavorare perché vi arrivino meno persone? Certo, non credo che tutto si possa risolvere, persino per una banale influenza, per una polmonite si rischia la vita se si è anziani o malati, ma io ricordo bene che mia madre è sopravvissuta a due polmoniti, anche se era debilitata da altre patologie, ed è riuscita a vivere i suoi anni sino alla fine, per cui credo che sulla fragilità degli anziani, dei malati, dei più deboli bisognerebbe discutere. La scelta di non curare le persone tempestivamente ha causato dei lutti nel mondo che ancora ci risultano incomprensibili, non posso dimentirare che Luis Sepulveda, già con la febbre alta, è stato rimandato a casa ben due volte dal pronto soccorso, prima di essere preso in carico, ed abbiamo sperato e lottato con lui, ma l’abbiamo perso. Ecco questo vorrei che tutte e tutti avessimo presente: bisogna cambiare stile, dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altra, senza condanne o scelte di respingimenti: se cambiamo davvero e passiamo dalla guerra alla cura, io credo che riusciremo ad uscire da questo casino senza troppi lutti e senza altre cicatrici e lacerazioni.

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Una Luna Piena Azzurra nel giorno dei morti-viventi

Eccoci alla Luna Azzurra, la seconda luna piena del mese di ottobre, che cade a Shamain, nella notte dei morti, nel giorno in cui si celebra l’assotigliarsi del velo tra i mondi e la comunicazione con i nostri avi, con coloro che sono morti diviene più facile e intensa.

Mentre li accogliamo ognuna con le nostre tradizioni, e la nostra sensibilità, diventa sempre più rilevante far parte di una genealogia, che non conosciamo se non nei suoi passi finali, ma che per arrivare a noi ha richiesto un numero considerevole di persone. Se vi fate il calcolo vi rendete conto: 2 genitori, quattro nonni, otto bisnonni, 16 trisavoli, 32 quadrisavoli, 64 e più su 128, e se si risale ancora 256, e la generazione precedente siamo oltre le 500 persone, ancora un passo e siamo alla popolazion di un vilaggio, e per fare questo ci sono voluti poco più di 200 anni. Pensate quante vite si sono intrecciate, quanti amori, quanti dolori, quante storie felici e tristi, quanti lotte per riuscire, o semplicemente per sopravvivere, quanti sogni realizzati, quanti sogni non realizzati, per arrivare sino ad ognuno di noi.

Chissà con quante altre persone di oggi si è intrecciata la nostra genealogia, noi conosciamo i cugini, i cugini in seconda, ma va a finire che più allarghiamo l’orizzonte dei nostri avi e più finisce che ci troviamo in un intreccio di vite che ci portano a discendenze vicine, intrecciate, spezzate, riallacciate, in un continuo che ci ha condotto ad essere quelle che siamo adesso. Onorare i nostri antenati, riconoscere la loro importanza nelle nostre vite diviene sempre più significativo, così come far pace e rispettare anche le storie che ci hanno ferito, gli abbandoni, le mancanze, il disamore.

È necessario esserne coscienti per lasciar andare il malessere ed il rancore che ancora ci accompagna ed essere finalmente libere e poter risanare la nostra storia risanando il passato ed offrendo ai nostri discendenti una vita libera dalle nostre rivendicazioni e dai nostri dolori.
Questa Luna che cade al centro del tempo d’autunno, tra l’equinozio ed il solstizio d’inverno, ci offre chiarezza e voglia di fare e di cambiare le nostre vite radicalmente, anche se probabilmente per un poco ci sentiremo bloccate e ci vorrà la prossima luna piena perché i cambiamenti prendano le ali.
Molte e molti di noi, quasi tutti credo, stanno ancora bloccate e sofferenti per questa pandemia che si allunga e prolunga, con il suo carico di paura e di dolore, ma è proprio adesso che dobbiamo mettere in moto le nostre energie per andare verso una situazione di difesa differente, solidale, aperta agli altri, senza aggressività ma con l’intento di salvarci tutte e tutti insieme e vivere, non ostante i rischi presenti e futuri. Credo che le rivendicazioni che stanno venendo avanti siano più che comprensibili, ma dovremmo riuscire a tirar fuori energia fantasia e voglia di fare perchè esse siano forti, pressanti ma nonviolente e soprattutto non colorate di razzismo senza senso. Quel ragionamento che facevamo prima sugli antenati ci porta a pensare che vai a sapere, in qualche momento la mia genealogia si è intrecciata con qualche africano, quando ancora nessuno si preoccupava del colore della pelle (lo sapete che sant’Agostino , uno dei padri della Chiesa, era nero africano? E anche il moro di Venezia, raccontato da Shakespeare era nero, e nobile, ricco) o con marocchini, o siriani, o cinesi che hanno conusciuto Marco Polo, o prima, o dopo, chissà.. comunque ora siamo qui, in questa terra martoriata dove si ricorre al distanziamento, ad uccidere ogni batterio, anche se questo in realtà abbatte le nostre difese, perché non si vuole affrontare il problema in modo globale.

Più di uno ed una parlano oramani di sindemia, cioà della concatenazione di fattori che ci hanno portato a questo punto, e allora ciò che dobbiamo chiedere, a partire da noi stesse da noi stessi, è un cambio totale di strategia, di approccio, in cui ci sia un discorso sistemico: ripulire l’aria, i fiumi, il mare fa parte della cura, ripiantare gli alberi, farla finita con l’estrattivismo e rispettare le biodiversità in modo da smettere di uccidere le api e tutti gli insetti utili, di ridare spazio ai boschi nativi, agli animali selvaggi con il loro ambiente. Mettere da parte l’ideologia del distruggi per risolvere, non siamo in guerra, non è un nemico fisico da combattere, c’è un mondo da cambiare radicalmente, ripensando a quel che mangiamo, riducendo di molto il consumo di carne, di soia perché la minore richiesta renda meno significativo l’impatto sui suoli, dove sempre più alberi vengono tagliati per fare spazio ai pascoli, sempre più specie animali vengono distrutte per salvaguardare gli allevamenti, e respingendo i prodotti transgenici che tendono ad alterare nella struttura stessa del dna piante ed animali, facendone sempre più chimere di cui non conosciamo conseguenze o incidenza anche per gli umani.
Bisogna tornare al senso di comunità, alla cura di sé e degli altri per cui solo salvandoci tutti riusciremo a salvarci: il “si salvi chi può” porta morte e distruzione, invece aiutiamoci, salviamo noi stesse e gli altri intorno occupandoci della vita, e riconoscendo che la morte è un passaggio, un aspetto della vita, che deve solamente spingerci a vivere ed essere vitali, finché lo siamo, senza abbandonarci alla morte prima che questa avvenga.

Ovviamente non intendo dire di abbandonare le precauzioni, ma di farlo in modo vitale e coerente: se sto bene, se stiamo bene perché mai non dovremmo stringerci la mano, scambiarci una carezza?, da quale alveo oscuro è stata tirata fuori questa cosa orribile che fa male toccarsi, scambiarsi cose, sorrisi ? Alcune norme vanno bene per le terapie intensive, dove la carica virale è alta ed onnipresente, e per di più si generano anche i germi resistenti a complicare la cosa, ma nelle convivenze normali, per favore, un poco di cura, non di aggressività: Se ti misurano la febbre ovunque, se ti lavi le mani con cura, se non hai nemmeno un raffreddore, perché mai dovremmo stare a distanza, non toccarci, non aiutarci? Magari potremmo chiedere una medicina di base efficiente ed efficace, e dedicare una cura maggiore ai cibi che mangiamo, meno cibo spazzatura e più prodotti che aiutano a fortificare le difese. Pare che echinacea, propoli e vitamina C siano riconosciuti come protettori che aiutano a rinforzare le difese immunitarie, facciamone quindi uso, e diffondiamo il consiglio: magari un regalino adeguato in questo tempo specie per gli anziani, sarebbe la bottiglietta di echinacea, insieme ad una buona scorta di vitamina C e di una dose di propoli, o miele integrale che aggiunga la dolcezza al sostegno.
Nei luoghi dove lavoriamo, dove ci incontriamo per riunioni, mostre o scuola, bruciamo rosmarino e lavanda, insieme all’incenso, in modo che l’ambiente sia sano senza la sanificazione chimica che produce effetti secondari ed uccide anche i batteri buoni… e ricominciamo a mettere amore invece che rabbia in quello che facciamo, sia cucinare, che leggere, scrivere, parlare. Ricordiamo la forza ed il peso che hanno le parole, perciò vediamo di bandire le parole negative per cambiarle in parole e atteggiamenti costruttivi orientando anche la speranza verso un mondo più umano, dove viva la condivisione, il prendersi cura, dove si recuperi la coscienza che insieme possiamo, che nulla è dato per definito una volta per tutte. Inventiamoci modi di stare insieme, di rispettarsi e volersi bene, cerchiamo di comunicare amore, comprensione, empatia e di aumentare il livello della vibrazione generale, noi siamo la cura per noi stesse, i nostri cari, il mondo.
Vi amo, e copio di seguito alcuni consgli scritti da una strega che ho tradotto giusto per cominciare a star bene, per essere utili anche agli altri, alle altre: ricordate che se stiamo male, siamo depresse, non siamo utili a nessuno, e nemmeno a noi stesse
Flor de Toè:Flor de Toé
Quema Salvia blanca, para transmutar la energia de los espacios.
Quema Enebro, para energetizar el cuerpo y la mente.
Quema Artemisa, para tener sueños lucidos
Quema Cedro, para bendecir las casa o espacios nuevos
Quema Romero y lavanda, para alejar todo virus, bacteria o enfermedad del ambiente.
Quema ruda, para alejar la mala energía.
Quema canela, para darte calma y tranquilidad.
Quema menta, para calmar tus pensamientos.
Quema Laurel, para atraer la abundancia y prosperidad económica.
Quema cáscara de ajo, para ahuyentar toda mala vibración y envidias.
Quema Palma dulce, para armonizar y traer dulzura.
Quema Tabaco, para purificarte.
Quema Copal, para purificar y proteger
Recuerda eres tu propia medicina, prende tu sahumador

Brucia Salvia bianca per trasmutare l’energia degli spazi
Brucia Ginepro, per energizzare il corpo e la mente
Brucia Artemisia per avere sogni lucidi
Brucia Cedro per benedire la casa e gli spazi nuovi
Brucia Rosmarino e lavanda per allontanare tutti i virus, i batteri e le malattie dall’ambiente
Brucia Ruta per allontanare le energie negative
Brucia cannella, per darti calma e tranquillità
Brucia menta, per calmare i tuoi pensieri
Brucia Alloro per attirare la prosperità economica
Brucia le scorze dell’aglio, per allontanare tutte le vibrazioni negative e l’invidia
Brucia Palma dolce per armonizzare e ottenere dolcezza
Brucia Tabaccoi, per purificarti
Brucia Copal per purificare e proteggere
Ricorda, sei tu la tua cura, la tua medicina, accendi la tua copalera (o un altro incensere dove bruciare anche le erbe)

E per finire: un bagno ai piedi semplicissimo :
BAÑO DE SAL EN LOS PIES PARA DESCARGAR LAS ENERGIAS PESADAS
BAGNO DI SALE AI PIEDI, PER SCARICARE LE ENRGIE PESANTI

Cuando te sientas enojada, o triste , sin ganas de hacer nada, cuando te das cuenta que nada te sale bien, que peleas con tus seres queridos o que no puedes dormir bien, este consejo puede ayudarte.

Elije un momento tranquilo en tu hogar, necesitarás agua tibia, un puñado de sal y unas gotas de aceite esencial de lavanda (si tienes)

Poner el agua tibia en un recipiente, añade la sal y el aceite esencial, la lavanda es relajante, elimina la ansiedad y te ayuda a transformar esas emociones negativas.

Coloca tus pies en el recipiente y disfruta de ese momento, puedes encender un incienso de tu agrado, y música relajante, cierra tus ojos y pide ayuda al Angel guardián o tu protector, que transforme todas las energías negativas en positivas. Te devuelva la paz interior y elimine los bloqueos.

Quando ti senti arrabbiata, o triste, senza voglia di fare, quando ti rendi conto che niente ti riesce bene, che litighi con i tuoi cari, o che non riesci a dormire bene, questo consiglio può aiutarti

Scegli un momento tranquillo, a casa, hai bisogno di acqua tiepida, un pugno di sale, e qualche goccia di olio essenziale di lavanda (se ce l’hai, ma procuratelo per le prossime volte)

Metti l’acqua tiepida in un recipiente, aggiungi il sale e l’olio essenziale, la lavanda è rilassante, elimina l’ansietà ed aiuta a trasformare le emozioni negative.

Metti i tuoi piedi nel recipiente e godi di questo momento, puoi accendere un incenso e aggiungere musica rilassante, chiudi gli occhi e chiedi aiuto al tuo angelo o al tuo protettore, che trasformi tutte le energie negative in positive, che ti ritorni la pace interiore e che elimini i blocchi

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Mergellina e le Madri, il nuovo romanzo di Maria G. Di Rienzo

Il nuovo romanzo di Maria G; Di Rienzo è ora disponibile on line.

MERGELLINA E LE MADRI

(di Maria G. Di Rienzo)

Mergellina,

Mergellina…

Dentro questa barca fammi sognare

Rema per me

Non mi svegliare

(Serenata a Mergellina – Mario Abbate)

Letto, riletto e poi riletto ancora con piacere e coinvolgimento. I romanzi di Maria G. Di Rienzo sono sempre preziosi per la sua capacità di creare mondi possibili in cui le conseguenze dell’oggi sono la premessa per altre storie, altri timori, altre possibilità.

Il romanzo è ambientato in un tempo futuro dopo il disastro, quando oramai l’acqua la fa da padrona tra paludi e atolli dove la gente si organizza e sopravvive, con strutture simili o grandemente diverse.

Ma qualunque organizzazione, qualunque stuttura sociale riesce sempre ad avere i suoi emarginati i suoi disadattati, quelli che emigrano sperando di trovare altrove un senso diverso alla propria vita, quelli che non accettano, che subiscono, e che nonostante tutto cercano in qualche modo di restare fedeli a se stessi.

La scrittura piana e scorrevole ci accompagna dentro le emozioni e la vita di Lin, la “ragazza che non c’è” che ha ereditato un nome assegnato dagli spiriti, che rifiuta ferocemente identificandosi come Lin. Ma ciò che rifiuti ti segna e rimane una parte di te, magari tatuata sul polso come il suo nome. Altri personaggi fondamentali emergono subito accanto a lei, la figlia Ninni, “formata a modo suo”, e Jade, Geid, il compagno non compagno artista, e via via alcuni di primaria importanza ed altri minori emergono dal proseguire del racconto, e ci aiutano a comprendere l’andamento delle vite sugli atolli e fra i palificati. Nessuna vita viene trascurata o accennata solo di striscio, ognuno ha la sua storia e la sua dignità, e un ruolo magari inatteso da giocare.

Centrale e sconvolgente il ruolo della grande Madre Zulma, di Romita Sacra, la madre di Lin e di altri nove figli, che entra nel racconto con la sua morte fuori contesto che mette le basi per lo sconvolgimento che si sta preparando.

L’autrice riesce a creare un mondo diverso, in cui la memoria distorta del passato diviene la fonte di nuove speranze e nuovi miti, dalla religione dell’ Armonium, alla stessa organizzazione dei palificati, che hanno trovato nella presenza degli spiriti e la loro cura per la gravidanza l’occasione di creare una struttura sociale imperniata sulle madri. Le donne che hanno fatto il pellegrinaggio a Tirta, la casa degli spiriti, per dieci volte, partorendo altrettanti figli, divengono le Grandi madri ed entrano a far parte del circolo che governa la vita dei palificati. Sugli Atolli invece l’organizzazione civile e quella religiosa convivono senza sovrapporsi, ed in ogni caso la scelta di credere o non credere ad una delle religioni o dei miti correnti è un fatto personale, che non sempre incide sul comportamento. In questi contesti può succedere di tutto, anche che un pezzo di latta emerso dal mare venga interpretato come un messaggio degli spiriti, e divenga il nome di una bambina: Pizzeria Mergellina, che da subito si sentirà fuori posto, incompresa ed incapace di accettare il mondo in cui vive, le relazioni che sua madre intrattiene nei giorni fertili per arrivare alle dieci gravidanze ed essere una Grande Madre, tutta l’organizzazione dei palificati, ed il suo nome così caricato di aspettative, che lei cambierà in Lin.

Mi capita spesso in questi giorni, mentre sto pensando a scrivere questa recensione, di trovare post tipo questo: ERES LA VERSIÓN MEJORADA DE TUS ANCESTROS

Los miembros “ raros” que no se adaptan al sistema familiar, a sus ideologías y desde pequeños comienzan a revolucionar sus creencias, aquellos criticados, juzgados y rechazados por no adaptarse a seguir el castrador y tóxico control familiar, son los llamados a liberar historias repetitivas que frustran y estancan las generaciones futuras. Estos seres son la versión mejorada de sus ancestros y tienen el don de reparar la historia, desintoxicar y crear una nueva raíz familiar, desvelando y liberando miles de secretos, acosos, violaciones, tabúes, miedos reprimidos, sueños no realizados, talentos frustrados y apegos enfermizos.

Muestra tu rareza al mundo, eres enviado a sanar, evolucionar y trascender la historia familiar.” (Sei la versione migliorata dei tuoi antenati: i membri strani che non si adattano al sistema familiare, alle sue ideologie e fin da piccoli cominciano a rivoluzionare le loro credenze, quelli che sono criticati giudicati e respinti perché non si adattano a seguire il controllo familiare castrante e tossico, sono quelli chiamati a liberare storie ripetitive, frustranti e stancanti per le generazioni future. Essi sono la versione migliorata dei loro antenati ed hanno il dono di riparare la storia, disintossicare e creare nuove radici familiari, svelando e liberandoi mille segreti familiari, gli abusi, le violenze, i tabù, le paure represse i sogni non realizzati, talenti frustrati e attaccamenti malati.

Mostra il tuo essere speciale al mondo, sei inviato a risanare, far progredire e trascendere la storia familiare”)

L’ho trascritto perché mi sembra che descriva bene la situazione che Maria G di Rienzo ci racconta sia nella sua protagonista, che nel suo compagno e nella sorella più piccola. A modo suo riesce ad essere sovvertitore anche Aronne, il fratellino affidato agli spiriti perché malato in modo inguaribile, che dirige la sua attitudine violenta contro la struttura che lo contiene.

Mi sembra che sia una descrizione adeguata a quel che emerge leggendo la storia di Lin, le sue rabbie per contenere la paura, il suo dibattersi per proteggere chi ama e sopravvivere, il suo fuggire dai legami, dalla famiglia, e il mantenere saldo e indiscutibile il suo legame con la figlia diversa, e poi dibattersi, non fidarsi, non affidarsi, che ne fanno la ribelle fuori le righe sempre pronta a battersi, a combattere per sopravvivere, e sarà lei, forte di qualità e profondità che nemmeno si riconosce, a smuovere dei territori divisi ed a farne un tutto unico di speranza e aperture. “Perché diamine cose del genere continuavano a capitare a lei, comunque?” Si chiede alla fine, e dopo aver incontrato “l’allargamento della umanità” torna a sistemare la barca per ritornare alla sua vita ed ai suoi affetti.

La nota finale dell’auitrice :”Questo romanzo è dedicato alle origini: “Studiate il passato, se volete dar forma al futuro”. Se non vi piace sentirlo dire da una femminista, pensate che lo sosteneva persino Confucio.

Il romanzo è dedicato anche al mio lettore-cavia, che ho l’immensa fortuna di avere al mio fianco da oltre quarant’anni. Grazie, Stefano.

Agosto 2020, Maria G. Di Rienzo”

Questo ci dice molto di come scorre il romanzo e della pacata competenza e l’attenzione che c’è dietro ad ogni storia, ad ogni sfumatura. Più volte si avvertono echi di fatti che ci attraversano, e si incontrano citazioni e rimandi ad altri tempi e luoghi, ma tutto questo avviene nel corso della narrazione, necessario antefatto o rimando ad un passato più o meno lontano, senza ostentazione, come strumento per motivare una reazione, una storia, un momento.

Nel romanzo c’è molto di più, una trama serrata, un intreccio di storie e di eventi si collegano, si sovrappongono, sembrano staccarsi per poi tornare ad intrecciarsi. C’è il tema dell’amore, incompreso, frustrato, inatteso, sorprendete, e quello della fiducia , del rispetto verso se stessi, i propri sogni e la necessità di realizzarli, mai come si era progettato, mai in modo lineare, ma guardandosi dentro, e anche un po’ indiero, si riesce a comprendere che questo è quello che volevamo, che alla fine questa à la vita, ed anche noi alla fine troveremo la nostra collocazione, e magari anche l’ultima sorpresa.

Un altro filone che scorre tra le righe del romanzo è quello della fede, della religione e della trascendenza, le credenze come si agitano si intrecciano, si rivelano deformazioni di conoscenze e tecniche precedenti, ma c’è sempre un qualcosa in più latente, che si può chiamare intuizione, percezione di legami universali, emozione, contagio, e il tutto spiegato diviene ancora emotivo e magico.

Al link si può trovare il romanzo, pubblicato on line: https://www.youcanprint.it/schedelibri/9788831693547.jpg

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LUGLIO 2001 A GENOVA – NESSUNO INNOCENTE

A Genova quel giorno di luglio, il 20, durante una manifestazione contro il G8 venne ucciso un ragazzo, Carlo Giuliani, al termine di una giornata di cariche e violenze della polizia, senza alcuna remora. Violenze che poi sarebbero proseguite nella notte alla scuola Diaz e poi nella caserma di Bozaneto. Con Carlo Giuliani è morta una parte di tutti e tutte noi, per me, per una donna della mia età, la morte di Carlo è stata la morte di un figlio , e la morte di ogni scusa, di ogni atteggiamento perbenista di ogni pacatezza. IL testo che segue è stato scritto poco dopo quei giorni, Ne avevo messo l’incipit su facebook, ma rileggendolo ho provato la stessa emozione, lo stesso dolore, mi sono ricordata di Haidi, e di come l’ho sentita vicina, sorella nella sua forza oltre il dolore per non lasciar cadere la vita di suo figlio nel silenzio e nella indifferenza. Nemmeno un anno dopo, per il compleanno di Carlo, ci trovavamo a Roma per non dimentiCarlo, ed allora lessi per la prima volta questo testo. Continuo a pensare che c’è una responsabilità, una complicità generale nell’aver lasciato che le cose giungessero a quel punto, ed anche per quello che è successo dopo, nessuno è innocente, basta lamentarsi, bisogna agire, bisogna reagire

smart

LUGLIO 2001 A GENOVA
Quelli che ho visto
di ritorno da Genova
avevano la faccia bruciata
da un sole impietoso
il cuore stretto
dal furore degli eventi
Il mare è forte
e dilaga per le piazze.

Il sole bruciava quel giorno a Genova
scorreva come un fiume
il popolo disobbediente
parlando a un potere
sordo indifferente

Il sole bruciava quel giorno a Genova
Improvvisa temperie di cariche
fumo e furore. Uno sparo
Concitato tam tam di parole
Urlo smarrito
e per terra rimani
corpo senza nome
Hanno ucciso un ragazzo
sangue a bagnare la strada
Un compagno è morto
(la sera soltanto si saprà
è Carlo Giuliani)

IL PADRE

Guardavo la manifestazione

dal televisore

Pensavo a te, figlio mio,

che hai raccolto con rabbia

il testimone

Le immagini dallo schermo

Perbenismo di facciata

commenti che non sento più

da quando tu sei là in mezzo

il cuore colmo di attesa

Comprendo di più

distacco

tra la parola pacata

il vuoto buonsenso

e il sentimento, la vita

che tu stai raccontando.

Improvviso

un cambio di tono

dove sei figlio mio?

L’immagine,

sei tu, concentrato nel volo

no mi sbaglio, non puoi

non voglio, non voglio

non voglio

Non ho parole

tua madre trema e non parla

quasi prega un dio cui non crede

per essersi sbagliata

un ragazzo è morto

ed io spero, noi speriamo

che non ci venga incontro così

che non ci attraversi quella vita spezzata

Poi suonano alla porta

LA MADRE

Un orecchio alle notizie del televisore

sfaccendavo per casa,

il caldo soffocante

tu eri lontano, per strada

Da tempo cammini da solo

e i tuoi passi conducono oltre

ciò che noi abbiamo osato

Non sono venuta, sono stanca

Sapevo già tutto,

gli scontri, le cariche

e l’impotenza a proteggerti

a chiudere nel mio grembo

la tua ansia di vita

L’ho saputo subito,

si è fermato il mio cuore

lacerato il mio ventre

Il sole bruciava a Genova quel giorno

e la strada è divenuta nera.

Tagliarono il legame tra noi

per offrirti alla vita

Ora uno strappo ha lacerato il cielo

e tu muori da solo.

smart

INSIEME

Quale errore ti ha tolto la gioia, figlio mio?

Guardavo crescere la tua rabbia

estraneo al mondo che ti ho offerto

Tu lo sai, la fabbrica, gli scioperi,

impegno

adeguare questo mondo

per te, per la tua vita, per voi

E vedere pian piano avanzare l’ombra

a coprire ogni speranza

Noi ragionevoli

stanco buonsenso di adulti

che cercano nelle pieghe

di un mondo alieno

spazi di vita ove respirare

Avanzavi da solo

Spento il sorriso

dei tuoi giovani giorni

nella furia di vita

nella ferita del potere.

Non è giusto è la vita

bisogna accettare

BISOGNA CAMBIARE!

A vent’anni no

non puoi aspettare

fragili mosse

esitanti compagni

chiedere per piacere

vaghe concessioni.

CAMMINO CON LORO

I ragazzi che vivono ancora

chiamando il tuo nome

Cammino con loro

ascolto

cerco parole

di senso, di forza

Perchè ti trovo

dove si cerca

Diritto, vita, gioia.

CAMMINO CON LORO

gli altri, le altre, come noi

storia alle spalle

scene già vissute

tutto da ricominciare

altri gesti, altre parole

NESSUNO INNOCENTE

Le parole non dette

stanchezza paura

abbiamo lasciato

crescere l’onda

e ti ha travolto

Nulla più da temere

dopo che tutto è finito

Sul tuo giovane sangue

che bagna il sole

germogliano strani frutti

coglieremo da te

fame di giustizia

forza di parole

che bucano l’onda

gesti fermi di pace

NESSUNO INNOCENTE

non ci sono bravi ragazzi

in cortei ordinati

e furiosi violenti

Violenza è nelle cose,

splendenti vetrine

che rubano il pensiero

per fame di merci

sempre eguali, clonate

Violenza è nelle cose

potere dei soldi

che uccide la vita

ingabbia le genti

in schemi definiti

Un solo pensiero

legittimamente offerto

al buon senso comune

e la polizia in armi

controlla

Fenice che rinasce dalle sue ceneri, e mani che cercano la libertà- disegno di Mario Palmieri
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Lettera a mia figlia Sole che compie 15 anni

Oggi abbiamo appreso con uno scarno messaggio della famiglia che è morto Silvestro Montanaro. Vari messaggi fanno onore all’uomo ed al suo impegno quotidiano nel giornalismo. Tra gli altri, Olivia Berté ha pubblicato questo messaggio da lui scritto per i 15 anni della figlia credo che da solo faccia onore all’uomo che lo ha scritto. Penso sia un messaggio da allargare a tutte le figlie che stanno diventando donne in questo tempo difficile, perchè esse diventino le favolose donne che possono essere e possano spargere nel momdo la loro luce calda e lucente. Grazie A Silvestro Montanaro per questo dono.

A SOLE, MIA FIGLIA, CHE OGGI COMPIE 15 ANNI

Non primeggiare. Non farti prendere dall’affanno volgare e crudele di essere in testa a tutti i costi. Questa corsa che ti propongono offre solo medaglie di latta e solitudine.
Sii piuttosto te stessa. Dai sempre il meglio di te. E se scopri di essere sola avanti, volta la testa e il cuore. Aiuta chi è rimasto indietro. Non c’è miglior traguardo di quello raggiunto insieme a altri, a quelli che ami.
Attraversa i confini. Quelli della terra e quelli dell’anima. Conoscerai sempre e comunque altre donne e altri uomini, mille sogni in comune, mille differenze che colorano il cielo. Apprenderai a fare i conti innanzitutto con te stessa, i più difficili. I più onesti.
Spezza il pane con chi non ne ha. Quello che ti resterà avrà un sapore straordinario, quello dell’amore dell’altro che è l’altra faccia di te stessa.
Sii parte e figlia di questo nostro piccolo pianeta. Che tutto del nostro mondo ti riguardi, perché è la tua casa. Proteggilo, amalo, come fosse la tua stanzetta. Sii cittadina del mondo perché l’unica vera patria è la Terra e le donne e gli uomini, le piante e gli animali che la abitano.
Studia. Leggi e informati. Sapere è poter decidere, l’arma più potente di una cittadina del mondo che vuole cambiarlo e farlo più bello e più giusto. E diffondi, umilmente, il tuo sapere. La peggiore offesa possibile a chi grazie all’ignoranza priva di felicità tanta parte dell’umanità.
Sii felice. Vivi pienamente la tua vita. Non esserlo però mai del tutto fino a quando un’altra sola donna, un altro solo uomo, soffriranno l’ingiustizia. Non si può essere felici mentre una parte del mondo, quindi una parte di te, versa lacrime sotto i colpi dei prepotenti.
Odia. Urla la tua rabbia. Contro ogni orrore, contro i bugiardi, contro chi inganna il mondo, contro chi lo sottomette all’egoismo di pochi. Contro l’indifferenza che è il cemento velenoso di ogni ingiustizia.
Ama. Ama tanto. Ama chi ti pare, ma con tutto il cuore possibile. Un amore vero, non quello delle favole bugiarde. Amare significa star bene e cercare il bene di chi ami.
Sii donna. Quindi non essere sottomessa, servile, bella come vogliono loro. Mai meno di un uomo.
Sii fiera. A testa alta. Da’ e pretendi rispetto. Non esser mai madre dell’uomo che amerai, se amerai un uomo, perché un uomo che ti chiede questo non ama. Sii due in uno, in una relazione. Mai una sola persona. Quella è solo una gabbia, apparentemente dorata, ma sempre una prigione in cui soccombere.
Sii libera. Mai ti pesi la solitudine dei giusti e degli onesti. Ti farà compagnia la certezza di te, le mani che avrai afferrato e salvato, i sorrisi dei tanti che come te resistono alle infamie dell’egoismo di chi opprime il mondo e la loro capacità di sognare un mondo diverso. Che è possibile. Necessario. Semplicemente umano.
Con tutto l’amore possibile

Il tuo papà

Silvestro Montanaro

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Luna piena del tuono, luna del cervo

Articolo doppio! Volevo pubblicare il messaggio per la luna piena che ho inviato ieri al circolo della luna, poi oggi mi sono imbattuta in questo post della maestra Helida Salamero Burstein, che ha condiviso il testo di Gonzalo Pérez Benavides e ho pensato che era troppo importante condividere anche questo, quindi ecco ora il post originale e la traduzione di google, che cercherò di correggere nei punti meno comprensibili., cominciando con l’immagine:

Gonzalo Pérez Benavides

MAÑANA SE LLENA LA LUNA, Y CON ELLA SE ACABA EL CORREDOR DE ECLIPSES -tremendo túnel energético-, que marcó nuestro caminar en este invierno histórico. Entre el 5 de junio y mañana 5 de julio, tres eclipses habrán señalizado la inmensa, inconcebible zambullida que nuestra alma está viviendo en su misterioso proceso de metamorfosis. ¿Quién podría decir que no ha cambiado, que está igualito a como estaba en mayo recién pasado?
En efecto, desde adentro hacia afuera, el proyecto mariposa, ese diseño humano de consciencia y libertad que pulsa, anhelante, en los corazones, ha comenzado ya a desplegar sus alas.
Transitamos el signo de Cáncer, signo secreto, líquido, que oculta en su fluir el regalo más grande de todos, la intimidad. ¡Precisamente lo que el alma quiere con toda el alma!
La crisis que está cambiando a la humanidad se inscribe justo en el eje arquetípico de la Luna Llena de mañana: la polaridad que hace Cáncer (donde está ahora el Sol) con Capricornio (donde la Luna se completará, en el ritmo femenino de su danza mensual). En Capricornio se encuentran los pesos pesados, Saturno y Plutón, megapotenciados por el exuberante Júpiter, encargándose cósmicamente de abrir una nueva era para nosotros, haciendo demolición explosiva de la negatividad socialmente acumulada, la misma que impide la metamorfosis en todos los niveles. Anuncian, como vamos sabiendo, el colapso de los sistemas de poder, un nuevo contrato social, la refundación radical del juego económico en sintonía con la equidad y el medio ambiente. Puras cosas de ultra largo plazo, pero que parten hoy con el dramático desmoronarse de lo podrido, tal como vemos cada día en las noticias, con el quiebre drástico e irreversible de las estructuras conocidas, incluyendo las propias, las psicológicas. En lenguaje técnico, el reciclaje de lo capricorniano negativo para permitir el paso al esplendor del Capricornio iluminado: el desarrollo de una sociedad honesta, ética, solidaria y unida, consciente de la naturaleza, que de verdad favorezca la libertad, la protección, la felicidad de todos. O sea, la necesaria para que Cáncer pueda realizarse…
Obvio que la iluminación social no es posible sin previa iluminación individual. Se requiere -siempre se ha requerido- de un número crítico de seres humanos que hayan hecho la metamorfosis, para que catalice el salto colectivo. Providencialmente, la pandemia, junto con muchas terribles consecuencias, trajo también la cuarentena, un universal retiro forzado que ha resultado tan facilitador de esa alquimia formidable. ¡Todos tuvimos que irnos p’adentro!
Generosamente, el confinamiento ha activado el encender de la luz canceriana en nuestra vida. Porque Cáncer es interioridad, dulce soledad, gozosos ritmos cotidianos, hogar, familia, vínculos, devoción entregada…
Quiero honrar la belleza y trascendencia de este signo incomprendido copiando textualmente unos párrafos que escribí entonces, hace doce años, enamorado de Cáncer y su verdad arquetípica, para abrir el capítulo correspondiente de mi libro UN ESPEJO CÓSMICO. Lo dice todo:
“Más acá de la piel, en cambio, cesa la mente informada, calla la imaginación descriptiva. Solo queda el sentir.
Porque bajo nuestra piel la única realidad es el sentir. El pulsar. En el espacio interno el infinito converge sin cesar a un centro, y ese centro vivo pulsa, palpita, late en la constante conmoción del alma. Un pulsar inquieto que se contrae en la incertidumbre, para crecer luego, ardiente, con el entusiasmo, relajándose más tarde, quizás en dulce alivio. Un pulso tan vulnerable que se pone a temblar con cualquier miedo; tan poderoso, que puede contener agradecido a la existencia entera, abrazándola con amorosa vibración.
Cáncer es el signo sensitivo en que el alma se entrega a la inmensidad del sentir, para mostrarnos la vida desde adentro, en intimidad.”

(LA FOTO: La elegí porque me parece sugerente síntesis del momento. El Observador interno de cada uno de nosotros, sereno, desapegado, conectado inseparablemente con el amor que nunca se acaba, mirando con mirada de Bambi el caos de emociones contradictorias de la manada primate -nuestra parte instintiva-, que reacciona descontroladamente, asustada, como es natural, por la gigantesca incertidumbre reinante.)
Un abrazo del alma a cada uno de ustedes!

DOMANI SI FA PIENA LA LUNA, E CON QUESTA FINISCE IL CORRIDOIO DI ECLISSI – Tunnel energetico tremendo, che ha segnato il nostro cammino in questo inverno storico. Tra il 5 giugno e domani 5 luglio, tre eclissi avranno segnato l’immensa, inconcepibile immersione che la nostra anima sta vivendo nel suo misterioso processo di metamorfosi. Chi potrebbe dire che non è cambiato, che è uguale a com’era lo scorso maggio?
Infatti, dall’interno verso l’esterno, il progetto farfalla, quel progetto umano di coscienza e libertà che preme, desiderante, nei cuori, ha già iniziato a aprire le ali.
Transitiamo il segno del cancro, segno segreto, liquido, che nasconde nel suo flusso il regalo più grande di sempre, l’intimità.

Proprio ciò che l’anima vuole con tutta l’anima!
La crisi che sta cambiando l’umanità si iscrive proprio all’asse archetipico della luna piena di domani: la polarità che fa il cancro (dov’è ora il sole) con Capricorno (dove la luna si completerà, nel ritmo femminile della sua danza mensile). In Capricorno si trovano i pesi massimi, Saturno e Plutone, megapotenziati dal lussureggiante Giove, si impegnano cosmicamente ad aprire una nuova era per noi, facendo demolizione esplosiva della negatività socialmente accumulata, la stessa che impedisce la metamorfosi a tutti i livelli.

Annunciano, come sappiamo, il crollo dei sistemi di potere, un nuovo contratto sociale, la rifondazione radicale del gioco economico in sintonia con equità e ambiente. Pure cose a ultra lungo termine, ma che partono oggi con il drammatico crollare dal marcio, come vediamo ogni giorno al telegiornale, con la rottura drastica e irreversibile delle strutture conosciute, comprese le proprie, quelle psicologiche.

In linguaggio tecnico, il riciclaggio del capricorniano negativo per permettere il passaggio allo splendore del Capricorno illuminato: lo sviluppo di una società onesta, etica, solidale e unita, consapevole della natura, che favorisca davvero la libertà, la protezione, la felicità di tutti. Voglio dire, quella necessaria perché il cancro possa essere realizzato…
Ovvio che l’illuminazione sociale non è possibile senza un’illuminazione individuale. È necessario – è sempre stato richiesto – un numero critico di esseri umani che hanno fatto la metamorfosi, affinché catalizzi il salto collettivo.

Providenzialmente, la pandemia, insieme a molte terribili conseguenze, ha portato anche la quarantena, un ritiro universale forzato che si è rivelato così facilitatore di questa alchimia formidabile. Siamo dovuti andare tutti dentro!
Generosamente, il confinamento ha attivato l’accensione della luce canceriana nella nostra vita. Perché il cancro è interiorità, dolce solitudine, gaudiosi ritmi quotidiani, casa, famiglia, legami, devozione consegnata…
Voglio onorare la bellezza e la trascendenza di questo segno incompreso copiando testualmente alcuni paragrafi che ho scritto allora, dodici anni fa, innamorato del cancro e della sua verità archetipica, per aprire il capitolo corrispondente del mio libro UNO SPECCHIO COSMICO. Dice tutto:
′′ Più qui della pelle, invece, cessa la mente informata, tace l’immaginazione descrittiva. Rimane solo il sentimento.
Perché sotto la nostra pelle l’unica realtà è il sentire. Premere. Nello spazio interno l’infinito converge senza sosta ad un centro, e quel centro vivo pulsa, pulsa, batte nella costante shock dell’anima. Un premere irrequieto che si contrae nell’incertezza, per crescere dopo, ardente, con l’entusiasmo, rilassarsi più tardi, forse in dolce sollievo. Un impulso così vulnerabile che si mette a tremare con qualsiasi paura; così potente, che può contenere grato all’intera esistenza, abbracciandola con vibrazione amorevole.
Cancro è il segno sensibile in cui l’anima si consegna all’immensità del sentire, per mostrarci la vita dall’interno, in intimità.”

(LA FOTO: L ‘ ho scelta perché mi sembra suggestiva sintesi del momento. L ‘ Osservatore interno di ognuno di noi, sereno, distaccato, connesso inseparabilmente con l’amore che non finisce mai, guardando con sguardo di Bambi il caos di emozioni contraddittorie del branco primate – la nostra parte istintiva -, che reagisce incontrollata, spaventata, com’è naturale, per la gigantesca incertezza regnante. )
Un abbraccio dall’anima a ognuno di voi!

Ecco invece di seguito la Luna Piena del Tuono, presa dal sito Cammina nel sole, e il mio testo:


https://camminanelsole.com/eclissi-di-luna-piena-del-tuono-5-luglio-2020/

LUNA PIENA 5 LUGLIO

Luna piena del Tuono, in America Latina Luna del Cervo, periodo di nuovi inizi, come le corna del cervo che crescono ora, e i temporali estivi scuotono la terra e lavano via molti mali.

Ho “rubato” l’immagine a Cammina nel sole, e al link sotto la foto potete leggere i loro approfondimenti sul tema che vi faranno vedere anche i legami astrali.

Oltre a questo, eclisse di luna, penumbrale, difficile da vedere, ma impressionante nella sua forza

È un momento confuso, allo splendore del cielo estivo non corrisponde lo splendore dei nostri giorni, siamo avvolte da un velo spesso di paura, diffidenza e rabbia che ci lascia svuotate ed esauste. La narrazione dei nostri giorni attraverso le notizie e i social network sembra voler sottolineare il degrado ed il disastro, violenze, insulti, incoscienza, vendette, porti chiusi, morti che non scuotono nessuno… Ecco dobbiamo uscire da questa situazione e guardare l’altro lato della medaglia, sottolineare il risveglio, l’impegno, la solidarietà, le piccole azioni quotidiane positive, l’empatia, la bellezza di un alba luminosa, lo sbocciare di un fiore, il volo di una farfalla…

Ecco proprio la farfalla che vola leggera di fiore in fiore, raccogliendo nettare e riempiendo di bellezza i nostri occhi: è arrivata alla sua forma attuale dopo un lungo percorso, mesi da bruco che striscia, e sviluppa tutte le sue potenzialità come piccolo bruco che rosicchia una foglia, si nutre di poche cose spesso elaborando ciò che sta a terra e trasformandolo con la sua digestione in altro, migliore, umus per le nuove piante. A noi a volte fa un po’ schifo, ma lui è completo in sé, persino bello nelle sue fattezze strane, se guardate una foto ingrandita di un bruco vi trovate a pensare ad animali fantastici, ad altri mondi. Poi la sua vita è completa, giunge ad una svolta impressionante, scende nel buio, si chiude in un bozzolo e continua da solo in silenzio la sua azione di trasformazione, finché non è pronto, il bozzolo oramai inutile si apre e lentamente il nuovo animale che ne esce scuote le sue ali, lascia che asciughino e divengano capaci di portarlo in volo: la farfalla è nuova, ha subito una trasformazione tale che persino il suo DNA è diverso da quello del bruco sua origine. Ora ha piccole zampe, ha ali luminose, si sposta di fiore in fiore, si libra nell’aria.

Qualcosa di simile sta succedendo a noi, questa pandemia che ci ha travolti, rinchiusi, isolati pare stia regredendo, ma intanto ancora cerca di trattenerci, le nostre ali non sembrano ancora pronte per spiccare il volo… Ma sì ora sta a noi, aspettare consapevoli che le ali devono prendere forza, e cambiare completamente atteggiamento mentale e attitudini: possiamo muoverci nell’aria e nel vento, le minacce che ci circondano fanno parte della vita, così come la gioia, un fiore che sboccia, un’alba, una luna piena che illumina la nostra notte e ci suggerisce un cammino diverso: dobbiamo imparare nuove attenzioni, nuove espressioni d’amore, nuova cura. Non rinchiuse, non isolate, dobbiamo costruire nuovi schemi mentali, aiutare a rafforzare le nostre difese immuniarie, a sostenere noi stesse, evitare i danni che possono venirci dal consumare cibo spazzatura o abitudini dannose.

Sappiamo che muoverci, assorbire l’aria e il sole sulla pelle è importante, che è importante nutrirci bene, e qui ci viene anche l’invito ad un incontro con gli altri, le altre, a creare gruppi solidali di acquisto dai produttori, cibo pulito, frutta e verdura di stagione, imparare ad usare il tempo in modo diverso, creativo, divertirsi a fare un dolce, impastare il pane, spremere degli agrumi per una bevanda buona e salutare, intrecciare miele e dolcezza, piccante e salato per dare sapore ai nostri cibi e alla nostra vita. Creare cose con le nostre mani, scrivere poesie, libri, racconti, disegnare, perché siamo vive, siamo sociali, abbiamo disogno di intrecciare percorsi e pensieri, abbiamo bisogno di allontanare la violenza, e costruire amore, abbiamo bisogno di accogliere senza consumarci ed annullarci con una empatia che ci fa sentire il dolore dell’altra, dell’altro, ma non lascia che questo ci travolga, abbiamo bisogno di ancore salde dentro di noi per poter volare leggere, senza perderci, ma raccogliendo il dolce di ogni fiore. Il colibrì ha un lungo becco, che gli consente di superare la superficie a volte amara per arrivare in profondo al nucleo dolce e salutare che rimane troppo spesso celato ad uno sguardo superficiale. Di questo abbiamo bisogno, di ascoltare la nostra saggezza interiore, farcene scudo verso le ferite e propiettare all’esterno la nostra luce, il nostro amore per un nuovo cammino, una nuova vita in cui ogni respiro sia una fonte di serenità, di consapevolezza di collegamento: l’aria che respiriamo, la stessa aria ci nutre e potrebbe anche danneggiarci dove è inquinata e piena di particolati differenti. Prenderci cura dell’aria, della Terra, del mondo per costrire piano piano un ambiente sereno, pulito, accogliente, che lasci spazio alla vita, che permetta l’incontro, il sapere che passa dall’una all’altra attraverso il soffio del vento, il sospiro della brezza.

Queste sono le protezioni di cui abbiamo bisogno: amarci sentirci salde e sicure in noi e aprirci, coinvolgerci, comprometterci, senza farci travolgere, ma mantenndo intatto il nostro nucleo interiore. Ricordiamo che per contrastare, la violenza, le parole di odio, le narrazioni tossiche non dobbiamo metterci sulla stessa linea, ma modificare il contesto, spostare il punto di vista, spargere amore, amicizia, complictà, rispetto. Coprire le urla di canti e di sorrisi, perché è più bello e più coinvolgente l’amore, la comprensione, l’allegria. E vivere la solidarietà, per i prigionieri mapuche in sciopero della fame, per i palestinesi sempre sotto attacco, per ogni parte del mondo vicina e lontana, dove la mano oppressiva del potere tenta di spegnere la vita. I potenti giocano con le vite della gente, sia la incuria per la salute o la violenza attiva di una bomba, ma noi non dobbiamo accodarci alle urla rabbiose, Questa è la Luna del tuono, e noi facciamo sentire il tuono della nostra resistenza, della nostra solidarietà, dello essere insieme! Verrà la chiarezza ai nostri giorni, verrà la luce, se noi la cerchiamo. E i tuoni scuoteranno la terra per aprire nuovi cammini e svelare segni nascosti.

Nell’ultimo terremoto qui in Messico, oltre ai disturbi, ai danni, alle macerie, è emerso con sorpresa un piccolo gioiello di scritture rupestri che erano rimaste nascoste per secoli ed ora sono qui, davanti ai nostri occhi. Ogni cosa, ogni evento ci porta dolore e nuove scoperte, nuova consapevolezza, nuovi pensieri, nuova solidarietà, nuova gioia.

Sei acqua, non agitarti

Sei terra, non seccarti

Sei cielo, aria, non rannuvolarti

sei fuoco, non spegnerti

Con amore buona Luna Piena, buona vita

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Cura e mascherine

Ho letto una serie di post abbastanza ragionevoli che parlano della protezione individuale dal virus, per sè e per gli altri.

Comprendo le paure di chi è a rischio e la preoccupazione di ammalarsi di una malattia di cui ci hanno detto tutto e il contrario di tutto.

Qui nello Yucatan mi trovo che in molti posti non posso entrare, perchè sono anziana, in altri ti provano la febbre e ti fanno lavare le mani nel disinfettante prima di entrare, invitano alla giusta distanza, eccetera.

Tutte precauzioni prese per il nostro bene, ovviamente.

Poi succede che un giudice blocca i lavori per il cosidetto treno maya, adducendo il fatto che metterebbero a rischio la salute dei lavoratori e delle popolazioni coinvolte. Mi sorge un dubbio: perchè mai la protezione collettiva si ottiene, per il momento, con la sentenza di un giudice, mentre quella individuale ci viene imposta in modo spesso vessatorio? Come mai non possiamo riunirci, ma possono continuare a tagliare gli alberi, a insistere su grandi opere al più inutili e spesso dannose?

Perchè si sono pensate app di controllo individuale e non si è pensato nulla per l’ambiente che ha favorito se non prodotto il virus? Perchè devo vedere i bambini isolati a scuola nel loro quadrato di sicurezza e non devo vedere scuole sicure, pulite, disinfettate e bambini che possono viverci liberamente?

Anche io mi metto la mascherina nei luoghi affollati dove le distanze non sono sicure e nei supermercati o negozi, senza non mi farebbero comunque entrare, ma credo che l’accento sia stato posto sull’individuo in lotta contro il mondo e gli altri individui, dimenticando le nostre necessità sociali, che sono fondamentali e richiedono che l’ambiente non sia una minaccia, che una passeggiata non mi metta a rischio, che la natura non sia portata a difendersi dagli esseri umani.

Quando dicevamo che non vogliamo tornare alla normalità di prima, perchè quello era il problema, intendevamo proprio questo, che va rivista profondamente la nostra relazione con il quotidiano e con l’ambiente, con le altre persone e la vita intorno.

Non credo sia un caso che le misure di protezione individuale sono state suggerite da virologi che hanno trasferito sul territorio le precauzioni normali in un reparto di ospedale. Tenuto presente poi la quantità di personale ospedaliero che è morto o si è ammalato per il covid, mi sembra evidente che le precauzioni per l’ospedale, specie i reparti infettivi sono troppo poche, e che per la vita normale sono eccessive e sono richieste, come ci è stato più volte ripetuto, perchè i reparti ospedalieri non sono in grado di far fronte ad una massa di ricoveri eccessiva.

Non voglio nemmeno discutere se si sia ingrandito il rischio, se si siano falsate le cifre. Ognuno di noi ha almeno dei conoscenti che si sono beccati il virus, qualcuno si è salvato, altri purtroppo sono morti, con tutto quello che sappiamo delle condizioni in cui sono morti e sono stati sepolti. Quindi non metto in dubbio che la pandemia esiste, e che dei governanti dementi che non hanno preso provvedimenti hanno reso difficile la vita a molte persone e lasciato fare il suo corso alla pandemia, causando un numero eccessivo di decessi.

Ma una cosa mi domando: perchè non sono state prese misure di prevenzione? perchè invece di isolare a casa da sole le persone con sintomi finchè non si aggravavano non si è intervenuti subito con una cura a domicilio che arrivasse ai primi sintomi ed evitasse gli aggravamenti, per il possibile? La società è mancata a questo punto, e manca tutt’ora, hanno costruito ospedali fasulli, che stanno già smantellando, senza costruire una medicina di base sensata, presente, positiva, che aiutasse le persone sul territorio, si sono chiuse le scuole, non si sono curati i bambini, i ragazzi e le ragazze, e gli insegnanti e le insegnanti. Si sono inventati la scuola a distanza, senza averlo previsto e preparato, non si è pensato ad una scuola sicura! A male estremi estremi rimedi! Perchè non fare un controllo a tappeto a tutti i bambini e bambine, a tutte le classi, e magari proporre disinfezioni all’entrata ed abiti sicuri da lasciare a scuola, per poi vivere la normalità della scuola in modo protetto ma semplice, insieme?

Abbiamo chiesto ai bambini di stare a casa, di non abbracciare i nonni per non rischiare di contagirli, abbiamo chiesto ai nonni di isolarsi, di lasciar perdere gli stimoli, la gioia e magari anche la fatica che la presenza dei nipotini richiedeva. Abbiamo teorizzato l’isolamento, abbiamo detto che gli altri erano la minaccia il rischio, il problema. Le persone hanno cercato di reagire cantando dai balconi, ora cominciano a tornare nelle piazze, e subito si rinfocola la paura, nuovi focolai di contagio, che guarda caso sono tra i lavoratori o in alcune residenze

E nella colletività è emersa quel poco di reazione che la paura ha consentito: ci si è preoccupati degli ultimi, di quelli più in difficoltà, spontaneamente e con fantasia, o più organizzati, e non posso dimenticare le multe ai volontari, ai raider che hanno fatto le consegne a domicilio, al figlio che voleva andare a trovare la madre… .

Sì sono convinta che quello che è mancato nella gestione della pandemia è stata la cura preventiva, e la gestione del sociale che non fosse solo isolamento da tutti gli altri.

Ma la pandemia potrebbe essere una lezione se noi volessimo affrontare i segnali che ci hanno raggiunto in questi mesi, se cominciassimo a pretendere una sanità che non punti solo all’urgenza, alle cliniche e ai trattamenti in ricovero, ma che riprenda il rapporto con le persone, in cui il medico curante ti conosce, sa bene i tuoi problemi ed i rischi e può seguirti e consigliarti a casa, prima che tutto esploda in modo incontrollabile.

E la comunità è una risorsa, non può essere la volontà estemporanea di qualcuno che si fa carico delle persone più in difficoltà, mi sembra che siano proprio le comunità che vanno ricostruite, come relazione, come protezione, come scambio e sostegno, tornando a ragionare su “salviamoci tutti” tutti insieme, e non io chiuso nel mio isolamento più o meni dorato, a giudicare con tutto il veleno della paura chi non porta la mascherina, chi non sta a distanza, chi cammina fuori anche da solo! Rincorrere con droni e polizia uno che corre da solo è una assurdità uno spreco di denaro e di energie, e trasmettere questi video è un invito a demonizzare tutto ciò che non è oibbedienza pedissequa.
Credo che sia ora di cambiare registro, di cambiare esperti, io sarei per liberarcene proprio, e mettere insieme le nostre enrgie le nostre capacità e conoscenze, territorio per territorio, spazio per spazio, per ricomporre relazioni e fare progetti che partano dalle relali necessità, dai problemi, dalla quotidianità della vita delle persone e non dalla pretesa di ritornare alla normalità mortifera precedente.

Le comunità vanno ricostruite, e qui magari qualche “esperto” di gruppi, di comunicazione potrebbe aiutarci per un confronto sereno, per riuscire ad essere accoglienti e disponibili senza perderci .

Ci sono molti temi da approfondire, ma sono convinta che la base sia tornare a fare comunità, a fare gruppi, a parlarsi e confrontarsi ad aiutarsi, interferendo in positivo nella vita degli altri, delle altre. Penso che alcune donne sarebbero vive, e forse anche qualche bambino, se noi fossimo capaci di farci i fatti degli altri in positivo, con comprensione e con amore, ma senza sottrarci.

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IL POPOLO NON CAPIREBBE!

Con questo argomento si cercò di proibire che le donne partigiane sfilassero con i loro compagni imbracciando anche le loro armi. Molte si ribellarono e marciarono lo stesso, prendendosi, accanto agli applausi anche gli insulti di chi non accettava questa presa di iniziativa femminile. Poco dopo, durante il primo parlamento, una giovane deputata comunista disse a Togliatti che era incinta, “così anche le ragazze madri saranno rappresentate in parlamento” disse convinta, ma Togliatti no il popolo non capirebbe! o ti dimetti o abortisci in segreto, perchè il popolo non capirebbe. L’episodio, ed altri dello stesso tipo sono testimoniati da Lidia Menapace.

Il popolo non capirebbe, con questa scusa – convinzione non si fa nulla per cambiare e portare una ventata di energia e di libertà nel paese.

In base a quanto detto sopra possiamo dedurre certo che i primi comunisti italiani erano dei bacchettoni misogini incapaci di gestire nella realtà quello che si teorizzava per il futuro libero e luminoso, ma che ancora oggi questo sia l’argomento usato dai 5 stelle per rifiutare la abolizione dei decreti sicurezza mi sembra che sia una enormità, che la dice lunga sul loro livello di rapporto con il popolo

Sarebbe il popolo bue da guidare ciecamente e da carezzare nelle sue peggiori espressioni quello che non capirebbe, e loro vogliono tenersi tutti quelli che non capirebbero.

Mi ha colpito anche che il covid venga usato come scusa anche per questo: ora, pressato dalla contingenza, il popolo non capirebbe.

La contingenza, altra scusa per giustificare chiusure, ritardi repressioni.

Sono invece convinta che il popolo capirebbe, se invece di dare aria ai denti e diffondere ogni stronzata oscena dei leghisti da strapazzo si cominciasse ad usare un linguaggio serio, inclusivo, accogliente, se si facessero due conti sul costo dei respingimenti, sui soldi dati alla Libia, alla Turchia per creare contenimenti e campi di respingimento, forse si potrebbe, conti alla mano, avviare una diversa pagina delle relazioni internazionali e del sociale.

Si dovrebbe cominciare a parlare di diritti, di crisi climatica, di rispetto delle persone, ed anche di sicurezza sanitaria; governare i flussi, non pagare più per i lager libici, riprenderci magari anche qualche motovedetta per aprire corridoi umanitari sarebbe comprensibile.

Se si pensa che Riace da solo, un piccolo paese della Calabria con l’accoglienza aveva aperto il centro, le case abitate bambini e ragazze e ragazzi, solidarietà, botteghe e lavoro, lavoro anche per 80 persone italiane, e un paese che rivive. Si potrebbe pensare che una accoglienza seria, organizzata, senza tromboni o pompa magna, ma impegnata nella quotidianità delle situazioni potrebbe facilitare la ripresa di tanti comuni semiabbandonati, o abbandonati del tutto, e la gente sarebbe contenta di vedere bambini giocare, botteghe che si riaprono, campi coltivati, case curate, sarebbe contenta di scambiare storie, assaggiare cibi scambiare cibi, storie, tradizioni. L’ho visto nella quotidianità del mio paese, prima che il veleno sparso a piene mani irrigidisse le persone. Ho visto le anziane signore informarsi sulla gravidanza della giovane marocchina, ho visto spiegare alla signora che non capiva bene l’italiano che aveva diritto a saltare la fila dal medico, dato che era incinta, . Ho visto le persone al pronto soccorso preoccuparsi che la bimba nera venisse seguita e curata subito.

La gente capirebbe, se le venissero prospettati scenari diversi e si offrissero soluzioni inclusive e non discriminatorie, passando dall’orribile prima gli italiani, che non aiuta nessuno a salviamoci tutti collaboriamo per stare bene, vivere bene.

Sì, la gente capirebbe, se si iniziasse un clima di ascolto e condivisione, invece che di repressione e paura.

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FAME DI LIBERTÀ E GIUSTIZIA

Sono 43 giorni che il Machi Celestino Cordova fa lo sciopero della fame in carcere, con un grave deterioramento delle sue condizioni, e nessuno risponde alle sue richieste e a quelle degli altri prigionieri mapuche che dal carcere di Temuco portano avanti la stessa lotta.

Le autorità e il governo non si degnano di dare ascolto e risposte, anzi, mentre molti detenuti sono stati mandati a casa o agli arresti domiciliari per evitare i rischi di contagio che l’affollamento delle carceri rende più probabile, non un solo detenuto mapuche ha avuto la stessa sorte.

Persino le visite del medico di fiducia sono state ostacolate, e con la scusa della pandemia anche le visite ai detenuti, così che essi si trovano sempre più isolati ed abbandonati, ma non demordono, perché riprendere ad alimentarsi senza aver ricevuto nessuna risposta, senza essere mandati alle loro comunità niente potrebbe saziare la loro fame di giustizia.

Oggi finalmente la dottora di fiducia del Machi Celestino ha potuto visitarlo, e constatare la gravità delle sue condizioni: segnala un rischio grave per i reni, e per tutto il corpo, e ancora una volta i mapuche si trovano a lottare contro il muro delle autorità, che chiamano ad una responsabilità diretta verso la vita del Machi.

È necessario ed urgente una solidarietà internazionale che fatica a concretizzarsi e spero che divenga pressione massiccia e imprescindibile prima che sia troppo tardi per le vite fisiche dei mapuche in sciopero della fame.

Intanto anche in Italia un uomo, un sindacalista impegnato nella difesa dei braccianti immigrati sfruttati nelle campagne ha iniziato uno sciopero della fame, questo il post:

Sindacalista Aboubakar Soumahoro inizia oggi lo sciopero della fame: “chiediamo piano nazionale per emergenza lavoro, riforma filiera agricola con patente per il cibo sano e etico, cancellazione decreti sicurezza, cittadinanza per bimbi nati in Italia. La regolarizzazione dei braccianti della ministra Bellanova è una farsa” Di questo ha parlato più volte la televisione italiana e la sua azione ha attirato subito l’attenzione del presidente del consiglio. Non so come le cose andranno avanti, ma da alcuni accenni capisco che anche questa impresa sarà dura, ma vorrei sottolineare che pur con tutti i suoi limiti e le contraddizioni, una società appena decente ascolta ed apre un dialogo con chi chiede con tale forza una soluzione a problemi tanto gravi, e non la ignora lasciando le persone a se stesse!

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El Salvador: giustizia finalmente per Evelyn

Ricevo questo articolo di Maria Teresa Messidoro e lo pubblico sperando che circoli e venga letto, dato che è un importante spaccato della vita in El Salvador di donne e bambine.

El Salvador: giustizia finalmente per Evelyn

Riflessioni a più mani su bambine violate e donne a cui è stata resa giustizia

di Maria Teresa Messidoro

El Salvador nasce da una madre violata

Scrive Carmen Valeria Escobar l’11 maggio di quest’anno sulla rivista digitale Gatoencerrado:

“El Salvador nasce da una madre giovane, povera, spaventata. Noi salvadoregni nasciamo da bambine, madri che sono bambine. Il vero El Salvador, quello che vive lontano dai centri commercial e più vicino alle viscere della terra, è partorito da madri violate. Un anno fa, ho avuto l’opportunità di entrare, come giornalista, nella sala ostetrica di un ospedale pubblico nella regione orientale del paese.

Entrare in uno di questi ospedali è vedere da vicino la disuguaglianza. Però entrare nell’aera dei neonati è diverso: è entrare in un altro mondo. L’atmosfera è più leggera e tra grida di dolore, boccate d’aria e spinte, ci sono anche sorrisi, pianti e parole genuine di amore.

Appena entrata, mi scontrai con una fila di letti, a poca distanza l’uno dall’altro, che ospitavano le donne in attesa di partorire. Qui, in ogni turno, secondo il personale medico, c’è almeno una ragazza con meno di 16 anni in attesa di dare alla luce il figlio. Queste minorenni in gravidanza, l’anno passato, erano 543, recitano i dati ufficiali del Ministero di Salute.

Nell’ospedale ho conosciuto Maria, una delle 543. Aveva 12 anni, molto magra e altrettanto graziosa. Due occhi verdi impossibili da dimenticare. Già da lontano, si notava il suo non sentirsi a suo agio, la sua espressione era grigia come la stanza in cui si trovava. Al suo fianco riposava una bebè, che alcune ore prima era nata dal suo corpo magro e debole. Vicino a Maria c’era sua madre, una signora con il fazzoletto in testa, che non smetteva di piangere. Questa esperienza contrastava con quella delle altre donne dei letti accanto, che viceversa ridevano e celebravano l’arrivo di un piccolo nuovo essere in famiglia. Maria e sua madre, invece, avrebbero preferito uscire dall’ospedale senza niente.

Nove mesi prima, Maria era andata in un negozio. Mentre ritornava a casa, uno dei tanti ragazzi la intercettò. La prese, la toccò, la baciò e la violò. Una delle cose che lei ricorda di tutta quella vicenda sconvolgente è che lui si avvicinò al suo orecchio per dirle che era molto bella e ormai grande. Ma Maria era, ed è, una bambina.

Quando tutto finì, Maria si sistemò la gonna e decise di continuare la sua vita. Cosa le rimaneva? Non aveva intenzione di raccontarlo a qualcuno, però la divisa della scuola incominciò a starle stretta e la pancia incominciò a crescere.

Quando si resero conto della violenza subita, i suoi genitori la trasportarono in ospedale. Lì, i responsabili del Consejo Nacional de la Niñez y la Adolescencia (Conna) decisero che era meglio tenere sotto osservazione la bambina. La cosa più sicura non era chiamare la polizia, tantomeno presentare una denuncia alla Procuradoria para la Defensa de los Derechos Humanos (PDDH). La cosa più sicura non era procurare giustizia, bensì nasconderla. Ci sono zone in El Salvador dove la giustizia nemmeno si affaccia.

In ospedale, Maria non parlava più come una bambina. “A me piaceva andare a scuola”, diceva piangendo, mentre sistemava una pila di pannolini in uno zaino.

Se la rassegnazione ha un volto, è quello di Maria, piegando i vestitini della sua neonata, per iniziare una nuova vita che non aveva mai cercato. Se la disperazione ha un volto è quello di sua madre che reclama giustizia. E se la frustrazione ne ha uno, quello era il mio.

Maria è una delle vittime di uno Stato che storicamente ha deciso di ignorare le bambine. Di uno Stato che davanti a tutti permette violazioni di bambine, che le lascia partorire e dopo dice loro che si rallegrino perché essere madre è una benedizione.

Cosa possiamo aspettarci da un paese che nasce da una bambina spaventata? Cosa possiamo aspettarci da un paese che nasce da una bambina rassegnata a diventare madre?

Ci spaventa la violenza. Ci spaventano gli omicidi di un fine settimana, come lo scorso aprile, quando ci fu un’impennata e si arrivò a 80 omicidi. Alcuni politici usano persino questi morti per creare discorsi a proprio favore. Ci da fastidio la violenza, ma non la mettiamo in discussione. Parliamo della violenza come se nascesse dal niente.

Non parliamo di questa bebè di Maria che è nata dalla violenza. Quando questa bambina è nata, non ci è importato. Era uno in più di quei bambini che nascono in queste stanze d’ospedale strapiene. Ci sembra naturale. Ci siamo ormai abituati a qualcosa di orribile: a convivere con la vessazione e la violazione di bambine. Come questo testo: lo leggeremo, ci terrorizzerà tanto come un film … e dopo niente. Tutto continuerà uguale. In realtà non ci fa suonare un campanello d’allarme il fatto che una bambina metta alla luce un’altra bimba.

Un anno fa Maria uscì da questo ospedale con la piccola tra le braccia. Rassegnata.” 1

Giustizia per Evelyn Hernández, simbolo di una lotta femminista.

Dopo che ho letto questo articolo, ho provato tristezza, rabbia, stupore no, perché purtroppo conosco cosa succede in El Salvador, da quando insieme ad altr@ compagn@ di strada cerchiamo di costruire relazioni solidali e di scambio con uomini e donne salvadoregne. Fortunatamente, un’altra notizia, negli stessi giorni, mi ha colpito, questa volta favorevolmente.

Il movimento femminista salvadoregno ha avuto il merito in tutti questi anni di rendere visibili le conseguenze della penalizzazione assoluta dell’aborto in El Salvador, legge in vigore dal 1998 2

Ha infatti sempre denunciato le condanne fino a 30 e 40 anni di prigione di donne che hanno dovuto affrontare emergenze ostetriche e/o parti extraospedalieri, subendo l’accusa di aborto e procurato omicidio. Questa è stata la storia di Evelyn di cui oggi un’stanza superiore del Sistema Giuridico di El Salvador conferma l’innocenza, dopo una lunga battaglia condotta nelle aule dei tribunali, ma anche con le manifestazioni e appelli internazionali. Si ribadisce dunque il giudizio emesso con la prima sentenza del Tribunale di Cojutepeque nell’agosto 2019.

Nell’aprile del 2016, Evelyn ha sofferto un’emergenza ostetrica e la sua famiglia la portò all’ospedale più vicino in cerca di aiuto; invece Evelyn fu denunciata, arrestata e ammanettata alla barella del centro di salute. Nel 2017 venne giudicata e rinchiusa in prigione con una sentenza di 30 anni per omicidio aggravato, senza nessuna prova; nel 2018 la sentenza venne annullata, ordinando un nuovo giudizio, in cui Evelyn fu assolta. L’accusa si appellò, rifiutando il nuovo verdetto, ed ora, finalmente, Evelyn viene completamente assolta.

Morena Herrera, portavoce della Agrupación Ciudadana por la despenalización del aborto, ha manifestato la propria soddisfazione per la risoluzione adottata, ringraziando il lavoro di persone ed organizzazioni che hanno lottato in tutto il mondo per la libertà di Evelyn. “Il verdetto conferma che la giustizia è una strada da percorrere per la libertà delle donne” ha affermato.

E’ stata una vittoria per il movimento femminista salvadoregno, ma le battaglie non si fermano qui. Negli stessi giorni in cui è stata finalmente assolta Evelyn, organizzazioni di donne e dei diritti umani di El Salvador hanno emesso un comunicato in cui si chiede che vengano rimesse in libertà tutte le donne incarcerate con la colpa di una emergenza ostetrica.

Foto/Agrupación Ciudadana

La petizione si basa sulle raccomandazioni di organismi internazionali che chiedono di decogestionare le carceri, liberando prima di tutto le persone vulnerabili per evitare contagi di massa.

In El Salvador la popolazione carceraria fino a dicembre 2018 era di 39.000 persone, di cui quasi 28.000 condannati e gli altri 12.000 in attesa di processo. Secondo dati del World Prison Brief in El Salvador ci sono 597 prigionieri ogni 100.000 abitanti, collocandolo tra i primi paesi al mondo er affollamento carcerario. Quasi il 10% dei reclusi sono donne.

A causa della pandemia, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos ha chiesto agli stati di concedere libertà anticipata per le persone con maggior rischio, tra cu si collocano le donne in cinta o con bambini, in particolare coloro che hanno già espiato un terzo delle condanne che comunque non avrebbero dovuto subire.

Il comunicato sottolinea che molte delle donne incarcerate ingiustamente hanno figli minori di 12 anni che le stanno aspettando a casa e inoltre ricorda che il Grupo de Trabajo sobre Detención arbitraria delle Nazioni Unite, in un documento di marzo, ha denunciato che in El Salvador si verificano detenzioni arbitrarie di donne che hanno subito emergenze ostetriche.

“Il contesto normativo salvadoregno è discriminatorio, in quanto restringe i diritti umani e la dignità delle donne, criminalizzando i loro diritti riproduttivi e quei comportamenti che sono il risultato diretto della mancanza cronica di accesso alla salute; tale situazione si aggrava ancora di più con la pandemia COVID 19” Così si conclude il comunicato, ricordando prima di tutto allo Stato Salvadoregno, che giustizia deve esserci, anche se è già tardi per quelle donne che hanno trascorso in prigione la propria giovinezza. 3

Ma che almeno non sia troppo tardi.

Foto/ Agrupación Ciudadana


1. L’articolo originale qui https://gatoencerrado.news/2020/05/11/el-salvador-nace-de-una-madre-violada/

2. Vedere l’articolo in Bottega http://www.labottegadelbarbieri.org/el-salvador-storie-di-donne-al-di-la/ e https://revistalabrujula.com/2020/06/08/se-confirma-resolucion-absolutoria-para-evelyn-hernandez-una-lucha-juridica-y-feminista/

3. In questo articolo si presenta la legislazione sull’aborto in altri paesi latinoamericani https://revistalabrujula.com/2020/06/10/solicitan-que-las-mujeres-encarceladas-por-emergencias-obstetricas-sean-liberadas-ante-pandemia-covid-19/

*vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, http://www.lisanga.org

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FERMIAMOLI!

quattro anni, e non ne compirà mai cinque perchè una pallottola israeliana in fronte l’ha ferita a morte

Riporto di seguito il post con cui ho commentato questa ennesima morte palestinese, sperando che l’emozione non resti una cosa di superficie ma riesca infine a smuovere le nostre coscienze. Non capisco davvero la differenza di reazione. Certo il video della uccisione di George Floyd è un colpo sconvolgente, ma quante volte tutto è stato silenzio di fronte ad altre efferate uccisioni? I palestinesi sono meno umani? O noi siamo sensibili in base alle condivisioni o alla pubblicità?

In questo testo non ho parlato della violenza sulle donne e dei femminicidi pperchè è un altro tema tyerribile e trasversale ai mondi ed alle ideologie, ma è chiaro che se non si ferma la violenza non ci sarà speranza, sinchè un giudice può dichiarare necessario sfogo sessuale di tre giovani la violenza su una ragazzina, o un presidente dichiarare che il novanta per cento delle denunce di maltrattamenti in famiglia sono false, come è possibile che il clima cambi, che qualcosa cambi?

Sono arrabbiata, molto arrabbiata, furiosa per la difficoltà di dare voce a quello che succede in Palestina!

Forse questa bimba riuscirà a commuoverci e a farci dire che ISRAELE VA FERMATO, ma ho poche speranze, se penso alle volte che mi sono commossa, indignata, infuriata! Tenetevi le vostre finte lacrime! Nemmeno di coccodrillo le chiamo, perchè il cococdrillo fa le sue naturali azioni, voi vi consolate stillando una lacrima sul volto di una bimba che è morta dopo giorni di agonia, per essere stata colpita al volto da una pallottola israeliana, vi indignate un attimo quando la foto di un giovane disabile ammazzato senza pietà dalle forze israeliane viene abbinata a quella di un uomo nero ucciso dalla polizia, e per un giorno due emarginati sono considerati insieme esseri umani di cui si piange la morte.

Ma non vi riesce prendere coscienza che lo stillicidio di morti nel mondo da parte della polizia, le pallottole sugli occhi di un ragazzo cileno o di un bambino palestinese hanno la stessa matrice: la violenza del potere che non considera il valore della vita di ogni essere umano. Se non prendete atto che se non si ferma Israele, se non lo si obbliga a rispettare almeno il diritto internazionale , se non si ferma la violenza complice degli USA se non si ferma la formazione della polizia con la stessa matrice assassina niente potrà cambiare!

Dilaga il morbo della violenza e travolge i palestinesi i curdi, i cileni e i difensori dei diritti umani di tutti i popoli nativi, gli antifascisti, i noTav, i no Muos, Il cerchio si stringe, ammazzano un uomo in Messico perchè era senza mascherina, e minacciano chi denuncia il fatto, e il cerchio si stringe sempre di più, più persone aggredite, più persone nel nodo scorsoio della repressione, sino a che il mondo stesso non precipiterà sulle nostre case e non ci sarà nessuno a soccorrerci.

Se volete commuovervi e rispettare questa piccola vita spenta Fermate Israele, boicottate tutto, anche a livello culturale, di incontri, di discorsi, nessuno spazio per loro e la loro violenza! Fermate Trump, e gli Usa dietro a lui, il principale complice di quella violenza, fermate Pinera e Endrogan, dai due lati del mondo responsabili della repressione e della inascoltata voce dei lottatori per la libertà, fermate Bolsonaro e la strage degli indigeni,

cominciamo a far sentire loro circondati, cominciamo a far passare parola che un altro mondo dal basso si può costruire, che le grandi opere vanno fermate, ripiantati gli alberi, ripuliti i fiumi, dismesse le fabbriche di morte. Senza soldati, senza complici nessuna guerra è possibile!

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SOLIDARIETÀ CON I PRIGIONIERI MAPUCHE IN SCIOPERO DELLA FAME

30 GIORNI, lo sciopero della fame continua da parte dei prigionieri mapuche nei carceri del Cile. Il Machi Celestino Cordova continua e resiste con la sua salute sempre più a rischio. Chiediamo risposte urgenti al governo del Cile, ai responsabili della detenzione! Machi Celestino Cordova al suo rewe e tutti a scontare il residuo di pena nelle loro comunità o ai loro domicili,

omaggio alla lotta dei prigionieri mapuche,
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28 maggio a Brescia 1974

28 maggio, la bomba


nella salla d’attesa dell’ambulatorio non si parla d’altro,


una donna più grande dice Sono tornati i fascisti

,
mi sembra di essere ai tempi quando uccisero

Guaschino Modestino, proprio qui vicino…

I fascisti han cercato di tornare,

ma i compagni hanno raccolto il sangue

dei loro compagni, delle loro compagne

si son ripresi la piazza,


hanno difeso ed onorato i morti e i feriti,

compagni, fratelli e sorelle, compagne


le nostre vite segnate un punto di svolta,

non potersi astenere, non puoi,

devi sapere da che parte stare,


compagni, compagne, fratelli e sorelle…

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SOLIDARIETÀ AL MACHI CELESTINO CORDOVA IN SCIOPERO DELLA FAME DA 23 GIORNI

Abbiamo da poco superato il trauma dei morti del gruppo Yorum in Turchia che le notizie di altri scioperi della fame in giro per il mondo ci raggiungono. I prigionieri palestinesi . cui nessuno riesce a dar voce tentano ogni tanto di forzare le condizioni orribili di detenzione ciniziando uno sciopero della fame. Anche i Mapuche, ne abbiamo già parlato più volte, cercano di piegare un governo ed una in-giustizia sorda e cieca ricorrendo alla misura estrema dello sciopero della fame.

rewe =luogo puro, dove il o la machi contatta le sue energie spirituali, rinnova la sua forza e la sua sapienzae neutralizza le energie che causano infermità – Un Machi è una autorità ancestrale, la principale figura medica, religiosa, sociale consigliera e protettrice del popolo mapuche

Io credo che ci voglia un impegno costante, una volontà internazionale di proteggere queste anime savie che lottano senza armi senza aggredire nessuno se non se stessi per chiedere dignità e giustizia

Ho seguito e sofferto il precedente sciopero del Machi Celestino . Anche allora si era arrivati al pericolo di vita, al ricovero in ospedale ed al tira e molla per convincerlo a sospendere lo sciopero prima di avere avuto una risposta. La risposta poi venne, mutilata, incerta e molto offensiva: mentre anche pluriomicidi acclarati ricevono permessi incondizionati per presentare i propri libri e presenziare a manifestazioni pubbliche, al Machi Celestino che chiedeva semplicemente di tornare per 48 ore al suo rewe, il suo luogo sacro, dove avrebbe potuto fare la cerimonia per lui vitale di riconnessione con la terra e il suo popolo, a lui fu permesso una permanenza molto più breve di quella necessaria e con un dispiegamento di forze di polizia a controllo che resero tutto molto limitato ed incompleto. Si è rassegnato, avendo ottenuto quel piccolo momento di respiro.

Un secondo sciopero della fame era sstato sospeso il 20 marzo scorso, senza nessun risultato concreto

Ora, con la contingenza covid ed il rischio molto alto di contagio che tutti i prigionieri corrono, il machi Celestino ed altri prigionieri politici mapuce hanno iniziato un nuovo sciopero della fame. Non fanno richieste assurde o inaccettabili, stanno dentro i confini delle leggi e dei patti che prevedono che i mapuche possano scontare la loro condanna agli arresti nella loro comunità. I Mapuche si definiscono la gente (che) della terra (mapu), per loro la connessione con la terra e con tutto l’ambiente intorno è sacra e vitale. Un Machi, una autorità spirituale, non può staccarsi dalla terra e dalla sua gente. per questo la determinazione del Machi Celestino è così forte, anche se la sua vita è messa a grave rischio, il suo fisico già debilitato dal precedente sciopero della fame reagisce dopo 23 giorni di digiuno in un modo che prima aveva richiesto ben altro tempo.

Questo l’appello diffuso il 4 maggio

COMUNICATO DEL 4 maggio 2020

Familiari, amici e amiche e Rete di solidarietà al Machi Celestino

kaosenlared.net/resistencia-mapuche-machi-celestino-cordova-prisionero-politico-reinicia-huelga-de-hambre/

www.facebook.com/groups/489799691361876/permalink/1154358638239308/

Alla nazione mapuche, al popolo cileno e a tutta l’Abya Yala (1), a coloro che resistono al colonialismo e al capitalismo estrattivo, alle nostre autorità tradizionali e spirituali:

  1. Kiñe/Primo: Questo lunedì 4 maggio, il Machi Celestino Córdova riprende lo sciopero della fame e della sete a tempo indeterminato con un peso di 94,300 chili, sciopero che era stato sospeso il 20 marzo. Dinanzi all’assoluta mancanza di volontà politica da parte del governo di applicare la Convenzione 169 ai prigionieri politici appartenenti alle popolazioni indigene, oggi il machi riprende questo sciopero della fame e della sete sapendo quanto possa essere pericoloso e serio per la propria salute, e se ne assumerà tutte le conseguenze.
  1. Epu/Secondo: Le richieste sono concrete ed esigono ancora una volta ciò che è giusto in quanto diritto dei popoli originari privati ​​della libertà:
  2. A) [per il machi,] trasferimento del luogo dell’esecuzione della condanna nella sua ruka (2), in ottemperanza alla Convenzione ILO 169;
  3. B) per tutti i prigionieri e le prigioniere politici, mapuche e non mapuche, [analoga] modifica delle modalità di esecuzione della pena detentiva, affinché possano scontarla nelle loro rispettive comunità o presso il loro domicilio;
  4. C) revisione delle misure di custodia cautelare in carcere[, convertendole in arresti domicliari o revocandole senz’altro,] per tutte le persone, mapuche e non mapuche, imputate di reati in connessione alle manifestazioni sociali [di Ottobre 2019].

Chiediamo il rispetto senza riserve della Convenzione ILO 169 e in particolare degli articoli 9 e 10 che riguardano il trattamento dei nostri prigionieri e prigioniere nelle carceri di questo paese.

  1. Kula/Terzo: Qui è responsabilità della Gendarmería (3) e del governo cileno, che non hanno adempiuto alla propria funzione di salvaguardare la vita dei prigionieri e che non sono nemmeno in grado di farlo. Perfino il Brasile, con il governo che ha, è stato in grado di applicare la Convenzione 169 in questi casi. Pertanto, soddisfare l’attuale nostra richiesta, in modo concreto, dipende solo dalla volontà politica.
  1. Meli/Quarto: Questo sciopero della fame ha il beneplacito del mondo spirituale e quindi ha un carattere spirituale. Con questo vogliamo chiarire che abbiamo urgente necessità di accrescere il nostro feyentun (4) in tutti gli ambiti e tutti i territori, e chiediamo di agire di conseguenza.

Siamo in tempi di lotta, ma anche di resistenza. Dobbiamo sostenerci a vicenda come fratelli e sorelle in qualsiasi territorio e alzare la voce di fronte alle minacce, di qualsiasi tipo. Abbandonare la passività e agire: tale è il significato di questo sciopero, è un passo verso la mobilitazione, poiché è meglio morire combattendo che in ginocchio davanti a un sistema oppressivo che, attraverso la paura di un virus, ci sottomette incessantemente.

Infine, l’appello è di camminare insieme, cosa che diventa ogni giorno più pressante e urgente, dinanzi all’avanzata del capitalismo e delle sue espressioni economiche come le società estrattive minerarie che stanno depredando la nostra Ñuke Mapu (Madre Terra) e il nostro modello di vita.

Ecco perché oggi esortiamo alla necessaria unità d’azione, a un cammino verso la convergenza delle diverse lotte in corso nel territorio, alla ricerca di forme d’intesa e di punti in comune che rendano possibile l’indispensabile unità delle persone mapuche e non mapuche per il recupero del buen vivir.

LIBERTÀ PER I PRIGIONIERI E LE PRIGIONIERE POLITICI MAPUCHE!!

LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI E LE PRIGIONIERE POLITICI LEGATI ALLE RIVENDICAZIONI SOCIALI!!

LIBERTÀ PER I PRIGIONIERI E LE PRIGIONIERE POLITICI!!

BASTA CON LA REPRESSIONE E LO SGOMBERO NEI TERRITORI IN RESISTENZA!!

Machi Celestino Córdova

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IO CI SONO

Mi ha chiesto e tu dove eri? Mentre io finivo in galera, per 10 giorni nel 68 e le pigliavo dai poliziotti? Dove eri mentre io facevo l’ora di silenzio per la pace?

Oddio, dov’ero? Aspetta un attimo che ci penso: nel 68’ lavoravo come assistente sociale in un istituto per handicappati, e in quell’anno l’abbiamo completamente ribaltato, mi sono sposata, ho fatto un concorso per assistente sociale del tribunale minorenni, nel 69 ho fatto un figlio, ho cominciato a lavorare al Tribunale minorenni, iniziando proprio il giorno di un incontro in cui si metteva in discussione tutto l’impianto del servizio. E poi… e poi, scrivevo, collettivi femministi e discussioni, in valle e in città, una figlia, e poi le occupazioni, la solidarietà alle fabbriche occupate, le lotte, e poi la bomba che esplose sui nostri sogni, e Brescia per giorni in lutto e ordinatamente in mano agli operai, e poi Piazza Loggia, le lotte, le guerre, la pace mai ottenuta e il Seme e il Frutto, e il laboratorio, e poi…

Mi fermo, perché quel che ho sentito nella domanda fuori contesto di un’amica è stata l’amarezza, la delusione, perché tu parli di forza, di resistenza, ma lo sai che cosa è? Ed ora che forze abbiamo mentre tutto è bloccato? E non voglio ammalarmi e non so come unire difesa e libertà, e sono anziana sono stanca, sono amareggiata… dove è la forza?

Ecco anche io sono stanca e anziana, ma non sono amareggiata, e rivendico con serenità quello che ho fatto, le lotte e le sconfitte insieme alle vittorie.

Scusa se ho preso spunto dalla tua domanda per seguire un ragionamento: questo è ancora il nostro tempo, è come ieri, come sarà domani, il tempo della lotta, della rivendicazione dei diritti, del distinguo tra giustizia e potere tra legge e giustizia…

Molti anni fa parlando con Mirella Bentivoglio, mi lamentavo anche io degli scarsi risultati che alla fine abbiamo ottenuto, come se le lotte avessero poi prodotto solo un soffio superficiale, un sospiro di cambiamento e nulla più. Lei che aveva una ventina d’anni più di me ha scosso la testa e mi ha elencato tutte le differenze tra un prima che io avevo cancellato e che lei aveva vissuto e un dopo.

Il 68, il femminismo hanno prodotto cambiamenti irreversibili nel modo di porci e di pensare. Ora c’è un rimescolamento di carte, un tentativo di riportarci indietro e a destra come se nulla fosse cambiato, ma il movimento è superficiale e mediocre, e noi ci ritroviamo di nuovo al centro della battaglia perché tocca a noi fare argine, parlare, raccontare, dare le misure di un prima e un dopo, riflettere, porre limiti chiedere cambiamenti, svelare il gioco del potere e lasciare che i giovani trovino la loro strada e il loro modo di porsi verso il nuovo.

Certo ci sono ragazzi senza spessore, superficiali ed eterodiretti, ci sono i vari social che abituano alle poche parole, ai detti brevi , al linguaggio violento e sboccato, ma ci sono tutti gli altri, tutti quei giovani che nonostante la pubblicità, le pressioni, le attese, la ricerca del successo facile basato più sull’apparire che sull’essere vanno avanti prendono iniziative, vanno a salvare il mondo in giro per il mondo, si siedono a protestare anche da soli, o si uniscono per assistere i migranti, i senza tetto, le persone messe in difficoltà dalle chiusure. Ci sono in tutto il mondo giovanissime ed anziane signore che lavorano per la libertà ed i diritti delle donne.

Prima del 68, quando io ero un adolescente, non ostante giornalini e riunioni eravamo considerati superficiali senza costrutto. Nati alla fine della guerra o subito dopo, noi eravamo quelli che non avevamo provato le privazioni, e che avevamo la vita facile pensando che tutto ci fosse dovuto, e poi lo scandalo del rock and roll che rompeva gli schemi dei movimenti armoniosi, che spingeva i corpi a muoversi anche in modo scomposto e secondo alcuni scorretto e osceno. E poi gli è scoppiato in faccia il 68 con tutto quello che è venuto dopo.

Quindi dovremmo stare attente a svalutare tutto, a vedere queste nuove genrazioni come incapaci, disperate, senza nerbo. Certo, non hanno i nostri modi di fare, ma anche noi le abbiamo provate tutte, dalle occupazioni, gli espropri proletari, gli scontri con la polizia, agli indiani metropolitani, dai girotondi delle femministe ai girotondi molto più pro istituzioni e adesso persino le sardine, e poi Greta, e noi a chiederci chi la spinge, chi la protegge.

Cose già viste, quando il potere non può piegare o distruggere una persona cerca di circuirla, di metterla alla ribalta così che noi pensiamo che sta facendo il gioco del potere, ma appena si rivela inmanipolabile e dice chiaramente che il potere è il problema, allora cominciano a ritirare la ribalta. a spegnere le luci, ad insinuare cose, a cercare di distruggerla. E se fosse sola sarebbe già finita, ma il movimento che è nato grazie a lei e con lei, non con la sua leadership, ma con lei, è molto più forte e resistente, e credo che ci troveremo a vedere cose nuove, la trasformazione delle relazioni, la lezione della pandemia potrebbe essere uno spunto.

Ma ripeto io non sono amareggiata, non è detto che un tempo fosse meglio, come diceva uno splendido libro di Luisa Passerini dando voce ad un ex lottatore: bene navigavi, naufragium feci.

Ma no manco sono naufragata, mi sono trasformata, ho cambiato tante cose, ho fatto molte scoperte ho approfondito, e ancora scopro, studio, incontro, cerco e vado avanti. Io sono qui.

La farfalla che ha deciso di abitare con noi per alcuni giorni. Scura come la notte della sua ultima trasformazione in questa tappa forte di vita. Era completa come bruco, ed ora è completa come farfalla che può volare
smar

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LUNA PIENA IN SCORPIONE, 7 MAGGIO

Il 7 maggio avremo la Luna Piena, luna dei fiori, dei primi raccolti e della fioritura rigogliosa. Siamo a maggio, considerato il mese delle rose, ed i fiori cominciano a sbocciare in ogni dove. Quest’anno poi, con meno presenza umana che mai, niente disturba la vita vegetale, e vediamo di riuscire a godere della sua fioritura. Insieme alla Luna Piena, l’ultima superluna dell’anno, grande, luminosa, più vicina che mai, avremo anche una pioggia di meteoriti, grazie alla coda della cometa Halley le cui tracce dovrebbero passare nei nostri cieli dal19 aprile al 28 di maggio, ma proprio il sei ed il 7 saranno i giorni in cui la pioggia di stelle cadenti sarà più intensa.

Questa Luna Piena arriva in un momento molto difficile per il mondo intero, quando la presenza di un virus non so se creato, o trasmigrato o chissà, comunque c’è, ed ha alterato le nostre vite in modo drastico. Eravamo impreparate, impreparati, come cittadini e come governanti a questo evento, anche se le simulazioni e le ipotesi che da anni circolavano avrebbero dovuto farci più attenti e più previdenti. Così non è stato, e quindi eravamo impreparati sia al contagio che alle misure di prevenzione. Abbiamo subito tutto, le restrizioni, il divieto di occuparci dei nostri cari malati, le loro sepolture occulte, e solo lentamente stiamo venendo fuori dalla obbedienza ottenuta con il panico diffuso e cominciamo a ragionare, e allora adesso è il momento di affrontare le nostre vite, di guardare ai cambiamenti, al passato, e al futuro tenendo presente ciò che ha prodotto questa situazione di incapacità e di panico, e ciò che non vogliamo che sia più, domani, dopo. Chiediamoci che cosa volgiamo e che cosa non vogliamo di questa riapertura, che cosa dobbiamo cambiare, drasticamente da subito, per evitare di ritrovarci nelle stesse impasse di prima.

Di seguito vi propongo il messaggio di Any Giroldi, perché mi sembra che la visualizzazione che lei propone possa davvero esserci utile per bruciare tutte le scorie e rinascere come fenici dalle nostre ceneri nuove, intere, capaci di fantasia, di energia, meno rabbiosae ma più efficaci.

Any Giroldi :tarotista, acompañante en procesos sagrados femeninos Traduzione mia

Luna piena in scorpione, segno della grande trasformazione e rigenerazione, come l’Ave Fenice che rinasce dalle proprie ceneri, ti propongo in questa luna piena che sia una nuova rinascere. Immaginiamo che stiamo partorendo noi stesse: per questo ti propongo una piccola visualizzazione creata da me: prendi un respiro profondo, e espirando tutta l’aria, senti che ti svuoti da ogni disagio – quando ti senti rilassata immagina di scendere per un tunnel e arrivi in una grotta dove c’è molto fuoco, non hai paura di questo fuoco non ti brucia lo senti caldo sai che in questo momento è ciò di cui hai bisogno per la tua trasformazione vai a buttare in quel fuoco tutte quelle cose che non ti permettono di sentirti una donna piena, guarda come si bruciano: butta le tue paure…. butta la bassa autostima…. Brucia il non sentirti degna, le ferite d’amore… prenditi il tempo di sentire tutto ciò che hai bisogno di bruciare…….. brucia la sensazione di mancanza, ora visualizza come da quelle ceneri rinasci come l’Ave Fenice…

Oggi sei piena..

oggi ti ami

oggi sai che te lo meriti.

Ripeti in te o a voce alta tre volte: oggi ho partorito me stessa!!!

Con Amore Any 💜♏️ #lunallenascorpione #trasformazione #regeracion #avefenix #pariendomeamimismo #oraculohijasdelaluna

Ecco ora che siamo rinate, guardiamo a tutte le cose che dobbiamo lasciar andare, a quelle che dobbiamo cambiare, sia nella vita individuale che collettiva, nei gruppi, nel quartiere, nel comune, dove si svolge la nostra vita e si incontrano i nostri affetti e le nostre emozioni, in circoli concentrici allarghiamo la nostra osservazione alle relazioni, al mondo, alle possibilità che abbiamo di unirci ed incidere su qualche questione pressante, o di sottrarci e respingere qualcosa che non ci sta più bene.

Un pensiero che mi frulla in testa da giorni è che nulla avverrà per magia, così, improvvisamente, anche perché la magia non agisce così, tutto è magia, è la somma dei nostri intenti, delle nostre speranze, della volontà e delle paure, per cui la risposta dell’ universo è sempre legata a noi, alle nostre parole. Noi creiamo la realtà, spesso in modo inconsapevole, chiamando gli eventi continuando a nominarli proprio quando cerchiamo di superarli o di respingerli. Io ho deciso di non condividere più nessun post, per nessun motivo, che contenga la faccia di alcune persone che preferirei non avessero influenza sul mondo, dato che hanno una influenza nefasta, e quindi non li nomino cerco invece di andare in positivo verso quelle parole che possono creare amonia, speranza, comprensione. È assurdo, e inutile contnuare a dire che gli italiani non capiscono e che tutto finirà male, ma nemmeno tutto andrà bene se non mettiamo in moto le nostre energie positive.

Cominciamo a parlare e condividere le esperienze positive, le associazioni che spontaneamente lavorano per il bene comune, le persone che in questo momento si danno una mano, riconosciamo anche le cose buone che ci succedono, o facciamole succedere noi: una telefonata per rassicurarci su come stanno le persone vicine che non vediamo da mesi, bussare alla porta di un vicino che non si sente da un po’ chiedendo se va tutto bene, se non serve nulla. E passiamoci studi, riflessioni ricerche che ci possono aiutare ad immaginare un dopo e a costruirlo. Se possiamo fare un passo fuori, cominciamo ad occuparci degli orti, delle piante in vaso o sul balcone, inventiamoci orti verticali se non abbiamo altri spazi, ma cominciamo a mantenere un legame con la natura, con la madre terra, gli alberi, gli animali. Cominciamo a comprare solo da chi produce , nel piccolo negozio, cominciamo a creare cose, riciclare, costruire con le nostre mani, incolliamo poesie sui muri, raccontiamo storie, costruiamo comunità che non siano solo virtuali. Giochiamo con la “giusta distanza” per creare percorsi ed incontri, e se vogliamo stringere mani e almeno passare una carezza, disinfettiamoci prima con evidenza, così che la stretta sia un passaggio di cura e di amore, senza guanti che sono facilmente sporchi, ma con molta cura. Ecco cominciamo a cambiare le parole diffuse, passiamo a collaborazione, comprensione, cura, (non a ordine e disciplina, che stanno creando dei mostri,) condivisione, empatia, guarigione, amicizia, solidarietà, impegno, dono, gratuità, scambio… e poi metteteci tutte le parole positive che volete, senza ovviamente dimenticare l’amore che è la base e il sostegno di ogni costruzione. E vi avvolgo in tutto il mio amore con un abbraccio attraverso i mondi, lasciandovi alcuni link di testi che sono girati in internet, invitandovi a leggere, per ragionare, prendere spunti, andare oltre trovare dei suggerimenti delle suggestioni da cui partire per andare magari altrove. Buona Luna Piena amiche mie e amici, sorelle e fratelli, e buona rinascita, buon cammino

Alcuni miei articoli si trovano sul blog ragionandoci.wordpress.com, io suggerisco – Slaviamoci tutti- del 17 marzo- / In Messico oggi è il dia del niño, del 30 aprile / per faovre parliamo d’altro, del 5 maggio

Sul blog di Maria di Rienzo: lunanuvola.wordpress.com : vi sottolineo gli ultimi due Marilyza e l’ultimo Empatia vincente, ma voi sapete che si trovano una quantità di perle nei suoi scritti. E naturalmente tra quando ho scritto il testo ed ora che lo sto pubblicando vi sono altri due articoli appena pubblicati molto interessanti! Forza, leggiamo quel che ci può servire!

Su la bottega del Barbieri, gli articoli di Maria Teresa Messidoro, l’ultimo a questo link http://www.labottegadelbarbieri.org/per-una-geografia-non-neutrale-e-finalmente-femminista/

E da ultimo un articolo che è girato molto anche in internet, che penso sia uno studio abbastanza profondo della situazione attuale che ci può aiutare anche a capire perché e come possiamo venirne fuori: https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/05/effetto-nocebo-coronavirus/

questo link è in spagnolo, per cui vi traduco il pezzo che ho sottolineato

https://desinformemonos.org/repensando-fronteras-frente-a-la-covid-19/?fbclid=IwAR1EDR3GSySmOAl62MUocxvjopg_KVrhw3JJ-_YKO3RmNgv4x015iAVR85g

Se ven nuevas formas, espontáneas o reinventadas, de solidaridad. El miedo ha provocado reacciones de cerrazón, y también reacciones que buscan no solo mantener la conectividad humana sino ampliarla, juntando para discusiones virtuales grupos tras fronteras, sectores, razas, idiomas. Estamos aprendiendo a acortar distancias con nuevas modalidades de comunicación y organización. No es fácil, pero paradójicamente está abriendo nuevos horizontes. La fragilidad del organismo humano nos obliga a reubicarnos con humildad y cuestionar quiénes somos y quiénes queremos ser.

Hay una sensación marcada de que estamos frente una disyuntiva histórica, o varias. Sin duda, una de las más importantes es entre el aislamiento como forma de vida o la construcción de una nueva convivencia que reivindica y prioriza las relaciones humanas aun cuando no podemos estar juntos.

Si vedono nuove forme , spontanee o reinventate di solidarietà: La pauta ha provocato reazioni di chiusura, ed anche reazioni che cercano non solo di mantenere la connessione tra umani, ma anche di ampliarla, riunendo per discussioni virtuali gruppi transfrontiera, tra settori, razze, idiomi. Stiamo imparando ad accorciare le distanze con nuove modalità di comunicazione e organizzazione. Non è facile, però paradossalmente sta aprendo nuovi orizzonti. La fragilità dell’organismo umano ci obbliga a ricollocarci con umiltà e interrogarci su chi siamo e chi vogliamo essere

C’è una sensazione marcata che siamo di fronte ad una o varie fratture storiche.

Senza dubbio una delle più importanti è tra l’isolamento come forma di vita, o la costruzione di una nuova convivenza, che rivendica e da priorità alle relazioni umane anche quando non possiamo stare uniti.

Senza dubbio ci sono molte altre riflessioni interessanti, se siete iscritte a Comune Info ne trovate di sicuro molte, ma ho preferito sottolineare quelle che allargano un poco lo sguardo e magari anche che ci arricchiscono di riflessioni e conoscenze

La Luna Piena con una immagine che viene dai popoli nativi,
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Per favore, parliamo d’altro!

E va bene, il mio post vi è piaciuto, e forse qualcuno l’ha anche un po’ frainteso, per cui ora proseguo il ragionamento sul blog. Vorrei chiarire alcuni punti:

1- la discussione vaccinisti o non vaccinisti mi ha profondamente stancato, è impossibile argomentare nel merito perché vengono sbandierate due fedi differenti una contro l’altra armate e quindi esprimere dubbi o perplessità in un senso o nell’altro diventa un sacrilegio o una bestemmia.

Ho alcune domande, alcune perplessità sulla generalizzazione della vaccinazione come soluzione di tutti i problemi, non contro le vaccinazioni in sé, ma contro l’uso distorto e spesso inutile di questo strumento che potrebbe essere prezioso

2_ continuando sull’argomento vaccinazioni: affidarsi a Bill Gates e santificarlo perché sta preparando il vaccino mondiale, e dargli pure dei soldi mi sembra una assurdità pericolosa: ci affidiamo ad uno che di soldi ne ha tanti di suo e che li usa per acquisire potere e visibilità nel mondo, che ha già espresso il suo impegno in questa direzione e che sta finanziando-manipolando persino la OMS. Volete pensare che è un santo? E allora perché si fa dare soldi dal governo e non usa i suoi?.

Perchè dimentichiamo tutte le persone, i laboratori che stanno studiando il virus senza clamore? Abbiamo bisogno del battage pubblicitario?

3- e per arrivare al governo Conte: ho capito che fa molta paura qualunque critica che possa poi essere usata dai farfuglianti leghisti per tirare acqua al proprio mulino, ma se non sono libera di criticare un governo che dovrebbe essere “amico” che libertà ho? Sempre quella della fede?

Per precisare, il signor Conte è stato presidente anche del precedente governo in cui il signor Salvini ed altra gentaglia come lui, ma lui in primis, ha imperversato imponendo restrizioni e decreti assassini di ogni libertà, per noi e per gli altri, e Conte lo ha appoggiato, in alcuni casi dichiarando espressamente la propria corresponsabilità Forse ( è una mia idea,lo confesso) è stato messo a capo di questo governo di coalizione per il basso profilo che ha tenuto in precedenza e perché si poteva sperare che non intralciasse le manovre dei vari capetti che fremono dentro il governo. Per prendere le distanze dalla situazione precedente ha fatto un discorso di insediamento che è sembrata una arringa contro Salvini, mettendo in ombra la sua “corresponsabilità”, ed accreditandosi come aperto e più serio. Magari lo è, ma nessuno dei maledetti decreti è ancora stato eliminato, e niente è stato fatto per migliorare davvero il clima sociale in Italia.

Poi è scoppiata la pandemia, a tutti sta bene di scaricare sulle spalle di Conte la responsabilità delle decisioni, ampiamente imitate a livello mondiale con quel più o meno di rigore che le diverse situazioni suggerivano, però nessuno vuole esserne dichiarato corresponsabile, e quindi si accettano task force di dubbio livello, non a caso non c’è una donna, anche se sono state le ricercatrici per prime ad isolare il virus. Ah ma qui siamo alla discussione su chi è il primo della classe, e di loro non si è più parlato, vuoi mettere la competenza di quei maschi pieni di sé e capaci di dire tutto o il contrario, o niente, senza fare una piega?

E la mia amica Ileana sottolinea che senza psicologi o sociologi le comptenze sono monche, e gli errori di comunicazione e di comprensione inevitabili… ma non vorrete mica preoccuparvi davvero del benessere delle persone, adolescenti ed anziani compresi!

L’altra task force accettata è quella della ripresa, guidata da uno che vive a Londra, ha passaporto americano e non intende venire in Italia, per non perdere tempo, ma vuole cogliere l’occasione della crisi… Grazie no

4- ma il virus c’è davvero? Siamo di fronte ad una pandemia mondiale grave che giustifica le misure adottate o ci stanno maniopolando per ridurci obbedienti e isolati? Su questo discutono animatamente vari amici e li comprendo, perché i messaggi sono apocalittici ma contrastanti, da “non c’è problema” alle file di bare esibite insieme alle fosse comuni .. Ecco io credo che il virus ci sia, che forse la reazione è stata proporzionata alla impossibilità di curare tutti, di usare ospedali ridotti al lumicino e servizi mal organizzati. La mia impressione è che la sensazione di essere manipolati è più che giustificata dagli interventi senza senso e repressivi delle forze dell’ordine, dalle critiche di ogni comportamento non in linea, come se sedersi su una panchina al sole, o farsi una passeggiata fossero la causa del contagio e la dimostrazione della irresponsabilità degli italiani, che vanno contenuti con la forza perché non capiscono la ragione. Però chi capisce la ragione accetta passivamente che chi deve lavorare continui a lavorare, che i medici e gli infermieri muoiano per contagio, che gli anziani vengano isolati insieme ai contagiati o che vengano respinti dagli ospedali per fare posto ai più giovani, o che vengano isolati sine die, per proteggerli ovviamente. E si rimanda le proteste, le rivendicazioni a quando tutto questo sarà finito, a quando il vaccino liberatore avrà acquietato le nostre paure e non correremo più rischi. Premesso che credo che il virus sia contagioso, che mantenere le distanze, mettersi la mascherina in pubblico e lavarsi le mani siano cose utili al suo contenimento, vorrei sottolineare che essendo vivi corriamo tutti i giorni il rischio di morire. In Italia con questa emergenza è morta uccisa una donna quasi ogni giorno, mentre era protetta nella sua casa, i malati seri, gli infarti, i tumori sono passati in seconda linea, non accuditi o accuditi male, gli anziani non sono stati soccorsi a tempo.. Io sono anziana, mi spiegate perché se pretendo di decidere della mia vita e della mia morte, questo viene sottoposto a critiche ed esami come se io non avessi giurisdizione sul mio corpo? E mi spiegate perché improvvisamente, dall’essere virtualmente immortale magari appesa a macchine “salvavita” sono passata ad essere persona a perdere, inutile da non soccorrere e curare?

5- ma noi che cosa possiamo fare, intanto che c’è il virus?

Diamoci una benedetta mossa!

Denunciamo le chiusure non necessarie, usciamo a manifestare a “giusta distanza” e cominciamo ad elaborare una ripresa che non sia nella direzione prevista dal signor Colao o dalla confindustria, ma che raccolga gli stimoli che stanno girando per il mondo per cogliere davvero l’occasione della crisi per far partire quel mondo diverso che tanti diciamo di volere ma che ci troviamo smarriti ad affrontare nella realtà perché non abbiamo la possibilità reale di farlo… No? E allora perché si può bloccare un intero pianeta, perché si possono decidere misure di contenimento mondiale mandando a remengo il lavoro e le speranze de los de abajo di tutto il mondo? Mettiamo insieme le idee, i ragionamenti, le risorse, la solidarietà che si stanno muovendo per immaginare il nuovo e sottrarci allo strapotere di multinazionali e capitalisti e patriarcati di tutto il mondo. Cominciamo a prendere la parola cominciamo a fare progetti ad usare fantasia ed energia, e finiamola di discutere vaccino si. Vaccino no, facendoci bloccare su ogni altra azione!.

E comunque io credo che il cinque g vada fermato, che il taglio degli alberi nelle nostre città vada denunciato come un reato, che dobbiamo tornare ad un mondo più semplice, meno stressante, senza onde ad ogni passo e droni a sorvegliare i passi delle persone.

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In Messico oggi è il “dìa del niño”

Fanno la guerra. Al virus, alla vita

Camminano indifferenti

sui nostri cuori feriti

sulle parole non dette

sulle paure, il silenzio del dolore

Non vogliono apprendere

alimentare la vita

accendere uno slancio d’amore.

Responsabilità, dicono

e dalli all’untore…

e noi usciremo, a sana distanza

un laccio rosso ad unire i cuori

e urleremo l’amore che unisce

la forza di esserci ancora

e daremo parole al grido

del bambino zapatista libero

a risvegliare i dormienti

e ascolteremo il grido

della piccola palestinese

dalla sua terra ferita

canta bella ciao

la speranza di ogni popolo

e daremo voce, che risuoni

ogni grido, ogni parola

fonderemo amore, risveglieremo la forza

a muovere i cuori e le menti

verso il mondo nuovo

In Messico oggi è il “dìa del niño”, anche questa festa passa in sordina, mentre il presidente loda il senso di responsabilità con cui la gente ha accolto chiusure e limitazioni a causa della pandemia. Ma a tutti i bambini e bambine, in Messico e nel mondo, dobbiamo un mondo migliore, una vita serena, la possibilità di muoversi, saltare, ridere ed abbracciare, dobbiamo scuole che formino alla comunità, alla riflessione, alla comprensione del mondo, dobbiamo animali liberi e felici, città umane ed a misura di bambina e bambino, villaggi che ti accolgono e ti insegnano la vita nella quotidianità del giorno.

Alle bambine e ai bambini dobbiamo amore, libertà, serenità, accoglienza, tenerezza e forza, protezione e comunicazione. A loro le bambine e i bambini, il nostro futuro, ed a tutte e tutti noi dobbiamo un mondo più umano che il vivere bene sia il princio che guida i governi e le nostre azioni quotidiane, con amore.

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25 aprile- Un ricordo

Non possiamo manifestare per strada, ma possiamo dedicare un momento a ricordare quello che è stato.

Io credo che ognuno ed ognuna di noi abbia delle storie familiari legate a quel tempo che ha preparato il 25 aprile.

La mia comincia con le escursioni in montagna, in valle d’Inzino, sotto il monte Guglielmo, che i miei genitori ed altri amici, tra cui mio zio Enzio, facevano fin da ragazzi.

Luoghi conosciuti ed amati in alta Val trompia, arrivando a Gardone con il tram, da Bresica dove vivevano, e poi su a piedi guadando più volte il ruscello dalle acque limpide e gelate, cosparso di pietre e sassi, fino a che l’acqua continuava a scorrere in basso e loro salivano sulla costa fino in Testata.

La Val Trompia è una valle stretta, i monti la accompagnano ai lati ed è sempre stata luogo di lavoro, terra e ferro, miniere in alta valle e forno fusorio dal tempo tardo romano. In Valle si lavoravano i metalli si facevano prima le spade e le lance, e poi i fucili. A Gardone Val Trompia aveva sede la fabbrica della Beretta che aveva raccolto la tradizione del luogo.

I miei genitori si erano sposati nel 1939, mia madre una ragazzina di 19 anni, suo fratello di cinque anni più vecchio non appena era riuscito a sfuggire al freno del padre era partito volontario per la campagna di Russia. Chissà quali eroiche fantasie avevano agitato il suo cervello, e lo aveva travolto la realtà della guerra e la terribile ritirata. Lui giovane caporale responsabile del gruppo di uomini allo sbando che insieme percorrevano le trade del ritorno tra neve e gelo. In quella ritirata tirò fuori una forza che non sapeva di avere, costringendo anche a calci i compagni a proseguire quando sembrava più facile abbandonarsi nella neve. Questo fatto i miei genitori lo scopriranno anni dopo, in un’altra gita in montagna, dove incontrarono per caso un uomo che salutava con enfasi ed abbracciava mio zio ringraziandolo di avergli salvato la vita, a calci…

Ma intanto mentre mio padre lavorava come ingengere nelle Trafilerie Laminatoi di Metalli di Villa Carcina, ed evitava il rischio di essere costretto a partire perché necessario alla produzione bellica, oltre che per la sua bassa statura, e i miei genitori si erano trasferiti, sfollati, nel paese vicino alla fabbrica, mio zio arrancava per le strade di Russia. In quei periodi di guerra le donne lavoravano alacremente per fare maglioni, coperte, sciarpe per gli uomini al fronte al freddo, ma di questo impegno gli uomini al fronte non avevano visto niente: trovarono scatole e pacchi di vestiti e coperte usati per costruire trincee, mentre a loro nessuna protezione era stata data.

Mio zio, Enzio Porro, tornò a casa nel 43 con i piedi congelati, e ne conservò le conseguenze tutta la vita, ma soprattutto ferito nell’animo, disgustato della guerra e avendo incontrato gli unici aiuti in alcune isbe isolate sul cammino, che offrirono loro pasti caldi e riposo.

Ripresosi, non aveva intenzione di rientrare, e si unì ad un gruppo di partigiani che stazionavano proprio in Testata.

I miei genitori continuarono le loro escursioni domenicali in montagna per portare aiuti e notizie agli uomini nascosti là. E anche io ebbi la mia parte, dato che mia madre contnuò le escursioni anche quando era incinta di me, finché la gravidanza evidente sconsigliò l’azzardo.

Allora il territorio era spesso pattugliato dai tedeschi, Salò non era lontana, solo un’altra valle. Mio padre continuò le sue spedizioni perché la situazione era difficile, Sino al 45 , quando la agitazione generale era alta, e le azioni esemplari, come il blitz alla fabbrica Beretta, per poi ritirarsi con le armi recuperate nella chiesetta di montagna che stava su un picco ben difendibile in quanto si potevano vedere tutte le direzioni per un lungo tratto e ogni aggressione avrebbe dovuto avvenire allo scoperto. Da lì le armi erano poi andate a rifornire i gruppi partigiani amici.

La situazione era vivace e feroce, un tradimento aveva distrutto il gruppo di partigiani che stavano sul Sonclino, e anche loro rischiavano. Una volta zaini e rifornimenti sparirono dal loro accantonamento e dovettero in fretta spostarsi e trovare un nuovo rifugio perché questo era il segnale che erano stati individuati.

Un’altra volta mio padre tornando dall’aver portato rifornimenti e viveri camminava tranquillo per il paese, diretto alla stazione del tram, e notò gli sguardi spaventati ed ammirati delle persone che incontrava: il suo abbigliamento era inequivocabile, veniva dalla montagna, e loro sapevano bene cosa significava, nessuno disse niente, ma una sorta di stimolo sottinteso gli fece accelerare il passo e raggiungere il tram fermo e quasi vuoto, visto che mancava un po’ alla partenza. Il rumore del passaggio delle pattuglie tedesche lo gelò un istante solo, poi si ritirò accuratamente per farsi invisibile dietro la tendina in modo che a nessuno venisse voglia di andare a verificare.

Piccole storie della quotidianità in tempi di guerra, l’anziana padrona di casa che tremava alle visite notturne di mio zio quando andava a chiedere aiuti specifici o a sollecitare dei rifornimenti, e io che nascevo nel maggio del 44, dopo un bombardamento, e che continuo a sentire che il mio compito è quello della resistenza e della pace

Una camminata in Val d'Inzino, in tempi più recenti, ma la valle mantiene intatto il suo fascino e ricorda
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Luna Piena di Aprile, superluna

Superluna piena la notte tra il 7 e l’8 di aprile:

smart

Luna rosa, luna della lepre, la Luna del nuovo inizio, dell’apertura dell’uovo, del germogliare dei semi. Questa Luna così ricca di significati e di promesse ci coglie in un momento di blocco generale dei movimenti, di sospensione dei progetti, di paura per la nostra salute o per quella dei nostri cari.

Ci sentiamo in colpa per ogni piccola trascuratezza o trasgressione, come se dal nostro individuale comportamento dipendesse la salute del mondo. Io credo che siamo consapevoli che dietro a tutte queste minacce, a questa paura, c’è anche una scelta precisa di tenerci a casa inchiodati alle notizie sul virus, alla conta dei morti, che vengono dolorosamente enfatizzati mentre quasi si glissa sui risanati, su quelli che ce l’hanno fatta. L’idea è forse, per chi è in buona fede, di renderci più solerti nell’obbedire ai consigli ed alle restrizioni, e questo si può capire, meno si può capire il clima di disastro che ci blocca anche nel pensiero, mentrer i nostri politici prendono decisioni, fanno scelte, chiudono od aprono in base a calcoli che non sono certo di salute pubblica e di benessere.

Credo che da questo un poco ne stiamo uscendo: Mentre all’inizio il messaggio che circolava era “state buoni e obbedite alle restrizioni della vostra vita, perché così torneremo prima alla nostra vita normale”, oramai sembra che, non i governanti ovviamente, ma le persone, le associazioni, quelli che si rifiutano di addormentarsi, cominciamo a ripetere argomentando che non dobbiamo tornare a come prima, perché quello è il problema che ci ha portato a questo disastro: rischiamo di trasformarci in una serie di guardiani del nostro fratello, vicino di casa, passante, runner, come se fossimo certi che la sua azione disobbediente è il nodo del problema, e non ci rendiamo conto che hanno bloccato tutto, fuorchè quello che era veramente da bloccare: ok, niente baci ed abbracci, manteniamo le distanze, ma poi andate a lavorare tutti insieme sul bus o nella metro, e vi voglio vedere a tenere le distanze! Molti ne hanno parlato ed è inutile soffermarsi sul già detto, volevo solo sottolineare il clima in cui stiamo vivendo, che è quello da ribaltare, decisamente e con urgenza.
Forse è davvero il momento di lacerare l’uovo delle convenzioni, del perbenismo obbediente per usciore fuori con la nostra capacità di empatia, di amore, di solidarietà. Quel salto quantico, quel cambiamento di vibrazione che in vari modi ci invitano a fare i saggi dei nuovi mondi parte da noi, parte da qui: sostituiamo l’amore alla paura, la cura dell’altro, dell’altra, anche da lontano, perché la nostra porta non si può chiudere sopra il dolore e la violenza, ma deve essere un luogo sempre di accoglienza, di gemogli, di condivisione.

Cominciamo dalle piccole cose, come mettere una piantina sul pianerottolo, un fiore che sta sbocciando sul balcone, cominciamo ad usare gli strumenti che abbiamo, dalle parole alle canzoni, ai racconti, ai giochi per sostenerci e comunicare, non permettiamo che sia la paura che abbassi le nostre vibrazioni, possiamo anche ascoltare e far circolare musiche rilassanti, idee di meditazione o di ripensamento del mondo, condividendo, da internet ai nostri balconi,

mettiamo alle finestre un fiore, le nostre bandiere, coloriamo il mondo, con un messaggio di amore per quelli che sono a rischio, per i malati, per i morti che dobbiamo salutare solo col pensiero, non potendoci avvicinare neppure alle loro bare.

É un grande esercizio di comunicazione e di amore che dobbiamo inventarci ogni giorno, per raggiungere noi una serenità ed una consapevolezza che ci guidi a costruire davvero il mondo nuovo di cui abbiamo bisogno, eliminando patriarcato, capitalismo, tutto quello che ci ha ridotto a manichini utili solo se produttivi, quello che ci ha convinto che viene prima il denaro delle persone, quello che costruisce muri, chiude i porti e poi ci rinchiude in casa e pretende di scegliere chi salvare e chi no, in base alla nostra capacità di rispondere agli standard di utilità per il sistema.

Ecco questo sistema non è utile, dobbiamo cambiarlo, cambiarlo da subito, da dentro e da fuori, restando ai margini e costruendo il nuovo, recuprando il vecchio, scolpendo i nostri nomi sulle cose, chiamando ad alta voce la vita a germogliare, a fiorire, proteggendo tutti i bambini, fermando definitivamente le fabbriche di morte rifiutando i veleni nel cibo e nella terra.

Dobbiamo riprendere un amore e un rispetto nuovo per la Madre Terra, cominciare ad imparare, a sentirci parte di un tutto, non superiori in grado di prendere, rapinare, rubare, violare la terra. Non è potere dell’essere umano “riempire i mari e spianare le montagne” nel sogno funesto da cui è nata la nostra era, potere dell’essere umano è essere parte, prendere parte, prendersi cura, sostenere, aiutare amare, e in ogni suo gesto le conseguenze di questo si possono vedere.
E per cominciare in questa sera di Luna Piena, super Luna, apriamo le finestre e guardiamo il cielo, mettiamo una candela accesa, piccolo lume che sengali che ci siamo, che siamo in ascolto, un piccolo messaggio di amore che si levi dalle nostre case e ci mandi verso il germinare del nuovo mondo. Con amore e benedizione per tutte e tutti noi.
Di seguito riporto alcuni testi presi dal web, ma anche la mia traduzione di un messaggio ricevuto dal gruppo delle mujeres medicina, perché tutto è occasione di stimolo, di rilfessione di apertura dello sguardo verso il nuovo


Da Cure naturali.it
sarà possibile godere la Luna nei sui punti piu’ vicini alla Terra. Quella notte, accanto alla Superluna rosa, la stella più splendente sarà Spica, della costellazione della Vergine, dando al fenomeno una connotazione esponenzialmente “femminile”.
Questa sincronicità tra Superluna Rosa, la Vergine e la Spiga, va a simboleggiare l’inizio della vera primavera nell’emisfero nord, quando i semi della “spiga” trovano terreno fertile e pronto. (…)
E’ quindi una Luna di rinascita e rinnovamento, dopo un lungo, grigio e freddo inverno dopo i processi vitali e priscologici si sono ridotti ad un flebile ticchettio. Rosa è anche il colore dell’amore, che sboccia tra le creature nei loro rituali di accoppiamento, come per esempio tra le lepri, e non è un caso che per i nativi americani la Luna rosa è chiamata la Luna della lepre.
https://www.cure-naturali.it/articoli/vita-naturale/spiritualita/superluna-8-aprile-2020.html

Da Il cerchio della Luna:
La luna del nuovo inizio, o luna delle uova

Aprile è il mese del nuovo inizio, che si manifesta con il ritorno della vegetazione a Primavera.
Con Oestara è stato deposto l’uovo della nuova vita, ed ora il suo guscio si incrina e rapidamente si schiude dando alla luce il suo prezioso contenuto.
Questo in natura è il tempo della germinazione, che racchiude in sè tutta la forza vitale, l’entusiasmo, la spinta verso la vita del seme che sta per nascere.
Per analogia questo tempo coincide con il segno dell’Ariete, il grande pioniere dello zodiaco, cui spetta il grande compito di iniziare le cose.
Il fuoco dell’Ariete è un fuoco esplosivo, la cui energia creatrice si espande in ogni direzione, riportando la scintilla della vita.
Marte è il suo pianeta governatore, il Dio guerriero che i popoli antichi consideravano grande protettore della primavera e delle energie fecondatrici maschili (e che solo in seguito divenne dio di guerra, a mano a mano che i romani presero a conquistare il mondo).
E’ dunque tempo anche per noi di attivare il nostro fuoco interiore, dando inizio a nuovi progetti, concretizzando gli intenti che forse abbiamo espresso durante la stagione invernale.
Nelle energie di aprile tutto è in movimento, crescita, cambiamento, e poiché Ariete è un segno che lavora sul piano dell’identità, anche dentro di noi è il momento di risvegliare la fiducia nelle proprie possibilità, la capacità di riconoscere le occasioni, anche quando questo comporta un certo rischio.
La Luna di aprile è anche una luna dai frequenti cambiamenti di umore. Possono convivere, nell’arco di pochi giorni, calma e impeti emotivi.
Ci possono essere momenti dominati dall’egoismo, dove siamo molto centrate su noi stesse: è utile approfittarne per riappropriarci dei nostri spazi, per recuperare ciò che davvero ci appassiona, al di là di tutti i doveri che spesso ci sovrastano, e per occuparci delle nostre esigenze, che magari abbiamo troppo trascurato nei mesi passati.
Questo mese è ricco di simboli, tra cui l’uovo, che rappresenta il potere dell’inizio, del manifestarsi della creazione.
Esso è il principio da cui nascono tutte le cose, è il contenitore di nuova vita.
Nelle narrazioni mitiche vi è spesso un Uovo Cosmico all’origine della creazione.
Altro archetipo primaverile è la colomba, simbolo del ritorno della vita e dell’amore, associato alla dea Afrodite e in seguito adottato dal Cristianesimo come simbolo pasquale.
Infine il serpente, forse il più antico e potente simbolo del rinnovamento e della rigenerazione, presente in tutte le culture, che ci accompagna dal lontano neolitico, associato al volto della Dea della Trasformazione.
Nella forma dell’Uroboro, il serpente che si morde la coda, esso rappresenta il cerchio della vita e ci riporta ancora al simbolismo dell’uovo.
https://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Luna_aprile.htm

Da un post di Egidia Beretta, mamma di Vittorio Arigoni
Domenica delle Palme
“Ulivo”,
se in arabo è “Zetun”,
in inglese è “Olive”.
Olive,
O-Live!!!,
un’ode alla vita tramandata da generazione in generazione,
fra i popoli di questa terra che da tempi immemorabili si nutrono del suo succo più prezioso.
In Palestina, come per uno scherzo della natura,
l’ulivo, universalmente riconosciuto come il simbolo della pace,
trova il clima più adatto per la sua crescita.
Se la pace da queste parti è solo un miraggio,
anche l’ulivo non se la passa bene;
è infatti in via di estinzione; dalla seconda Intifada,
più di mezzo milione di ulivi sono stati sradicati dalle terre palestinesi.
Per mano militare, o colona, israeliana.
Sradicare un antico ulivo è come una decisione di confisca della memoria, e forse è per questo che sionisti ed esercito israeliano pare ci provino gusto.
Cancellare dalla loro memoria che la terra che stanno occupando non gli appartiene, ma è usurpazione, furto, diritto negato.” (Vik, da Gaza)


Una poesia di Nefissa Labidi dedicata alle guerriere (presa, con il suo consenso da un post di facebook)
Noi siamo le guerriere della notte
Restiamo in ascolto
Di risate strappate alla paura
Ascoltiamo il canto
Che soffoca l’esplosione delle bombe
Siamo qui
In attesa che torni la pace
La libertà
Passo dopo passo
Aspettiamo
L’arrivo dell’umanità
(Nefissa Labidi, 22 Agosto 2018


Brani da una antica profezia dei Q’eros, i saggi nativi delle Ande (messaggio ricevuto e tradotto da me):

essi si ritirarono al tempo delle invasioni e per 500 anni hanno vissuto praticamente isolati costudendo le conoscenze originarie, ora si sono presentati, vestiti del simbolo del sole, dicendo che il tempo atteso sta arrivando, ed ora ci sarà l’integrazione dei popoli nativi dai quattro angoli della terra.

Sono loro che adesso stanno offrendo il loro insegnamento all’ Occidente, come preparazione del giorno in cui l’ Aquila del Nord e il Condor del Sud volino di nuovo insieme.
Essi ci dicono anche che l’amore e la compassione saranno le forze che guideranno l’unione dei popoli.
“ I nuovi guardiani della terra verranno da Occidente, e quelli che hanno causato il maggior impatto con la Madre Terra ora hanno la responsabilità di riallacciare la reazione con Lei, dopo essersi riallacciati tra loro.

La profezia sostiene che il NordAmerica offrirà la forza fisica, l’ Europa apporterà l’aspetto mentale, ed il cuore sarà dato dal Sudamerica..
Con questo, le profezie sono incoraggianti, si riferisono alla fine di un tempo così come lo abbiamo conosciuto, è la fine di un modo di pensare, un modo di essere, un modo di rapportarsi con la natura e tra gli esseri viventi.
Gli Inca aspettano l’emergere di una era dorata, benchè citino anche cambi tumultuosi nella Terra e nella psiche delle persone per ridefinire le relazioni e la spiritualità
Il Grande Cambiamento è iniziato e porta con sé la promessa di un nuovo essere umano. Il caos e la confusione dureranno 4 anni.
I Q’eros parlano di una lacerazione nel tessuto del tempo
Dicono che dobbiamo morire di fronte ai vecchi modelli di spiritualità per aprirci all’ auto rinnovamento, diventando levatrici di una nuova forma di pensare e di agire.
Abbiamo bisogno di riapprendere a onorare e rispettare la Madre Terra, il Padre Sole e le Stelle sorelle, scoprire e rispettare tutto e tutti e così poter fare un salto quantico verso quello in cui ci stiamo trasformando, tutti insieme.
I Q’eros dicono che i portali si stanno aprendo tra i mondi un’altra volta, si formano fori nel tempo che possiamo attraversare per esplorare le nostre capacità e ricordare la nostra natura di luce
Le loro profezie dicono che stiamo terminando il tempo della transizione e comincerà a manifestarsi il quinto livello di coscienza; dopo questo cambio, apparirà il sesto livello di coscienza e la epoca dorata dell’umanità comincerà poco a poco, passo a passo.
(…)
La profezia annnuncia che quando si arrivi al quinto livello di coscienza, questo sarà un salto collettivo e simultaneo.
“Quando sufficienti semi saranno risvegliati, liberi dalla paura e degli altri aspetti negativi del terzo e quarto livello, i semi del quinto livello potranno germogliare dentro l’umanità e formare un Tutto.
“ Segui la tua traccia, il tuo percorso. Impara dai fiumi, gli alberi, le rocce. Onora i tuoi fratelli, onora la madre terra, onora il grande Spirito. Onora te stesso e tutta la creazione. Guarda con gli occhi dell’anima ed impegnati nell’essenziale.”

Pur con tutti i riferimenti che ci possono confondere questa profezia segna un grande passo avanti, nella interazione tra i popoli, c’è un messaggio ai popoli di tutto il mondo, dalle quattro direzioni perché si uniscano per il mondo nuovo, c’è il tentativo di riconoscere le capacità e le possibilità di ognuno e di metterle in relazione perché insieme siano il mondo nuovo, la nuova era. Il fatto che si prevedano sconvolgimenti e difficoltà non può sorprenderci, quando gli sconvolgimenti accompagnano i nostri passi, ma è la forza racchiusa nel messaggio che se riusciamo a cambiare, a fare insieme quella evoluzione necessaria passo a passo poco a poco andremo nella nuova direzione ed abbiamo la possibilità di costruire questo nuvo mondo di armonia e di pace. Quanti più cercheremo di evolvere, di lasciar perdere le prevenzioni, i limiti, le distanze tra le persone, più sapremo metterci in ascolto davvero dell’altra, dell’altro, più il nostro cammino andrà verso una evoluzione, e gli ulivi continueranno a gemogliare, i fiori a sbocciare, le persone ad incontrarsi.

Giusto per mettersi in ascolto, credo che sia utile andare a vedere questi articoli:

https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/?fbclid=IwAR2xysakrtK4fFloKOvphV3leZKUvOrehK_eszNglPEaaSS8dOk-ZnyONHE

https://comune-info.net/quello-che-non-ha-prezzo/?fbclid=IwAR0uNyFRsDnyo92AwxsjdkGs_L526pqrOJ3FVQtHUVo4xZnf6kaPrX2Lud8

https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.lantidiplomatico.it%2Fdettnews-diffondere_la_solidariet_non_il_virus%2F82_34042%2F%3Ffbclid%3DIwAR1G3e22NX7eHIRqhfnl2i_fkv7Ueo33rvzpcPkWfRDgpAD1c-7w6CtEMo8&h=AT1-Zqc4SaVxW

http://www.labottegadelbarbieri.org/america-latina-covid-19-e-le-donne/

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SALVIAMOCI TUTTI

E allora grazie a Cuba, ancora una volta!

Ebbene sì, mentre noi ci affanniamo a segnalare ogni trasgressione a questa quarantena che ci viene imposta con la nostra connivenza, perché ci han detto che è l’unico strumento sicuro e veloce per contrastare questo virus, mentre condanniamo, teniamo a distanza, ignoriamo ed isoliamo chi è più in difficoltà per timore che possano portare il contagio, Cuba che fa? La stessa Cuba che ha mandato medici e medicine e metodi di cura già sperimentati e provati, la stessa che risponde alla nostra richiesta di aiuto insieme alla Cina , e che è comunque all’avanguardia nello studio dei virus e li conosce certo meglio di noi, allora che fa? Semplice, passa nei suoi mari una nave da crocera britannica che ha a bordo alcuni malati di coronavirus. Non spendono nemmeno un minuto ad elencare tutte le emerite fesserie che questi hanno fatto, stipandosi in una nave, comunque per quanto grande sempre un posto circoscritto, senza nemmeno la verifica preventiva di eventuali contagi già presenti, non stanno ad accusare, come farei anche io, lo riconosco, questi ricchi perdigiorno che si pagano una supervacanza in tempi di crisi mondiale ecc, no fanno la cosa più giusta, e la più normale in un mondo che si voglia ritenere civile: permettono alla nave di attraccare ed assicurano che forniranno tutte le cure e l’aiuto possibile: Non lasceremo nessuno morire senza cure! Affermano, e la nota che ho letto aggiunge non ci importa che cosa loro pensano di noi, in questo momento sono malati e devono essere curati.

Chissè perché a me frullano in testa tante affermazioni, perché questa frase mi sembra molto più in sintonia con i NO Tav (Si va e si torna insieme) e con le ong che soccorrono in mare, che con le affermazioni sui porti chiusi e prima gli italiani! Ho letto sproloqui di gente che augurava ai profughi di morire, che invitava a respingere e persino ad ammazzare direttamente, a bucargli le barche o sparargli alla frontiera. Poveri disperati nemmeno più considerati umani, e invece questa isola chiusa dentro un lungo embargo che impedisce che le arrivino i prodotti del nostro consumismo si è organizzata ed ha fatto della scuola, della ricerca, della salute una eccellenza mondiale, e pur essendo chiusa da quelli che ha intorno, si apre a tutte le necessità del mondo, e persino in questo caso non ha chiesto chi erano le persone malate, ha detto NON LASCEREMO MORIRE NESSUNO senza cure, senza tentare di tutto per salvarli.

Benvenuta umanità, benvenuta etica, ancora una volta ad insegnarci che persino in tempi di emergenza un atteggiamento diverso è possibile. È possibile riconoscere il bisogno e aprirsi accogliere, sostenere. Non è che lo facciano a cuor leggero, conoscono rischi e prudenze da adottare, ma non chiudono fuori nessuno.

Ciò ci permette di riflettere su come noi stiamo affrontando il problema, su come tutti abbiamo accettato o cercato di eludere le restrizioni con l’idea, del si salvi chi può, qualcuno evitando di farsi bloccare, qualche altro, i più, chiudendosi in casa e bardandosi in ogni modo per le uscite necessarie. Forse dovremmo fare mente locale che il si salvi chi può potrebbe davvero divenire salviamoci tutti, sosteniamoci, collaboriamo e forse allora persino questo virus e questa fermata generale potrebbe essere utile per ripensare le relazioni, le priorità stesse della nazione, la necessità di trovare dei metodi e dei protocolli non coercitivi perché le emergenze saranno sempre più frequenti, più urgenti, e sarà necessario ribaltare i nostri stili di vita. Potremo subire il tutto con una dittatura che ci protegga da alcuni rischi e ci incastri in altri baratri, come già stiamo vedendo, oppure dovremo ripensare e ripensarci tutti insieme, dovremo affrontare il ribaltamento delle scale di valori, riesaminare quelli che riteniamo i nostri bisogni per vedere che cosa realmente ci serve per una vita degna, che cosa possiamo fare, come dobbiamo muoverci, fermarci, andare e restare.

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Lettera d'amore

Segui la tua strada, sorella

oltre me, oltre noi,

oltre gli incontri e gli scontri.

Basta quiete ineffabile

delle tue verità costruite

Il mondo la vita, le persone,

cercano incontri d’amore

È il tempo di confrontarsi

di includere, e svuotare i forzieri

dei segreti sepolti nel silenzio dei cuori.

Per sanare le ferite, le devi scavare

l’infezione nascosta imputridisce

Interrogarti, interrogami?

Ma no, a te stessa devi chiedere

dove ti porta la tua ferita

e quante volte vai ripetendo

lo stesso cammino di tagli e chiusure

Il mondo nuovo ha bisogno di aria,

le sorelle di amore

Il sentiero è scosceso, il futuro difficile,

dovremo traversare l’ombra

per uscire alla luce, dovremo icnontrarci,

da punti diversi dell’universo

convergere verso il nuovo giorno

con ore d’amore, di comprensione,

di analisi e discussioni

di fiori di campo e rose di serra

e un tornado d’amore, un fuoco devastante

e riscaldante attraversi i nostri cuori

e ci lasci svuotate e libere,

oltre ogni limite e pregiudizio.

La complessità della vita

Succede che ci si scontri sulle nostre rigidità, su pareri diversi che stiamo sventolando come bandiere, ed in questi scontri dividiamo le forze e lasciamo sempre più spazio all’oppressione patriarcale.

Ci caschiamo troppo spesso, perché il nostro ascolto è sempre un poco filtrato dalla nostra esperienza, dagli studi e approfondimenti che abbiamo fatto, dalla nostra stessa vita.

Una vita di lotte contro ogni forma di oppressione e discriminazione a volte può spingerci, mi ha spinto a mettere da parte alcuni aspetti dei problemi che mi venivano prospettati.

Allo stesso modo che l’aver subito e sofferto discriminazione ad ogni passo può aver condotto la mia interlocutrice a fissare dei punti non valicabili dai quali indietro non si torna, costi quel che costi.

Ogni tanto le strade si incontrano, si incrociano e poi magari divergono perché i nostri cammini sono molteplici ed irti di trappole e difficoltà. Mi piacerebbe che fosse tutto liscio, ma non sempre succede, io sono contro ogni discriminazione, amo le donne mie sorelle, amo il pianeta e credo che le due cose non si possano scindere.

Tu vedi alcuni eventi prevaricanti e gravi e da questo prendi il via per una analisi che escluda chi non rispetta gli stessi schemi mentali, così non ci capiamo, e le strade divergono.

Poi succede che qualcuna illumini altri aspetti che non avevo presente del problema, e quindi mi ritrovo a riflettere sulla sua complessità e sugli intrecci che comporta.

Mentre le donne nel mondo si ribellano con forza alla oppressione patriarcale, e le donne indigene oramai dicono chiaramente che patriarcato e capitalismo vanno a braccetto, noi donne bianche occidentali ci ritroviamo spiazzate, con il desiderio di tenere insieme ribellione e vita abbastanza comoda, mentre altre cercano di tenere insieme ribellione e rifiuto di tutto quel che ci circonda…

Una bella scommessa, in cui si insinua il patriarcato in uno dei modi più subdoli che potresti aspettarti. Dopo tutte le discussioni e le negazioni rispetto al genere, ecco che il patriarcato ha trovato il modo di inserire anche questo nel sistema. Tutte noi abbiamo incontrato o conosciamo storie di trans che sono diventate a tutti gli effetti donne, ponendosi come tali nel mondo, e vivendo la propria differenza con tutto ciò che ha comportato di discriminazione e di lacerazione per arrivare ad essere quelle che sono ora, e io le chiamo senza esitazione sorelle, le sento sulla stessa lunghezza d’onda, non ho dubbi in merito. Mi sostiene l’atteggiamento sereno ed accogliente dei popoli nativi, quando vedo addirittura che per definire le varie differenze di genere hanno una parola specifica che cerca di dare ragione di queste differenze. E fin qui mi sembra che le cose vadano avanti con chiarezza.

Poi seguo e leggo molti suggerimenti che anche mie amiche e compagne veicolano in vari modi per rispettare la crescita dei bambini e delle bambine e le loro differenti aspirazioni. Si apre un problema che a mio parere è una voragine: noi continuiamo a parlare di esperienze, di rispetto, di ascolto, e dai tempi in cui lessi Donne si diventa io non ho alcun dubbio che la socializzazione delle bambine e dei bambini avviene in modo tossico. Nel mio piccolo ho cercato di contrastare questo problema nell’educazione dei miei figli, e devo confermare che lasciar libero mio figlio di giocare con le bambole con sua sorella e sua cugina gli ha consentito di sviluppare una capacità di cura e di comprensione che ora porta avanti con i suoi figli, essendo uno splendido padre. Se io allora avessi detto, e mi suona strano solo ipotizzarlo: gli piacciono le bambole, quindi ha istinti femminili ed avessi pensato di “aiutarlo” alterando il suo sviluppo ormonale, che cosa sarebbe stato della sua vita? Pare che questo è quello che viene fatto, almeno in alcune zone borghesi, come se mettere un tappo alla complessità della vita e dello sviluppo di un ragazzino o di una ragazzina fosse più rassicurante che accompagnare, ascoltare, stare a vedere, accettare ambiguità, esitazioni, incertezze, fino a che è il ragazzino stesso che crescendo, osservandosi, conoscendosi, potendosi esprimere per quello che è trova la propria strada e la propria identità.

Ora ci troviamo a fare i conti con due tipi di discriminazioni: una contro le transessuali, sempre più oggetto di persecuzioni ed omicidi, e l’altra con questi giovani uomini mal orientati, che han preso del femminile gli aspetti giocosi, che gli piace la trasgressione ma non hanno messo in discussione la propria identità, e continuano usando indifferentemente atteggiamenti femminili superficiali avendo però assimilato tutta la parte di potere maschile connesso al continuare ad avere organi genitali maschili che usano anche con violenza contro le donne nel cui gruppo cercano di entrare. Chiaro che questo è orribile e prevaricante, e che abbiamo bisogno per noi stesse, ma persino per loro di denunciare e squadernare questa situazione in tutta la sua prevaricante gravità. Si sta costruendo una generazione di esseri umani disorientati, che credono che i segni del femminile e del maschile siano i fronzoli e le sovrastrutture imposte dal patriarcato, che è disposto ad accettare queste “differenze” a patto che si iscrivano nell’ordine corrente e non mettano in discussione niente.

Il confine tra la denuncia, la battaglia per la libertà e la non discriminazione ha tanti aspetti, ed anche noi abbiamo bisogno di conoscere, confrontarci, orientarci per capire e cercare di costruie quel mondo nuovo che stiamo cercando e verso il quale tendiamo.

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Sogni di carta – nonostante

Rubo il titolo a Maria G Di Rienzo perché credo che renda benissimo l’idea

Sto raccogliendo tutto quello che è emerso in una serie di discorsi sulla possibilità di pubblicare e sui libri, aggiungo qualche riflessione personale su quello che riguarda più direttamente me e le edizioni Stelle Cadenti che spero ci aiutino a comprendere che cosa ci possiamo aspettare e cosa no da questo mezzo:

Avevo la febbre, ed ero confinata a Gardone Val Trompia, a 500 chilometri da Bassano in Teverina, da Mario e dalla associazione Stelle Cadenti che aveva fatto i suoi primi passi a Bassano come associazione di artisti che si occupano di arte contemporanea.

La mia mente vagava tra progetti e sogni, uno ricorrente: se vinco alla lotteria metto su una casa editrice come dico io… – Per anni avevo collaborato con le Edizioni Bresciane e sapevo come era difficile, stancante e piacevole occuoparsi di libri e di una casa editrice. Enzo che la gestiva, teneva anche una rivista a cui io avevo collaborato. La casa era legata alla persona dell’editore, infatti una volta che Enzo non c’era più tutto si era chiuso, ed io avevo “ereditato” alcune cose, come un tirabozze ed alcune lettere da stampa, e varie risme di carta ritagli misure inusuali, che conservavo con cura – e poi un pensiero che mi attraversa la mente : perché aspettare? Perché non usare quello che ho, le poche risorse, i contatti, le energie, le possibili collaborazioni?

Stelle Cadenti era prima una mostra d’arte contemporanea, che si svolgeva dalla notte delle stelle cadenti, il 10 agosto, alla notte del passaggio del sole dal segno del Leone a quello della Vergine e da questo era nata l’associazione.

Nello statuto oltre a collegarci all’arte, avevamo messo la possibilità di editare libri collegati in qualche modo al tema, quindi libri d’arte, libri d’artista, ecc.

edizioni dentro una grotta… a Bassano in Teverina

Un primo libretto in poche copie, una ventina, era nato da una serata con amici e compagni a casa di Franca, e dalla poesia che ne era scaturita. La veste “libro” della poesia era un foglio di cartoncino azzurro, piegato a metà con una sopracopertina di carta traslucida con dei segni arcobaleno che la attraversavano.

Amo molto quella prima poesia, e la sfida del libretto successivo, L’arte, la parola poetica e il misticismo, da una relazione di Miriam Marino per una conferenza, che mi era sembrata preziosa anche per i nostri temi. Dopo alcune prove esitanti, ne avevamo fatto un centinaio di copie ed avevamo affidato 20 copie ad ogni artista disponibile a collaborare perché ne facesse l’intervento che credeva (20 a Roberto Marino, 20 a Mario Palmieri, 20 a Giò Coppola, 20 a Giorgio Fiume e 20 a Venera Finocchiaro) è stato affascinante vedere come ogni artista si sia relazionato con il testo e la forma del libretto, chi ha giocato con la trasparenza del primo foglio, chi ne è stato disturbato, ma ne è venuta una opera preziosa in cui testo e struttura del libro si intrecciavano e creavano una serie di opere vive. Il testo era di poche pagine, e consentiva che il tutto venisse legato con una breve cucitura centrale, memoria di come mio nonno ricuciva in nuovi quaderni i fogli bianchi.

Poi sono venute le cartelle libro, Phoenix, con una piccola xilografia di Mario stampata su carta riciclata ed un foglio con la scritta a stampa con le lettere mobili , e Fleur/Blume, con un dipinto di un fiore di Mario e la stampa dedicata a chi all’inizio non aveva aderito alla guerra.

Un poco più articolato il libretto Cometa, con poesie ed “esplosione” centrale e copertina dipinta a mano in parte da me ed in parte con interventi di Grazia Marino, anche qui mi pare cento copie, Ci eravamo poi lanciati in un lavoro un poco meglio con Ingiustizia Infinita di Miriam, in cui venti copie contenevano un disegno orginale di Roberto Marino, e prima, sempre come cartelle, due interventi di Miriam legati alle donne della Bibbia, con disegni originali di Giorgio Gomel. Poi Maura mi aveva passato un suo aticolo sulla sessualità degli andicappati, una storia legata al sua figlia, e ne era nato un libretto “Mia figlia è una ragazza down” che è stato anche quello istoriato dall’intervento mio o di altri artisti.

Di seguito un libretto di Bruno Conte, suo il testo e le opere, e suoi i suggerimenti stilistici che ho utilizzato spesso per la casa editrice.

Soprattutto per la impostazione della copertinma del libro sul libro campo di Mirella Bentivoglio.

Il libro sul LIbro campo, opera di land art di Mirella Bentivoglio- La impostazione della copertina stampata a lettere mobili è di Bruno Conte

Poi uno proposto da Bruno Conte, con l’opera di un poeta che non conoscevamo personalmente, e che si rivelò difficile e con alcune difficoltà di comunicazione. Il che mi ha portato a decidere che avrei fatto libri, o libretti, libroidi, libri d’artista, quel che volete, solamente con persone che conoscevo personalmente e con cui avevo una buona interazione. Piano piano qualche libro un po’ più consistente, sia mio che di Miriam, e poi le poesie di Giuseppe Spinillo, in cui io interagivo con il testo inserendo un’opera originale sempre sulla ventina di copie, o comunque c’era un inserto con un’opera e poesia, oltre a cercare di creare un intreccio tra poesia ed immagine.

Tutto questo, e il seguito, no copy right, contro ogni vincolo, al massimo Creative Commons

La sfida più stimolante e che mi ha portato un po’ oltre è stato il primo libro che mi ha proposto Maria G. Di Rienzo: un romanzo breve, una storia che mi affascinava e che sotto la traccia del racconto fantastico affrontava molti temi importanti. Ho lavorato molto a trovare un intreccio tra disegni e testi, sfidando gli scarsi mezzi tecnici di cui disponevo e ne è venuta una prima edizione molto limitata, con la copertina e sopracopertina con stampa a mano e assemblata in modo artigianale, cucita da me in fascicoli riuniti in un libro: il commento di mia figlia è stato che era troppo complicato, troppo grande da portarsi dietro, e poco maneggevole… La seconda edizione ha segnato l’inizio del rapporto con la copisteria che da allora supporta e sopporta le mie fantasie editoriali, carta riciclata e comunque nessuno spreco di fogli inutili, che forse darebbero aria al testo, ma credo che sperimentare il modo meno dispersivo di usare la carta sia importante oramai. Una opera di Mario Palmieri accompagnava anche qui le prime copie.

I due libri di Maria Teresa Messidoro sono nati dalla collaborazione e dalla stima reciproca, e mi piacciono molto.

Come si vede da questa piccola panoramica retrospettiva è evidente che le edizioni Stelle Cadenti sono gestite quasi in toto da me,Mario Palmieri è il presidente dell’associazione , e Miriam Marino mi ha supportata e sostenuta sia con la lettura dei testi e la correzione delle bozze che con critiche e proposte. Aveva fatto persino un corso di editing e di editoria, ed ovviamente le ricadute sui nostri libri si sono viste.

C’è stata anche qualche esperienza negativa, da chi si aspetta più di quel che puoi dare, e pretende sostegno e formazione ma non rispetta i tempi e non riconosce nessuna delle richieste che le vengono fatte, il che mi ha reso ancora più prudente nella gestione del tutto.

Il tutto ha un costo, di tempo, di emozioni, di soldi per gli strumenti informatici, la stampa. Costi quasi sempre anticipati da noi e ben poco rientrati con le vendite dei pochi libri che siamo riusciti a far circolare. Se poi si aggiungono i costi di partecipazione alle fiere, che siamo riusciti a ridurre al minimo facendo i salti mortali, accettando inviti solo a luoghi raggiungibili dalla abitazione di parenti ed amici, salvo le tre giornate a Mainz, alla fiera della mini editoria del centro Gutemberg, è evidente che ad un certo punto non si può più proseguire a giocare. Altre fiere le abiamo organizzate noi, ma la risposta del territorio è sempre stata minima a meno che non fossimo inseriti in una manifestazione più ampia.

Alcune volte gli autori hanno partecipato, in genere comprando una certa quantità di copie, una cinquantina, oltre alle trenta che io gli do in genere come riconoscimento del loro apporto al progetto, dato che non ho una contabilità ne la possibilità di riconoscere diritti d’autore, sapendo che non andrò mai a coprire nemmeno le spese vive. E il rifiuto del copy right è per noi una questione fondamentale, in questo mondo proprietario ed egoista

In questa storia si inseriscono ovviamente anche i miei libri, quelli di Miriam e di Mario, che sono una parte importante della nostra produzione. Nel momento in cui sia Miriam che Mario hanno voluto dare un poco più di circolazione e di ali ai propri scritti si sono rivolti ad altri, case editrici con un minimo di struttura, anche se tutte sembra non si muovano molto con la promozione e questa dipende dalla capacità dell’autrice o autore di promuoversi, di muoversi per presentare il proprio libro, di proporsi, e i tempi sono sempre lunghi.

E qui una riflessione personale: io ho scelto di non contattare case editrici strutturate, ho scelto di non partecipare a concorsi di scrittura e dopo aver partecipato ad uno proposto da un gruppo di donne, ho valutato che io sono comunque sempre fuori, su un’altra lunghezza d’onda, che non voglio e non posso piegarmi nemmeno un poco ai canoni del mercato, e quindi pubblicare da me, far circolare i miei libri tra persone amiche o che hanno interessi in comune è quello che mi da più piacere. Certo, mi piacerebbe che il mondo intero mi conoscesse, ma se il mondo non scende ai miei patti io mi chiamo fuori, creo, organizzo e stampo i miei libri, li proprongo nei momenti di incontro sul tema, li passo ad amiche e compagne che sono interessate, e non so vendere, non so promuovermi in modo più attivo, non riesco a fare per me quello che faccio per gli altri e le altre, e quindi prendo atto di questo, cerco di darmi una mossa, ma non so fino a che punto voglio impegnarmi in questa direzione. Mi da ovviamente sollievo e soddisfazione avere riscontri, spesso inaspettati, o vedere che cose mie magari datate incontrano l’ apprezzamento degli altri, ma oltre non riesco ad andare.

In questi anni ho ragionato molto sul discorso movimento-pubblicità, sistema dei libri, con un rifiuto più volte espresso su tutto quello che comporta il sistema, per cui si vendono i libri come si venderebbe qualsiasi altro prodotto, e in fondo, la pubblicità data da un piccolo scandalo, una passata in televisione, sono uno strumento di vendita come un altro. Questo ovviamente non mi piace, e credo che bisogna studiare un sistema di far circolare le cose di più in modo utile, internet su questo piano potrebbe servire. Qualche intervista a radio sulla stessa lunghezza d’onda serve, anche perché puoi parlare ricevendo un rimando a quello che dici.

Rileggo e vedo che mancano molte cose, aggiungo come stanno le cose ora, mentre sono qui bloccata da una stupida caduta in casa, per cui ho due dita del piede rotte e devo stare a riposo.

Anche questa è una lezione da imparare, lasciare che le cose vadano, che siano gli altri ad occuparsi un po’ di me. L’avevo detto quando ero al corso a san Cristobal, “devo imparare a lasciare che gli altri ci si occupino di me”.

In Italia sento l’eco del blocco diffuso per il coronavirus, e mi rendo conto che tutte le nostre vite sono precarie, appese a eventi che riusciamo sempre meno a controllare e prevenire, e con cui dobbiamo fare i conti. Con un sostpiro di sollievo ho ricevuto dei messaggi di solidarietà e non arrabbiati su questo tema del blocco, e mi rendo conto che le reti virtuali in questo momento sono una cosa importante e magari possono servirci a non isolarci e restare in contatto.

Con tutto ciò sono meno attiva del solito, comincio a pensare che l’età comporti anche dei limiti e delle lentezze, ma non voglio arrendermi, se mai lasciare un poco che questo germe che stiamo gettando cresca nonostante me e le mie limitazioni…

Siamo presenti alle feste ed alle iniziative pubbliche con le opere, l’artigianato artistico di alcune socie e i nostri libri
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8 marzo Canzone senza paura!


“Que tiemble el Estado, los cielos, las calles, que teman los jueces y los judiciales. Hoy a las mujeres nos quitan la calma, nos sembraron miedo, nos crecieron alas”. Con “Canción sin miedo”, Vivir Quintana pone en alto la voz de las miles de mujeres que día con día se enfrentan a un sistema que las asesina, las desaparece, las golpea y las reprime, y de todas las que luchan para exigir justicia y espacios libres de violencia machista en el país https://desinformemonos.org.mx

collegamentodiretto a you tube

Che tremi lo stato, i cieli, le strade

che temano i giudici e il sistema giudiziario.

Oggi a noi donne tolgono la calma

ci hanno seminato paura,

e ci son cresciute le ali…

Questo l’Inizio della “Canción sin miedo”, canzone senza paura, il link è alla pagina di desinformemos che la propone, con cui Vivir quintana alza la voce con le migliaia di donne che ogni giorno si devono confrontare con un sistema che le assassina, le fa sparire, le colpisce e le reprime, e di tutte quelle che lottano per esigere giustizia e spazi liberi dalla violenza machista, in Messico, ma non solo, aggiungo io. Dall’ America Latina alte e forti le voci delle donne si levano dal Cile, all’ Argentina, al Messico, non stanno più zitte, non accettano di piegarsi, sono violente, infuriate, indignate per l’indifferenza con cui la violenza contro di loro viene affrontata! e allora che tremino i cieli e la terra! e in tutto il mondo alziamo le nostre voci perchè basta violenza, basta uccisioni, basta non considerare importanti le vite delle donne e delle bambine. Basta usare i nostri corpi per vendere, basta usare gli stupri come “punizioni” per le nostre vite! E che tremino le strade, e le case, e il sistema, perchè non siamo più silenziose e sottomesse!

Buon otto marzo sorelle, buon nove marzo e buon ogni giorno di lotta e di impegno!

Le nostre ali ci portano alte sopra i cieli e la terra a cambiare il mondo.

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Per Greta, e per tutte noi

Sono sconvolta ed indignata per le notizie sulla violenza sollecitata a Greta Thunberg da adesivi e volantini di una compagnia petrolifera:

Queste le notizie da Green me, che a sua volta le ha prese da Huffpost Canada:

Di spalle e nuda mentre un uomo le tira le trecce pronto a violentarla. Sulla schiena campeggia la scritta Greta e il riferimento è per la diciassettenne attivista svedese di Fridays for Future, Greta Thunberg. Un’immagine shock quella di un’azienda petrolifera canadese che ha scelto questo messaggio aberrante per una campagna promozionale.

Un’immagine che ha dell’incredibile e per giunta contro una minorenne. La denuncia è partita da Michelle Narang che lavora nel campo del petrolio, ma non è rimasta indifferente davanti a questo scempio. La donna ha anche chiamato il direttore generale di X-Site, Doug Sparrow, chiedendogli se sapeva che l’adesivo poteva rappresentare l’incitamento allo stupro di una minore. Ma secondo Narag, come riporta HuffPost Canada, il direttore avrebbe risposto che “Greta non è una bambina, ha 17 anni” e si è detto estraneo alla vicenda.

Eppure nell’immagine compare la dicitura ‘X-Site Energy Services’ e secondo un dipendente dell’azienda: “L’adesivo è stato distribuito come materiale promozionale da attaccare sugli elmetti”.

L’immagine ha fatto il giro del mondo, ma la Royal Canadian Mounted Police ha stabilito che non può essere considerata pornografia infantile. “Non ci sono reati”.

Come è possibile non indignaresi?, come si può restare indifferenti? A parte la vergognosa risposta che riguarda l’età di Greta, che ha 17 anni, ma è sempre una minorenne, la cosa che appare evidente che sollecitare lo stupro di una donna, fosse anche maggiorenne, sembra una buona idea al signore in questione, tanto più se questa donna esprime un messaggio e porta avanti delle istanze che disturbano gli interessi di una industria petrolifera.

Il messaggio à chiaro: Noi possiamo aggredire e violare ogni donna che ci disturbi, che sia un intralcio ai nostri affari, ai nostri piani per il futuro: donne state zitte, non disturbate, questo è un lavoro da uomini veri, che ignorano il medioambiente ed altre fregnacce! I nostri dipendenti se ne andranno in giro con quell’adesivo sul casco, e noi li sollecitiamo a farlo, perchè possano prendere un po’ di sollievo dalla dura giornata lavorativa, dal disastro ambientale che stanno quotidianamente sostenendo, e che vuoi che sia giocare a violentare una ragazza? Che cosa c’è di male?

Il suggerimento non è nenache troppo velato, è tutto lì, ed io mi sento come se una violenza collettiva attraversasse il mondo, posata su quegli elmetti, sbandierata con un sorriso sardonico ed assoluta indifferenza al senso di quello che produci. Già aver prodotto un simile orrore la dice lunga sulle persone coinvolte, e sulla loro capacità di mantenere rapporti corretti con le donne: si può progettare la violenza, come pubblicità, come gioco da salotto, e ci immaginiamo la ragazzina e le sue trecce in mano nostra, senza difese!

“…

La stessa Greta, che continua ad essere impegnata nelle sue battaglie e continua ad andare avanti per l’ambiente, nonostante i continui attacchi, è intervenuta con un tweet scrivendo: “Stanno diventando sempre più disperati. Questo dimostra che stiamo vincendo”.

They are starting to get more and more desperate…
This shows that we’re winning. https://t.co/NLOZL331X9

— Greta Thunberg (@GretaThunberg) February 29, 2020

Mi sento male, e comprendo sempre di più perchè mai le femministe sfregiano i monumenti, perchè scrivono il nome delle donne uccise, perchè urlano, perchè non stanno più zitte!

Spero davvero che le femmiste canadesi la facciano pagare cara a questa gentaglia arrogante e violenta!

Greta in questo momento è tutte noi, tutte le donne che per essere fermate sono minacciate di stupro, tutte le ragazze che quando escono devono avvisare casa che stanno bene, che avvisano le amiche quando sono rientrate sane e salve! Questa è la vita che questi infami continuano a propinarci diffondendo l’idea che per fermare le idee e l’impegno di una ragazza si può violentarla!

E se fosse tutto diverso e fossimo noi che attacchiamo i loro pozzi petroliferi? Se fossimo noi che attacchiamo le insegne del patriarcato e delle multinazionali? Probabilmente, come succede in Messico, vi indignereste per la nostra rabbia come mai vi sietie indignati per queste azioni.

El violador eres tu

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Respingere i migranti… ho un sogno

Ho il cuore spezzato sulle ultime orribili notizie che provengono dalla Grecia, non ne avevamo bisogno, e interrogarci sul perchè la gente diventa così feroce ed aggressiva sembra un esercizio inutile, Ho fatto un sogno, ho immaginato che cosa potrebbe succedere se… eccovi il mio racconto.

Nina Shala questa foto è stata fatta durante esodo forzato e pulizia etnica in Kosovo nel 1999

Ho fatto un sogno, che è una possibilità Forse si potrebbe…

Il campo era un brulicare di gente stanca, arrabbiata, malata… I poliziotti che ci accompagnavano avevano la solita espressione dura. Si accostarono ad un ragazzo:

-ehi, tu, vieni qui! Parli italiano? – Si signore, e anche inglese, francese, russo e..

l’elenco continuava con quattro o cinque lingue di differenti paesi.

Decisi di prendere in mono io la situazione: -Bene, tu ci puoi essere utile! Riesci a scovare altri tre o quattro che parlino italiano, ma magari anche lingue e dialetti diversi dai tuoi? In modo che possiate aiutarci a farci capire da tutte e tutti?, anche dai bambini?

_ Che intenzioni avete? Qui ad ogni mossa può scoppiare il finimondo! Che vi state imventando?

– dovrete avere ancora un po’ di pazienza, ma siamo riusciti a fare un piano di ingresso scaglionato, speriamo di riuscire a portare via tutti, ma prima le persone malate, le famiglie con bambini, i ragazzi soli. Ma trovami gli altri, o altre, meglio se ci sono anche delle donne tra gli interpreti, e poi venite tutti nell’ufficio lì in fondo che vi spieghiamo e abbiamo una proposta di lavoro temporaneo per voi. Una decina di persone sarebbe utile.

-Ok ci provo, datemi una mezz’ora!

L’ufficio aveva un grande tavolo centrale dove tutti potevano sedersi. Ad ogni posto una tazza con caffelatte caldo e qualche biscotto. I ragazzi si precipitarono sul cibo.

– Mangiate lentamente per favore, che potrebbe farvi male, abbiamo qui altro cibo, ma vogliamo essere sicuri di non fare danni invece che aiutare!

– Io sono tre giorni che ho mangiato un pasto vero! Però questo aiuta, grazie! –

-Io ieri ho mangiato un panino!

– Bene fate con calma, tra una oretta vi daremo altro da mangiare, fare tutto di fretta potrebbe farvi male.

Se siete in grado di ascoltare, ora cominciamo a parlare della nostra proposta di lavoro:

Sappiamo da tempo che qui la situazione è invivibile, e siamo riuscite ad ottenere un programma di accoglienza in Italia che dovrebbe poi darvi la possibilità di muovervi. Abbiamo bisogno di voi come interpreti, per il tempo in cui questo si svilupperà, diciamo intanto che vi chiediamo un impegno di tre mesi, se poi anche voi vorrete andare altrove sarete liberi, e con qualche soldo. Intanto abbiamo bisogno che si spieghi alle persone che cosa stiamo facendo e che si ottenga un po’ di collaborazione e di calma.

Capite bene che alleggerire il campo renderà comunque la vita migliore per chi rimane, ma intanto preoccupiamoci prima di avvisare le famiglie con bambini e di raccogliere le indicazioni delle persone più in difficoltà. Alcune segnalazioni ci sono venute dai volontari che collaborano, altre le chiediamo a voi, parlate con le persone, fate girare la voce che in tre mesi se ne andranno tutti, che avranno una prima assistenza a Trieste, e poi indicazioni e sostegno per arrivare dove vogliono! Avvisate i prepotenti, quelli che cercano di profittare della situazione che non si accettano violenze, non si accetta sfruttamento, tutte e tutti devono avere una possibilità. La situazione è così grave che necessariamente prima dobbiamo affrontare le urgenze.

Vi dico per che cosa dobbiamo prepararci: Domani mattina arriveranno i primi pulman, e con loro potranno partire circa 600 persone, quindi io direi per primi i malati più gravi, le persone denutrite in modo pericoloso, i bambini più piccoli con le loro madri, se possibile con tutta la famiglia. Il viaggio durerà alcune ore, durante il viaggio verranno visitati, su ogni pulman medico e infermiere, e nel limite del possibile alimentati con cautela, un bicchiere di latte e miele dovrebbe andare per tutti e alcune pappa nutrienti per i piccoli, ma valuteranno ogni caso sul bus. Essendo un gruppo abbastanza piccolo, già sul pulman si farà una prima cernita, ed una prima certificazione: si vedrà chi deve andare in ospedale, chi può essere curato altrimenti, si vedrà chi ha già un progetto preciso e chi invece ha bisogno di orientamento. All’arrivo i più malati andranno direttamente all’ospedale, gli altri verranno accolti in alcuni edifici che un tempo servivano per le colonie estive dei bambini, e in due alberghi che abbiamo prenotato. Qui possono riposare, chiarirsi le idee, recuperarsi. Lo spazio è per mille cinquecento persone, quindi appena depositati i primi e dopo aver riposato, o magari cambiato autista ed equipe, i pulman rientreranno qui per un nuovo carico di persone.

-Ma qui ci sono almeno settemila persone, come le scegliete? Con i due viaggi che avete previsto riuscite solo a sollevare un poco la situazione!

-Difatti vi abbiamo impegnato per tre mesi perché sappiamo che ci vorrà un po.

– Che cosa è cambiato? Che cosa succede? Nessuno bloccherà i pulman alla frontiera?

Abbiamo ottenuto che i finanziamenti per i respingimenti vengano dirottati sull’accoglienza organizzata, e c’è un accordo europeo, i pulman hanno tutti i permessi in regola, non dovrebbero esserci problemi! I primi poi, se gli portiamo via tutti questi malati ne saranno felici! E saranno comunque scortati da una camionetta per non avere problemi!

– Ma una volta là si ricomincia in un altro posto?

– No, l’idea è di dare qualche giorno per riprendersi, mangiare bene, dormire in un letto, al caldo, e intanto imparare almeno un po’ di italiano, essere informati sulle leggi, e vedere le offerte che ci sono. In Italia ci sono interi paesi quasi senza persone, ci potrebbero essere parecchie opportunità, per chi desidera coltivare la terra, per chi è artigiano, e per chi vuole fermarsi qui. Chi invece ha altri progetti, parenti in altri paesi, contatti vari, riceverà un permesso di transito, per arrivare dove crede, e là poi organizzarsi. Ci sono disponibilità di accoglienza anche in altri paesi europei, quindi vorremmo che le persone potessero scegliere, e non essere ancora trasportate come pacchi!

-È vero? Si potrà scegliere? Si potrà decidere che cosa fare? E se volessi studiare?

– Potrai farlo, questi mesi ti serviranno anche per capire come muoverti, che programmi fare. Ma adesso diamoci un po’ da fare qui! Anzi, prima, come state messi a vestiti e scarpe? Cominciamo ad equipaggiare voi, anche da come siete vestiti le persone capiranno che le cose stanno cambiando, ma fate in fretta!. Avete un quarto d’ora per cambiarvi e vestirvi, lì ci sono anche due bagni, uno per le signore e l’altro per i maschi, per favore, so che vi stiamo mettendo fretta, ma le cose da fare sono molte, le ragazze possono venire con me, qui ci sono abiti e mantelli per voi, forse non è quello a cui siete abituate, ma sono caldi e vi coprono. Cinque minuti ciascuna per una doccia calda, e poi vestitevi e venite di là, faremo insieme un piano, potrete fare osservazioni e dirci dove non va dove potremmo incontrare problemi. Forza ora! Avrete modo di farvi una doccia tutti i giorni, quindi non preoccupatevi se questa è breve, purtroppo dobbiamo fare i conti col tempo!

Quando siete pronte venite in sala, avrete un altro spuntino abbastanza sostanzioso che non vi appesantisca, e poi dicei minuti per i primi progetti. Ogni giorno ci sarà una riunione sia per chi resta che per chi va con i pulman, in modo che tutti possano comunicare, segnalare problemi e difficoltà.

Cominciamo a spostare i malati più gravi subito al caldo, abbiamo riservato un albergo per stanotte, e abbiamo solo questo pulmino, sarà lunga! Nell’elenco che mi hanno fatto le volontarie ci sono due che hanno avuto un infarto e che poi sono stati riportati qui… E poi quelle ragazze che quasi non riescono a camminare, e quel bambino piccolo così fragile, con sua mamma e suo papà, cerchiamo di non dividere le persone…

Ok, dove è il pulmino?- Credo che i primi dovranno essere proprio trasportati: c’è gente che non si alza da giorni. Ma prima ancora che ne dite di fare un annuncio generale? Noi siamo in dicei, ci divideremo in modo da poter ripetere a tutti quello che dite, e avrete anche bisogno di qualche uomo più forte in grado di trasportere i malati…

-Va bene, cominciamo, il pulmino è qui fuori, ha una ventina di posti, se tutti possono stare seduti.

L’annuncio scosse dal torpore un po’ di persone, intanto si avvicinavano in tanti a chiedere spiegazioni, supporto aiuto. Era davvero difficile scegliere! E qualcuno pretendeva di essere tra i primi, tutti erano stanchi, provati, denutriti… I malati gravi erano un gruppetto considerevole, furono necessari vari viaggi del pulmino per dare un letto a tutti. Comunque le cose si erano mosse, e quella sera tutte le persone rimaste ricevettero un pasto caldo.

All’alba erano tutti in fermento, un pulman si era fermato all’albergo caricando così i malati e le famiglie con i bambini più piccoli che vi avevano trovato riparo. Gli altri si affollavano per essere tra i primi, ognuno stanco e con esigenze urgenti. Due uomini robusti e decisi tenevano indietro le persone, alcune donne stanche e in difficoltà non riuscivano ad avvicinarsi, uno le spinse indietro, loro ed i tre bimbi che stavano aggrappati alle loro gonne lacere.

Si fanno appelli, ma tutto resta invariato, e i per i profughi dalla guerra è crisi umanitaria su cui giocano i potenti della terra

Si dovette intervenire. Furono invitati in ufficio gli uomini, ed eventualmente le donne più forti ed in forma: – Qui le cose stanno cambiando, e non si possono tollerare prepotenze, non state più combattendo tra voi per la sopravvivenza. So bene il clima in cui avete vissuto, ora le guardie stanno tranquille e non vi aggrediscono, non vi fanno male, ma è necessario l’aiuto di tutte e tutti per ricostruire un tessuto minimo di solidarietà e superare questo ultimo stacco. A voi che siete i più in forma, lo so che è una parola grossa, siete tutti stanchi ed affamati, ma a occhio voi siete in buone condizioni. Ora verrete nutriti tutti regolarmente, e quindi dovreste stare meglio. Vi chiediamo di collaborare a mantenere un clima di vivibilità e solidarietà, cominciate ad aiutare le persone più in difficoltà a salire sui pulman, e vedete di contenre l’urto di quelli che sono costretti ad aspettare. Alcuni volontari sono con voi, e stanno cercando di capire se c’è qualcuno che magari è psicologicamente in difficoltà ed ha bisogno di muoversi per uscire dalla paranoia. Vi chiediamo un comportamento da genitori, da sorelle e fratelli maggiori, ogni mafia interna va smantellata, nessuna e nessuno deve essere sotto ricatto, a tutte e tutti deve essere data una possibilità. Ogni giorni avrete una riunione con noi e con i volontari, perché voi conoscete i problemi ed i rischi, e dovremo cercare di evitare guai, altrimenti tutto il programma potrebbe saltare, e si tornerebbe alle guardie ed ai respingimenti. Dobbiamo agire con determinazione e con cautela, se no perdiamo tutto, noi e voi!

A voi non verrà un gran guadagno in soldi, avrete un premio a fine progetto, ma avrete cibo abbondante e la possibilità di dormire in un letto, l’albergo è prenotato per mesi, ma dovrete fare a turno, sapete meglio di noi che cosa succede di notte, se nessuno vigila. Chi è disponibile a fare questo lavoro metta la sua firma qui, e dica di chi intende occuparsi in primis, di che gruppo è, quali lingue parla. La comunicazione è indispensabile.!”

Anche quel primo ostacolo era stato aggirato, almeno per il momento, e divenne meno difficile allontanare le persone più fragili. Gli altri erano costretti ad aspettare, ma ora c’era almeno cibo e coperte per tutti, e piani da fare per il futuro, piani possibili finalmente!

Le cosidette guardie volontarie vennero incaricate di fare un primo censimento, insieme ai volontari che cercavano di contenere gli abusi, e quindi il secondo carico, e poi gli altri, sarebbero stati più fluidi.

Sui pulman le cose non erano semplici, persone stordite, stanche malate, che non volevano raccontare le loro storie, e che avevano bisogno di tutto, diffidenti come si può essere quando hai dovuto strappare alla violenza ogni respiro.

Ma i bambini cominciavano a mangiare, erano al caldo, e i genitori potevano lasciarsi andare un poco alla stanchezza, alla desolazione e sentire i propri dolori. C’erano lamenti, preghiere, lacrime, sbotti di ira e domande ansiose. Gli assistenti cercavano di rispondere e placare, non sempre era facile. Piano piano alcuni bambini si addormentarono ma il piccolo Tommy continuava a gemere in tono sommesso, non aveva neppure la forza di strillare. Una infermiera lo prese in braccio, cambiò il pannolino, cercò di dargli una ripulita generale e poi gli pose un caldo pigiama colorato, cullandolo dolcemente gli accostò un biberon colmo di pappa alla bocca, Tommy faceva fatica a succhiare, lei gli fece scorrere piano piano, goccia a goccia la pappa energetica giù per la gola, aspettando ogni tanto che deglutisse. Quando arrivarono alla frontiera finalmente anche Tommy dormiva. Sua madre sorrise alla infermiera e si riprese in braccio il piccolo finalmente placato.

Ci saranno altri giorni di dolore, di pianti lamentosi, poi verranno gli strilli e le risate, e finnalmente anche Tommy potrà crescere ed i suoi progettare un futuro.

Ci fu un primo scontro alla frontiera, le guardie non volevano sentire ragioni, avevano l’ordine di respingere tutti, non volevano far passare nessuno, evidentemente volevano anche un risarcimento, dato che meno migranti, meno necessità di respingere voleva dire meno lavoro, e meno crudeltà sfogata sui più deboli. Ci volle l’intervento della camionetta militare, dei comandanti e degli ordini scritti, alla fine si dovettero arrendere, e il convoglio fu fatto passare.

Un grande sospiro su tutti i pulman quando furono dall’altra parte, ma c’era ancora un bel tratto di strada da fare, e un altro confine da attraversare, ma questo era preavvertito e il passaggio fu semplice. Poi i Pulman si divisero, il primo e il secondo direttamente all’ospedale dove le persone vennero prese in carico: un primo documento con nome, cognome, provenienza era in mano a tutti, che così furono accolte e visitate, sistemate. Entro il giorno dopo avrebbero dato un riscontro, su quanti potevano essere dimessi e curati altrove e quanti avevano bisogno di assistenza più prolungata.

Gli altri pulma si fermarono di fronte al grande edificio delle ex colonie: c’era spazio, ed una grande sala centrale con tavoli e sedie preparata per uno spuntino di benvenuto. Si era pensato di cercare di evitare le file stressanti, le persone erano accomodate intorno ai tavoli, avevano un poco di cibo e tutti avevano già avuto durante le ore di viaggio una certificazione che li identificasse, che raggruppasse le persone per famiglie o legami che le facevano stare insieme.

Tutti eravamo consapevoli che alcune cose andavano verificate, gli elenchi stilati con le stesse notizie segnalavano agli operatori anche le situazioni più evidenti di rischio, e quindi si stava studiando un modo di intervistare le persone perché potessero essere libere di esprimersi e di segnalare eventuali pressioni inopportune. Le ragazze giovani, i ragazzi giovani, le madri che avevano concepito nel viaggio, spesso dopo stupri ripetuti, tutto veniva considerato attentamente.

C’erano le cose da fare con urgenza, come separare le ragazze ed i ragazzi dai propri sfruttatori, da chi li sorvegliava e voleva garantirsi la loro fedeltà ed il silenzio, e c’erano le cosa da fare con un poco più di calma, per tutti. Il primo impatto era fondamentale, importante. Ancora una volta gli interpreti vennero messi in moto per tradurre in tutte le lingue le indicazioni generali, Poi le ragazze vennero riunite in un locale e i ragazzi in un altro, non erano tantissimi l’agilità della giovinezza aveva consentito che pochi fossero fra i più stressati di quel primo gruppo di persone, pochi, di paesi diversi, affamati, stanchi, un paio con i piedi semicongelati e senza nulla per coprirsi. Le cose da fare subito: abiti caldi, un bagno caldo in cui sciogliere il gelo, una cioccolata calda, e poi parlare con qualcuno che conosce la tua lingua, che ti chiede innanzi tutto di che cosa hai bisogno, che ti può entro un giorno mettere in contatto con i tuoi genitori lontani, sì quel telefonino per cui tanti si scandalizzeranno è qui, senza carica per poter parlare con i parenti lontani e quindi per prima cosa, i telefoni sotto carica! Inatanto un discreto controllo dei messaggi permetterà di individuare le persone più a rischio, e cercare una soluzione.

Per tutti intanto subito, da domani mattina, lezione di italiano, e informazioni sulle normative e i progetti.

Le ragazze non hanno voglia di raccontare che cosa è loro successo, sono due gruppetti distinti provenienti da ambienti tanto diversi da faticare a comunicare l’uno con l’altro, ma questi mesi hanno eroso qualche barriera e la piccola Samar, che ha undici anni, si è attaccata ad una donna africana un poco più grande che la tiene stretta con aria materna. Ci sono ferite che non si possono nemmeno affrontare nella emergenza, e sarà necessario trovare loro al più presto un luogo accogliente in cui possano essere sostenute e curate a lungo… Intanto da domani lezione di italiano, e spiegazione delle opportunità che possono incontrare!

E poi il gruppo delle giovani madri con bambini piccoli. Alcuni di questio bambini sono partiti con mamma e papà, son un poco più grandi, hanno gli occhi spalancati sulle brutture del mondo, hanno visto aggredire e maltrattare i loro genitori, hanno imparato presto che essi non potevano proteggerli, ma hanno anche visto che hanno messo i loro corpi a difesa del figlio o della figlia, che hanno affrontato violenze e difficoltà da cui han cercato di proteggerli, che si sono tolti il cibo di bocca quando era troppo poco..

Quelli più piccoli ancora non capiscono parchè c’è quella ambivalenza nelle loro madri, non sanno di essere frutto della violenza, partoriti dopo gli stupri che hanno costellato i giorni di quei lunghi viaggi di dolore e prepotenza, e non sapranno mai chi è il loro papà. Alcune di queste ragazze hanno riversato sul piccolo tutto il loro amore e la voglia di sopravvivere, altre non vogliono, non riescono, non vedono che il volto della violenza dipinto in quel bimbo uscito da loro, bisognerà che trovino aiuto, per amarli, o per lasciarli andare, affidandoli ad altri, per poter in qualche modo chiudere quella pagina feroce della loro vita ed iniziare a ricostruirsi.

Compiti che non sono dell’emergenza, ma del dopo, dei progetti che si possono proporre. Intanto domande che faticano a ricevere risposta:

Da dove vieni?,

che scuole hai frequentato?,

che cosa sai fare?

Che cosa ti piacerebbe fare?

Sai leggere, sai scrivere?

E che lingua parli?

E si riparte da qui, dalla tua storia prima della partenza, chi hai lasciato, chi ti aspetta qui, che progetti avevi alla partenza?

Quante volte ti hanno ingannata, delusa, violata, minacciata?

Quanto ti puoi fidare?

Bisogna fare presto, ma andare piano, sfruttare i pochi giorni di questa permanenza per dare informazioni e risposte, per nutrire le menti ed i cuori.

Full immersion di Italiano per due giorni, e poi un incontro per gruppi, per classi, per famiglie, presentando le possibilità e le proposte. Al terzo giorno i visi comiciano ad essere più distesi, le ferite meno gravi sono state riparate, e si nota più energia e persino qualche sorriso, anche se due scontri hanno messo in evidenza che la tensione è ancora forte e che ci sono problemi di fondo che non si risolveranno qui, ma vanno tamponati. Intanto due falsi compagni ed una falsa madre sono stati individuati ed arrestati dato che stavano cercando di tenere sotto controllo e ricattre tre ragazze e due ragazzi. Almeno per loro si è rotta una catena. Dato che sono tutti minorenni, verranno affidati a comunità alloggio abbastanza lontane tra loro da evitare che possano essere ripresi nel giro. I loro visi sono sorridenti, partono domani.

E sempre domani parte un gruppo di tre famiglie che ha scelto di vivere in un villaggio un po’ sperduto, ma con tanta terra e spazio intorno. Alcuni hanno familiari all’estero ed hanno ricevuto il loro permesso di transito per raggiungere i parenti. Altri stanno valutando possibilità e proposte. Le giovani madri faranno una tappa di qualche mese in due centri di accoglienza per donne maltrattate che sanno come intervenire e provare a lenire i danni delle violenze e possono offrire un supporto e l’accompagnamento verso l’autonomia.

Le prime milleduecento persone sono tutte pronte per raggiungere altri luoghi,salvo i malati più gravi, i pulman possono ripartire per la seconda trance.

I malati, ce n’è parecchi, non vorrebbero restare indietro, ma alcuni malesseri hanno bisogno di tempo e di cure. Una palazzina attrezzata ad infermeria assiste i dimessi dall’ospedale che hanno comunque bisogno di cure ed anche quelli che non hanno voluto passare per l’ospedale ma a cui non basta qualche giorno per riprendersi quel tanto per proseguire. Vedere gli altri partire, sapere che ognuno ha una meta definita, che sa più o meno che cosa l’attende, è una bella rassicurazione, uno sprone ad accettare attenzioni e cure, così da poter attuare i propri progetti.

Il secondo gruppo porta nelle case della colonia altre persone ferite, stanche, denutrite, alcuni piedi congelati e montagne di amarezza.

Il tocco dei volontari che dirigono il posto è fermo e gentile, un luogo di passaggio dall’inferno alla vita, normale, decente, difficile anche, ma vita, progetti desideri, fantasie…

Un paio di interpreti sono inquieti, non riescono a reggere l’impatto con i tanti dolori che si trovano ad affrontare, e non hanno ancora potuto affrontare i loro di dolori.

Bisogna fermarsi un momento, dare ascolto ed attenzione, offrire sostegno e speranza. Una ragazza sceglie di rimanere, chiede solo un poco di sostegno personale, le riunioni con le persone che hanno iniziato questa baraonda servono davvero, e lei trova in una volontaria l’appoggio di cui ha bisogno. Un giovane invece morde il freno, con questo secondo gruppo chiede che ci si occupi anche della sua situazione, vuole andarsene, sa di essere utile qui, ma il poco denaro che riceve non basta a sostenere la famiglia lontana che da mesi aspetta. Ha un contatto, che decidiamo di verificare: come è, che cosa lo aspetta davvero? Che speranze ci sono di una evoluzione positiva?

Verifichiamo, pare si tratti di un parente da anni in Germania, ben inserito, che offre alloggio e contatti per un lavoro.

Le richieste di verificare la situazione in loco danno riscontri abbastanza tranquillizzanti, e allora vai Alì, vai per la tua strada, chiudi con il dolore e la violenza. Un paio di contatti con associazioni di volontari in loco ti possono essere utili, in caso di bisogno, o solo per non essere solo. Buon viaggio ragazzo! Il tuo lavoro e la tua presenza qui sono stati preziosi, ed ora puoi partire .

Il campo originario è adesso molto meno affollato, ha quasi raggiunto le dimensioni per cui era stato creato, e ci sono nuovi arrivi, non molti, uno stillicidio di persone che cercano una strada.

Ci vuole un mese intero perché tutti i più fragili e disperati possano essere trasferiti ed instradati. Un mese di lavoro frenetico, di stanchezze e delusioni, di problemi da fronteggiare, di confronto con la malavita che lucra sulla immigrazione e con i collusi. Resta qualche dubbio, qualche attenzione da segnalare perchè le vittime vengano tutte sottratte al traffico di esseri umani, ma nell’insieme le cose sembrano prendere una buona direzione. Emergono anche le storie delle persone, storie di dolore, di aggressione, ma anche di solidarietà inattese, di amori sbocciati dentro l’orrore che hanno dato la spinta per superare gli ostacoli ed arrivare lì…

Viene da chiedersi perché incanalare tante energie nel fare del male? Perchè dobbiamo contare dalle storie di chi è sopravvissuto i morti lungo il cammino? Perchè fanno paura? Quanto costa torurare, respingere, aggredire, forzare in luoghi impossibili?

Lacrimogeni contro i profughi siriani, da Avvenire

Speriamo che questo progetto sia un esempio ed uno stimolo per altri. Un paese di sessanta milioni di persone sembra spaventato dall’arrivo di quanti? Venti, trentamila migranti? E se fossero anche duecentomila? Bambini che popolano le scuole ed i parchi, paesi che tornano a rivivere, artigiani , donne ed uomini che scambiano notizie ed informazioni… Un primo bilancio fatto su questo gruppo prova che il finanziamento sottratto ai respingimenti è più che sufficiente per pagare gli stipendi degli accompagnatori, di infermieri e medici, per l’alloggio e le medicine, tanto quanto costava torturare persone e mantenrle al gelo. In più, con la fine dell’emergenza anche il clima sociale si fa più sereno. Non è più successo che le persone arrivassero in un posto dove erano isolate e respinte, Ogni nucleo ha accolto quei pochi che poteva sicuramente inserire tranquillamente, e quindi il lavoro inziale di accoglienza e inserimento sta diventando diffuso su tutto il territorio, e il clima cambia. Abbiamo evitato di fare troppa pubblicità alla cosa, perché non si appuntassero su di noi gli occhi dei detrattori, ed ora siamo quasi a regime. In due mesi ancora il campo che abbiamo affrontato sarà chiuso, e poi cercheremo altri progetti! Anche in Grecia, dove troppe persone sono bloccate in sospeso, si sta guardando al nostro progetto: con i finanziamenti europei per i respingimenti, o l’accoglienza, a secondo dei casi, si riesce a pagare lo stipendio ad un buon numero di persone, tra operatori, medici ed interpreti. Il rapporto tra persone del posto e migranti è variabile, ma almeno una ottantina di posti di lavoro stabili sono rimasti, più tutti i progetti temporanei che poi possono venir trasformati con le azioni in loco…

C’è pure da formare le persone, da sostenerle, da fare tutto un lavoro di preparazione, e anche quello di psicologi ed educatori di comunità sono posti di lavoro, anche gli infermieri, i medici.

La collaborazione delle associazioni come medici senza frontiere o Emergency sono di incalcolabile valore, anche perché si tratta di operatori già formati per affrontare situazioni di crisi.

Con tutto ciò ora qui si preoccupano che il centro si svuoti, e che non ci sia il continuo flusso di persone, che dopo i primi giorni uscivano, si permettevano un caffè, o degli acquisti indispensabili.

E proprio qui intorno è nata una rete che ha accolto alcune decine di persone, poche, non troppe, uno perché conosce le lingue, l’altro perché è un buon artigiano e sa riparare molte cose, persino un tecnico informatico ha trovato lavoro qui, e due ragazze senza altri legami sono state accolte in due famiglie: il loro bambino crescerà con quelli della famiglia, e dopo la prima sistemazione e quando saranno in età da andare a scuola, anche le madri potranno fare dei progetti diversi, di altra scuola, o di lavoro, o chissà…

Il piano prosegue, le percentuali di persone accolte negli altri paesi vengono rispettate, ma non si tratta di spostare dei pacchi: ognuno ha scelto, dove andare, con chi, a quale progetto aderire, a quale sottrarsi, e contninuano a scegliere, a muoversi, e sembra un contagio: i primi aprono la via perché altri possano venire accolti, c’è stato solamente un problema, e tre giovani sono ritornati al centro, amareggiati e infuriati, ed è stato necessario accompagnarli a comprendere anche i propri comportamenti, le reazioni che provocano, i rifuti dovuti alla diffidenza.

Una errata valutazione anche delle possibilità, questi devono potersi muovere verso un lavoro, devono stabilire da subito rapporti adulti, capire ed affrontare i problemi, la propria diffidenza nutrita da mesi di angherie e la diffidenza degli altri, nutrita da chiacchiere incivili…

Piano piano le cose si appianano, gli angoli vengono smussati, i progetti possono ripartire-

È solamente un sogno il racconto qui sopra, ma molto verosimile, si puà fare, si possono smantellare le enmergenze regolare i flussi in modo che non si debba pagare il prezzo enorme di dolore, di vite, di amarezze che segnano il cammino di queste persone. Si può affontare la necessità di spostarsi, si può discutere addirittura di un cambiamento delle nostre società, perché non è una crisi passeggera, non è che finita la guerra in corso non ce ne saranno altre, e ci saranno cambi di clima, terremoti ed uragani, e ci vorrà un contninuo scambio un intreccio di aiuti verso i paesi sfruttati, verso le povertà prodotte dal nostro sfruttamento e verso di noi, che dobbiamo uscire dalle barriere della conservazione del nostro stato di cose, che in realtà non sono più le stesse, e il divario tra le persone e le classi sociali è impressionante.

The planet doesn’t need money, it needs behavioural change: Sonam Wangchuk
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Buon compleanno Franca!

Cara Franca, questa lettera ti arriverà attraverso l’universo. Da quando ci hai lasciato ho tentato di scrivere su di te, senza riuscire a districare quel che volevo dire. Una donna che ha osato vivere la sua vita, mettersi in gioco, che ha attraversato amori e delusioni senza mai chiudersi, riconoscendo le sue fragilità e quasi facendosene forza, aperta e disponibile, con le persone intorno e con quelli che venivano da altri mondi.

Il lavoro con i bambini in difficoltà, le famiglie di quei bambini che han trovato in te un sostegno anche quando il sistema prevedeva solo trattamenti tecnici senza cuore. Le rabbie, le delusioni, la insistenza nel cambiare il contesto. E noi che cercavamo il nostro modo di stare al mondo. Lasciare la casa e non lasciare gli affetti, e le tue case sempre rifugio per altre e altri, di passaggio o stanziali che non schiodavano, e tu a barcamenarti tra disponibilità e necessità. Tuo figlio che cresceva e tu che temevi di non essere abbastanza brava, di non rispondere abbastanza alle sue necessità. Un bambino sereno e la scoperta che il tuo benessere era necessario anche per lui.. Ti dirò una cosa, qui tra noi, possiamo essere orgogliose di come sono venuti su i nostri figli, degli uomini che sono diventati, oh, io sono orgogliosa anche di mia figlia, ma quella è un’altra storia. Ma vedere l’uomo che è diventato tuo figlio dovrebbe farti vibrare di gioia anche dall’altra parte dell’universo, perchè credo che sia uno splendido uomo normale, dolce e solido, capace di empatia, e certo la tua parte almeno a permettergli di essere quello che è l’hai fatta.

E “La Luna nel pozzo”, le riunioni, sempre a casa tua, i tentativi, le urgenze, le necessità, i bisogni, le nostre fragilità, la incomprensione dei limiti che il sistema metteva alle nostre volontà di salvare il mondo.. e poi cambi casa, e poi la Bosnia, le persone da accompagnare e le morti, le ferite, e resistere col cuore spezzato perchè qualcuno ha bisogno, e poi silenzio, allontanrsi, ma poco, perchè c’è sempre qualcosa da fare, da seguire… per un po’ siamo state anche vicine di casa, anni di scambi e di intrecci di percorsi, di impegno, di distanze e di vicinanze. Mario nella mia vita, e le lezioni sui tarocchi, e poi noi che cambiamo città e paese, e grazie ai telefoni che permettono scambi costanti, e io che torno, e mi appoggio da te, per seguire mia madre e poi tanti impegni, i migranti, le persone fragili, la valle, la radio, la casa in città. “prendo le distanze, ma domani presidio davanti al tribunale, e poi le donne, le vicine, le ragazzine che hai visto crescere e continui a sostenere, e poi tu che vieni a Bassano a trovarci e lo scambio diviene tra storie e impegni diversi, e cani e gatti e vita, bambini. Occuparsi anche di sè, ma senza chiudere.. e poi tua sorella, tua madre, le donne della tua famiglia, e poi ci incontriamo in sospeso tra i mondi progetti, progetti rimandati, c’è sempre altro da fare, incontri tra donne, incontri tra noi, un viaggio in Messico che non riuscirai a fare..

Questa estate, ero decisa a vederti, avrei trovato il modo di venire io, ma tu no, hai voluto metterti alla prova, viaggiare, vedere che cosa riuscivi ancora a fare, da sola, senza aver paura, anche di chiedere aiuto nei momenti di smarrimento.. E poi insieme a Tarquinia, il museo etrusco, e poi a Bomarzo, quella foto con la valle del Tevere sullo sfondo, e poi guardare le rondini che volano, felici di vederle svolazzare nel vicolo tra i palazzi antichi, sembravano a loro agio, e visto che stanno sparendo, ci era sembrato un bel segnale.

Nella foto indossi la mia maglietta, quella con la scritta “only good vibres” anche questo era un augurio, solo energie positive, solo vibrazioni positive. Il compleanno di Mario, insieme da Cinzia, e poi sei ripartita, troppo presto ti ha detto Miriam, ma il bilancio sembrava molto positivo. e sei partita con altri progetti, altri viaggi già pensati, e la promessa, appena fossi stata bene, di raggiungerci per una lunga vacanza qui in Messico

E tutto si è fermato, te ne sei andata così, ho pensato che eri venuta a salutarci, mille volte dicendomi che ti piaceva come ero vestita, come ero diventata, niente di che, ma approvavi, hai trovato un bel modo di porti… ed ho pianto il tuo ultimo viaggio, forse non dovrei, dovrei esser felice che non hai più vincoli, non hai paure, che sei andata oltre il dolore ed i problemi e sei libera.

Ma mi manchi, mi manca non poterti sentire, chiedere il tuo parere, sapere come stai, quei fili attraverso i mondi che ci tenevano vicine “e come sta l’omo?” che chiedevi quando non gli parlavi direttamente, e poi no dove sei quando mi parli ora? Il colibrì viene quasi tutte le mattine sull’albero di silicote, ma da alcuni giorni c’è un altro uccellino che viene con un cinguettio sommesso, sembra che voglia attirare la mia attenzione, aspetta che lo saluti, che cerchi il suo piccoolo corpo tra i rami, e dopo un po’ riparte, ma torna spesso e ti saluto attraverso di lui, che porta il messaggio e ritorna.

E allora buon compleanno Franca ovunque tu sia nell’universo!

Sopra la valle del Tevere

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San Valentino

festa dell’amore, amore ,amicizia, amore tra i popoli…

E allora apriamo una finestra d’amore

che lasci passare l’aria, il sole, la vita

Apriamo i porti, apriamo i cammini

accogliamo gli incontri stringiamo le mani

e costruiamo insieme oggi e ogni giorno

un cammino d’amore d’amicizia, di incontri

apriamo i cuori, e le braccia piantiamo alberi, seminiamo

nuovi cammini fioriti

perché il passo sia lieve, e il riposo sereno.

Amore, amichevole amore

che accompagni e sostenga,

che conduca oltre la voglia di possesso.

Ti guarderò andare

amore mio, se il tuo cammino

conduce oltre, e sosterrò la tua strada.

Tu, io molti a stringere mani,

a sfidare monti scoscesi e mari in burrasca

ad aprire sentieri, raccogliere, amare

e infine giungere alla vetta felice

dell’incontro possibile dove le differenze

germogliano nuove piante

intrecciando speranze di un mondo nuovo

C’è sulla strada un cuore.

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LUNA PIENA DI FEBBRAIO – LUNA DI NEVE

LUNA PIENA DI FEBBRAIO- LUNA DI NEVE 8/9 febbraio

una splendida luna, grande e bella illumina il nostro cielo notturno. La Luna nel segno del Leone, segno del Sole:

Luna e sole si incontrano nel cielo…

C’è una energia forte positiva in questa luna, che ci connette con il passato recente, i progetti fatti i mesi scorsi, per farci raccogliere ciò che abbiamo seminato e proiettarci avanti, consapevoli, concrete, attive.

Gli eventi di questo tempo, alcuni violenti e terribili, altri portatori di speranze e nuovi progetti ci portano a pensare azioni ed iniziative che ci facciano proseguire nell’unirci, nell’amarci e nel lasciar andare rassegnazione e paura. È il momento di organizzarci, di cominciare seriamente a pensare di uscire allo scoperto, di collegarci con la luce che ogni giorno di più allontana il buio della notte, con la luce della Luna piena, discreta, leggera, ma piena di forza, e capace di muovere le maree e influenzare le nostre vite, il nostro sonno e la nostra veglia. C’è stato un grande incontro di donne in Chiapas, quasi 4 mila donne da tutto il mondo, e potete vedere i due post precedenti su questo blog dove ho tradotto e condiviso il racconto di Pola Ferrari. Uno dei tanti report degli incontri che ho letto, mi è sembrato completo, e capace di sollecitare riflessioni ed impegno. (Grazie a Maria Teresa che me l’ha passato)

Nel momento in cui riceviamo tanti stimoli ad unirci, a lavorare insieme a molti livelli. Mentre Nicoletta Dosio accetta la prigione per rivendicare la sua coerenza con una lotta sacrosanta che va avanti da tanti anni, mentre altre compagni e compagni No Tav, ma anche No mous, sono perseguitati e vedono ristretta la loro libertà con limitazioni che riguardano i peggiori terroristi, noi ci ritroviamo a rivivere le stesse storie di prima in altro modo. De Andrè cantava “lottavano così come si gioca i cuccioli del maggio,… loro avevano il tempo anche per la galera” Ora non sono tanto i cuccioli, quanto gli anziani, e le anziane a lottare in modo meditato, deciso, anche allegro e determinato e sconvolgono i territori del potere. Mentre consideriamo i progressi della libertà femminile, ci risuona il monito delle denne zapatiste: “Pero nos siguen asesinando” e ci accompagna il loro invito ad unirci, ad organizzarci e fare iniziative forti e visibili già per il prossimo otto marzo, ripendendoci questa data dalle celebrazioni ufficiali vuote di senso, dai riti capitalisti che tutto ingoiano per farne la nostra giornata di focalizzazione e lotta. Continuano ad ammazzarci, “in tutte le geografie” in tutte le latitudini, con le scuse più becere e il potere più infame, ed è ora di dire davvero Non una di meno! Vogliamo restare vive! Ni una mas nell’elenco delle donne uccise. Il canto di Latesis ci accompagna gridando che “Il patriarcato è il giudice delle nostre vite” e noi siamo vittime di una repressione quotidiana che neanche si vede, perché è talmente introiettata da essere parte di noi, della critica alle altre donne, a come vestivano, a dove si trovavano, a quanto erano disobbedienti. E poi i fatti e le tragedie smantellano queste critiche. Mentre Toscani, il fotografo venduto ai Benetton, si permette di consigliare di abbandonare trucco e tacchi alti per evitare di essere stuprate, proprio in quei giorni compare la notizia di una donna di novanta anni, sì, novanta, stuprata ed uccisa! Non c’è protezione, non c’è età, non c’è latitudine che ci possa proteggere. Dobbiamo unirci, lasciar stare le meschine querelle, le differenze invalidanti, le lotte intestine: impariamo ad ascoltare, ad ascoltarci, a non giudicare, ma sommare forme e storie di lotta perché solo un abbraccio grande come il mondo che ci unisce e sostiene può cominciare a smantellare questo castello di violenza, e permetterci di costruire quel mondo nuovo in cui tutte speriamo di vivere, essere noi stesse, con le nostre differenze espresse con amore, con gioia, con la necessità di incontrarci e quella di stare sole, di fare i nostri gruppi e di ascoltare il silenzio. La luna piena ci aiuta, a fare il punto, a raccolgiere le energie, ad avvoglerci in questa onda d’amore che possa lentamente ma con determinazione disperdere l’odio, la prepotenza, l’arroganza del patriarcato e del capitale.

Le donne zapatiste ci annunciano che nei loro territori non c’è stata in questo anno nessuna donna uccisa, nessuna desaparecida, e che stanno affrontando i pochi casi di prepotenza e maltrattamento che si sono verificati. Loro stanno svuotando il loro mondo dalla violenza, il che vuol dire che si può, che si possono creare mondi di libertà, di amicizia, di solidarietà ed espanderli sino a coprire tutto il mondo. Abbracciamoci con amore

Di seguito alcuni spunti di riflessione da “Cammina nel sole” al solito potete approfondire andando sul sito, e poi i link ai blog.

“Ci sono molti livelli in questa luna piena, quindi ti incoraggio a vibrare con quello che senti.(…)

La luna piena di febbraio cade l’8 o il 9 del mese, a seconda del fuso orario. Riposa nel segno del Leone e la sua energia  tende il fuoco che vive nei nostri cuori.

(…)

Quando il Leone ha spazio per la Luna Piena, è come un raggio di luce che brilla su tutto ciò che è oscuro e pesante nelle nostre vite.

Il Leone è un segno di fuoco che ci ricorda di connetterci con tutto ciò che ci illumina. Ci ricorda di connetterci con il nostro fuoco interiore, con il nostro Sole interiore, e ci ricorda che la vita è per sperimentare piuttosto che controllare.

Cosa dà fuoco alla tua anima?

 Quali sono i fan della tua fiamma interiore?

 Cosa ti porta un senso di scopo mentre ti muovi attraverso le esperienze della vita?

Queste sono alcune delle domande che la luna piena di febbraio ci pone.

 Vuole che ci mettiamo in contatto con queste domande in modo da poter lavorare per eliminare tutto ciò che  ci separa dal sentirci presenti e in pace con le nostre vite.

C’è qualcosa di rafforzante, motivante e riparatore anche in questa Luna Piena, non solo perché rientra nel segno del Leone, ma anche perché forma un armonioso allineamento con il pianeta della motivazione, Marte.

Marte sarà come un oratore motivazionale al nostro fianco, sostenendoci mentre affrontiamo qualsiasi sfida o progetto durante questo periodo.

L’energia di Marte ci aiuterà a spingere oltre ogni paura che ci trattiene o che mantiene piccola la nostra luce interiore.

Se ci sono paure a cui ti sei aggrappato, se ci sono cose che preferiresti non guardare, o dolori che si sono sentiti troppo pesanti da trasportare, lascia un po ‘di spazio affinché questa Luna Piena ti trattenga.

(…)

Se c’è qualcosa che avresti voluto fare, qualcosa che avresti voluto provare, qualcosa che avresti voluto dire, questa Luna Piena ti darà la dose di autostima e fiducia in te stessa di cui hai bisogno.

La sua energia è lì per noi da usare, ma è reale solo se agiamo su di essa, se la lasciamo entrare, se gli permettiamo di guidarci.

… questa è sicuramente una di quelle lune piene in cui puoi impostare l’intenzione di superare una paura o una barriera per sfondare dall’altra parte.”

Come al solito vi invito ad andare sul sito per tutti gli approfondimenti e gli stimoli che può offrire. Approfitto di questa nota, presa dal sito di astronomia, ;

“Il 2020 è un anno bisestile, il che significa che febbraio ha un giorno in più per noi. Questo giorno speciale, il 29 febbraio, ci dà il codice numerologico  8, un numero che rappresenta l’equilibrio, l’abbondanza e il potenziale infinito dell’anima.” per inviare un augurio particolare a Gaia che si sposa con Anagh proprio il 29 febbraio, circondiamola con tutta una onda d’amore perché questa vita di coppia che iniza possa godere di tutta l’energia positiva illuminante di questi giorni, della primavera che viene.

Ci sono due blog che vi consiglio di seguire:

Lunanuvola’s Blog

Il blog di Maria G. Di Rienzo

lunanuvola.wordpress.com

Spiral Red Earth

spiralredearth.home.blog

Magia della Luna

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Incontro di donne in Chiapas – seconda parte

Seconda parte – Quanta paura alberga nei nostri cuori, nelle nostre storie? Quanta inconsapevole complicità, compenetrazione con il patriarcato abbiamo introiettato che ci impedisce di essere accoglienti e libere? La difficoltà di stare in ascolto del dolore delle altre, di abbracciarle con sincerità e abbandono si scontra con le nostre paure di accettare il male e la prevaricazione che ha attraversato le nostre vite… A volte fare le figlie ribelli, che ignorano regole e patti condivisi, che si tirano fuori e rischiano di irridere e distruggere tutto è un altro grido di aiuto, molto difficile da comprendere ed ascoltare, perché nell’ostentazione di sicurezza, di volontà di esprimersi e violare qualunque richiesta, qualunque cosa, c’è una barriera che poniamo contro il dolore, perché ci fa paura, ci spaventa dover ribaltare le nostre piccole sicurezze, le nostre abitudini ribelli, perché noi siamo arrivate sino lì, e non abbiamo la forza di mettere in discussione la nostra realtà, le nostre abitudini, a rischio di far crollare il castello di menzogne che ci raccontiamo, e ritrovarci inermi e bisognose. Ma le donne che lottano sono sorelle compagne, ci sostengono insieme anche nella nostra debolezza, e possono aiutarci a scacciare la paura

Il racconto di Pola, problemi e commenti

Nello stesso tempo in cui le mujeres que luchan ci ascoltavano attentamente, rabbrividivano per il dolore, ci incoraggiavano ad organizzarci, le donne che non ascoltano facevano le loro feste di risate, balli e circo

Convivevano due mondi e due sensibilità: quello delle mujeres que luchan, e quello delle donne che non ascoltano. In vari momenti i decibel del circo coprivano le testimonianze delle donne che aprivano il loro cuore ed incominciavano a ricostruirsi collettivamente con la forza e l’abbraccio collettivo

Non si può credere, sorella e compagna, che parlano tanto di progresso, della modernità e del grande sviluppo che vi è in quei mondi, e non vi sia chi ha un poco di umanità per commuoversi di queste disgrazie, dolori e disperazioni che si sono dette, ma anche quelle che non sono state nominate.

Come è possibile che una donna con questi dolori, queste pene, debba venire sino a queste montagne del sudest messicano per ricevere il minimo che noi dobbiamo tra donne, che è un abbraccio di appoggio e consolazione

Forse la donna che non ha subito violenza pensa che questo non sia importante, però qualunque donna che abbia un po’ di cuore sa che questo abbraccio, questa consolazione, è un modo per dire, di comunicare che non siamo sole.

Non sei sola, compagna e sorella

Le mujeres que luchan non si stancano di ripetercelo tante volte come sia necessario lo stesso messaggio. Per vedere se ascoltiamo e comprendiamo una parola sincera.

Le donne che non ascoltano distruggono tutto.

Il loro comportamento patriarcale e coloniale le porta a non rispettare nemmeno gli accordi di base dello zapatismo

Su bolle di feste multicolori, coreografie copiate, cori sbiaditi calpestano territori ribelli e degni.

I loro modi patriarcali annullano tutti gli altri sentimenti: non sono capaci di vedere, di ascoltare, di annusare, di abbracciare e sentire insieme.

La loro falsa libertà ed il sentimento di superiorità (?) le portano a non rispettare le regole di base delle mujeres que luchan.

È stato necessario ripetere tre volte nell’altoparlante :

Compagne, non abbiamo bisogno di marijuana. Siamo venute per organizzarci, per vedere come camminiamo come donne. Non abbiamo bisogno di queste cose. Possiamo camminare liberamente, ma questa cosa non la permettiamo. Prenderemo provvedimenti

Il loro agire fu tanto scomposto ed irrispettoso che non solamente fu commentato in cerchio. La rete di resistenza e rebeldia La Caracola ha fatto autocritica pubblica per non aver rispettato gli accordi zapatisti

Il comportamento fu tanto coloniale che non rispettarono le regole, ne gli avvisi fatti per tutte al microfono da coloro che ci ospitavano.

Perchè le donne che non ascoltano si credono forti, si credono libere. Abbiamo tanto introiettato il sistema capitalista coloniale patriarcale che non siamo capaci di rispettare accordi minimi

Questo è il falso piedestallo che abbiamo eretto in nome del femminismo

Come si coniugano le parole della comandanta Amanda circa la costruzione collettiva di territori liberi dove possiamo stare allegre e sicure e procedure colonialiste patriarcali?

Mettere a rischio la creazione collettiva della mujeres que luchan, burlarci dei loro accordi, delle loro leggi… come siamo lontane. Quanto ancora ci manca!

Questo agire da parte di donne che si autopercepiscono come femministe.

Nelle montange del sureste messicano si fanno visibili le conseguenze della mistificazione del movimento, dei trend che vanno, della loro potenza(?). Del mediatico, i flash, le tribune , i protagonismi individuali, la incapacità del collettivo.

Le parole di Amanda risuonano nella mia mente: dopo averci chiesto che cosa abbiamo fatto noi, esse ci danno conto:

Per questo compagna e sorella , il racconto che noi ti portiamo è che tra le nostre compagne in questo anno non c’è stata nessuna assassinata o scomparsa.

Sì abbiamo alcuni casi di violenza contro la donna, e stiamo vedendo di castigare i responsabili, tutti uomini…

Si tenemos algunos casos de violencia contra la mujer, y los estamos viendo de castigar a los responsables, hombres todos ellos…

.Una conversazione con l’autorità di Lucia de La Realidad mi ha permesso di rispecchiarmi:

Mi ha parlato in modo che potessi capirla, con poche parole.

Alla domanda circa l’obiettivo che avevano con questo segondo incontro, dopo una pausa mi disse: “ L’obiettivo è cambiare voi. Noi che stiamo qui già abbiamo fatto. Non abbiamo problemi nella nostra comunità, solo li produce il mal governo. Il nostro maggior problema è il sistema capitalista”

e se non è abbastanza chiaro:

Perchè così possiamo dirvi, in tutti gli idiomi, in ogni luogo, con tutti i tempi:

che non siete sole

che ci mancate

che vi aspettiamo

che non vi dimentichiamo

che abbiamo bisogno di voi

perché siamo donne che lottano

e non ci vendiamo, non ci arrendiamo, non esitiamo

que nos hacen falta.

que las extrañamos.

que no las olvidamos.

que las necesitamos.

porque somos mujeres que luchan.

y nosotras no nos vendemos, no nos rendimos y no claudicamos.

Giorno quattro,cinque, sei sette…

e adesso?

Come rispondere a questa convocazione?

Come dimenticare le lacrime della mujeres que luchan ad ascoltare le denunce?

Come proteggerci tra noi?

Come difenderci tra noi?

Come autoorganizzarci?

Las mujeres que luchan sono state sincere:

E ti diciamo la mera verità, che a voltre litighiamo tra noi, compagna e sorella. Ci scontriamo per sciocchezze, dalle donne che siamo

Forse perdiamo il tempo in queste lotte stupide perché ora siamo vive e al sicuro

Perchè c’è stato un tempo che vivevamo solo la morte

E, in verità, guardando come stanno le cose nei vostri mondi, non offenderti sorella e compagna, vi auguriamo che venga il giorno che possiate discutere o scontrarvi su chi è più carina, più giovane, più intelligente, meglio vestita, ha più fidanzati o fidanzate, o mariti e marite, o perché mettono la stessa roba, o perché i vostri figli sono migliori o peggiori , o per queste cose che succedono.

Perchè quel giorno, compagna e sorella, vuol dire che questo, la vita, non è più un problema.

E allora a volte potremo essere stupide come gli uomini e spettegolare sciocchezze.

O forse no, forse capiremo che vive e libere saranno altri i problemi, altre le discussioni, altre le lotte.

Siamo lontane da quesi giorni,

E allora dobbiamo cominciare in piccolo, in silenzio, fuori dai punti di fuoco, aprendoci all’ascolto profondo, a non temere di riconoscere i nostri errori, a mettere sotto esame i nostri progressi, come movimento, guardando verso il basso, e non verso l’alto.

Creando spazi, per piccoli che ci sembrino di libertà. Spazi di donne, anti patriarcali, anticapitalisti

Spazio dove ci accordiamo di lasciar fuori i nostri abiti tessuti con fili capitalisti di guerra, saccheggio e distruzione. E quando ci venga voglia di andarle a cercare, chiedere l’appoggio delle nostre compagne. Difendendo le nostre terre, le nostre acque, le nostre parole.

Perchè già sappiamo che non siamo sole

Che las mujeres que luchan ci han fatto posto nei loro cuori per accompagnarci.

E che ognuna di noi si è connessa con la nostra dignità, aprendo i nostri cuori per accompagnarci lì dove stiamo, cercando di essere ogni giorno una donna che lotta.

Ragazzine che lottano, che stanno lottandoin Cile,  le accompagno con tutto il mio amore
Ragazze che lottano, in Cile
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Donne, un incontro in Chiapas

Si sono incontrate più di tremila donne in Chiapas nel Segundo encuentro de mujeres que luchan. Donne da tutto il mondo venute sin qui per incontrarsi confrontarsi, ascoltare ed essere ascoltate, per cercare una risposta al quesito su come lottare per restare vive in un mondo dove le donne continuanop a morire per mano troppo spesso dei loro compagni, o di uomini che le conoscono o meno. Uccise perché donne.

Le zapatiste che hanno promosso l’incontro hanno offerto il quadro e la protezione. Ho letto molti report sull’evento, questo che segue è il racconto di Pola Ferrari, che divido in due parti, dato che è molto intenso, ricco di stimoli, e mi piacerebbe che non lasciassimo perdere niente, che tutti ci sollecitassero a quella riflessione, a quella organizzazione che ci viene suggerita e richiesta dalle donne zapatiste:

L’intenzione di questo testo è condividere ciò che ho vissuto nel secondo encuentro de mujeres que luchan. Iniziare un dialogo

Pola

Sembra semplice da dire, però sappiamo che ci sono pochi luoghi al mondo dove possiamo stare contente e al sicuro”

Il territorio zapatista è uno di questi luoghi

Las mujeres que luchan hanno reso possibile una riunione imponente: siamo arrivate da tutte le parti. Insurgentes e miliziane ci hanno ricevuto nel loro territorio, ci hanno accudito, nutrito, ci hanno aperto il cuore, ci han dato le loro parole ma soprattutto il loro ascolto.

L’ascolto profondo che si fa con lo sguardo, con la pelle, con la voce, con l’alimento e il rispetto. L’ascolto profondo che entra nella pelle ed arriva al cuore.

Non si tratta di competere per vedere quale è la lotta migliore, ma di condividere e condividerci

pose in chiaro dall’ inizio la comandanta Amanda

Questo secondo incontro ha una continuità diretta con il primo: in quello le zapatiste mostrarono la loro organizzazione, la loro arte, il loro modi di porsi. In questo ci interrogano:

Vogliamo ascoltarti e guardarti perché abbiamo delle domande:

Come ti sei organizzata?

Che cosa hai fatto?

Che cosa è successo?

E a questo ci hanno invitate: a pensare e pensarci. A dar conto di quello che facciamo. A condividere esperienze. Senza distrazioni, senza punti di fuoco, senza articoli di giornale. Con un unico tema: la violenza contro le donne

Ci hanno invitato a riconoscerci durante tre giorni:

Nel primo aprire il microfono ed il cuore per fare le nostre denunce.

Il secondo per condividere esperienze e proposte

Il terzo gridare di allegria e di forza perché siamo donne che soffrono, ma siamo anche donne che pensano e si organizzano, e, sprattutto, siamo donne che lottano.

Così l’hanno detto.

La risposta è stata potente, foriera di speranza.

Più di tremila donne, alcune con i figli e le figlie. Molte donne con domande cercando di creare una risposta collettiva.

L’esempio zapatista è un turbine che contagia, una voce chiara, senza confusione

Con la loro parola ferma ed onesta ci invitarono all’ascolto perché serve a tutte noi ascoltare ed apprendere.

Hanno chiesto espressamente che abbiamo sempre rispetto

ai differenti pensieri e modi di porsi, che rispettiamo gli altri dolori, l’altra rabbia e le altre degne lotte e ci invitarono ad un dialogo intragenerazioni che molte di noi avevano dimenticato

La focalizzazione, il tema fu uno: la violenza contro le donne. Così e basta

Perchè la guerra è adesso, perché la lotta è per restare vive.

E in poche parole dicono tutto:

Vale y manda el patriarcado, aunque sea mujer la capataza. (Decide e comanda il patriarcato, anche quando il capo è una donna)

Tanto chiaro come era il cielo di Morelia, nei giorni dell’incontro non si stancano di ripetere che capitalismo e patriarcato sono inseparabili, così dicono: vanno uniti con un collante

Il nostro pensiero è che per lottare per i nostri diritti, per esempio il diritto alla vita, non basta che lottiamo contro il machismo, il patriarcato, come volete chiamarlo, dobbiamo lottare anche contro il sistema capitalista

Di seguito rendono esplicito il loro pensiero ed affermano che

il diritto alla vita non ce lo darà il sistema capitalista, per quante leggi e promesse faccia. Il diritto alla vita e tutti i diritti, li dobbiamo conquistare

Sempre e ovunque Todo el tiempo y en todos los lugares.

Ossia per le donne che lottano non vi è riposo

Ci hanno guardato negli occhi e ci hanno detto quello che esse sentono da lì

Che c’è più equità di genere

Che ci sono più diritti

Che abbiamo voce

Che ci sono molti passi avanti nelle lotte femministe

Che ora si prendono in considerazione le donne

Che ci sono molte leggi che ci proteggono

Che è visto bene parlare delle donne e delle loro lotte

Che dicono che ci sono uomini che comprendono le nostre lotte e si dicono femministi

Che stiamo in più spazi

Che ci sono supereroine nei film

Che ora c’è più coscienza del rispetto verso le donne

Dopo ogni affermazione la frase lapidaria

: Pero nos siguen asesinando Però continuano ad assassinarci

Con naturalezza e con parole che possiamo comprendere affermano che nonostante si dica tutto questo Lo vediamo che continua sempre peggio Lo vemos que sigue más peor.

Così è cominciato l’incontro. Con una chiamata alla sincerità, alla discussione franca, a condividere

Con un invito a scendere dalla cresta dell’onda, a sederci per terra

e pensarci insieme.

A liberarci dal pensiero competitivo, dal femminismo accademico, a smettere di guardare allo stato e farlo responsabile della nostra situazione.

A uscire, anche solo per tre giorni, da questa lingua di fuoco che tutto ingoia, semplifica, e brucia.

A riconoscere, con onestà, quali sono i veri avanzamenti della nostra lotta femminista

Una proposta che è una sfida da parte delle donne che lottano con dignità

Día uno – Prima giornata

Gritar nuestros dolores y corajes . Gridare i nostri dolori ed il nostro coraggio

Le parole della inaugurazione pronunciate in tono di dialogo trasmettono forza e autorità.

Diffondono una lucidità che nessun altro collettivo di donne ha pototuo ottenere

Poi l’esercizio delle miliziane.

In pieno sole del mezzogiorno del 27 dicembre circondano il perimetro del campo di futbol

Appare poi una ragazzina zapatista e si mette in mezzo al campo a giocare. Sono le miliziane che mostrando la loro organizzazione la proteggono, si prendono cura di lei, la difendono circondandola facendosi un unico corpo

Armate di forza e dignità. Decise e con disciplina. Le zapatista mostrano la loro potenza, la loro forza ribelle, la loro dignità, il grido reale che ora basta!

Difendono la vita della bambina, il suo corpo territorio. La sua vita

Perchè, come ci avevano detto prima, ci hanno riunito per organizzarci perché

Dobbiamo difenderci.

Autodifenderci come individue e come donne

Appoggiarci tutte

Difenderci tutte

Appoggiarci, difenderci, e dobbiamo comiciare ora

Y más si la mujer es una niñita apenas

La tenemos que proteger y defender con todo lo que tengamos

Y si ya no tenemos nada, pues con palos y piedras

Y si no hay palo ni piedras, pues con nuestro cuerpo

Con uñas y dientes hay que proteger y defender.

E ancor più se la donna è appena una bambina, dobbiamo difenderla e proteggierla con tutto ciò che abbiamo. E se non abbiamo niente, allora con pali e pietre, e se non ci sono bastoni e pietre, allora con i nostri corpi, con le unghie e con i denti c’è da proteggere e difendere

Con il sangue agitato ed il battito delle emozioni

Il corpo caldo e il cuore in fiamme aprono il microfono per le denunce.

Tra di noi donne condividiamo i nostri dolori più profondi, le nostre ferite messe a tacerele nostre umiliazioni mai raccontate, ricordiamo le nostre compagne, madri, sorelle, figlie assassinate, violate, torturate, scomparse, le donne schiave, le migranti, le donne che soffrono.

Il luogo, quasi un luogo sacro, diventa l’ombra che ci protegge e rende possibile la parola

Parole che escono smozzicate, o invece fluenti, con lacrime, con rabbia, con vergogna, tremando.

Molte di noi ci animiamo per la prima volta lì, nella protezione della montagna a raccontare esperienze che non abbiamo mai potuto mettere in parole.

Altre non abbiamo potuto farlo nemmeno lì

In un clima di ascolto profondo, di sentimenti condivisi, di lacrime ed abbracci, la parola zapatista risuona in coro, ci rianima, ci fa sorelle, ci da quel coraggio e dignità che solo le donne che stanno lottando possono far passare.

NO ESTAS SOLA. NON SEI SOLA

Una frase piena di sentimento che ripetuta una e cento volte, gridata in tutti i toni ed accenti, ci da la forza per ricomporci, riaffermarci come donne e constatre che la guerra contro di noi è dichiarata.

Questo ora è uno spazio sicuro, uno spazio di ascolto e lotta, di condivisione, abbracci, di ricercare cammini di appoggio, di lotta, di aiuto e organizzazione.

Ed è tento feroce la violenza scatenata che arriva la notte e ancora vi è una lunga lista di denunce. Continuiamo domani, propongono le donne in lotta. Non abbiamo fretta. E se non finiamo domani, c’è anche il terzo giorno.

Uno dei tanti insegnamenti: non vogliamo mettere un limite alle parole con tempi arbitrari ne cronometri. Staremo qui, ascoltandoci tutto il tempo che sia necessario. Il dolore condiviso sfugge ai limiti del cronometro.

Il caffè caldo e il cibo che nutre ci aiutano a superare i brividi, i cuori agitati, la pelle irta e il freddo che inizia a sgattaiolare tra i nostri vestiti. Corpi che si uniscono in un unico corpo collettivo

Perchè lo sai bene, compagna e sorella, siamo in una guerra. Loro per ucciderci. Noi per vivere, però vivere senza paura, vivere libere infine

SECONDO GIORNO. Le proposte, condividiamo idee ed esperienze

È uno dei momenti in cui le nostre logiche conosciute ci battono. Innumerevoli Tavoli, gruppi e cerchi, con temi specifici, con comportamenti patriarcali e gerarchici in alcuni, spuntano come funghi. L’ascolto collettivo è diventato una tribuna di dibattiti segmentati.Emergono false autorità, microfoni limitati

Ma anche dibattiti sinceri, parole che risuonano in noi. Uno spazio dove convivono molti spazi, a volte senza poter nemmeno ascoltare per la simultaneità di voci, attività parallele e proposte.

Però le mujeres que luchan stavano lì . Insurgentes e miliziane vedendo, accudendoci tutte, attente a tutto.

TERZO GIORNO: Gritarnos de alegría y de fiesta

Un’altra volta ci accolgie lo spazio di ascolto. Oggi ci riceve differente. Vi sono manifestaqzioni di ogni tipo. Colori, canti, ritmi, poesie, gesti diversi. Una vera celebrazione.

Una festa che ci unisce, ci da coraggio, ci rallegra.

Poi la chiusura, con le parole della comandanta Jessica che riassume ciò che è successo:L

Abbiamo ascoltato le parole dei vari tavoli e le proposte, e altre proposte che si fanno

Queste, ed altre proposte che escano, quando ritornerete nelle vostre geografie pensatele e riflettete nei vostri cuori ciò che abbiamo visto ed ascoltato in questi giorni, vediamo di fare in modo che tutte quelle che hanno partecipato, e soprattutto tutte quelle che non hanno potuto venire conoscano queste proposte e queste idee, e ragionino e dicano la loro parola.

Pensiamo che questo sia importante, perchè se non ci ascoltiamo tra noi, come donne non serve che agiamo così, perchè vuole dire che non siamo donne che lottano per tutte le donne, ma solo per la nostra idea, il nostro gruppo, la nostra organizzazione. Sembra facile da dire che pensiamo e riflettiamo sulle proposte, però è impegnativo, costa, perché anche per questo è necessario organizzarsi

Le donne zapatiste, sempre impegnate, in prima persona. l
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I migranti ai nostri confini

Sulle migrazioni ci sarebbe molto da dire e da riflettere, dato che tutte le civiltà del mondo, nessuna esclusa, sono nate da migrazioni, incontri, mescolanze di fedi e di idee. Ora l’Occidente evoluto, quello che fa l’asso pigliatutto sulle risorse e le ricchezze del mondo, intende bloccare le migrazioni, e lo fa con tutti i mezzi peggiori, demandando ad altri il compito di respingere, a costo di ammazzare, torturare, lasciar morire di deserto, di mare, di gelo e di montagne. Due notizie di oggi su facebook e change org mi hanno sollecitato in modo particolare .

La prima è quello che succede ai bambini migranti detenuti separati dai genitori al confine con gli USA: tenuti in gabbie quasi come animali, lasciati senza le necessarie cure, al freddo e con poco cibo, ci sono segnalazioni di alcuni bambini morti, e insieme la denuncia di centinaia di bambini vittime di sfruttamento fisico e violazione sessuale. Le loro vite, le loro storie cadono nella totale indifferenza, mentre i loro abusatori possono usarli con indifferenza e senza alcun rischio di essere puniti. Questi bambini non vengono considerati esseri umani, piccoli con il diritto ad essere protetti e difesi, fanno parte di quella umanità a perdere che sopravvive ai margini nell’indifferenza e nel disprezzo generale.

I diritti dei bambini, purtroppo non riguardano i bambini vittime della violenza USA ai confini, ne tutti gli altri bambini migranti

La seconda viene dall’aggiornamento di una petizione su change org e riguarda i confini della Croazia, la civile Europa che non vuole accollarsi il prodotto delle sue politiche coloniali e di spoliazione, in complicità con gli USA, non fa di meglio:

Faccio mia la domanda: perchè nessun parlamentare, nessuna autorità ascolta il grido e fa propria la richiesta di rispetto e pulizia ai nostri confini? Quello che succede in Croazia, quello che succede in Libia, quello che succede in Grecia è la vergogna dell’Occidente, così come quello che succede ai confini con gli USA, e non venitemi a parlare di diritti umani, di stati che li violano, mentre sostenete queste torture e queste galere! Ho certamente dimenticato altri confini, ma almeno dove vi sono segnalazioni circostanziate e testimonianze dirette vogliamo intervenire e dire basta? Il fatto di demandare ad altri l’esecuzione delle torture non rende i nostri governi meno responsabili!

Questa la testimonianza da lorena fornasir Trieste, Italia

24 gen 2020 — 

Cari sostenitori e sostenitrici, siete tantissimi ad aver firmato la petizione: 67661 dal 27 settembre ad oggi. Il ragazzo torturato in questi mesi è stato curato ed ora sta meglio. Le ulcere si sono chiuse ma l’epitelio resterà danneggiato per sempre. La sua mamma, ha venduto la mucca con cui sosteneva le altre due figlie affinché il figlio possa proseguire il viaggio per entrare in europa, lavorare e mantenere la famiglia nel lontano Pakistan. Non sappiamo se ce la farà. Il “game” si fa sempre più duro e feroce, i morti ormai sono troppi. Ma questa non è più una novità. La vera notizia è che nessuna voce della politica ha speso una sola parola contro queste torture che avvengono nella vicina Croazia. Bruxelles è a me inaccessibile poiché solo la vittima può appellarsi. Adnan è minacciato di morte e finchè non sarà salvo, non denuncerà mai nessuno.  Mi chiedo così come mai nessuno fra i politici, riviste, giornali e TV  risponde a questa mia petizione e a voi 67 mila 661 firmatari. Continuerò a chiedere giustizia per Adnan, simbolo dei tanti ragazzi torturati e seviziati, per Alì morto le conseguenze dei piedi in necrosi a causa di uno spietato respingimento, per Bendisari  Sidahmed morto di confine il primo gennaio 2020 alle 5 del mattino, e infine, per tutti gli altri che sono morti, o sono stati torturati o seviziati


Quarto stato in montagna: siamo noi, siamo tante e tanti, siamo quelle e quelli che accolgono e condividono, dobbiamo alzarci in piedi e pretendere una diversa politica dell'immigrazione
Siamo tante, siamo noi, siamo quelle e quelli che condividono e accolgono! Basta violenza, basta repressione (titolo originale: quarto stato in montagna!)

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PENSARE UN MONDO NUOVO

Le parolacce, noi vecchi e vecchie combattenti e reduci, e le sardine!

Io vengo da una genrazione che ha scoperto le parolacce, i vestiti sdruciti, il modo di muoversi e di sedersi magari per terra come momento di libertà e di ribellione all’ordine costituito, al già dato, ai buongiorno e buonasera e alla maestra non si da del tu. A noi educavano ad essere gentili e sorridenti, riservati : se pensate che la cosa più rivoluzionaria del 68 per molti fu aver dato un bacio in pubblico, restare abbracciati ad una manifestazione o abbracciare tutte e tutti, invece della educata stretta di mano che ci avevano insegnato! Si trattava da una parte di rivendicare la propria presenza anche corporea, e dall’altra di rompere bellamente le scatole al potere costituito da genitori, professori, insegnanti, parroci e vicini di casa. Era un respiro di sollievo, un gridare noi siamo diversi e diverse! E molte contestazioni di donne anche all’interno dei gruppi politici fecero seguito a questa rivendicazione di esserci intere, di poter stare “scomposte”, di poter urlare, saltare, essere sguaiate e parlanti, e non al servizio del gruppo invece che del marito.Chi non ricorda il rifuto o la denuncia di essere ridotte all’angelo del ciclostile? Non fu nemmeno così facile, come sappiamo bene, e nemmeno così coralmente accettato, ma noi venivamo fuori e scalpitavamo urlando al mondo la nostra diversità. La mia generazione ha provato sentimenti di ammirazione, e invidia, per la libertà dei corpi delle ragazzine, libertà che noi cercavamo a fatica, già segnate dal peso di una educazione limitante. Ma fu una breve stagione, la nuova libertà, anche di linguaggio che per noi era rottura degli schemi divenne nel tempo l’uso comune della parola pubblica, e la nostra fame di letture, di analisi, di pensiero che stava dietro ad atteggiamenti provocatori venne scavalcata dall’arrivismo, dalla volontà di esserci e di essere nominati a tutti i costi. E piano piano abbiamo assistito al furto ed alla distorsione di atteggiamenti, parole e modi di sentire, ricondotti con la lentezza tenace del potere che cambia tutto per non cambiare niente, al vuoto ed allo sbracamento furioso degli ultimi anni. Non starò qui a fare una analisi dei vari passi, perché credo che in molti conosciamo quella storia e abbiamo vissuto tutte le fasi, comprese quelle di chi a queste svolte ha aderito, ritrovandosi nella stanza dei bottoni senza alcun senso di rispetto e di ascolto per le istanze che lo avevano condotto a quel punto, ma felice del potere conquistato, e preoccupato piuttosto di essere affidabile per il potere .Per molti di noi accanto al disgusto per la parola pubblica usata con noncuranza come se si fosse al bar sottocasa, c’è stato un certo sconcerto per le richieste delle sardine. Da un po’ andavamo dicendo che era necessartio recuperare il senso del rispetto, dell’amore reciproco, che essere solidali non significa essere “buonisti” e che gli slogan ci avevano stufato e disgustato, ma basta parolacce? E allora noi? È stato sconcertante e difficile, ed io ancora non mi ritrovo nei gruppi impegnati ad essere buoni ed educati, ma devo riconoscere che sono riusciti a smuovere l’apatia e a dare speranza a chi si era oramai rinchiuso nel suo rifiuto solitario, credendo di essere solo. Ecco loro ci hanno ridato la dimostrazione evidente che non siamo sole e soli, c’è un mucchio di gente che condivide cose di base, come il diritto alla vita e all’accoglienza, e che crede che la politica debba tornare ad essere una cosa seria e che si possa recuperare molto cominciando a dire di no alla violenza ed alle aggressioni continue. C’è persino chi si è trovata, non so se per scelta, o per fatalità messa in gioco e messa alla pubblica gogna da chi non si arrende a vivere in un mondo umano, rispettoso e civile.Ogni tanto leggo dei post di compagni che blaterano: perché non fanno questo, o quello? Perchè non manifestano contro la guerra o per il clima, o per il lavoro, e così via! Posso dire che questi post mi disturbano parecchio? Trovo che stiamo ancora giocando alla delega, con un pizzico di invida, per le sardine che riempiono le piazze, per Greta e le altre ragazzine che hanno smosso i giovani che a noi non ci ascoltano, e così via! Ma perché se pensiamo che sia giunto il momento di impegnarsi, di manifestare contro la guerra non lo facciamo? Aspettiamo che siano le sardine a convocarci, per poi scocciarci perché non vogliono le nostre bandiere? Bene, invito io tutte e tutti i pacifisti, più o meno non violenti che sono contrari alla guerra e all’imperialismo a raccogliere e diffondere documentazione, ad organizzare presidi per arrivare ad una grande manifestazione che sia nutrita dei nostri slogan, in cui le sardine che vorranno potranno trovarsi bene accolte ed a proprio agio, anche se noi rivendichiamo le nostre bandiere. Costruiamo un cammino di pace, cominciamo a creare articoli, poesie, libri, documenti in cui si cerchi di costrire una diversa immagine di società, in cui si possa ragionare del tipo di relazioni e di società che vogliamo per affrontare positivamente le sfide del clima, delle migrazioni, della convicenza civile.

E un augurio per l’anno: Lottiamo come le ragazzine! Che non hanno nulla da perdere se non la speranza e il diritto avivere la propria vita!

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Il nostro mondo sta bruciando

As Amazonian women, we coexist with nature. We have a strong relation with our Mother Earth. We are the ones who are closest to the land, because in the forest we are the ones who sow and harvest. And like water, we give life, we give birth. We look after our children and we use medicinal plants for healing. This connection with the land and our territory gives us strength to continue fighting against the oil companies and other extractive industries.”

– Flor Tangoy of the Siona Nation and Nemonte Nenquimo Waorani leader, founding members of our partner organization Ceibo Alliance, in the Ecuadorian Amazon.

www.amazonfrontlines.org

Come donne dell’ Amazzonia, noi coesistiamo con la natura. Noi abbiamo una relazione molto forte con la nostra Madre Terra. Noi siamo quelle che sono connesse alla terra perché nella foresta siamo quelle che seminano e raccolgono. E come l’acqua, noi diamo la vita, noi diamo la nascita. Noi ci occupiamo dei bambini e usiamo le piante medicinali per curarli. Questa connessione con la terra e i nostri territori ci da la forza di continuare a combattere contro le oil companies e le altre industrie estrattive.

Da qui, da questa connessione con la terra dobbiamo ripartire per fare analisi e proposte che ci aiutino a trovare una soluzione ai problemi dell’oggi. Il nostro mondo sta bruciando, e la insipienza degli esseri umani “evoluti” sta dimostrando tutta la sua capacità distruttiva. Dobbiamo uscire da qui, dobbiamo uscire dalla necessità impellente di denaro per sopravvivere: per sopravvivere, per vivere, abbiamo bisogno di cibo, di casa, di aria, di acqua, ma tutto questo è diventato merce. Ed a questo si sono aggiunte tutte le necessità indotte dalla convivenza civile e dalla organizzazione sociale. In realtà chi vi fa fronte comodamente è una esigua minoranza ricca, tutte e tutti gli altri arrancano e lottano quatidianamente per essere all’altezza di richieste impossibili.

In questo clima di bilanci di fine anno vengono fuori notizie di ogni genere che per un attimo alzano un velo sulla nostra inconsapevolezza e ci forniscono alcuni dati: 11 milioni di italiani che non si curano perché non possono permetterselo, in un paese che vanta un servizio sanitario nazionale per tutti i cittadini ed i residenti. Sappiamo bene che i servizi di base sono stati a poco a poco logorati, ridotti, coperti di tichet ed altre forme di ostacoli come le attese inaccettabili per poter fare una analisi, un elettrocardiogramma o ancora qualcosa di più approfondito. Mentre si predica di prevenzione le attese così lunghe fanno dilatare i tempi per una diagnosi corretta, e quindi chi può ricorre alla sanità privata per potersi curare.

Se poi guardiamo ad altri numeri, come i migranti in ingresso, i morti in mare, i prigionieri in libia, le ragazze prostituite sulle nostre strade, ci appaiono i numeri della follia di una vita “civile” capace di uccidere, di sfruttare, di violentare, schiavizzare in una piantagione o in un laboratorio più o meno clandestino. Bisogna che una fabbrica bruci, e chi vi è rinchiuso perché non sfugga allo sfruttamento vi muoia, perché diventiamo per un attimo coscienti del costo umano e sociale del vestito a poco prezzo che compriamo distrattamente, e qualche osservazione più pregnante aggiunge i bambini sfruttati per i tappeti, per i palloni cuciti a mano, per le piantagioni intensive di cacao, e via di seguito. Ci scandalizziamo per il lavoro infantile, ma in una società differente i bambini crescono e gradualmente apprendono e si affiancano agli adulti per tutti i lavori necessari alla sopravvivenza, e la scuola e lo studio sono parte integrante della loro vita insieme alla conoscenza degli alberi, della natura, dei fenomeni atmosferici, del senso della vita e della relazione con gli anziani e con la storia e la cultura del loro popolo.

Si è fatto di tutto per sradicare queste competenze e questi modelli di vita, si sono rapiti i bambini per educarli fuori dalla influenza familiare e tribale, per scoprire con sorpresa che una volta adulti i sopravvissuti alle cure ed al trattamento “civile” tornano finalmente e con gioia alle loro tribù ed ai differenti modelli di vita.

Di fronte al mondo che crolla in molte e molti ci rendiamo conto che il nostro modello di vita è mortifero, per noi e per tutto l’ambiente intorno, ma siamo poco attrezzati per vivere un cambiamento radicale.

Credo che dobbiamo partire da noi, da quello che siamo, che amiamo, dalle cose che sappiamo e quelle che possiamo imparare, confrontandoci con le esperienze diverse senza pretendere di essere noi diverse e diversi. Lasciar andare progressivamente tutte le sovrastrutture, puntare all’essenziale, ad una vita più sobria e più felice. Riprendere ad onorare ed amare la terra, lasciando andare tutti i grandi progetti di progresso che attraversano il mondo e sono una minaccia continua per la vita. Così una esperienza come quella dei No Tav dovrebbe essere studiata e compresa, insieme al rispetto ed alla solidarietà, perché una resistenza così lunga ha richiesto una diversa organizzazione della vita, una ripresa dei legami sociali, della condivisione, della solidarietà. Abbandonare i leader per impegnarsi in un progetto comune in cui tutti divengono attori del movimento e del cambiamento, in cui diventi il quartiere che vorresti, il paese che vorresti, perché intanto che affronti la polizia e la repressione coltivi conoscenza, amore per la tua terra, per le tradizioni, per quella valle che vedi violentata e distrutta. Focolai di questo tipo, ognuno con una sua storia ed una sua ricchezza ce ne sono tanti, in Italia e nel mondo. In ogni caso mi sembra evidente che è la gente organizzata dal basso che ricostruisce legami e storie, inventa soluzioni a progetti difficili e trova vie d’uscita creative e costruttive. In questi luoghi, dal Chiapas alla Val di Susa, dal Donbass alle donne curde, dalla marcia del Ritorno che resiste in una Gaza martoriata, alle mille altre esperienze si verifica che è necessario stare fuori dalla politica ufficiale, dai partiti ufficiali tutti dentro il calderone di organizzare il progresso, dai tentativi di redistribuire questa ricchezza estraendo per il popolo invece che contro il popolo, per trovare nuovi differenti modelli di vita e di speranza, per tessere legami nel mondo che ci consentano di fermare il capitalismo, l’estrattivismo, la violenza e raggiungere un nuovo modello di vita che sia un buon vivere in armonia con piante ed animali, con il Cielo e la Terra, con la Luna ed il Sole.

Dobbiamo recuperare amore e rispetto per la nostra Madre Terra, dobbiamo recuperare la poesia e la cultura come parte della vita, saper di vita e di morte, di cicli delle stagioni e di energia, sapere come si può ottenere un forno solare, un bagno ecologico, un depuratore con le piante. Piantare alberi, piantare semi per il futuro, onorare l’Acqua e la Terra, il Fuoco e l’Aria. Quando la connessione con questi elementi fondanti della natura viene persa, l’acqua sparisce, inaridisce, o travolge e sommerge, il fuoco distrugge e uccide invece di riscaldare e nutrire, la Terra diviene arida polvere senza vita e l’ Aria quel miscuglio di gas ed inquinanti che ci soffoca quotidianamente. Torniamo ad occuparci da vicino ad amare e rispettare la Terra madre , l’Aria che respiriamo e ci da vita, l’Acqua che ci disseta, ci lava, fluisce, il Fuoco che riscalda e purifica. Accettiamone anche la connessione con il nostro esserne parte:

Terra il mio corpo.

Acqua il mio sangue

Aria il mio respiro

Fuoco il mio spirito.

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“NI ARGENTINO NI CHILENO, MAPUCHE”,

Meglio ascoltare la voce dei popoli nativi e sentire da loro quello che hanno da dire e che chiedono. Ho tradotto un appello dei popoli mapuche, che vivevano sulla loro terra prima che i colonizzatori si inventassero frontiere e divisioni:

La gente della terra oggi si trova faccia a faccia con gli interessi degli uomini che adorano il metallo soprattutto se sono trasferibili in banche che li faranno guadagnare.

I corsi d’acqua ed i boschi hanno la loro forma di comunicazione, gli uomini della terra uniti a questi suoni vanno creando amore

Benetton in Argentina, le aziende forestali e quelle elettriche con le acque in Cile, tutti insieme vanno rubando le terre ancestrali.

Maurizio Macri gli consegna il Sì, Bachelet l’ amen, e tra tutti e due gli eserciti si fa scorrere il sangue Mapuche

Ne cileno ne argentino, semplicemente esseri umani della terra, uniti nella cosmovisione di un miglior Wallampu (un concetto ampio che contiene tutto il territorio Mapuche,suolo, sottosuolo,l’aria, i fiumi, e tutti i raggruppamenti umani)

Il mapuche ha sofferto disprezzo e discriminazione per quelli che dicono essere garanti della civilizzazione

Il popolo mapuche oggi si solleva, lo si può vedere che difende con impeto, coraggio e allegria l’alba di un nuovo giorno, per recuperare ciò che gli apparteneva.

Le infamie che si stanno commettendo contro i popoli del Wallampu deve essere conosciuto ed ascoltato dai cittadini in ogni luogo.

Solidarietà ed empatia, due sentimenti che devono far saltare in aria i codardi che si rifugiano dietro i gendarmi.

La machi è la saggia donna mapuche che guida le cerimonie, cura e sostiene
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Il clima, San Juan Chamula, gli indios, e noi

Se una cosa giusta non “paga” politicamnente, non è lei ad essere sbagliata, ma la politica!

Oggi assistiamo al trionfo del politicamente scorretto, della ragione del più forte e dell’uso della forza verso i propri popoli…

Scritta due mesi fa, trovo ancora più che valida questa riflessione.

Gli incontri tra odio e repressione rischiano di riportarci all’età della pietra. La convenzione sul clima non ha dato luogo a nessun cambiamento significativo, ed io sono convinta che le multinazionali in realtà già governano il pianeta, o almeno i paesi occidentali sviluppati e quelli sulla buona strada per esserlo. Da qui non può venire fuori niente. Lo sviluppo sostenibile è uno specchietto per le allodole, così le multinazionali si buttano sul “verde” devastando campi interi con piantagioni di .. pannelli solari e pale eoliche, senza alcun rispetto per l’ambiente intorno, per non parlare dell’impatto delle grandi dighe sugli ecosistemi che hanno attraversato, così come prima, e ancora oggi, si buttano sul petrolio. Cambiare tutto per non cambiare niente, è questo quello che impera.

Dove ci sono stati governi progressisti, o dove si è cercato di avere un governo progressista, come in Messico, o persino nella Bolivia di Morales, sono apparsi i reiterati riferimenti alla madre terra, al rispetto per i popoli indigeni, da cui AMLO si è fatto consegnare il bastone del comando, in una grande cerimonia ricca di significati, in cui si è impegnato a tenere in conto i popoli indigeni. Ed Evo ancora di più ha sbandierato il suo rispetto per la Pachamama, il suo essere indio come una bandiera, decidendo lui che cosa è bene e cosa serve ai popoli indigeni che vivono nel territorio da lui governato, nemmeno lui è riuscito a trovare una sintesi felice. In realtà finché si persegue lo sviluppo e l’estrattivismo si cerca solamente di addomesticare gli indigeni, di dar loro alcune risorse di base perché si integrino in questo sistema. Il problema è alla radice, la loro cultura, il modo di vivere il quotidiano, di rapportarsi con le necessità primarie e con l’ambiente ci interroga e ci destabilizza ed è necessario ascoltare e comprendere profondamente la cultura indigena, per riuscire ad individuare, insieme e non sopra, una sintesi, o degli intrecci che non siano distruttivi o colonizzatori.

Ho sperimentato sulla mia pelle come è facile essere ammirati e persino in ascolto a parole ed anche con la volontà, della ricchezza di spunti che i popoli indigeni offrono. Ho solidarizzato, ed ascoltato ciò che veniva fatto e detto, dalle praterie del Nord America dove si sono alzati a Standing Rock per fermare una pipe line decisamente mortifera che metteva a rischio il fiume, ai mapuche, ai maya, ma ho scoperto di essere rimasta incapace di accogliere delle differenze che parlano davvero un altro linguaggio. Ho visitato, con il gruppo con cui mi trovavo, il santuario di San Juan Chamula, in Chiapas, per ritrovarmi dentro una serie di immagini e di riti che ho vissuto molto male. Si sono ribellati dentro di me gli anni di distacco netto dalla chiesa, la ricerca di una spiritualità che abbia a che fare con le forze dell’universo e della natura, senza codici e costrizioni violente. Entravo in un luogo che ha sviluppato un sincretismo tra le credenze millenarie dei maya della zona e la cultura cristiana cattolica. Le pareti tappezzate delle teche dei santi venerati, un profluvio di fiori e di addobbi, che richiedono cura ed attenzione di gruppi che ad essi si dedicano, e una quantità impressionante di candele, famiglie, gruppi, singole persone accoccolate in terra, ognuna con il proprio sistema di candele. Anche noi avevamo la nostra offerta di piccole candele che hanno durato meno di mezz’ora, e che non si potevano abbandonare finché non erano consumate quasi totalmente. Un’eco della raccomandazione ricevuta che i fuochi non si abbandonano mi ha inchiodato lì, a concentrarmi sulle tre piccole candele che avevo acceso finchè queste non si sono consumate. Su degli alti mobili migliaia di bicchieri di vetro con candele che duravano almeno un giorno, e che i proprietari non abbandonavano finché non erano ridotte ad un poco di cera sul fondo. Coloro che curavano la chiesa passavano a raccogliere le candele oramai abbandonate in via di estinzione per fare spazio ai sempre nuovi arrivi. In alcuni gruppi familiari accanto agli adulti c’erano i ragazzini, i più grandi impegnati con i padri e le madri a organizzare le candele, disporle, unirsi alla preghiera, i più piccoli a razzolare intorno, senza fare troppo chiasso. Apprenderò poi che alcuni arrivano con trapunte e coperte perché si dispongono a passare una o più notti sempre presenti, a volte giungono con enormi vasi con candele che possono bruciare per più giorni, anche più di una settimana, e ovviamente i bambini non possono essere abbandonati, e la chiesa rimane aperta per loro anche la notte, così che possano rimanere a sorvegliare le proprie candele, e dormire a turno, io credo. Sorprendentemente per me, solo io ed un’altra persona del gruppo eravamo sconcertate ed infastidite, molte altre hanno apprezzato la fede di queste persone, la loro capacità di mettere insieme le credenze ancestrali e l‘insegnamento cristiano, la disponibilità a dedicare tanto tempo, e con tanta attenzione, alla preghiera e alla presenza lì. Qualcuna ha notato anche come evidentemente la disposizione di gruppi di candele per colore e per grandezza aveva un senso specifico e che le conoscenze in merito venivano passate dai genitori ai ragazzini e ragazzine presenti, così che il senso della loro azione rimanesse. Fuori la chiesa un gruppo di uomini, coperti di pelli di pecora, danzavano e cantavano in un modo che a me ha richiamato la danza dell’orso del carnevale di Bagolino, o forse meglio, i mamutones sardi, e ciò mi ha fatto pensare che ci sono sottili legami che attraversano i mondi.

Mi ci è voluto parecchio tempo per fare pace con questo fatto. Al di là del rifiuto istintivo, mi sentivo quasi in colpa perché io non riuscivo a riconoscere ed integrare anche queste azioni indigene con la mia idea dei popoli indigeni e della loro capacità di relazionarsi con rispetto alla natura e di proteggerla. Ora credo di aver capito che non ha senso, e quasi è una forma di violenza, volersi integrare completamente e acriticamente, mentre invece riconoscere le differenze, le distanze e le vicinanze è un primo passo sulla strada di una reale comunicazione. Non è necessario negare noi stessi per riconoscere l’importanza dell’altra e dell’altro, ha senso se mai cercare le vie di comunicazione, di intesa per cui io posso fare la mia offerta di mezz’ora, ma non posso integrarmi con i riti e le cerimonie che per qualcuno sembrano dare un senso differente alla vita. E comunque io quelle scelte e quel loro senso li posso ripettare ed osservare, ma ciò che devo fare è fare il vuoto di pregiudizi e di attese per accogliere quello che realmente c’è e riconoscerne anche la potenzialità.

Ho imparato che per avvicinarsi davvero bisogna prima riconoscere ed essere coscienti di se stessi, e non avere paura di ascoltare e comprendere.

Invece tutti i tentativi che vedo di comprensione e di integrazione mi sembrano troppo spesso tentativi di disciogliere la realtà differente nella nostra, lasciandosi contaminare da qualche aspetto che rimane marginale se diviene solo corollario al mito dello sviluppo, dell’estrattivismo della crescita infinita.

Le notizie di ogni giorno svelano nuovi luoghi di morte e di sfruttamento, nelle miniere del coltan o in un laboratorio tessile in India, o nelle piantagioni di cacao… e si avverte come il disastro è forte., ma siamo così impregnati del modo di vivere che ci viene raccontato che non riusciamo a trovare una via se non cercando in qualche modo di imitare quello che per i popoli indigeni è cultura e vita quotidiana, senza riuscire a farlo nostro.

Credo che dovremmo lavorare su questo, e cercare la nostra sintesi, i legami e le differenze raccogliere i suggerimenti per ritrovarli a modo nostro, lasciando perdere lo sviluppo o la comodità assassina.

La caracol zapatista, una esperienza che può arricchire i nostri progetti
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12/12 LUNA PIENA IN GEMELLI

L’ultima Luna piena del decennio, avviene all’inizio di un mese con molti eventi astrologici. È un momento di grande svolta, di lasciar andare ed accogliere il nuovo, di celebrare la luce e conservarne una scintilla dentro di noi per i giorni più bui, quelli che ci fanno precipitare nell’angoscia, ma ci fanno anche comprendere molte cose, e con la nuova saggezza acquisita ascoltando la nostra sapienza interiore, la nostra intuizione, risaliamo verso la luce e illuminiamo noi stesse e il mondo intorno. È il momento di riconoscere che alcuni cicli si stanno chiudendo ed altri possono iniziare, è il momento di raccogliere la ricchezza che abbiamo accumulata e spanderla, farne tesoro per condividerla ed andare avanti, verso la luce che viene.

Proprio domani è santa Lucia, la festa della luce celebrata soprattutto nei paesi del nord dove le giornate sono sorprendentemente corte e buie sino a quel solstizio che ci porterà a non vedere il sole. E poi, dopo questa discesa nel profondo, dopo un attimo di sospiro e di attesa, di sospensione, ecco che il ciclo riparte, lentemente le giornate si allungano e la luce viene ad illuminare il nostro cammino.

Tutte le feste di questo periodo sono legate a questi eventi: si celebra il buio illuminando la notte di mille luci, si copre il silenzio di mille canti, ci si riunisce preferibilmente in casa per raccogliere il calore degli affetti, e poi accogliamo il nuovo inizio, il nuovo ciclo, il nuovo decennio che nasce con l’anno e ripartiamo. Intanto il cielo è stato colorato di stelle cadenti d’inverno, e oscurato da una eclisse, tutto questo ci attende in questo magico ultimo scorcio di anno. E possiamo sperare che si capovolgano gli eventi che il ciclo riparta per nuove aperture, nuovi cammini verso una fase di solidarietà, impegno costruttivo, di esperienze di comunità, di relazioni forti e capaci di sostenere i nuovi cammini e di aprire alla vita.

Le ombre sono state svelate, i delitti sono conosciuti, nessuno può dire che non sapeva, e allora apriamo i nostri cuori, stringiamo le nostre mani in un cerchio di amore e di accoglienza, consapevoli che solo questo può aiutarci a costruire un mondo nuovo.

Io sono convinta che il male vada respinto che i delitti vadano denunciati, che persino l’equivoco della ricerca di uno sviluppo in realtà insostenibile ed emarginante vada svelato, perché se vogliamo vivere il nuovo, progettare il nuovo dobbiamo gettare tutto il ciarpame che ci ha ossessionato in questi anni e ricordare che una sola vita vale più di tutte le fabbriche, che non si deve più morire di lavoro, di manifestazione, di repressione, di respingimenti e di fame. La madre terra può accoglierci tutte e tutti e nutrirci, e proteggerci, se noi riusciamo ad essere solidali e protettivi, rispettosi con lei, se accettiamo gli insegnamenti dei popoli nativi che difendono la madre terra a costo della propria vita, e se lo traduciamo in un nostro modo di vivere insieme, in armonia con tutto l’intorno, se passiamo dal conquistare e governare il mondo, ad esserne parte, condividere apprendere insieme agli altri esseri viventi ed alle realtà tutte che abitano questa terra da molto prima che gli esseri umani vi camminassero.

E allora con questa luna chiudiamo i vecchi cicli oramai superati, lasciamo andare l’attaccamento ad una realtà mortifera e cominciamo ad aprirci alla comprensione dal nostro interno verso l’esterno, le altre e gli altri, gli animali, le piante, le pietre, la Luna e le stelle, il sole, l’Universo intero in cui siamo inseriti piccolo sospiro senziente di una realtà infinita.

Allarghiamo il circolo di amore che in cerchi concentrici arrivi sino al cielo, ed al centro della terra, perché noi siamo parte del tutto, siamo presenti consapevoli e solidali, e il nostro abbraccio inzi da noi alle persone vicine.

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Che cosa hanno ottenuto? la violenza sulle cose e quella sulle persone

Le ragazze dell’università UNAM di Città del Messico, una stimata e famosa università, hanno occupato l’aula docenti e le sale ed hanno scritto ovunque il nome delle ragazze violate, e troppo spesso anche desaparecidas. Hanno incollato sui muri, nelle bacheche fogli con le foto dei docenti e funzionari “accosatori”, cioà quelli che offendono le ragazze, chiedono loro un atteggiamento di rispetto e obbedienza consono al loro sesso, e ne aprofittano per pretendere prestazioni di tipo sessuale, ricattandole con il voto, la partecipazione ad un seminario, il nome riconosciuto sotto la loro opera, e via andare! Fenomeni che sono stati più volte denunciati, violenze ripetute non prese in considerazione: tra una ragazzetta un po’ isterica ed uno stimato docente, tu chi prendi in considerazione? E allora le ragazze si sono prese in considerazione, si sono esposte, ed hanno praticamente ribaltato la quiete dell’ università, canti slogan, scritte ovunque, i nomi urlati dei violatori ed i nomi delle donne violate, le ragazze sparite, quelle che si sono suicidate, quelle che sono morte…

Che cosa avete ottenuto? La domanda è stata posta ovviamente dalle tante persone per bene inorridite per le pareti immacolate deturpate dalle tante scritte sui muri, e che non avevano mai mostrato orrore per le violenze ripetute negli anfratti meno esposti della università. Qualche sollecitazione alla guardia interna, qualche ora vedremo, e tutto eguale, passato sotto silenzio, forse per non infangare il nome della università. Si sa che queste cose succedono, e non solo alla UNAM, ma fa parte del sistema, e tutto continua eguale.

Che cosa avete ottenuto? Questa la mia traduzione del post di Laura Ramirez Delgado:

“Ti racconto qualcosa. Una settimana fa ci fu uno scioperero nella UNAM,nella facoltà dove insegno. Lo hanno organizzato ragazze molto giovani. Durante la protesta hanno disegnato tutta la facoltà, hanno segnato tutto, hanno fatto anche dei murales, hanno cambiato l’insegna della sala dei professori in “sala de violadores”, hanno incollato in ogni sala foto di quelli che molestano o violano le alunne. Hanno rotto dei vetri, hanno rotto delle cose. Non abbiamo fatto lezione per molti giorni, quasi si perde il semestre.

Che hanno ottenuto con il loro “vandalismo”? Vennero chiusi i contratti di 11 professori e 19 amministrativi con Denunce in corso, che stavano lì lavorando come se niente fosse
Hanno ottenuto che almeno 30 aggressori non stessero più lì.

Hanno ottenuto anche che cambi il protocollo di attenzione al genere
Sai, nel bagno delle donne della facoltà, vicino alla carta igienica, e a lato del WC c’è un allarme. È perché tu lo possa suonare se ti aggrediscono. I casi erano così tanti che questa è stata la “soluzione” che hanno trovato
Durante i due anni che sono stata lì, è stato suonato 5 volte questo allarme nel mio orario dalla 9 alle11 del mattino. 2 erano violenze. NESSUNO ha fatto niente!
Un mese fa è stata assassinata la sorella di una alunna, aveva 16 anni. La hanno lasciata in un terreno incolto. La avevano sequestrata nella UNAM. Nessuno fece niente
Bene che queste ragazze hanno rotto tutto, bene che hanno preso la facoltà. Bene che si siano fatte ascoltare! Era l’unico modo, perché le persone continuano a credere che non succede niente!
No mia regina, queste ragazze che hanno marciato non ti rappresentano. Esse rappresentano quelle che sono morte, quelle che sono state stuprate, quelle che sono state colpite, quelle che davvero han sofferto la violenza machista.
Il fuoco e le rigacce simbolizzano questa rabbia sapendo che NESSUNO fa qualcosa, è impotenza verso lo stato che non muove un dito. I graffiti si sono tolti con acqua e sapone in poche ore. Loro non ritornano.

Però non preoccuparti, non devi sentirti rappresentata. Che bello che non hai vissuto niente di tutto ciò, bene che non ti sta vicino. Se lo fosse, saresti arrabbiata al vedere come nessuno fa niente, e che è più importante parlare di “violenze” per alcune ragazze che rigano cose e rompono cose che per le donne e le bambine che sono state stuprate, torturate e assassinate. Oggi, vanno a morire 9 donne in condizioni simili.

Se un giorno dovesse succederti qualcosa, io uscirò a segnare il tuo nome sopra la città e a rompere tutto. Anche se non ti rappresento, te lo prometto”
Laura Rodríguez Delgado.

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Boicottaggio a 360 gradi

Le notizie dal mondo sono insieme devastanti sconcertanti spaventose, eppure propongono una speranza che non si spegne con le bombe e gli spari ad altezza d’uomo, tutti resistono, e non si fermano. La repressione è feroce, ma anche la coscienza che è urgente, necessario inevitabile costruire un mondo nuovo, un mondo che contenga molti mondi, come dicono gli zapatisti, un mondo in cui i ragazzi e le ragazze, le donne, gli uomini, le persone di ogni gruppo ed etnia possano sentirsi a casa loro. E lo dici ora, con le persone accecate, i morti, le famiglie distrutte, i Rowinga, i curdi, il Cile,la Bolivia, Haiti, l’Ilva di Taranto e l’uranio impoverito, le terre dei fuochi, l’aria irrespirabile il ghiaccio che si scioglie e le tempeste anomale?

Ebbene sì bisogna parlarne ora, perché è urgente attrezzarci per modificare il panorama del mondo. Mentre i potenti non hanno più remore, non si nascondono, non velano le loro richieste, le piazze strabordano e cominciano a capire che i potenti della terra sono un gruppo eterogeneo ma solidale e compatto:

Adriana Guzman: il colpo di stato in Bolivia è razzista, patriarcale, ecclesiastico e impresariale… Loro sono compatti nell’agire e nel reprimere, e noi dobbiamo svegliarci , e cominciare a progettare e praticare quel mondo nuovo che vogliamo!

Ultimamente continuo a guardare agli indigeni del America latina, ma non solo, come alle persone che sanno ed hanno qualcosa da dire rispetto a come muoversi oggi perchè un mondo diverso sia possibile. In Honduras, dopo una strenua lotta che è stata anche ampiamente repressa, i manifestanti si sono ritirati, consapevolmente prima che il governo cadesse. Hanno imposto il ritiro delle peggiori norme e del fondo monetario internazionale, ma hanno scelto di non far cadere il governo. Perchè mai? Perchè l’esperienza di lotte e vittorie ha dimostrato che non serve a nulla far cadere il governo, ne verrà un altro, con sistemi simili e magari peggiore. La società deve cambiare in modo tale che non sia più possibile fermarla, come hanno insegnato anche gli zapatisti in Chiapas, ma oramai sappiamo che dobbiamo lavorare sui diversi fronti per ottenere dei risultati. Persino la Grande Marcia del Ritorno a Gaza non si ferma, conta i suoi morti e feriti, i giovani invalidati, ma non si ferma. Ed è un circolo che avvolge almeno tre quarti del mondo: in America Latina si denuncia la presenza e l’influenza sionista. E noi stiamo a guardare straniti e frastornati, mentre le navi si inabissano colme di migranti che l’Europa non vuole, le coste franano, Venezia, Matera, il sud, il nord, tutto mescolato in un malestrom di intemperie e morte, cui si aggiungono le stragi delle morti sul lavoro. I giovani si fanno avanti, si fanno su le maniche aiutano a spalare il fango ed a salvare il salvabile, magari lanciano l’idea delle sardine, e tutti abboccano felici di aver qualcosa da dire, da esternare, sottraendosi ad una politica così aliena alla vita che non ci si riconosce.

Bene abbiamo detto, verificato che siamo in tanti, che l’odio urla forte ma non raccoglie tutti i consensi che crede, in fondo è più piacevole amare, unirsi, abbracciarsi, che essere sempre tesi, arrabbiati, urlanti… Con questo abbiamo recuperato alcuni dati che mi sembrano fondamentali:

1: non vogliamo l’odio per strada, non vogliamo razzismi e violenze

2: non chiedeteci di consentire a decreti come quelli cosidetti di sicurezza, la nostra sicurezza è nell’esserci, uscire per strada, incontrarci, parlare, abbracciarci

3: non è vero che non c’è alternativa, se vogliamo, se ci uniamo possiamo costruire una nuova prospettiva

4: il cambio cliamtico è un dato con cui fare i conti e subito, senza rimandi, l’ambiente è la nostra casa, abbiamo il diritto-dovere di salvaguardarlo

5: le multinazionali sono quelle che ci sfruttano maggiormente che oltre a inquinarci e depredare dall’acqua al suolo, devastare, ci rubano il tempo di rilassarci, stare con gli amici, godere della vita. La gente normale ha diritto a qualcosa di ben diverso da lavora, consuma,crepa

Il continuo tentativo di demonizzare il BDS (boicottaggio.disinvestimento,sanzioni) dimostra che queste azioni funzionano, hanno un grande impatto, e quindi si preparano leggi e regolamenti che cercano di bloccarle. Però nessuno può fermare gli studenti di Harward che se ne vanno all’arrivo dell’ambasciatore israeliano, lasciandolo a parlare ai banchi vuoti, e nessuno può pretendere che noi compriamo coca cola, o qualunque dei prodotti attualmente oggetto di boicottaggio. Persino la comunità europea, così tenera con Israele, ha deciso che i prodotti provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania devono dichiararlo in etichetta, il che significa che noi possiamo evitare di comprarli!

Riflettendo su questi fatti mi è venuto in mente che noi, cittadini inermi vittime del potere delle multinazionali, della pubblicità, del grande fratello televisivo e di tutte le stronzate che vengono propagandate e infilate a forza nella nostra testa, noi abbiamo un grande potere: quello di sottrarci dove è possibile, di contestare, e di sciegliere che cosa comprare, che cosa accettare e che cosa rifiutare!

Certo dobbiamo chiarirci un poco le idee, ma intanto possiamo cominciare a focalizzarci sulle scelte possibili, e diminuire l’impatto ambientale della nostra spesa e della nostra vita.

Qualcuno ci verrà a dire che boicottando facendo diminuire i consumi inutili perderemo posti di lavoro, che a pagare sono sempre le persone. Tutto vero, ma se analizziamo i fatti più a fondo ci rendiamo conto che c’è comunque da augurarsi che le grandi fabbriche si ridimensionino, che finisca l’uso della plastica e lo sfruttamento dei fiumi: credo che sia emblematido il disastro di Taranto, che con l’Ilva ha dato una svolta diversa alla propria fisionomia: prima della apertura dell’Ilva e della massiccia assunzione di operai, e con l’inquinamento conseguente, hanno perso il lavoro cinquantamila pescatori, che non potevano più vivere dei doni del mare, non potevano coltivare le cozze, non potevano pescare… intanto iniziavano i morti di insicurezza ed i malati di cancro. Che senso ha produrre inquinamento, rovinare una città e la sua struttura anche produttiva per impiantarci un mostro simile, che poi appena non serve più viene buttato con tutti i danni conseguenti?

Adesso credo che quello che si dovrebbe imporre è che gli operai ancora al lavoro vengano utilizzati per il recupero e la pulizia dell’ambiente, lavoro lungo, faticoso e non privo di rischi che sicuramente avrà dei tempi lunghi, ma con la ripulitura e la bonifica potranno sorgere piccole imprese pulite che consentano una vita più felice.

E noi intanto cominciamo a fare la spesa in modo intelligente: basta visite ai supermercati per distrarsi, meglio riprendere le passeggiate in centro, o all’aria aperta, le feste in piazza, e tutto quello che rende vivibile l’ambiente. E la spesa la facciamo dal contadino, dal gruppo di acquisto, le poche cose oramai così indispensabili nella nostra quotidianità che non riusciamo a trovare o coltivare possiamo acquistarle al mercato, sulle bancherelle o nei negozi di quartiere, che rischiano loro sì di morire per fare spazio a qualche bar fighetto, ad una botique di lusso o ad altre schifezze alla moda! Anche noi tutti abbiamo diritto al lusso, ma bisogna coniugarlo diversamente: ad esempio mangiare bene, in compagnia, cibi sani e ben cucinati è una delle cose che i ricchi si concedono, aggiungendoci codici scomodi di comportamento per sottolineare la loro diversità, ma vuoi mettere una tavola imbandita ad esempio con pasta fatta in casa, sugo di pomodori freschi e basilico, e persino salame del contadino, pollo ruspante o prosciutto tagliato al coltello, formaggio del pastore, insalata e verdure dell’orto, uova del pollaio di fattoria e non della catena di montaggio dello sfruttamento animale, e magari qualche torta rustica con verdure di stagione, e pane fatto in casa? In altri luoghi tortillas, fagioli, elote (pannocchie fresche bollite) e quant’altro si può trovare nella produzione locale. Tutto ciò con amici e vicini intorno alla tavola, bambini che giocano, gente che chiacchiera, ride, canta. Si può fare, se recuperiamo il gusto di vivere la quotidianità non come lavoro da finire in fretta, ma come momento di creatività, di scambio, di manipolazione ed arricchimento reciproco. Impastare il pane insieme, fare torte, il sugo da conservare per l’inverno, marmellate e verdure sott’olio sono tutte cose che erano spontanee sino a non molti anni fa, ogni zona, ogni situazione climatica consigliava i prodotti ed i modi, i pomodori secchi ad esempio erano patrimonio delle regioni più calde, difficile pensarli al nord, mentre far bollire la passata di pomodoro in grandi pentole era normale al nord, e recuperare la frutta che sarebbe andata dispersa in marmellate, o le verdure di troppo per l’inverno era ovvio un po’ ovunque. Recuperare questi saperi, mettere in gioco le competenze è importante perché meno comperiamo prodotti di fabbrica, meno ci riempiamo di conservanti, di chimica controproducente più lasciamo scorrere liberamente la nostra vita. Già ma per fare queste cose, e questo è solo un piccolo esempio, bisogna avere il tempo, lo spazio, la rilassatezza del quotidiano che ci viene tolta ogni giorno, e allora noi boicottiamo il tempo! Il tempo del lavoro retribuito, sempre meno e con meno diritti ed orari più lunghi. Chi perde il lavoro, o non lo regge più, deve diventare il centro delle prospettive del gruppo assumendo appunto il ruolo di gestione e di organizzazione, magari occupandosi di aggiustare, recuperare, rimodellare, rendere nuova vita e nuovo utilizzo agli oggetti, o coltivando un orto, un pezzetto abbandonato. Tutto ciò ovviamente andrebbe pensato per ogni zona, ogni territorio che si riesce a recuperare, ogni sponda di fiume che deve essere sottratta alle costruzioni, in cui piantare alberi, ripristinare gli argini e gli spazi di rispetto per quando il fiume è troppo pieno. Ci sono un mucchio di lavori da fare, sia autoproducendo sia affidandosi ad una progettazione seria e utile, di comune o provincia, a seconda dei bisogni, in cui molti lavoratori potrebbero trovare ricollocamento per ripristinare, riparare, rimettere in sesto, fare la manutenzione. E non solo lavoraotri di base, ma anche geometri ed ingenieri, architetti, che si impegnino nel lavoro di ricerca e di ripristino del territorio. Ci sarebbe spazio, e utilità anche per le università, che invece di ricorrere ai finanziamenti privati e fare ricerche dolorose ed assasine sulle cavie, potrebbero orientare i loro studi verso un nuovo mondo possibile, una nuova relazione tra le persone, dalla filosofia alla tecnica, dalla matematica all’agronomia, c’è lavoro per tutti. E quindi io direi che non c’è da preoccuparsi se cadono le grandi fabbriche, se le multinazionali vengono ridimensionate è tutto un vantaggio per la vita vera, per la stessa sopravvivenza della specie.

E allora ripartimao dal boicottaggio, ma facendo insieme una seria analisi delle nostre abitudini, da quel modello di vita che ci viene imposto e che non necessariamente ci appartiene e ci fa stare bene.

Pranzo in giardino, condividendo amicizia cibo parole risate

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Luna Piena e dintorni

La luna in questi giorni sta crescendo verso la sua pienezza, e per caso mi imbatto in un’altra tradizione qui in Yucatan che ha a che fare con le celebrazioni dei dias de muertos. Prendiamo un taxi al mattino e la radio accesa racconta che in questi giorni, al fine della settimana si celebra qui in Yacatan il saluto alle anime dei morti che ritornano ai loro cieli e potranno farsi di nuovo presenti l’anno prossimo. La festa ha a che fare con il saluto, buon viaggio, vi attendiamo l’anno prossimo, ed ha a che fare con il cibo, e i dolci, per rednere il cammino più agevole ed a noi il distacco meno doloroso. E nel pomeriggio sulla “calzada de los frailes”, il cammino dei frati, che conduce sino al parco de Sisal ed al convento di San Bernardino, incontro una serie di gazebo e banchi, inframmezzati con alcuni altari dedicati ai morti, ognuno propone dolci tradizionali o cibi specifici per questa festa di saluto, ci sono le pannocchie di mais bollite, el pan de espelon, un fagotto con carne che rifiuto, e poi dolci, zucche o papaia candite, spumiglie e varie forme di pasta di mandorle che rappresentano animali o calaveritas. É una festa più tranquilla di altre, anche se non manca il gruppo che suona e che esegue danze tradizionali: salutiamo con dolcezza i nostri morti che se ne vanno, certi che non ci abbandonano, ma che torneranno l’anno prossimo a passare qualche giorno con noi, a condividere le cose buone che hanno amato in vita, a sostenere il nostro cammino. C’è un poco la pena del distacco, ma insieme il sorriso della unione che la morte non ha spezzato, e della certezza di questa vita che continua in altre forme, e puoi osservare con un sorriso la farfalla che ti svolazza davanti al naso, o ascoltare il cinguettio insistente di un uccellino che vuole farsi sentire: sono i messaggeri da quell’altro mondo, i segni, i testimoni che il filo non è spezzato, che tutte e tutti siamo uno. La luna cresce, illumina la notte perfino ochieggiando tra le nuvole, e noi avvertiamo anche la tensione del plenilunio che si prepara. Ascoltando i video di Aquafortis Astrology si scopre che ognuno di questi giorni ha un suo affollarsi di pianeti, di incontri, scontri, amicizie e incomprensioni che possono servire a tirarci fuori dal nostro angolo tranquillo, dallo scontato, dal già dato per estrarre infine dal profondo di noi ciò che deve venire, e poi, con la Luna Piena avvertiremo l’abbraccio di questa luna in toro, di un amore universale, della accoglienza amorevole di madre terra, il segno di terra che incontra questa luna ci fa sentire più intensamente questa relazione e questo amore, più che mai necessario per districarci dai dolori e dalle ferite quotidianamente imposte alla terra ed ai suoi figli e figlie.

Altri aspetti li colgo dal sito di Cammina nel sole, con due articoli, uno di Elisa Sole:

“Sta arrivando la Luna Piena, esattamente martedì 12 Novembre. Questo mese sarà nel segno zodiacale del Toro, opposta al Sole in Scorpione.

Quando la Luna transita nel Toro è un momento dove è utile e necessario ascoltare i nostri bisogni, cosa ci dice il corpo. Il segno del Toro è legato non solo alla madre terra, ma alla fisicità, ai 5 sensi, al sentire, alla sensualità, ai bisogni materiali, alle idee ingegnose. Sarà una Luna Piena dove poter celebrare le nostre nuove consapevolezze. Dentro di te negli ultimi sei mesi qualcosa è cambiato, cosa? In quale area? Durante il plenilunio e nelle due settimane seguenti vedrai e toccherai con mano i risultati della tua ‘trasformazione’. (…) Il suo messaggio è proprio farti riflettere sul lavoro fatto nei mesi scorsi, sulle tue speranze, sogni, le emozioni provate, paure, lacrime, gioia, duro lavoro e desideri. Forse negli ultimi giorni potresti sentirti ‘persa’ nella nebbia. Non capire granché di quello che è successo e che ti  sta accadendo .. uno dei significati della carta La Luna è la sensazione di confusione,  illusione. (…) Nel corso del plenilunio tutto sarà chiaro. Le ombre, specialmente quelle interiori possono svanire. Il consiglio è di avere fiducia nelle opportunità che si stanno per presentare. Tutto sarà svelato e ti sentirai come la donna nella carta, calma , sognante, splendente. Non solo pronta a ricevere, ma a donare e creare .

(…) in primis il messaggio per il plenilunio  è di celebrare l’amore che hai per Te. Stai facendo cose che ami? Ti coccoli? Il transito lunare in Toro parla di piaceri, Venere è il pianeta legato a questo segno. Fatti dei doni, dei regali. Sei preziosa, apprezzati e coltiva la tua bellezza interiore ed esteriore. Un altro consiglio è di eliminare vecchie dinamiche nelle relazioni, elimina rabbia e gelosia.

E sempre da Cammina nel sole, dall’articolo di Giorgia Francolini

“… . Questo potente plenilunio connetterà le potenti e solide energie dell’elemento Terra alla duttilità uraniana, chiedendoci di manifestare con gesti concreti e duraturi i nostri intenti ma solo a patto di rinnovarci senza mezze misure là dove sarà necessario. Perché solo con la trasformazione continua la nostra consapevolezza può così aumentare e salire di livello in modo equo e appagante.”

Questa luna ci offre l’invito ad uscire dalla rabbia, dalla delusione, dalla gelosia, per fare un salto ulteriore, ed inserirci in quel cammino di risveglio e di nuove energie che si sta muovendo nel mondo. È evidente il contrasto tra questo risveglio e la ferocia e la aggressività con cui ogni sollevamento viene represso: dalla grande marcia del ritorno, a Gaza che da più di un anno segna i venerdi della Palestina e sfida con la potenza del diritto e della giustizia i militari armati fino ai denti, pronti a mutilare ed uccidere, ai nuovi sollevamenti in America Latina, Haiti, di cui pochi parlano, ma che finalmente si solleva chiedendo giustizia e l’allontanamento di un governo rapinoso, e il Cile che sta sperimentando una repressione feroce, e l’Honduras, l’ Argentina, e per alcuni versi gli indigeni di tutto il continente. Ecco, invece di fomentare la rabbia tutti questi movimenti si appellano all’amore, alla condivisione, alla fiducia tra le persone che il diritto va riconosciuto ed agito. Io credo che si sta creando un nuovo filo di speranza, di legame tra i popoli e le persone, le diverse espressioni del femminismo, ni una menos, e la forza delle donne indigene che non si riconoscono nel femminismo rivendicativo bianco e neoliberale, d’altronde molte di noi non si sono mai riconosciute in quello che chiamavamo emancipazionismo, certo che ci spettavano riconoscimenti e posti prestigiosi, ma non a patto di confonderci con il mercato corrente, con un capitalismo includente che ci mortificava negando le nostre differenze, che inevitabilmente avrebbe escluso le altre che non ci stavano. Così siamo di nuovo qui, ad imparare dalle altre, dagli altri mondi, che non sono morti sotto centinaia di anni di repressione e di colonialismo, ma hanno saputo resistere, modificarsi, elaborare nuovi concetti, giocare dentro il dato senza rinunciare a se stessi. E allora cominciamo a costruire ora adesso questi nuovi mondi, questo diverso modo di vivere e di consumare, lasciando da parte ogni prodotto intriso di sangue, anche se comodo e di bell’aspetto, e sostenendo ogni forma di boicottaggio, per arrivare a consumare meno, dai piccoli produttori, a richiedere prodotti che non vengano immediatamente ridotti a rifiuti, a cercare lo scambio, la comunità, la relazione tra le persone. Bisogna imparare di nuovo a lasciar da parte gelosie ed egoismi, a depotenziare i conflitti, a non giudicare, a guardare alle differenze come arricchimento e crescita. Persino la rinuncia di Evo Morales, la notizia è di queste ore, fa pensare ad un modo differente di vivere la politica, nell’interesse ed a protezione delle persone, che rischiano il bagno di sangue della repressione, cercando altri modi di comunicare, di difendersi e di crescere quando lo scontro diviene insostenibile e foriero di tragedie. Questo è il dato, c’è sempre un’altra via, bisogna cercarla, inventarsi percorsi nuovi e sconosciuti, aprire nuovi cammini…

Buona luna Piena a tutte e tutti noi, buona esplosione di possiblità, che cancellino la nebbia e facciano nuovamente risplendere il sole.

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La morte è viva!

Tra pochissimo qui si festeggiano i morti, gli antepasados, e con questo già si coglie un fiorire di iniziative, dagli altari in preparazione, ai dolci e calaveras de azucar, alle sfilate dei morti viventi, la morte è viva, è il titolo della sfilata di Oaxaca. In alcuni casi addirittura si parte dal 28 di ottobre.

È inevitabile, almeno per me, misurarsi con la morte, i morti uccisi di tutte le manifestazioni, questo sfidare la morte per chiedere, pretendere la vita, una vita degna. E i morti delle aggressioni, delle guerre inutili, dei respingimenti, della violenza che produce i femminicidi. Stravolgere la vita, usare una morte per aggredire e ferire anche chi sta vicino alla persona uccisa, il gioco osceno del senso di onnipotenza che è insieme incapacità di sentirsi parte di un genere umano, di una terra, di un universo in cui le altre vite sono tutte importanti, come la tua, e persino cogliere un fiore è un atto che richiede rispetto e considerazone.

La visione della relazione intensa tra morte e vita non ha solo il senso di mantenere il contatto con quelli che ci hanno preceduto, che ci hanno lasciato, come si usa dire, ma offre la certezza della comunicazione costante che in questi giorni diviene più viva e più tangibile. Una esplorazione attraverso le tradizioni e gli usi rende evidente che comuque questo tempo dell’anno è stato vissuto come un momento in cui cambiano le maree e i morti possono rendersi presenti ai vivi. I bambini siciliani sino a pochi anni fa ricevevano addirittura i doni dai parenti morti, e quindi la relazione con loro era intrisa di attesa, di magia e dalla sensazione di amore che veniva trasmessa, mentre in altre parti d’Italia si lasciava la tovaglia apparecchiata la sera, perché i morti potessero venire a sedersi ancora una volta intorno al tavolo. La tradizione stessa di visitare i cimiteri di ornare le tombe ha questo significato di riallacciare un colloquio.

Qui in Messico la cosa diviene tangibile, per le strade, in ogni negozio, quasi in ogni casa, si costruisce un altare per i morti, con le foto e soprattutto con gli omaggi di tutto quello che piaceva al defunto, perché tornando si senta accolto da un frutto, un dolce, il liquore o il tabacco preferito, e poi una strada di luce per accompagnarlo sino a noi. I doni che si trovano sull’altare alla fine vengono condivisi e distribuiti, si accentua l’atmosfera di festa e condivisione, ogni giorno dedicato ad un tipo di morti, non dimenticando quelli uccisi, in cui la morte violenta ha tagliato il corso della vita, ed i bimbi innocenti. Ogni giorno una candela in più, un nuovo invito perché nessuno si senta escluso e dimenticato.

Daccordo piangere i morti, ma non dobbiamo affliggerli troppo, dobbiamo anche sorridere, ridere con loro, perché la loro comunicazione con noi non li affligga, ma li faccia stare bene” Questa osservazione, fatta dalla maestra maya che conduceva la cerimonia del fuoco, penso che sia un poco la sintesi di un modo diverso di rapportarsi alla morte, ai morti, come parte della nostra quotidianità, presenze che si possono invocare perché ci accompagnino, quasi che essi possano indicarci una via, una soluzione ai nostri problemi quotidiani.

Questa sensazione della presenza, della continuità del lignaggio che ci lega ai nostri avi l’ho vissuta molto intensamete nell’ultimo incontro cui ho partecipato, a San Cristobal. Incontro di chamanesimo, un incontro di formazione ed approfondimento, e così mi sono trovata a fare i conti con la mia storia personale e con quella dei miei antepasados, mi sono ritrovata a visitare e rivedere la relazione con i nonni, a riscoprire cose che respingevo e che ora posso comprendere e perdonare, e questo mi ha permesso di ritrovare anche le parti positive, quella eredità dai miei antenati che mi fa quella che sono, con passioni, confusioni, incertezze e determinazione, speranze, fiducia che in qualche modo si è costruita sulle qualità e i difetti di chi mi ha preceduto, per permettermi di farne la mia personale sintesi… e poi la relazione con gli altri, l’attenzione agli altri, la dimensione “politica” della vita, l’impegno differente ma presente e vivo in ognuno dei miei. E ti trovi a fare i conti con il dolore, con la violenza che attraversa le nostre vite. Come si sono attrezzate le donne della mia vita, quelle che mi hanno preceduto, per contenere la violenza insita nelle loro esistenze? La storia delle loro vite è così differente e difficile, eppure così vicina, dalla nonna forte che si è sottratta alla famiglia borghese repressiva, che non voleva permetterle di trasformare la sua passione e creatività per la sartoria in un lavoro, e ha dovuto andare dall’altra parte della Sicilia per potersi esprimere, e poi si è lasciata condizionare, ha scelto di farsi condizionare (?) da un marito esigente, arrogante, che cercava di superare il fatto di essere molto piccolo, con una ostentazione di autorità e presenza molto forte. Ma quell’uomo l’aveva affascinata per la sua parlantina sciolta, per le frasi elaborate, il gusto della scrittura e degli svolazzi che l’avevano incantata… e la mia passione per la scrittura non passa forse anche da lì? E l’altra nonna, austera elegante, proveniente da una famiglia che aveva allontanato la sua mamma per un matrimonio fuori casta, ma con tutta la determinazione, la forza di questa madre a sostenere i suoi giorni. Quando aveva dovuto farsi carico anche del marito per una crisi del lavoro, con la sua dignità e la sua forza aveva affrontato il quartere più povero e malfamato, dove aveva potuto, con i pochi soldi a disposizione, aprire una merceria profumeria. Aveva saputo relazionarsi con le donne del quartiere, molte prostitute, che venivno da lei per comprare un profumo, un merletto, stabilendo un rapporto di rispetto reciproco. Altri tempi, altre vite, ma ognuna vissuta con la capacità di comprendere e sostenere, con progetti personali e familiari, all’interno della famiglia. Io credo che da loro non fosse nemmeno messa in ipotesi l’idea che se un matrimonio entrava in crisi si poteva rompere, e forse non lo avevano mai voluto. Ma una cosa che mi è rimasta di questo è il messaggio di mia madre, di fronte alle nostre asprezze ed intemperanze prefemministe: “io ho scelto questo modo di essere, tu farai quello che credi nella tua vita”e questo messaggio è stato un po’ quello che ha tracciato la mia strada: potevo essere diversa, chiedermi che cosa volevo, che cammino intraprendere…

È vero, i morti interpretano la vita, mi sono trovata a rivedere il mio cammino, a rivedere le vite dei miei con nuova comprensione, facendoci pace senza confondermi con loro e questo credo che sia un grande dono.

Ci sono altre morti che accompagnano le nostre vite, dalle streghe di cui parlava Maria Teresa Messidoro nell’articolo precedente, alle donne morte di violenza, repressione, alle palestinesi, alle curde, alle donne che camminano ora per le strade del mondo cercando di ottenere dei cambiamenti e che cadono, come Bertha Caceres e le tante attiviste uccise per tacitarne la voce e spegnerne l’impegno, “pensavano di averci ucciso, non sapevano di aver messo a dimora dei semi,” che sono germogliati in mille piantine che crescono e presto daranno frutti.

E poi le morti amiche, le persone che hanno accompagnato pezzi importanti della tua vita e che ora mancano all’appello, in questi giorni tornano fuori con prepotenza. Come non ricordare e cercare di reincontrare mio fratello Carlo, una presenza che c’è sempre stata nella mia vita, fino a quando la malattia me l’ha progressivamente tolto e fino alla sua morte, quando il dialogo è ripreso, anche con battibecchi fraterni! E sì, perché vicinanze e distanze ci sono sempre state tra noi, e così quando io mi aspettavo che Carlo fosse uno dei miei acocmpagnatori mentre andavo a cercare il mio animale totem, lui mi ha risposto seccamente che la cosa non lo riguardava, che erano affari miei, e che non mi avrebbe accompagnato, e fece bene. Questo era io penso anche un invito a crescere senza di lui, a smettere il ruolo della sorellina che si appoggia al fratello maggiore per prendere la mia strada…

Franca invece è un’altra storia, una quarantina d’anni di amicizia, forse di più, in cui entrambe siamo cresciute, ci siamo allontanate e riavvicinate, in un legame che si andava rinsaldando nella reciproca differenza e negli scambi di esperienze e di impegno, e la sua assenza inattesa, improvvisa forse per non aver voluto leggere i segnali, è ancora troppo vicina, troppo fresca e non credo che questo dia de muertos riuscirà a farmela incontrare, chissà, forse riuscirò a far pace con il fatto che lei non c’è più, riuscirò a dare un senso reale alle parole che ho scritto dicendo che ora è libera e senza vincoli, può volare attraverso i mondi. E spero che abbia voglia di volare fino a me, al mio piccolo esitante altare, al tabellone disegnato due anni fa e che ancora conservo con la citazione di tutte le morti che hanno attraversato questi anni di dolore, di cambiamenti, di ferocia istituzionale, di lotta, di speranze troppo spesso affogate nel sangue, ma subito rinate, con i semi che germoglieranno in un nuovo domani.

Ciò che fa male in questo tempo faticoso, e stona certamente in questo discorso, sono i “morti viventi” quegli zombies che non riescono a comprendere di essere morti davvero, e che vanno cancellati e dimenticati, per svanire finalmente nel nulla e dare spazio a nuove vite, al nuovo inizio che stiamo faticosamente cercando.

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Di lune e di streghe

Stavo rimuginando sul fatto che non mi decido a partire per un nuovo scritto, mettere in parole quello che ho così chiaro in testa non sempre riesce, ed ho bisogno di darmi una spinta… intanto ricevo questo testo da Maria Teresa Messidoro che mi dice “fanne quello che vuoi” ed è la spinta di cui avevo bisogno, ora pubblico il suo testo, a domani il mio. E grazie Maria Teresa!

Di streghe e di principesse, per un 31 ottobre senza Halloween

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento

La luna piena del 13 ottobre, essendo in ariete, è stata definita come la mas hermosa, la più bella, quella in cui i principi divengono lupi e le principesse streghe! Una luna dunque misteriosa che ci invita a riconoscere le nostre parti magiche, quasi animalesche, quelle meno considerate e ad uscire dalla formalità dell’aspetto composto, infiocchettato ed un poco noioso delle belle principesse, per trasformarci in streghe sfrenate, potenti, capaci allora di comprendere al di là del visibile. Contemporaneamente, il lupo che si nasconde dietro ad ogni principe che si rispetti emerge in tutta la sua forza selvaggia, per riconnetterlo con l’aspra natura, per farlo vagare nei boschi e farlo andare incontro alla strega senza timori ed esitazioni. Due forze dirompenti che si incontrano e si arricchiscono insieme.

Ecco in sintesi il concetto di Any Giroldi, nel suo blog in cui si parla di tarocchi, forza della diosa e di sonidos que fortalecen.

E che ci rimanda al concetto di Hina, la dea della luna, venerata nelle Hawai, la dea del dare e ricevere, dell’alba e tramonto

Tranquilli, non sono precipitata in un intimismo che mi allontana dalla realtà e dalle lotte quotidiane che tanto mi coinvolgono e mi sostengono. No, semplicemente questa riflessione sulla luna di ottobre mi ha riportato alla mente un articolo scritto alcuni anni fa da Valentina Portillo su Rebelión, “Una fecha para celebrar” (Una data da celebrare).

In quell’articolo, Valentina (che considero quasi una sorella visto che è salvadoregna, ed io mi sento profondamente legata a El Salvador) ci ricorda che il 31 ottobre, el dia de las brujas (il giorno delle streghe) è una buona data per celebrare la vita, riappropriarci della memoria storica, essere contestatori, riconoscere l’uguaglianza di genere, amare e sognare. Mai e poi mai ci piegheremo al sistema, mai e poi mai ci comporteremo come alienati seguaci del maldito imperio, né del Dio Mercato, né dei centri commerciali, con le loro vetrine stracolme di Harry Potters, Frankestein o la Famiglia Adams, circondati da zucche e scheletri.

No! Il 31 ottobre è una magnifica occasione per ricordare le streghe di tutti i tempi, le eterne incomprese, quelle che divennero voci fuori dal coro in un mondo maschile, quelle che rifiutarono il sistema di pensiero logico ufficiale, teologico, “naturale” e per questo l’unico riconosciuto come legale, cercando una risposta individuale e collettiva alle mille domande dell’universo intero. Troppe volte hanno pagato con la morte, bruciate sul rogo, impiccate, sul patibolo, colpevoli a volte soltanto di sapere calmare il dolore fisico della peste, delle febbri, della peste, della temperatura così alta che quasi ti incendia.

Una data per ricordare certamente anche quegli uomini che in mille parti del mondo provarono, pensarono, studiarono, strapparono segreti alla morte, smontarono visioni cosmologiche e costruirono sistemi ed idee nuove: dall’antica Babilonia alla Grecia, dall’impero romano all’oscuro medioevo, dai saggi indigeni di quel terzo mondo che l’occidente ha depredato e disprezzato agli attuali ultimi resistenti possessori di conoscenze quasi mai considerate tali dalla cultura imperante.

Come ci suggerisce Valentina, il 31 ottobre celebriamo la grande festa dello spirito e a partire dal nostro carattere collettivo unitario contestiamo la cultura dominante, rifiutiamo la sala da ballo, non precipitiamo nella sinfonia matematica artificiale, né la poesia classista accademica, non roviniamo il succo d’arancia con la vodka, tantomeno feriamo l’acqua con il whisky. Intorno ai falò che sapremo realizzare, ritorniamo ai nostri principi, recuperiamo la comunicazione con piante ed animali, riscopriamo la magia dell’essere e del resistere, lievitiamo al di là dell’universo, dialoghiamo con i nostri morti. E soprattutto formiamo una solida catena di braccia, le dita intrecciate come potenti anelli per salutare e far rivivere la persistente lotta delle donne, la conquista eroica delle streghe di ogni tempo che hanno combattuto e combattono per l’uguaglianza di genere: entriamo a forza nella scienza erudita, alziamo la voce e recuperiamo uno spazio nella vita quotidiana.

Facciamo allora rivivere la storia di Alice Kyteler, irlandese, la prima bruja che la storia ci ricordi, donna bella e indipendente a cui mai si perdonò di essere potente e capace di comandare gli uomini: condannata nel 1324, sparì nel nulla; ricordiamo Madre Shipton, Ursula Nato Sontheil, nata deforme da una relazione clandestina, sottoposta a scherzi e burla, recuperò uno straccio di dignità curando e prevedendo il futuro; morirà nel 1561.

Esce dalla storia Juana Iné̀s de la Cruz, a cui il clero machista impose la vita monastica, più adatta alla sua condizione di donna e suora, piuttosto che alla riflessione teologica, esercizio riservato allora soltanto agli uomini; morirà come portinaia del convento in cui era stata relegata, mentre curava le sue sorelle colpite dal colera nell’epidemia che sconvolse il Messico nell’anno 1695.

Recuperiamo anche la chiaroveggente Joan Wytte, che morirà nel 1813 di polmonite, mentre era imprigionata per le accuse sporte contro di lei dai suoi vicini malevoli ed invidiosi della sua fama.

La lista potrebbe continuare, ma non vi annoierò oltre: ognuna di noi può ritrovare nei propri ricordi altri nomi, altre storie, altre battaglie.

Io preferisco terminare con Febe Elisabeth Velásquez, salvadoregna, che nel 1989, quando la guerra che insanguinò El Salvador per più di dieci anni stava per terminare, fu assassinata insieme ad altri sindacalisti per una bomba collocata nel locale di FENASTRAS, il 31 ottobre. Bruciò come una strega, lei che aveva lottato per anni contro le politiche ingiuste, lei che aveva iniziato a lavorare a tredici anni in una delle più grandi fabbriche tessili del suo paese, filiale di una fabbrica più grande dell’impero nordamericano. Lei che avevo conosciuto ed apprezzato per le sue capacità di dialogo con tutti, lei che sapeva ascoltare, per comprendere e poi lottare, con forza e determinazione. Il suo nome appare ora nel muro della memoria, costruito alcuni anni fa a San Salvador, per non dimenticare le migliaia di vittime di una guerra per la libertà ed una diversa giustizia sociale. Sono riuscita a scovarlo, quando ho percorso il muro, è stato emozionante accarezzarlo, quasi come se volessi stringere ancora una volta quelle mani di donna piccola ma non fragile, riservata ma combattiva

Ed allora, in memoria di Febe, Joan, Inés, Ursula, Alice e le molte altre brujas che sono esistite, pronunciamo i loro nomi, ricostruiamone la memoria e continuiamo la loro lotta.

Glielo dobbiamo.

P.S se cercate in internet l’articolo di Valentina Portillo non lo trovate, chissà chi ha voluto “bruciare” e cancellare queste parole irriverenti ….

e grazie a Nicoletta Crocella per lo spunto che mi ha spinto a scrivere questo articolo.

Di streghe e di principesse, per un 31 ottobre senza Halloween

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento

La luna piena del 13 ottobre, essendo in ariete, è stata definita come la mas hermosa, la più bella, quella in cui i principi divengono lupi e le principesse streghe! Una luna dunque misteriosa che ci invita a riconoscere le nostre parti magiche, quasi animalesche, quelle meno considerate e ad uscire dalla formalità dell’aspetto composto, infiocchettato ed un poco noioso delle belle principesse, per trasformarci in streghe sfrenate, potenti, capaci allora di comprendere al di là del visibile. Contemporaneamente, il lupo che si nasconde dietro ad ogni principe che si rispetti emerge in tutta la sua forza selvaggia, per riconnetterlo con l’aspra natura, per farlo vagare nei boschi e farlo andare incontro alla strega senza timori ed esitazioni. Due forze dirompenti che si incontrano e si arricchiscono insieme.

Ecco in sintesi il concetto di Any Giroldi, nel suo blog in cui si parla di tarocchi, forza della diosa e di sonidos que fortalecen.

E che ci rimanda al concetto di Hina, la dea della luna, venerata nelle Hawai, la dea del dare e ricevere, dell’alba e tramonto

Diosa luna, dal post di Any giroldi citato nell'articolo

Tranquilli, non sono precipitata in un intimismo che mi allontana dalla realtà e dalle lotte quotidiane che tanto mi coinvolgono e mi sostengono. No, semplicemente questa riflessione sulla luna di ottobre mi ha riportato alla mente un articolo scritto alcuni anni fa da Valentina Portillo su Rebelión, “Una fecha para celebrar” (Una data da celebrare).

In quell’articolo, Valentina (che considero quasi una sorella visto che è salvadoregna, ed io mi sento profondamente legata a El Salvador) ci ricorda che il 31 ottobre, el dia de las brujas (il giorno delle streghe) è una buona data per celebrare la vita, riappropriarci della memoria storica, essere contestatori, riconoscere l’uguaglianza di genere, amare e sognare. Mai e poi mai ci piegheremo al sistema, mai e poi mai ci comporteremo come alienati seguaci del maldito imperio, né del Dio Mercato, né dei centri commerciali, con le loro vetrine stracolme di Harry Potters, Frankestein o la Famiglia Adams, circondati da zucche e scheletri.

No! Il 31 ottobre è una magnifica occasione per ricordare le streghe di tutti i tempi, le eterne incomprese, quelle che divennero voci fuori dal coro in un mondo maschile, quelle che rifiutarono il sistema di pensiero logico ufficiale, teologico, “naturale” e per questo l’unico riconosciuto come legale, cercando una risposta individuale e collettiva alle mille domande dell’universo intero. Troppe volte hanno pagato con la morte, bruciate sul rogo, impiccate, sul patibolo, colpevoli a volte soltanto di sapere calmare il dolore fisico della peste, delle febbri, della peste, della temperatura così alta che quasi ti incendia.

Una data per ricordare certamente anche quegli uomini che in mille parti del mondo provarono, pensarono, studiarono, strapparono segreti alla morte, smontarono visioni cosmologiche e costruirono sistemi ed idee nuove: dall’antica Babilonia alla Grecia, dall’impero romano all’oscuro medioevo, dai saggi indigeni di quel terzo mondo che l’occidente ha depredato e disprezzato agli attuali ultimi resistenti possessori di conoscenze quasi mai considerate tali dalla cultura imperante.

Come ci suggerisce Valentina, il 31 ottobre celebriamo la grande festa dello spirito e a partire dal nostro carattere collettivo unitario contestiamo la cultura dominante, rifiutiamo la sala da ballo, non precipitiamo nella sinfonia matematica artificiale, né la poesia classista accademica, non roviniamo il succo d’arancia con la vodka, tantomeno feriamo l’acqua con il whisky. Intorno ai falò che sapremo realizzare, ritorniamo ai nostri principi, recuperiamo la comunicazione con piante ed animali, riscopriamo la magia dell’essere e del resistere, lievitiamo al di là dell’universo, dialoghiamo con i nostri morti. E soprattutto formiamo una solida catena di braccia, le dita intrecciate come potenti anelli per salutare e far rivivere la persistente lotta delle donne, la conquista eroica delle streghe di ogni tempo che hanno combattuto e combattono per l’uguaglianza di genere: entriamo a forza nella scienza erudita, alziamo la voce e recuperiamo uno spazio nella vita quotidiana.

Facciamo allora rivivere la storia di Alice Kyteler, irlandese, la prima bruja che la storia ci ricordi, donna bella e indipendente a cui mai si perdonò di essere potente e capace di comandare gli uomini: condannata nel 1324, sparì nel nulla; ricordiamo Madre Shipton, Ursula Nato Sontheil, nata deforme da una relazione clandestina, sottoposta a scherzi e burla, recuperò uno straccio di dignità curando e prevedendo il futuro; morirà nel 1561.

Esce dalla storia Juana Iné̀s de la Cruz, a cui il clero machista impose la vita monastica, più adatta alla sua condizione di donna e suora, piuttosto che alla riflessione teologica, esercizio riservato allora soltanto agli uomini; morirà come portinaia del convento in cui era stata relegata, mentre curava le sue sorelle colpite dal colera nell’epidemia che sconvolse il Messico nell’anno 1695.

Recuperiamo anche la chiaroveggente Joan Wytte, che morirà nel 1813 di polmonite, mentre era imprigionata per le accuse sporte contro di lei dai suoi vicini malevoli ed invidiosi della sua fama.

La lista potrebbe continuare, ma non vi annoierò oltre: ognuna di noi può ritrovare nei propri ricordi altri nomi, altre storie, altre battaglie.

Io preferisco terminare con Febe Elisabeth Velásquez, salvadoregna, che nel 1989, quando la guerra che insanguinò El Salvador per più di dieci anni stava per terminare, fu assassinata insieme ad altri sindacalisti per una bomba collocata nel locale di FENASTRAS, il 31 ottobre. Bruciò come una strega, lei che aveva lottato per anni contro le politiche ingiuste, lei che aveva iniziato a lavorare a tredici anni in una delle più grandi fabbriche tessili del suo paese, filiale di una fabbrica più grande dell’impero nordamericano. Lei che avevo conosciuto ed apprezzato per le sue capacità di dialogo con tutti, lei che sapeva ascoltare, per comprendere e poi lottare, con forza e determinazione. Il suo nome appare ora nel muro della memoria, costruito alcuni anni fa a San Salvador, per non dimenticare le migliaia di vittime di una guerra per la libertà ed una diversa giustizia sociale. Sono riuscita a scovarlo, quando ho percorso il muro, è stato emozionante accarezzarlo, quasi come se volessi stringere ancora una volta quelle mani di donna piccola ma non fragile, riservata ma combattiva

Ed allora, in memoria di Febe, Joan, Inés, Ursula, Alice e le molte altre brujas che sono esistite, pronunciamo i loro nomi, ricostruiamone la memoria e continuiamo la loro lotta.

Glielo dobbiamo.

P.S se cercate in internet l’articolo di Valentina Portillo non lo trovate, chissà chi ha voluto “bruciare” e cancellare queste parole irriverenti ….

e grazie a Nicoletta Crocella per lo spunto che mi ha spinto a scrivere questo articolo.

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Ridere… dopo l’incontro di San Cristobal

Una ragazzina spaventata e decisa si affaccia alla finestra della sua camera. Giù, intorno alla casa, forse anche potrebbero entrare, degli individui pericolosi che impediscono di muoversi e chiedere aiuto. La ragazzina pensa intensamente e decide, si arrampica sul davanzale e silenziosamente, il più silenziosamente possibile, striscia sul palo del pergolato sottostante. Il palo arriva proprio lì sotto la sua finestra, non reggerebbe un adulto, ma lei è abbastanza piccola per affidarsi al legno e scorrere sul pergolato, scendere a terra nel giardino sottostante, muoversi leggera sulla ghiaia sfruttando le ombre della notte ed arrivare in fondo, dove una piccola breccia nel muro di cinta le permette di uscire fuori e poi correre per i campi sino al fossato da attraversare per raggiungere la strada distante e chiedere aiuto.”

Questa fantasia infantile mi è tornata alla mente in tutta la sua vividezza grazie ad una delle attività proposte durante l’incontro di San Cristobal, e mi sono guardata indietro, ai sogni alle attese di allora sino alla persona che sono adesso.

Mi sono trovata ad essere l’abuelita, la nonnina, oggettivamente la più anziana del gruppo dell’incontro, trattata con quel tanto di rispetto e cura affettuosa che la mia età suggeriva, senza però prevaricare la mia voglia di esserci senza limiti e difficoltà, nonostante una tosse insistente che il clima del luogo ha mantenuto…

Incontrare parti di me seppellite sotto l’esperienza dei giorni, la quotidianità faticosa, la ricerca, le cadute e il rialzarsi, e riconoscere alla fine che i miei sogni si sono realizzati, non nel modo splendente e avventuroso che allora immaginavo, ma prendermi cura degli altri, prima nel lavoro e poi nei gruppi e nelle relazioni interpersonali, insieme allo scrivere, al raccontare storie, è stato quello che ho fatto nella mia vita, come sognavo da bambina. Ciò che non comprendevo allora del mio sogno ricorrente di fuga e salvezza, è che davvero avrei dovuto allontarmi, sottrarmi a casa e famiglia, affrontare le ombre della notte, e del mio intimo, per arrivare anche alla mia salvezza.

Questi giorni in cui sono stata accudita e sostenuta mi hanno riportato alla consapevolezza che devo imparare anche a lasciare che gli altri, le altre si prendano cura di me, non devo aver paura del mio bisogno, della mia debolezza, senza ovviamente naufragare in essa, e allora posso riproporre per intero la poesia che scrissi alcuni anni fa e che mi ritorna in mente quando mi misuro con la mia storia, e con ciò che sono diventata.

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MEDITERRANEO…

MEDITERRANEO
Mare di mezzo
Mare tra le terre
legate dal fluire
d’acqua, dallo scorrere
di onde e maree.
Racconti di antichi esodi
naufragi sfiorati
ma un approdo attende
in porti sicuri
a intrecciare storie, a creare altra vita.

CAROLA
C ogliere
A mare
R ispondere
O sare
L ibera
A vventura


Navigare
in un mare lucente
cogliendo persone
a perdere
mi fece
RIBELLE

Osare,

bimbi

giovani donne

ragazzi generosi

credere in un cammino

verso una possibilità

affidarsi al mare

amico e nemico

sperando in un approdo

Abbattere le barriere

accogliere

condividere, scambiare

storie, sogni vita

Restiamo umani

con le parole di Vittorio

ritornare umani

cercando amore

creando amore

accogliendo,

lottando

testimoniando

perchè trionfi la vita

Il mediterraneo, mare che unisce, mare tra le terre
Mediterraneo, mare che unisce, mare tra le terre
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Il linguaggio è come una città antica …

Il linguaggio è come una città antica …

Passeggiando nel continente Abya Yala, dal Buen vivir al nosotr@s inclusivo

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione lisangà culture in movimento

Scrive il filosofo linguista Wittgenstein che il linguaggio si potrebbe immaginare “come una città antica, un labirinto di stradine e piazzuole, di case vecchie e nuove di varie epoche, il tutto circondato da una gran quantità di settori moderni con strade rette e regolari e di case moderne”.

Non sono una linguista, tantomeno una filosofa, ma questa immagine mi piace, come mi piace addentrarmi nel mondo dei linguaggi e delle lingue indigene, per conoscere meglio innanzitutto il mondo latinoamericano.

Chi si è avvicinato alle lotte di resistenza antisistemiche e antipatriarcali ha sicuramente assimilato il nome di Abya Yala per indicare il continente sudamericano.

Ecco da dove nasce questo nome.

Il lider aymara Constantino Lima di ritorno in Bolivia dal Primo Consiglio Mondiale dei Popoli Indigeni a Port Alberni (Columbia Britannica/Canada) nell’ottobre del 1975 si ferma in Panama per conoscere da vicino il popolo kuna che nel 1925 si ribella e dichiara la sua indipendenza. Solo nel 1953 il governo di Panamá ha riconosciuto ufficialmente la «Comarca di San Blas» o «Kuna Yala» come riserva dei Kuna, impegnandosi a rispettare il loro governo tradizionale in cambio del rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica.

I Kuna abitano le Isole San Blas, sulla costa caraibica del Darién e arrivano fino al golfo di Uraba, in Colombia.

E’ dai Kuna che Constantino Lima riceve il nome Abya Yala (letteralmente: “terra in piena maturità” oppure “terra di sangue vitale”, “terra in fiore”) che si riferisce anche alla parte continentale colombiana del loro territorio, più vasta prima dell’arrivo dei conquistatori.

Anche se è falsa l’idea che i Kuna con questo nome chiamassero tutto il continente americano: essi potevano riferirsi solo alla parte continentale che abitavano.

Grazie a Constantino Lima il nuovo nome si diffonde rapidamente.

Il 2000 è una data chiave: a Teotihuacán, in Messico, si organizzò il 1º Vertice Indigeno della Abya Yala. (per saperne di più http://www.labottegadelbarbieri.org/abya-yala-storia-e-diffusione-di-un-nome/). Da allora, Abya Yala appare prepotentemente in testi, articoli, incontri, manifesti, case editrici. La coppia di parole, ai più in precedenza sconosciuta, diventa simbolo di una rinascita, una riscoperta di una propria identità, individuale ma soprattutto collettiva. Le parole acquistano un peso diverso, non solo evocano un mondo lontano ma danno un senso ad un presente di lotta, riscatto e costruzione di un futuro che si spera diverso da secoli di oppressione e distruzione.

Ma Abya Yala non è la sola novità nel linguaggio latinoamericano.

A partire dall’ondata dei governi progressisti che irrompono sulla scena geopolitica del continente Abya Yala nella prima decade del secolo attuale, acquista significato ed importanza il termine Buen Vivir: sumak kawsay —in quechua—; suma qamaña —in aymara—; kyme mogen —in mapuche—; ñande reko ó teko kavi —in guaraní—; shiir waras —in ashuar—; laman laka —in miskitu—; lekil kuxlejal —in tzeltal—; ma’alob kuxtal —in maya—. Per citare soltanto alcuni dei termini originali che indicano il vivere bene, il benessere collettivo, che include anche il rapporto con la Terra e che sostituisce il concetto di sviluppo fino ad allora utilizzato in riferimento al cosiddetto Sud del Mondo.

Il concetto del Buen Vivir viene definitivamente istituzionalizzato con le Costituzioni dell’Ecuador (2008) e Bolivia (2009), mentre in El Salvador Sánchez Cerén ne fa lo slogan della propria campagna elettorale prima, poi del suo governo, in Venezuela Hugo Chávez crea la “Cédula del Buen Vivir”, come meccanismo per comprare negli stabilimenti governativi; persino negli accordi di pace tra il governo colombiano di Manuel Santos e le FARC si menziona il Buen Vivir una trentina di volte. Sono solo alcuni esempi, per dimostrare che in ambiti anche più ufficiali, l’espressione Buen Vivir inizia a circolare come una enunciazione politicamente corretta, per esprimere quasi qualsiasi cosa. Un concetto potente, simbolicamente rivoluzionario, ma che purtroppo si perde nella crisi generale dei governi “di sinistra”, che in troppi paesi cedono il passo al ritorno delle destre più conservatrici e reazionarie. Perché? Perché se sicuramente questi governi hanno ridotto la povertà, soprattutto grazie a politiche assistenzialiste, contemporaneamente non sono stati in grado di effettuare dei cambiamenti strutturali, cancellando le secolari disuguaglianze. Anzi, si facilitarono gli investimenti stranieri, si consegnò nelle mani delle multinazionali l’economia, con i megaprogetti nel campo dell’agricoltura e dell’estrattivismo. I prodotti transgenici si sono diffusi, non così le promesse riforme agrarie. Secondo una lucida analisi di Machado e Zibechi, inoltre, si creò una nuova elite, una nuova borghesia – come quella in Venezuela legata al petrolio o quella aymara di El Alto in Bolivia; alcuni si arricchirono rubando, contribuendo al dilagare del fenomeno della corruzione: non interessa se sono stati più o meno corrotti dei governi di destra, il problema è che le aspettative nei confronti di chi è stato eletto con un’impronta popolare, avrebbe dovuto possedere ben altra etica comportamentale. E così si giunge ai meccanismi di repressione nei confronti delle voci, anzi le grida, dei movimenti sociali antisistemici, gli unici, composti da donne, indigeni e afrodiscendenti, capaci di opporsi al modello globalizzante neoliberista, una ragnatela in cui tutti si invischiano.

( vederev Machado, D e Zibechi, R. (2016). Cambiar el mundo desde arriba: los límites del progresismo. México, Bajo Tierra)

Si perde dunque la forza del Buen vivir, basato sul principio che “non si può vivere bene se gli altri vivono male”, sul recupero del rapporto con tutte le forme di vita, sulla risacralizzazione del mondo inteso nel senso più ampio, sulla critica al consumo vorace distruttore di uomo ed ambiente, su un nuovo concetto di civiltà e cultura che parta dall’esperienza comunitaria, su nuovi modelli di relazioni umane ed economiche.

Ed allora?

Ed allora, in questa città antica che è il linguaggio, assaporando il libro di Hugo Blanco, Nosotr@s los indios, scopro in modo quasi casuale – ma sarà poi veramente così? – che le popolazioni indigene di Abya Yala, hanno due modi per indicare nosotr@s, il noi italiano: c’è il noi inclusivo, che quindi “include” chi ascolta, e quello che lo esclude, a partire dalla propria identità comunitaria. Parto alla ricerca, in internet e con testi di amici antropologi e verifico che In tzotzil, jo’otic è il noi inclusivo, jo’oncutik è il noi che esclude; in quechua, ñoqauchis include, ñoqayku esclude; nella lingua aymara, jiwasanaka ci include, nanaka no. Ed ancora, nella lingua tojolabal, il termine lajanotik, letteralmente l@s iguales, si usa per definire la frontiera del nosotr@s. In lingua guaranì ñandé è inclusivo, oré esclude. E potrei cercare in altre lingue indigene, ma il concetto è chiaro: l’organizzazione delle popolazioni indigene è collettiva, profondamente solidale, completamente opposta all’individualismo egoista neoliberale ed occidentale. Il noi esclusivo esprime tutta la potenza del collettivismo alla base della propria società e cultura, rimarcandone le caratteristiche e le distanze da ciò che esiste fuori, all’intorno, magari anonimo e grigio come i sobborghi moderni di molte città, a partire da quella astratta del linguaggio.

Esiste però una possibilità: se chi è ascolta è disposto ad avvicinarsi e comprendere, per assaporare e riconoscere questo spirito di fratellanza e comunità che coinvolge tutti gli esseri della natura, smette di essere straniero ed entra a far parte di un progetto altro, condividendone gli ideali e le azioni. Ed ecco allora il senso del noi inclusivo: bellissimo!!

E noi, vogliamo essere inclus@?

Vedere anche Hugo Blanco, Noi gli indios (2015) Nova Delphi Roma e Pietro Gorza, Habitar el tiempo en San Andrés Larráinzar (2002), Otto Editore Torino

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Luna piena 18 maggio – È stato il vento

Madre Terra, installazione ed opere di Grazia Marino (i dipinti) e Nicoletta Crocella, il mandala

Eccoci a questa luna piena così importante, e difficile! Sto ascoltando il video dei acquafortis, e sento le cose che suggerisce: imbrigliare le nostre emozioni ed andare avanti ad un passo costante anche se sembra che tutto vada male… Ecco, vi consiglio di vedervi il video, e di riflettere su quello che vi riguarda rispetto a quello: questo il link: https://youtu.be/zvyxnDIKmbg
Metto come immagine di copertina questa foto della installazione di omaggio alla madre terra che facemmo con Grazia Marino, che ha dipinto le due grandi tele, mentre io ho fatto il mandala che si è sviluppato nella grotta. Il mandala si è modificato nei giorni della esposizione, abbiamo imparato che alcune cose non erano adatte, e andavano lasciate andare, mentre altre si sono sviluppate ed hanno germogliato. Quelle spighe di grano a segnare l’est, germogliate dentro la grotta, nel profondo umido e ombroso, sono il segno della evoluzione che dobbiamo saper cogliere ed accettare: alcune cose sono semplicemente un poco muffite e le ho dovute togliere, mentre il grano è entrato in contatto con la grotta ed ha germogliato, così come hanno fatto altri rametti di succulente, messi per definire gli spazi, che anche loro hanno tirato fuori radici e pallide foglie nuove. Queste piccole piante germogliate, il grano che a qualcuna ha ricordato il grano del periodo pasquale che si fa germogliare ad indicare la primavera, la rinascita, e le piantine resistenti e tenaci si sono distribuite tra noi, e qualche seme è arrivato fino al segundo encuentro de Mujeres Medicina, e creare un legame tra mondi e storie.

Io sono in un periodo di pressione e riflessione, vorrei finire quanto sto scrivendo sulle mie esperienze in relazione al Ritual feminino e alle esperienze che sto facendo qui in Messico, e penso che il brano che segue si possa inserire con il nostro lavoro e la nostra riflessione con la Luna Piena.

È STATO IL VENTO
E succede che il flusso del discorso si blocchi e mi trovi in difficoltà a proseguire il racconto, a metterci dentro tutte le cose che ho imparato anche in relazione alla mia vita, a sistemare tutti i tasselli di questo incontro meraviglioso che ha portato nuovo significato e nuova energia. A volte mi rifugio in un gioco di tessere da abbinare per lasciar correre il pensiero e cercare il bandolo della matassa, anche ora ( Osservo che la meditazione non è solamente quella definita, ma ci sono varie occasioni di usare azioni pratiche ripetitive, classico è sbucciare i piselli, oppure un altro lavoro pratico ripetitivo per consentire alla mente di mettersi un poco da parte e far emergere altri messaggi ). Mi è venuto in mente tutta la situazione di Riace e di Mimmo Lucano, che a Riace aveva creato un modello di accoglienza facendo rinascere il paese e mettendo in moto energie e capacità per accogliere e far rivivere il borgo. Ecco lui spiegava tutto questo grande lavoro dicendo che “è stato il vento” che fece approdare sulla spiaggia di Riace una barca di migranti, e da lì nacque la necessità e la volontà di accogliere e con l’accoglienza fare rinascere il paese, ripopolare le strade, riparire molte botteghe, creare anche una specie di turismo diffuso di tutti quelli che a Riace continuano ad andare per conoscere l’esperienza e trarne indicazioni e insegnamento. È stato il vento è diventato un mantra, il nome di una associazione per sostenere Riace, il nome del manifesto creato da molti artisti ed altro ancora, perché questa frase non solo racconta il vento che ha condotto quella barca ad arenarsi su quella spiaggia, ma racconta anche dei suggerimenti, dei pensieri delle idee che il vento ha fatto nascere e crescere. A me torna immediatamente il legame tra le storie, i mondi ciò che avviene ciò che dobbiamo fare: il vento ha trasportato l’idea, ha fatto conoscere il progetto ma anche ha sollecitato la reazione di chi non vuole un clima costruttivo e vitale, ma vuole solamente repressione e paura. Il vento ha portato la notizia, la sottolineatura dell’importanza, e quindi ha prodotto sia il consenso e la vicinanza che la reazione. Mi viene da pensare che quando parliamo di risonanza morfica, di idee che passano sulle ali del vento, di energie che si aggregano e si intrecciano, dovremmo tener presente anche la reazione che questo può provocare, i freni che vengono messi. E noi donne lo stiamo costatando anche ora: il cammino che abbiamo fatto, il riconoscere il nostro corpo, la nostra realtà, i nostri diritti, la marea verde in Argentina, le istanze delle donne indigene e campesine, che sottolineano di venire da un’altra storia, altro senso della vita, il riconoscimento della identità di genere e del diritto a sentirsi se stesse, se stessi, senza definizioni esterne di sesso o identità, tutto questo che è un enorme passo avanti, riceve immedatamente la reazione e il contrasto con un vertiginoso precipitare che non à nemmeno solo all’indietro, ma anche dentro una definizione di donna e di uomo che diviene così parziale ed obsoleta da apparire inverosimile, ma potrei citare fior di presidenti e di politici e pubblicisti che si ritirano in questo altrove in cui la verità rivelata contrasta violentemente con la realtà che però si pretende di piegare ad un credo cui non credono nemmeno quelli che lo prclamano, almeno non per sé. E seguendo il collegamento che il pensiero suggerisce come non tornare a parlare di Palestina e di Israele? Quella fede che gli israeliani non hanno, permette loro di dire facendo un triplo salto mortale, che la terra che pretendono è stata loro donata da Dio, e sventolano la Bibbia per dimostrare il loro diritto di popolo, il popolo di Sion… chiunque non sia assolutamente ottuso e disinformato, sa benissimo che tutto questo è falso e ignobile, e che serve supportare la bugia con altre menzogne, come quello di appropriarsi dell’ Olocausto e fare la parte delle vittime di ogni reazione, perché vittime in primis di quei fatti terribili. E su questo si può giocare molto, facendo sì che il mondo assuma su di sé la colpa per quello sterminio e attribuisca ad Israele un diritto acriticamente concesso in cui lo stermino dei Palestinesi è un fatto accidentale ed incontrollabile…
Queste riflessioni sono un poco il legame tra la mia storia, il mio impegno sociale e politico e tutto il discorso sulle energie, sul milionesimo circolo, sul bisogno di uno sguardo diverso che parte da noi senza farci ne protagoniste egoiste ne serve del sistema. Quel bisogno di amore, di amare se stesse che permette di muoversi nel mondo con empatia verso ciò che avviene e insieme di non esserne travolte, perché tu hai la tua ancora alla madre terra, e ti puoi impegnare, cercare di cambiare ma senza perderti in questo cammino.
Lasciar andare alcune cose che stai perdendo come offerta all’universo intorno ed ancora per sostenerti e puntare invece a un benessere e ben vivere che ti fa accogliere ciò che viene.
A livello generale, lasciar andare quello che è stato il rinnovamento che abbiamo conquistato dal 68 in poi, ma non per retrocedere affidandoci alle destre reazionarie, ai paladini della famiglia con un padre padrone che amministra e dirigie,ma per andare oltre, accostandoci con rispetto e voglia di sostenere e proteggere ad esempio ai ragazzini del friday for future, senza metterci sopra le nostre infrastrutture, perché è il loro momento di sollevare il loro problema, e il nostro di sostenere stare accanto senza invadere ma anche senza paternalismi.
Senza paternalismi, senza patriarcato, rifiutando il patriarcato e tutto il sistema che lo sostiene e che ci confina dentro cammini decisi al di fuori di noi. Questa coscienza dell’imposizione di un altro punto di vista, di un credo etarogeneo, viene vissuata fortemente anche nei circoli del ritual feminino, perché c’è una traccia che si è depositata sulla cultura originaria e che ha mescolato le carte, così ora insieme alle antiche divinità legate alla natura, agli eventi, circolano tra noi anche angeli, arcangeli e santi.
Ti capita che la tua scelta razionale di agnosticismo crei un segnale automatico di allarme a sentirti dire che la santa x o il santo Y hanno un ruolo nella tua ricerca, nel tuo cammino, ma poi ti dai la risposta che ovviamente io non invoco idoli o santi per quel che sono nella credenza delle varie religioni, ma il simbolo universale che ad essi sottende, quell’archetipo che prende corpo in ogni cultura ed in ogni realtà. Allora posso studiarmi il libro di Shinoda Bolen, La diosa de cada mujer, la dea di ogni donna, che naviga tra le dee dell’antica Grecia per spiegare le varie attitudini e tendenze di ognuna di noi, riferendosi alle dee come archetipo che ci può aiutare a comprendere. E può succedere che io provi una antipatia fortissima, una distanza infastidita nei confronti di Hestia, la dea del focolare, concentrata su se stessa e sull’interno della sua casa, ordinata e creativa, conclusa in sé, sola, per poi rendermi conto che mi rimanda anche alcuni aspetti della mia vita, il bisogno di isolarsi,di chiudersi, di indipendenza nell’accudire me stessa… E quindi accetti anche un pezzettino di Hestia, e questo magari ti aiuta a vivere diversamente anche le faccende domestiche, il tentativo di tenere casa in ordine e cibo in tavola senza soccombere sotto le pratiche dei lavori quotidiani, ma vivendole come parte della tua vita, come momento di assunzione del tuo essere in te e per te. E poi continui a sentirti magari più attratta dalla forza tranquilla e includente di Artemisia, che ti fa vivere il tuo bisogno di occuparsi degli altri, delle altre come un altro momento importante della tua vita, in cui ancora una volta non ti fai sommergere dal male che incontri, dal dolore, dal bisogno dell’altra, dell’altro, ma impari a vivere con empatia senza perderti nel dolore altrui, ma ascoltando fino in fondo e lasciando parlare la tua mente inconscia, che fa collegamenti. Immagina, ipotizza crea nuove possibilità, individua differenti cammini.
Così ho scritto ad una amica con gravi problemi di saluite, questo il brano iniziale,: “sto rimuginando su alcune cose che riguardano te e la tua malattia ed il mio lavoro con il ritual feminino, con i vari aspetti delle energie che sto facendo qui in Messico mi suggerisce che ci sono alcune cose, analizzando quello che dici e la mia risposta, che forse ti potrebbero essere utili.
Ho imparato ad ascoltare le intuizioni che vengono dal mio intimo, quella saggezza intuitiva ed antica che va oltre noi e che ci abita quando riusciamo ad ascoltare, quindi prendi quel che ti dico come un contributo alla tua analisi su di te, e alla tua attitudine di lotta, ovviamente, come sempre, prendi quel che ti serve, ti risuona, e butta quel che non pensi ti sia utile, dopo aver ascoltato tutto con il cuore, con la parte emotiva, non con il cervello
.”…
Questo di mettersi in relazione con la vita, con le necessità e le fragilità nostre e di chi ci sta intorno è uno dei passi che ritengo più significativi di questa esperienza.
Io sono arrivata qui, ed ho ancora molto da scrivere, ma credo che questo contributo, ascoltando i miei collegamenti, il vagare della mente da un fatto all’altro, possa essere utile per riflettere su di noi, sul nostro modo di relazionarci al mondo.
Per questa luna piena, impegnativa, faticosa che ci mette alla prova e ci invita a comprendere prima che sciegliere che cosa c’è da tenere e cosa lasciar andare, insieme o da sole, accendete una candela, o un piccolo fuoco, e lasciate andare i vostri pensieri e le vostre emozioni ascoltando ciò che risuona, ciò che vi richiama altro, ciò che potete costruire, i suggerimenti che vengono dalla vostra saggezza profonda e cercate di liberare la vostra mente dalle sovrastrutture e dagli schemi di vita che vi conducono per uscire libere e forti a incontrare i nuovi giorni ed il vostro cammino.

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Ridiamoci una mossa!

Gli ultimi fatti di cronaca in questi giorni sono riusciti a buttarci addosso una impressione generale di impotenza, di depressione, di incapacità di smuovere le cose. E bisogna partire da questo, dalla depressione, dall’ orroere che provoca l gruppo di ragazzini che aggredisce un anziano sino a renderlo impotente e ucciderlo, il tutto “per divertirsi” e ancora più orrore fa il paese che sapeva e che ha lasciato correre, in un ritrarsi dalla propria responsabilità, dall’essere parte… “Mio figlio ha sbagliato, ma capitelo, qui ci sono solo bar…” “ Mio figlio è stato incastrato” fa eco il padre di uno dei violentatori di Viterbo, I ragazzi che hanno violentato una donna nell’ascensore della metropolitana sono addirittura applauditi dai parenti, e velocemente scarcerati perché non ostante le loro stesse dichiarazioni, i giudici pensano che lei non ha reagito abbastanza, e allora…

Il panorama in cui ci muoviamo è desolante, ancor più a livello internazionale, con i cecchini lodati per il loro lavoro di morte, le visioni panoramiche sui bombardamenti a Gaza, lo Yemen, Haiti, e potrei continuare, tra femminicidi negati e popoli nativi repressi ad oltranza.

Che dobbiamo fare? Metterci a piangere? Ritirarci nel nostro aureo isolamento, incavolarci, metterci a sparare? Certo ci vuole una bella energia per reagire, ma è di questa che abbiamo bisogno, perché tutto lo spazio che lasciamo alle tragedie, all’orrore è spazio che rubiamo a noi stesse, a noi stessi, che rubiamo alle differenti possibilità di vita, alla nascita del mondo migliore, a quel ben vivere che cerchiamo e che dovrebbe essere qui adesso, nella nostra quotidianità. Una volta preso atto del disastro che ci circonda, l’unico mezzo che abbiamo è cambiare lo sguardo, rimuovere l’orrore, creare incontro e conciliazione, creare momenti di bellezza e di luce, proprio perché il buio sta diventando fitto. E più è buio, più la nostra luce, per quanto piccola, può divenire un richiamo, un punto di riferimento. La signora che lamenta ci sono solo bar ha individuato un problema, ma non ha pensato a nessuna soluzione perché è rimasta dentro il sistema, dentro la lamentela per quel che non c’è, per quello che non viene fatto. Bene, cambiare le cose vuol dire anche fare, magari una bella festa della solidarietà dove ci si diverta e si incontrino le differenze, e collaborino. Una serie di proiezioni, una ripulita e rivivificazione dell’ambiente, poesia, arte, un murale da fare tutti insieme… I giovani hanno bisogno di vita, di proposte, di progetti, di gioco, e se li lasciamo soli con i messaggi di arroganza, di isolamento, di superiorità che ricevono ogni giorno vediamo dove possono arrivare!

Divertirsi a fare del male, sia esso torturare un animale indifeso, fare i bulli con i più piccoli e più in difficoltà, dichiarasi superiori a un negro, un immigrato, una donna, una zingara, a me sembra il rifugio di chi non ha niente per sé, e quindi si aggrappa all’essere superiore a qualcun altro per sentirsi qualcuno.

E allora dobbiamo lavorare a largo raggio, restituire una dignità, uno sguardo affettuoso anche all’ubriacone per strada, alla signora anziana che è sconcertata da come va il mondo e non trova di meglio che rimproverare un ragazzino nero, una donna straniera, non fosse mai che porta il velo! È in questo ambito che sguazzano i dettami della marmaglia fascista, e fanno presa su chi non ha nulla e non ricorda neppure più che cosa sia la dignità, così può urlare oscenità contro qualcuno, protetto dalla polizia che è forte con i deboli ma disponibile a proteggere gli urlatori infami. E allora basta! Cabiamo proprio quadro!Basta polizie, esrciti e chiusure! Basta accettare come inevitabile tutto quel che succede! Ma qualunque azione facciamo, cerchiamo di farla gioiosamente, felicemente, ricomiciamo a fare battute, a fare poesia, a sognare un mondo diverso anche nei momenti più oscuri, e usiamo tutti gli strumenti che abbiamo, le canzoni, l’arte, la poesia la danza o il tamburo: suonare al ritmo del cuore della madre terra ci coinvolge e ci avvolge, danzare la nabka è un modo per uscire fuori dalla tragedia, vittime e martiri, ma no siamo persone, che cantano, giocano, danzano, che amano e si inventano le nozze con i fichi secchi, i pranzi fatti di incontri, di parole, di lavoro condiviso, con le erbe del campo e le uova di un pollaio vero, con le galline che razzolano felicemente! Fatto di grano nativo e di mani in pasta, di amore che fa lievitare la pasta e crea il pane sacro delle tavole antiche, e i tavoli ce li inventiamo, per stare vicini, insieme, chi porta il velo e chi si mette il grembiule, chi semina e chi raccoglie, chi racconta storie e chi condivide il pane. E chi sa cantare, o non sa ma ci prova, e chi sa ballare, o non sa ma ci prova, girotondi di bambini e chiacchiere dietro un bicchiere (vino, acqua, succhi o tisane tutto per bere insieme!). Se comiciamo a fare esperienza di momenti insieme semplici ed allegri, se cominciamo a fare insieme la pulizia di un parco, del greto di un fiume, se cominciamo a raccontare storie, a scambiarci storie , vedremo che anche la nostra vita cambierà, il nostro umore, la nostra speranza. Il cambiamento è qui, nelle nostre mani, nella nostra volontà, nel dilatare il tempo, inventarsi lavori di scambio e comprensione, smettere di correre per tutto il giorno, di affannarsi.

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LUNA PIENA DI APRILE, LA LUNA DI PASQUA

LUNA PIENA DI APRILE, LA LUNA DI PASQUA, 19 APRILE NEGLI ULTIMI MOMENTI DELLA BIALNCIA

In equilibrio su una foglia con in mano la corda che regge due ciotole, una bilancia un poco azzurra e nebulosa in attesa della luce

Vi invito a guardarvi il video https://youtu.be/dzZZEMClmBg che da una serie di spunti molto interessanti.
L’immagine di Grazia Marino, ripresa dalla serie usata per i Tarocchi, mi sembra rappresenti bene questo momento ancora di confusione e incertezza, prima che la luce arrivi.
Copio qui l’inizio del pezzo su questa Luna Piena di Camminare nel sole:
“L’ultima luna piena ha avuto luogo il 21 ° di marzo 2019 ed era a 00 ° 09′ del segno, con questo ora accade a 29 ° 06′ . La precedente ha segnato un periodo cruciale che ora si completa con questa luna piena.
La precedente, con il suo tempismo e l’enfasi sullo 0 ° critico, ha segnato l’impulso a qualcosa di nuovo che doveva emergere dalla crisi, mentre questo, è la fine dell’inizio.
 Questa Luna Piena in Bilancia è l’ultimo dolore del parto prima che la nascita della nostra espressione individuale si liberi. Una liberazione che è astrologicamente simbolizzata dalla partecipazione del pianeta Urano alla Luna Piena.”https://camminanelsole.com/luna-piena-in-bilancia-19-aprile-2019-lultimo-faticoso-miglio/
Sì guardatevi anche questo sito! I suoi suggeriemnti e consigli sono utili, e ne abbiamo da pensare se vogliamo superare felicemente questo ultimo chilometro di fatica e dolore! Dolore di lasciar andare ciò che non serve più, dolore di riconoscere le ferite, e decidere di curarle e guarirle, perché poi viene il sole del nuovo mattino, e tutto potrà cambiare in meglio e darci nuova energia, nuovi progetti, nuova speranza.
Di questo abbiamo bisogno ora, guardare in faccia il dolore, il fuoco che brucia i templi della cristianità, dell’ Islam e della Madre Terra! Siamo avvolti da eventi devastanti, siamo travolti dalla indifferenza dei potenti, dal dolore delle persone e dalla nostra sensazione di impotenza. Poi vengono fuori un gruppo di ragazzini che cominciano a dire che non gli sta bene, che così non va, che loro un futuro lo vogliono, e quindi hanno deciso di prenderselo nonostante i grandi, gli adulti, non intendano ascoltare. Ecco io spero che questo ultimo miglio di fatica e dolore, che ci obbliga a resistere, a lasciar andare ciò che non possiamo o dobbiamo portare con noi, finisca per noi e per il mondo. Questo fuoco che esplode su Notre Dame, sulla moschea di al Aqsa, sulla riserva della biosfera, calcinando 300 ettari di mangrovie, è il segno violento e rabbioso della distruzione che attraversa il pianeta, è un richiamo pressante a lasciar perdere le quisquiglie, le idiozie che ci frenano e darsi una mossa. Se due giorni prima della Luna Piena siamo bloccate, due giorni dopo avremo una spinta incontrollata ad agire: dobbiamo usare questi giorni di blocco per preparare l’azione e non esserne travolte. Abbiamo un lavoro da fare, condividere, lavorare insieme, recuperare arte e bellezza, perché ciò che viene ferito non è solo una chiesa, una moschea, un bosco, è la vita, la bellezza, la capacità umana di amare ed onorare Dio, l’Universo, la Madre Terra, di onorare e rispettare la vita.
Qualche mese fa si è laureata Gaia con una tesi in architettura che ragiona sulla integrazione nelle città attraverso il cibo (e spero mi scuserà se la cito senza riuscire ad aprire il suo testo, che mi risulta bloccato): Gaia ha fatto una tesi sulla integrazione davanti al cibo, lo scambiarsi di sapori e saperi è sempre stato un modo felice per incontrarci, e allora occupiamo piazze, strade, cortili con una tavolata cui tutti contribuiscono per la loro parte, senza chiedere una lira, ma il tempo, l’abilità di cucinare, la presenza, e chi non sa cucinare può occuparsi della logistica, predisporre i tavoli, sedie o panche per tutti, spazi per i bambini, per chi ha difficoltà o differenti capacità, e magari cominciamo a praticare una economia alternativa, senza usa e getta che vanno a inquinare gli oceani, invitiamo a portarsi da casa il bicchiere e le posate, a godere dei prodotti locali, freschi, saporiti buoni. A tavola ci si incontra, si parla si scambiano idee, si fanno battute e si stemperano rigidità. All’inizio magari saremo in poche persone, ma l’allegria, la comunicazione, i profumi sono un grande richiamo.
Questa idea in un momento in cui c’è chi lavora sulla disintegrazione e la separazione tra le persone, sul sospetto e la diffidenza, quando non sulla aperta aggressione ai diversi, agli stranieri, ai rom mi sembra importante per cambiare direzione. Le notizie di cronaca si focalizzano sulle aggressioni, sul dolore, ed è un lavoro immane quello di riaprire le menti ed i cuori, far circolare le idee di vita delle persone normali, che se vedono uno in difficoltà danno una mano, che condividono cibo e saperi. Ho presente le vecchie signore mie vicine di casa, sedute come sempre fuori la porta, che salutavano la ragazza marocchina incinta, si informavano sul decorso della gravidanza, le davano consigli. Ho visto una signora invitare la giovane straniera a farsi avanti e chiedere la precedenza dovuta alle donne incinte e che veniva ignorata dagli altri in attesa nell’ambulatorio del medico. Piccole cose che sono segno di empatia, e che rischiano anche esse di essere spente dalla narrazione razzista che cerca di prendere il sopravvento. E io ritorno alla magia della parola: le parole contano, quello che si dice, che si mette in evidenza, che si porta in primo piano è quello che ha più probabilità di essere creduto ed agito, dobbiamo lasciar perdere i ma, i distinguo, ed invece puntare sugli aspetti positivi, sull’incontro, sull’ascolto. Abbiamo molto da imaparare le une dalle altre, gli uni dagli altri, abbiamo bisogno di intrecciare forza e dolcezza, accoglienza e cura delle persone e dell’ambiente, abbiamo bisogno di ritrovare la forza del quotidiano felice, di non lasciar passare pensieri ed azioni di odio e di incomprensione, Abbiamo bisogno di speranza, quella che ci fa credere che un mondo diverso è possibile, e che TINA è un nome di ragazza, e non una condanna (There Is No Alternative, non ci sono alternative) e che possiamo dimostrare noi ogni giorno che invece sì, un mondo diverso lo stiamo già costruendo, recuperando vecchi saperi e nuove tecnologie pulite, imparando a sciegliere e interrogando anche la scienza perché lavori per un futuro differente, interrogando i tecnici perché smettano di occuparsi di tecnologie di morte, ma comincino ad occuparsi delle possibilità di vita. È vero che individualmente dobbiamo cambiare stili di vita, distinguere tra il necessario ed utile ed il superfluo energivoro e sprecone, dobbiamo smettere con l’usa e getta e con la plastica in ogni buco, ma abbiamo anche bisogno che vengano trovate soluzioni migliori e più pulite per le tante cose che sono diventate parte delle nostre necessità. Da parte nostra rivediamo e sfrondiamo le necessità inutili in realtà, sfrondiamo le abitudini malate, riprendiamo ad amare e godere della natura, a fare passeggiate a piedi invece di usare la macchina per ogni cosa, riprendiamo a leggere libri, a godere di una poesia, di un bel testo, di un’opera. Riprendiamo a curare il cibo cucinando cibi sani e semplici, possibilmente prodotti vicino a noi. Ricordiamo che tutte le multimazionali producono cibo malato, e che ancora oggi l’80% del cibo nel mondo è prodotto da piccoli agricoltori locali, su superfici sempre più risicate, mentre le multinazionali rubano e sprecano acqua, tagliano alberi inquinano con i pesticidi e ci forniscono prodotti standardizzati che abituano l’occhio e la mente a riconoscere come cibo quello etichettato e confezionato, indipendentemente dalla sua pulizia e bontà.
Allora accogliamo questa luna Piena e il dolore che porta con sé in quest’ultimo miglio di fatica impegnandoci al massimo per vivere e condividere con le persone vicine, senza cedere sui principi, ma lasciando stare le ripicche e i distignuo in negativo. Accendiamo la nostra piccola luce, perché il mondo cambi, prepariamoci al cambiamento già ora, adesso, lasciando andare, guardando in faccia le ferite e il dolore per curarlo e guarirlo invece che lasciare che continui ad intossicare la nostra mente e il nostro cuore. Accettiamo che dobbiamo attraversare il buio per arrivare alla luce del nuovo mattino. Buona Luna piena amiche mie, e buon risveglio dopo la fatica e il dolore. La primavera fiorisce, gli alberi ricresceranno, la Moschea è salva e Notre Dame verrà ricostruita, tra l’altro si à salvata proprio la parte antica autentica, mentre ciò che era stato ricostruito è andato nuovamente perso. Anche in noi, in ognuno di noi c’è un nucleo di forza, di detrminazione, di speranza e di gioia, che il fuoco distrugga il dolore la sfiducia, la rabbia, e torni a brillare la luce!

La Luna piena, dietro lo schermo di foglie scure, ma lei è lì, e brilla per noi
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La Justicia del Corazón: sabiduría tseltal-maya sobre la vida buena

La giustizia secondo gli indigeni tseltal-maya, di Lola Cubells

I popoli originari di Abya Yala hanno sempre reclamato il rispetto del proprio diritto idigeno. Questo altro modo di esercitare la giustizia ci avvicina alle specifiche filosofie, sparite per la clonizzazione del sapere, però urgenti per la crisi si civiltà che stiamo vivendo

Una riunione per gli impegni comunitari a Chìi'ch (Chiapas)- Le scelte vengono fatte sempre in gruppo, si discute, si parla, c'è un centro, un cerchio di candele accese, intorno al quale ci si riunisce e si formulano progetti, si assumono incarichi, si prendono decisioni.


Reunión de cargos comunitarios en Ch’i’ch (Chiapas) Lola Cubells

Lola Cubells Doctora en Filosofía del Derecho
publicado 2018-10-09 10:00:00

AVETE SENTITO?

È il suono del vostro mondo che sta crollando

e del nostro che sta risorgendo

Sub comandante Marcos

Il tsetlal è una delle dodici lingue maya parlate nello stato del Chiapas (Messico). È quella che ha il maggior numero di persone che la parlano in questo territorio, seguita dal tsotsil, e la terza lingua del paese. Gli e le tseltales si riferiscono alla propria lingua come bats’il kìop- vera parola. – Allo stesso modo nominano se stesse e stessi come bat’sil winik/antsetik – uomini e donne veri. Bats’il – vero, vera- non si intende da una propsettiva di unicità, ma che nomina il “proprio autoctono” in quanto differente dalla cultura bianca egemonica.

Lenkersdorf –esperto lingüista tojolabal- diceva che “le lingue sono manifestazioni delle culture corrispondenti che ci offrono la chiave che apre le porta per poter entrare in case sino ad ora chiuse, o semplicemente ignorate, per non dire disprezzate” Ci permettono di svelare altre filosofie disprezzate dalla modernità capitalista/coloniale e dall’eurocentrismo che hanno incastrato le filosofie in un unico modello di razionalità, disconoscendo la pluralità delle forme di vedere, sentire, nominare o pensare la vita.

La oralità è una delle principali caratteristiche dei sistemi normativi dei popoli originari di Abya Yala. La possibilità di normare la vita e di esercitare la giustizia, seguendo la propria saggezza, (second i propri saperi) è una delle richieste poste dai popoli originari dentro la domanda “madre” di autonomia. L’autogoverno, sviluppato in gradi differenti secondo i contesti, consiste nelle elezioni di autorità secondo i propri procedimenti sino al controllo del territorio, passando per la costruzione di progetti di salute o educazione autonomi.

La disputa per il diritto a dire “diritto” attacca il cuore dello stato moderno liberale. Interorga il monismo giuridico che dice che la produzione e applicazione del diritto è esclusivo monopolio statale. È molto comune nelle comunità indigene sentire che ci si riferisce alle loro norme come “usi e costumi” E allo stesso modo gran parte delle leggi internazionali e nazionali si riferiscono al diritto indigeno con questo concetto che continua a permeare una nozione “tradizionalista” delle culture originarie. Come se queste non avessero capacità di innovazione, ricreazione e riappropriazione. Nessuna cultura è immobile, tutte sono dinamiche. Anche quelle indigene. Parlare di usi e costumi o di diritto consuetudinario, come se il diritto indigeno si basasse solo su pratiche ripetute da tempo immemorabile, riduce la innovazione della saggezza giuridica dei popoli originari. Nella cornice della “campagna continentale per i 500 anni della reistenza indigena , Campesina, negra e popolare nella dichiarazione di Xelajú (1991) i popoli originari annunciarono: “noi non lo chiamiamo diritto consuetudinario indigeno come lo segnalano i colonizzatori, noi andiamo a recuperare quello che è nostro e pertanto lo chiamiamo: diritto indigeno”

La capacità La possibilità di normare la vita e di esercitare la giustizia, seguendo secondo i propri saperi è una delle richieste poste dai popoli originari dentro la domanda “madre” di autonomia

La justicia tseltal en la Selva-Norte de Chiapas

Nella zona Selva Norte del Chiapas si è realizzato un lavoro di recupero delle proprie forme di impartire la giustizia. Dal 1996 e come strumento per contrastare la guerra di bassa intensità sviluppata dal governo contro il territorio zapatista, si è recuperato un incarico comunitario – un servizio gratuito, non remunerato e rotativo – chiamato jMeltsa’anwanej- che risolve i conflitti o i problemi. Queste persone che agiscono in gruppo, mai da sole, assomigliano ben poco ai giudici di stile occidentale; non sono professionisti della legge, e non hanno studi universitari. Sono campesinos e campesinas, indigeni per cui il diritto è parte inerente della propria forma di vita e organizzazione sociale.

Per la cultura indigena tseltal, la esistenza di un problema o di un conflitto – wocolil – nella comunità rappresenta un disordine, una perdita di armonia – jun pajal o’tanil/ soltanto cuore- che è necessario ristabilire attraverso una riconciliazione – suhtesel o’tanil/el ritorno del cuore. Questo significa che quando qualcuno commette un danno contro un ‘altra persona è perché il suo cuore se ne è andato – ed ha cheb o’ tanil/due cuori . Il dialogo e la risoluzione pacifica del problema, senza aggressioni, implica che si è ottenuto che il cuore della persona che ha avuto un comportamento negativo verso un’altra, e perciò ha rotto l’armonia della comunità, torni al suo posto e quindi che torni ad esservi un solo cuore -jun pajal o’tanil- In questo modo si restaura l’armonia nel territorio, che è il modo di vivere in pace – slamalil k’inal/ tranquillità nell’ambiente- L’armonia non solo è un sentimento individuale, ma anche collettivo, con il resto degli esseri viventi, la madre terra, il cosmo

Questa forma molto differente di giustizia è molto simile con altre forme di giustizia che sono frutto della resistenza dei popoli originari, ed anche conseguenza delle strategie di colonizzazione che, in alcuni casi, permisero un certo grado di autonomia che ha permesso la sopravvivenza di proprie forme di normare e giudicare. Le più visibili sono le Giunte di Buon Governo Zapatiste, in Chiapas e la Polizia comunitaria a Guerrero, però appartengono alla maggioranza dei popoli originari di Abya Yala. Tutte hanno in comune la nomina di persone della comunità che, a rotazione, si fanno carico di aiutare nella risoluzione dei conflitti, come mediatori, incaricati di ricucire i cuori rotti. Le sanzioni di solito non comprendono la privazione della libertà(eccetto in casi molto gravi) e si basano nella riparazione del danno o in lavori a favore della comunità. Immergerci in questi sistemi giuridici ci permette di comprendere che le loro radici filosofiche vibrano in modo differente di intendere, e normare, sentire, pensare la buona vita. La ricercatrice tseltal Mª Patricia Pérez parla della importanza del cuore – o’ tan nella cultura tseltal. Molto oltre essere un organo fisologico, “diviene una forma di essere e stare nella società e nell’universo, cioè si trasforma in valori, rituali, sogni, speranza, azioni sentimenti, pensieri, parole, memoria, linguaggio, riflessione, spiritualità in un stalel (forma di essere-stare-fare-sentire) individuale e collettivo.

Non abbiamo smesso di imporre la universalità a concetti che sono prodotti culturali contestuali come i diritti umani o lo sviluppo

Possiamo dira che la amonia-jun pajal oìtanil- è la forma tseltal di intendere la interdipendenza e interrelazione tra gli esseri umani, uomini e donne, la madre terra, gli esseri superiori e il cosmo. E quindi la guida della giustizia tseltal. Per questo quando qualcuno danneggia un’altra persona non sta solo facendo un danno individuale, ma anche, come se si trattasse di onde concentriche, disequilibria tutto il sistema, non solol a comunità, ma anche quanto la circonda, perché “tutto ha un cuore”. Le montagne hanno un cuore, l’acqua ha un cuore, la grotta ha un cuore. La vita piena è la armonia cosmica -degli esseri superiori-comunitaria- familiare, intergeneri-individuale.

Las “epistemologías de buen vivir”

Non siamo di fornte a un concetto economicista, ma al contrario un modo di intendere la vita che interroga le separazioni dicotomiche “natura e cultura” “individuo e comunità” e “produzione e riproduzione della vita”, così come il feticismo del progresso lineare base del pensiero moderno coloniale che ha permesso la espansione illimitata del capitalismo. Il “buen vivir”, o detto meglio i “buenos viveres” non sono teorie astratte perché provengono da pratiche di resistenze comunitarie rifiutate dal pensiero moderno/coloniale, incluse le scienze sociali e i centri universitari del nord globalizzato. Sono al centro dei principlali dibattiti che sollecitano l’umanità a frenare il deterioramento ambientale, sociale, politico economico, e per tanto civile. Ana Esther Ceceña, dell’ Osservatorio Latinoamericano di Geopolitica, si riferisce a questo pensiero pratico come “epistemologia del buen vivir”: Il semplice tentativo di pensare diversamente, di mantenere immaginari utopici e di ricreare le memorie in una situazione omogeneizzatrice e autoritaria come quella che tenta il capitalismo è già una ribellione decolonizzatrice.

Non abbiamo smesso di imporre la “universalità” a concetti che sono prodotti culturali contestuali come “i diritti umani” o lo “sviluppo”. Soffriamo la “sindrome dell’ Occidente”, -come la definva il filosofo catalano-indù Raimon Pnikkar,- la tendenza storica dell’occidente a universalizzare il suo sguardo sul mondo, caratteristica del suo potere coplonialke ma anche del suo proprio mito.

Il dialogo interculturale richiede di lasciar perdere gli occhiali con cui guardiamo il mondo, e chiederci anche se dobbiamo guardare, o meglio imparare ad ascoltare. Ciechi di colonialismo continuiamo a sognare di inventare altri mondi, quando la resistenza delle culture originarie a la loro filosofia -sp’ijil jol o’tanil/ saggezza del cuore, hanno costruito altri modi di intendere la vita molto necessari per la crisi di civilizzazione in cui ci troviamo.

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Descolonizar la vida: 25 años aprendiendo del EZLN

Carlos Soledad 10 enero 2019 che cita Heriberto Guerrero

Propongo di seguito la mia traduzione di un articolo apparso in gennaio su Desinformemos, sempre sul tema di “decolonizzare” la vita

Benchè la modernità sia stata originata dalle centinaia di persone libere e creative dell’Età Media europea, divenne definita realmente nel 1942. In questo momento l’Europa si configurò come “l’altro” e da allora ha imposto violentemente il suo progetto civilizzatore sopra il resto delle alterità. Così l’ Occidente si collocò in cima alle relazioni di potere mediante un processo di razionalizzazione, eliminando al suo passaggio tutto quello che era “non europeo”. L’ultima versione di questo progetto moderno, la globalizzazione neoliberale, ha portato il pianeta al rischio di collasso. Assistiamo ad una autentica crisi di civiltà, le cui guerre, rifugiati e crisi climatiche sono l’elemento più drammatico.

Di fronte a questi fatti si impone la necessità di un progetto alternativo, benchè più di cinque secoli di imposizione occidentale sopra il resto dei progetti di mondo abbia generato un sistema di pensiero unico, duro da rosicchiare e difficile da distruggere. Non mi riferisco solo ai gruppi marginali neonazi. E nemmeno unicamente al sistema di credenze dei partiti politici ultras in Europa, como ora Vox in Spagna, o la idee promosse dal governo di Trump o di Bolsonaro. Mi riferisco in generale al pensiero moderno, che rinforza le distinte gerachie di potere: razziale, di genere, epistemica e linguistica, ecc.

In molti luoghi del mondo assistiamo anche al fenomeno del razzismo contro persone fuori del modello “occidentale eurobianco”, cioè negri, e negre, indios e indias, cinesi, ecc., in difesa degli ideali e dei valori della estrema destra. Si danno anche incarichi di potere a partiti politici e movimenti sociali neofascisti. É che, come segnalava Franz Fanon, “ con il fine di giustificare la conquista di un gran numero di popoli e territori, gli aggressori europei fecero tutto il possibile perché i conquistati credessero nella loro supposta inferiorità razziale, di modo che la oppressione si interiorizzasse e si perpetuasse. In questo senso il sitema scolare, una domanda “progressista”, è stato una chiave per riprodurre la colonizzazione del potere, utilizzando la “educazione” da un punto esclusivamente eurocentrico con l’obiettivo di perpetuare la colonialità del sapere.”

“Per i partiti politici e i movimenti di sinistra è molto difficile uscire dalla camicia di forza del pensiero moderno. Il razzismo per esempio, rende più complessi gli impegni emancipatori, così come lo fa il machismo e il classismo. Per questo un pensiero decolonizzatore rimarca la intersettorialità delle lotte. Non è possibile uscire dalla civilizzazione moderna, se ci concentriamo solo su una relazione di potere. Davanti alla attuale crsi di civiltà, è impossibile scommettere su alternative sistemiche se continuiamo a pensare dentro il segno del sistema capitalista, coloniale e patriarcale.”

“Però allora da dove cominciamo se gli stessi soggetti che desideriamo cambiare il mondo siamo colonizzati e colonizzate sino nel nostro intimo? Come risanare la terra ed i popoli che sono stati gravemente feriti? Come uscire dalla trappola dello sviluppo ecocida? Come evitare di riprodurre sistemi di oppressione? Come ci decolonizziamo?”

ZAPATISMO Y PENSAMIENTO DECOLONIAL

In questa direzione stanno lavorando i pensatori decoloniali da differenti contesti e ponendo accenti differenti. Vi sono le proposte del femminismo decolonizzato di Oyèrónke Oyewùmí e di Yuderkys Espinoza, il femminismo indigeno di Maria Lugones, la lotta delle donne migranti di Ursula Santa Cruz, la critica al razzismo e la intersezione delle lotte di Ramon Grousfoguel, la decolonizzazione del sapere di Bonaventura de Sousa, così come il progetto della transmodernità di Enrique Dussel, solo per nominarne alcune. Tutte queste dal mio punto di vista hanno l’obiettivo ultimo di decolonizzare la vita. Però sarebbe più ragionevole smetterla di progettare soluzioni dal nostro punto di vista ed ascoltare quelli che hanno più esperienza di resistenza e di costruzione di “un mondo che contenga molti mondi”. Sì, mi riferisco ai popoli indigeni del mondo, però specialmente mi riferisco alle ed agli zapatisti.

Lo scorso primo gennaio sono stati 35 anni di esistenza dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). 10 anni in clandestinità e 25 anni di vita pubblica del movimento sociale e politico più avanzato del pianeta, secondo pensatrici come Naomo Klein, Noam Chomsky o Immanuel Wallerstein. Quel giorno le e gli indigeni messicani si alzarono in armi contro il governo e contro il neliberismo. Si nascosero il viso per essere visti e scossero il mondo con la loro proposta: “Tutto per tutti, e per noi nulla!” Il loro arrivo rappresentò una nuova alba per la sinistra globale, completamente inebetita tra la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda.

Da allora, lo zapatismo è stato parte di un processo molto più ampio che riguarda la construzione di un modello alternativo davanti alla crisi di civiltà attuale; di un progetto culturalmente critico con la modernità occidentale capitalista, colonialista e patriarcale. L’EZLN , collegato ad esempio con il Consiglio Nazionale Indigeno, fa parte dei movimenti sociali e politici che Guillermo Bonfil Batalla denomina “messico profondo”. Lo zapatismo , anche per il mondo, la lotta per la vita e la diversità, controcorrente alla egemonia globalizzante.

Anche se il movimento zapatista ha sempre detto che non sono un avanguardia, – si tratta che ciascuno nel suo luogo nel mondo, costruisca “un altro mondo possibile”- è certo che i loro messaggi siano caricati di pedagogia liberatoria, per chi vuole ascoltare. Per esempio il suo portavoce, comandante Marcos, raccontava che “ il vecchio Antonio diceva che la libertà aveva a che vedere anche con l’ascolto, la parola e il modo di guardare. Che la libertà era che non avessimmo paura dello sguardo e della parola dell’altro, del diverso. Ma anche che non avessimo paura ad essere guardati ed ascoltati dagli altri. (…) Che la libertà non si trovava in qualche luogo specifico, ma che bisognava farla, costruirla collettivamente. Che soprattutto non si poteva costruire sopra la paura dell’altro, che benchè differente, è come noi””

L’ arrivo del EZLN ha rappresentato un nuovo mattino, una nuova alba per la sinistra globale completamente bloccata dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda

Questo testo del Sup può servirci da referenza. Si tratta soprattutto di impegnarci collettivamente nelle nostre comunità. Implica sbarazzarci del razzismo, del machismo, del classismo e tante altre oppressoni. E si tratta anche di non generare nuove oppressioni nel processo, così come di non mettere la nostra particolare oppressione davanti alle altre. Cioè non possiamo prescindere dagli uomini nella lotta femminista, dei bianchi antirazzisti, dalle classi medie. E nemmeno possiamo metterci al di sopra degli anziani o delle bambine. Consiste nel decolonizzarci tutte e fare pressione perché quelli “de arriba”, i “bianchi”, “gli uomini”, comincino a rinunciare ai loro privilegi.

Questo non vuol dire una lettura ingenua delle trasformazioni sociali. Capisco perfettamente che il lupo non dormirà mai con la pecora. E che ci sono persone così colonizzate che non riusciremo mai a recuperarle. Di fatto è molto possibile che esistano sempre queste relazioni di potere e che prima di risanare la Terra, l’umanità sparisca. Ciò che propongo è lavorare per ampliare un movimento di movimenti, dal basso, e che si costruiscano le condizioni perché la maggioranza delle persone al mondo viva con dignità.

Da qui possiamo comimnciare, certo il sistema coloniale ha fatto molto bene il suo lavoro e sarà difficile che i “moderni”, la sinistra “progressisa” ed i suoi intellettuali siano disposti a decolonizzare il proprio sapere. Come dice la nostra compagna Lola Cubells “ciechi di colonialismo proseguiamo sognando di inventare altri mondi, quando la resistenza delle culture originarie, e le loro filosofie – sp’ijil jol o’tanil/sabiduría del corazón ( saggezza del cuore) hanno costruito un’altra maniera di comprendere la vita molto necessarie per la crisi di civiltà in cui ci troviamo” Viva L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale! Viva i popoli indigeni del mondo!

*ASAMBLEA DE SOLIDARIDAD CON MÉXICO (PAÍS VALENCIÀ)

Este material se comparte con autorización de El Salto (https://www.elsaltodiario.com/el-rumor-de-las-multitudes/descolonizar-la-vida-25-anos-aprendiendo-del-ezln)

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Imparare a lasciar andare e mantenere quello che davvbero serve per avere un mondo nuovo, un mondo che contenga altri mondi… questa immagine del Serpente Piumato mi sembra pertinente.
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